Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
lunedì 6 ottobre 2008
270
Avventura
008 - La corona perduta
Secondo teorie proposte da molti studiosi, grandi e solitarie menti che avevano fatto della comprensione del genere umano il proprio scopo di vita, nel lungo e tortuoso cammino della storia dell’umanità esisteva un’epoca lontana, dispersa nei millenni trascorsi, che era stata completamente dimenticata dagli abitanti di ogni terra, cancellata in ogni sua traccia, in ogni suo retaggio.
Nessuno avrebbe saputo indicare con esattezza se una simile e radicale eliminazione si fosse proposta in conseguenza del naturale passaggio delle stagioni, degli anni, dei secoli, o se, al contrario, fosse derivata dal desiderio di non voler vivere nuovamente quanto già affrontato in tali ere, laddove varie e non tutte positive, in effetti, si concedevano le supposizioni intorno a tale periodo. Due, in particolare, erano i filoni di pensiero predominanti nel descrivere quell’epoca dimenticata, contrapponendosi come sempre in posizioni antitetiche, proponendo teorie positive ed ipotesi negative, elevando verso l’alto dei cieli il genere umano o precipitandolo nel più basso oltretomba immaginabile. Vi era chi sosteneva, ad esempio, che in tale era, la razza umana avesse raggiunto il proprio apice, fondando imperi di dimensioni inimmaginabili guidati da sovrani illuminati, sotto il cui comando, sotto la cui guida intere civiltà si erano erette meravigliose ed incantate, prive di ogni sorta di male, fondate su valori di rispetto, di pace, di solidarietà: nazioni che non potevano neppure conoscere il significato di parole quali “fame”, “povertà” o “guerra”, perché mai i membri di quelle popolazioni avevano avuto occasione di dover affrontare simili problemi, questioni altresì tanto presenti nella vita quotidiana dei loro discendenti. Vi era, al contrario, chi affermava con assoluta decisione che in tale periodo volutamente dimenticato, la razza umana si fosse spinta ai livelli più infimi delle proprie possibilità, vivendo in un imbarbarimento privo di ogni possibilità d’eguali, al confronto del quale anche l’epoca moderna sarebbe apparsa un idillio divino: un era oscura, pertanto, un periodo sanguinoso, dove la carne umana era diventata principale fonte di nutrimento, dove le guerre avevano assunto un significato assoluto e terrificante, tale da condurre ogni popolo allo sterminio quasi totale, all’annientamento reciproco quasi completo, evitando l’estinzione dell’intera razza solo in virtù di pochi fortunati sopravvissuti che, ovviamente, si erano ben guardati dal voler tramandare i racconti di una tale epoca, nel timore che essa potesse ripetersi, nella paura che nuovamente l’umanità potesse essere vittima dell’aspetto più oscuro del proprio animo.
Per quanto divisi sullo stile di vita condotto in tale contesto storico dimenticato dal mondo intero, quasi tutti gli studiosi favorevoli alla teoria dell’esistenza di un simile periodo erano concordi nel considerare come all’epoca non vi fosse traccia dei tre continenti attuali, riuniti in una sola, unica grande area emersa dal cui frazionamento molti secoli più tardi sarebbero nate le attuali Hyn, Myrgan e Qahr. Tale ipotesi, assolutamente contestata da tutti coloro che si proponevano in contrasto a simili linee di pensiero, trovava in effetti una possibile conferma nella particolare conformazione della terraferma nelle poche ed imprecise mappe esistenti: secondo tali cartografie, in effetti, i confini dei tre continenti si proponevano estremamente simili a linee di frattura che, partendo da uno stesso punto, il Mare Comune attorno al quale si affacciavano i regni centrali, si espandevano in tre direzioni, separando con lunghi e stretti mari le varie coste, come se ciò che un tempo poteva essere stato un blocco unico di terra fosse stato spezzato dal colpo di un enorme martello. Inutile sottolineare come, in ogni regno, in ogni mitologia, vi fossero diverse spiegazioni divine in merito a tale particolare conformazione: a Kofreya, ad esempio, era narrato come tutto ciò fosse stato conseguenza di un impeto d’ira del dio Gorl, signore delle fiamme, in conseguenza delle offese a lui levate dagli antichi imperi; a Tranith, altresì, tutto era attributo al dio Tarth, signore delle acque, quale suo tentativo di imporre nuovamente la pace fra le terre separando definitivamente i popoli.
Fra le varie leggende, le storie che si tramandavano similmente a favole per bambini, prevalentemente frutto dell’immaginazione di un numero incalcolabile di narratori che di ognuna di esse sapevano offrire dozzine e dozzine di versioni alternative, le più note nel territorio meridionale di Qahr erano senza indubbiamente quelle relative alla regina Anmel. Definita Portatrice di Luce, dai sostenitori di un passato glorioso per l’umanità, o Oscura Mietitrice, dai detrattori di simile teoria in favore di ipotesi meno gradevoli, essa aveva forse proposto il proprio dominio, nel bene o nel male, in maniera incontrastata per oltre millesettecento anni, prima di rimettere il proprio impero nelle mani di eredi meno capaci. I poteri di simile figura non erano ovviamente delineati in modo chiaro, non erano comunemente riconosciuti, apparendo in ogni storia discordanti fra loro come antitetiche erano le teorie a suo riguardo: ciò che sembrava essere accertato, proponendosi pressoché in ogni mito, era la presenza di un mistico diadema accanto alla di lei immagine, una leggendaria corona nella quale, al momento della conclusione del suo cammino mortale, sarebbe rimasta impressa una frazione delle di lei immense capacità, del di lei animo. Vi era pertanto chi sosteneva che colui o colei che avesse recuperato una simile reliquia avrebbe potuto avere accesso a tali poteri, ergendosi ad un livello tale per cui alcun essere mortale avrebbe mai potuto competere, alcun regno avrebbe mai potuto resistere, proponendo in tal modo il primo passo verso una nuova epoca di grandi imperi o, forse, l’imposizione di un unico predominio sull’intero mondo conosciuto. Ovviamente la sola idea di tanto potere si proponeva così esagerata da non suscitare particolare interesse nelle varie dinastie regnanti nella divisione attuale della forza politica, considerata a tutti gli effetti valida solo come fiaba da raccontare ai propri figli prima del riposo notturno e nulla di più.
Una donna, però, una nobile della città di Kirsnya, provincia occidentale del regno di Kofreya, aveva deciso di offrire interesse a tali miti, a simili favole, impegnando il proprio tempo, il proprio potere e le proprie ricchezze nel recupero di quella corona: il suo nome era lady Lavero, ultima erede di una delle più importanti famiglie della propria terra, ed attorno a sé ella aveva radunato quattro mercenari indipendenti, nomi più o meno noti nell’ambiente, allo scopo di formare una squadra d’élite da impiegare nel recupero della reliquia desiderata. Il suo scopo, per quanto era stato concesso di conoscere ai quattro cavalieri, non si proponeva spinto da ambizione, dalla ricerca di potere o di predominio, quanto più banalmente dalla semplice volontà di possesso su tale prezioso oggetto, il cui valore economico si sarebbe sicuramente proposto ineguagliabile: sicuramente ad uno sguardo esterno all’ambiente dei mecenati, tale ridotta brama non sarebbe stata compresa, non sarebbe stata accettata come reale, ma era innegabile come, nella maggior parte dei casi, il desiderio che spingeva i nobili di ogni terra al recupero di oggetti improbabili raramente corrispondeva ad una volontà di predominio o di controllo, anche laddove il potere derivante da simili reliquie, come in quel caso, sarebbe stato forse incomparabile nel confronto con qualsiasi altra forza esistente. Per tale ragione i quattro mercenari, spronati dalla promessa di compensi adeguati alle loro richieste ed ai loro sforzi, non avevano avuto esitazioni nel lanciarsi alla ricerca di quel prezioso retaggio di un passato dimenticato, seguendo l’unica traccia loro offerta da un antico medaglione, risalente ad epoche successive a quelle della regina Anmel, e probabilmente alla creazione dei tre continenti, all’interno del quale sarebbero dovute essere riportate le indicazioni per raggiungere il luogo ove era stato celato per millenni il tesoro perduto.
La solitaria Carsa, che dell’inganno e della simulazione aveva fatto un’arte ed un’arma, i due fratelli di ventura Howe e Be’Wahr, tanto diversi fra loro quanto uniti in imprese troppo spesso oltre i limiti entro i quali si sarebbero dovuti porre, e la leggendaria Midda, una fra le mercenarie più note e meglio ricompensate di quella zona del continente, erano stati i quattro cavalieri scelti per essere al servizio di lady Lavero in tale ricerca. Dopo aver recuperato con successo il medaglione ed averne compreso il metodo d’impiego, essi si erano spinti fino alla provincia di Lysiath ed alla sua maestosa ed abbandonata Biblioteca, all’interno della quale avrebbero potuto ritrovare la chiave di lettura delle informazioni concesse loro dal primo successo riportato. Purtroppo, però, un ostacolo imprevisto ed imprevedibile aveva negato al gruppo la possibilità di ottenere nuova vittoria con il recupero del libro ricercato: esso era infatti andato perduto in un terrificante rogo che aveva coinvolto l’intero complesso, incendio da loro stessi generato per cercare salvezza da una morte altresì certa. Una scelta pertanto amara quella a cui erano stati costretti dagli eventi, che non solo aveva portato al fallimento la loro missione ma che, peggio, aveva visto bruciare una delle più grandi biblioteche del mondo, con il proprio insostituibile tesoro culturale definitivamente perduto in tale catastrofica soluzione.
Una sconfitta assoluta, pertanto, per i quattro cavalieri, che nonostante il proprio impegno, nonostante la propria fama, erano miseramente stati sconfitti su ogni fronte, per quanto sopravvissuti a tutto.
domenica 5 ottobre 2008
269
Avventura
007 - I quattro cavalieri
Attraverso il fuoco e le sale incandescenti, seguendo un cammino chiaramente a lui noto, Be’Wahr condusse i propri compagni fino ad un’apertura nella parete, sufficientemente largo da permettere il passaggio di una persona alla volta: tale varco non si proponeva in conseguenza dell’azione dell’uomo ma, più probabilmente, di quella dei ragni che lì avevano creato la propria via di accesso alla Biblioteca. Davanti ad esso, diversi corpi di grossi aracnidi morti giacevano lambiti dalle fiamme o già semi carbonizzati, segno evidente di come il giovane dovesse aver già proposto la propria azione in quel punto, forse a cercare liberazione per sé o, forse, ad aprire la strada per la fuga da quell’incendio con i propri compagni, qualora li avesse ritrovati. Senza una sola parola, ormai difficile da pronunciare nell’aria intossicata di quelle sale, i quattro si gettarono nell’oscurità di quel cammino, a trovare fuga dal destino loro riservato dalla regina dei ragni: Carsa, chiudendo il cammino dietro ad Howe, conficcò prudentemente sulla lama della propria scure un ciocco di legno infuocato, al fine di portare con loro un po’ di luce utile nell’affrontare le tenebre ed i pericoli che in esse sarebbero potuti essere loro riservati.
Il cunicolo in cui cercarono salvezza si propose ai loro sguardi decisamente stretto e claustrofobico, scavato nella nuda terra di Lysiath con il chiaro scopo di ospitare creature non umane nel proprio abbraccio: retorico, quasi, fu il ragionamento che vide i mercenari dover offrire il proprio ringraziamento per quel passaggio alla presenza della donna ragno fra le fila avversarie, laddove altrimenti lo stesso non avrebbe mai avuto ragione di essere scavato in dimensioni sufficienti a permettere loro la fuga. Nonostante l’incendio dovesse aver disperso gli aracnoidi custodi della Biblioteca, nessuno nel gruppo poteva permettersi di abbassare la guardia in una simile situazione: sarebbero infatti stati sufficienti pochi avversari, o peggio una robusta ragnatela di dimensioni e resistenza proporzionale alla stazza dei ragni maggiori, per bloccarli indefinitamente in quel sotterraneo, condannandoli a morte non diversamente dalle fiamme proposte dietro a loro. Fortunatamente, comunque, per quanto viziata apparisse, l’aria del cunicolo si presentava sufficientemente pulita da permettere il ritorno ad una normale respirazione, e con essa alla normale percezione della realtà a loro circostante, per le due donne ed i due uomini, quasi soffocati quali si erano ritrovati ad essere nel confronto con l’incendio da loro stessi causato.
In silenzio il loro cammino proseguì per un tempo ed una distanza che a posteriori si presentò difficile da stimare, proponendosi sostanzialmente rettilineo ed uniforme fino a quando una prima diramazione non li pose in dubbio. Essendo Be’Wahr davanti a tutti, seguito a ruota da Midda, si ritrovava ad essere sua la scelta e la responsabilità sul cammino migliore da seguire ma, purtroppo per lui, nessuna idea poteva avere su quale alternativa li avrebbe realmente condotti alla superficie.
« Dobbiamo prestare attenzione… » raccomandò la donna guerriero, appoggiando la propria mano destra sulla di lui spalla per domandargli un istante di riflessione « Se questi cunicoli sono realmente opera dei ragni, sicuramente si proporranno quale un labirinto da cui potremmo non riuscire più ad emergere… »
« Soprattutto se, nella svolta errata, ci ritrovassimo ad essere gettati fra le loro zampe… » annuì il biondo.
« Stiamo tutti bene? » domandò Carsa, approfittando di quel momento per comprendere il loro attuale stato.
« Per Lohr… ma dove eri andato a finire? » chiese Howe, sovrapponendosi alla voce della compagna nel rivolgersi verso il fratello « Perché non sei ritornato al campo base? »
« Ero stato catturato da quegli insetti troppo cresciuti… » rispose l’interpellato, dimostrando imbarazzo nella propria voce ed una comprensibile ignoranza nelle proprie parole « Mi hanno preso di sorpresa e non sono riuscito a fare nulla per oppormi a loro. Poi è scoppiato l’incendio e sono riuscito a liberarmi… a proposito, è stata opera vostra vero? »
« Sì. » ammise con apparentemente freddezza Midda « Non ci hanno lasciato molte alternative… »
Scegliendo pressoché a caso la svolta entro cui proseguire, i quattro ripresero il cammino, nella speranza di un fato positivo che riuscisse a condurli a riveder le stelle: inevitabilmente, però, dopo poco un altro bivio si propose a loro e con esso nuova incertezza sulla via migliore attraverso cui poter proseguire. Fu a quel punto che la decisione presa da Carsa nel condurre con loro il ciocco di legno, ormai quasi completamente carbonizzato per effetto della fiamma viva su di esso, si rivelò fondamentale per la loro sopravvivenza: attraverso il movimento del fuoco, infatti, i quattro riuscirono ad identificare la presenza di una corrente d’aria, evidentemente in movimento fra l’edificio e l’esterno, seguendo la quale avrebbero potuto pertanto trovare fuga da quei sotterranei. E quando finalmente, così facendo, raggiunsero uno sbocco sul terreno sopra di loro, lasciando illesi i sotterranei senza imbattersi ancora nei loro aracnoidi nemici, il cielo si propose al loro sguardo in toni decisamente chiari, con forti tinte rosse ed arancione, al punto tale da lasciarli per un istante completamente spiazzati nel pensiero che una nuova alba potesse già essere sopraggiunta: tale fraintendimento, però, perdurò solo il tempo necessario a loro di voltarsi ed osservare, in lontananza, il complesso della Biblioteca completamente in balia delle fiamme, in uno spettacolo terrificante.
Dove nei lontani secoli passati sorgeva lucente ed incantato una delle più importanti meraviglie a cui l’umanità si fosse spinta, fulcro di cultura e di conoscenza, riferimento per genti di ogni regno; dove negli ultimi decenni un silenzioso monumento all’ignoranza ed all’imbarbarimento della civiltà si poneva sigillato, a negare il proprio importante tesoro al mondo intero; da quel punto, da quello stesso luogo, ora si levavano alte fiamme verso il cielo, in un rogo incredibile e tremendo tale da illuminare a giorno la notte oscura, spegnendo nella propria violenza, nel proprio impeto, anche la luce della luna e delle stelle: ciò che avrebbe dovuto rappresentare ad imperitura memoria l’intelletto dell’uomo e la sua ascesa verso l’onniscienza riservata solo agli dei, in quella momento era stato trasformato nel simbolo della brutalità dei mortali, della loro stolidità, della loro incapacità e della totale mancanza di volontà ad ergersi al di sopra dei propri limiti. Midda sicuramente aveva offerto la scintilla necessaria a quella rovina, ma la sua era stata solo l’azione finale di un processo lento ed inesorabile, proponendola quasi come strumento di un destino già deciso da molti anni e che, se non fosse stato per lei, si sarebbe ugualmente compiuto per mano di altri: tale pensiero, però, non fu concesso alla mente della mercenaria, la quale posta di fronte a ciò che aveva causato, a quanto aveva fatto, non poté che provare immensa pena per se stessa, nella propria incapacità di soffrire per un simile crimine. Ella aveva agito per la propria sopravvivenza, barattando la propria vita con il retaggio culturale di epoche remote: non poteva perdonarsi per quanto compiuto, certamente, ma in questo non poteva neanche trovare modo di rimproverarsi, lasciandola pertanto simile ad una statua di ghiaccio di fronte ad uno spettacolo che, altresì, era capace di togliere il fiato anche a Howe e Be’Wahr, a coloro che, a differenza di lei, non avevano mai avuto l’occasione di abbeverarsi alla fonte della conoscenza ma che, nonostante ciò, comprendevano perfettamente quanto era stato fatto.
« Che Lohr ci perdoni… » sussurrò il shar’tiagho, con gli occhi colmi di lacrime.
Attorno alla Biblioteca, da cui i quattro cavalieri erano ormai lontani, i soldati del reggimento si agitavano con disperazione per cercare di arginare l’incendio, di riuscire a salvare qualcosa di quel complesso, proponendosi però privi di ogni possibilità in opposizione a tutto quello: se essa non fosse stata abbandonata per tanti anni, se non fosse stato imposto al mondo di dimenticarla, se… se… se… forse i loro sforzi non sarebbero stati vani, forse le fiamme si sarebbero potute domare ed il disastro evitare.
Ma a quel punto la catastrofe era ormai compiuta e solo un senso di impotenza ed ineluttabilità del destino era ciò che anche a loro restava.
« Siamo vivi… » commentò il biondo, stringendo la labbra in una smorfia di dolore al pensiero del prezzo pagato per le loro vite « … ma ora? »
ln quelle fiamme, oltre ad uno dei tesori più importanti e meno considerati di quella parte del continente, bruciava infatti anche lo scopo della loro missione in quella provincia, il volume grazie al quale essi avrebbero potuto tradurre la scitala e, con essa, ritrovare la corona perduta richiesta dai desideri della loro mecenate.
« Ed ora? » domandò a sua volta Carsa, gettando da parte l’ascia e lasciandosi ricadere a terra, nell’osservare con orrore ciò che avevano fatto « Ed ora nulla… il governo imputerà la colpa di tutto questo ad Y’Shalf e la guerra contro di essi troverà così una nuova scusa per continuare violenta e sanguinaria come sempre. Ed in questo gioco bellico, nessuno potrà o vorrà mai darci la colpa di quanto accaduto… »
« Nessuno a parte coloro che ci accompagneranno per sempre nei riflessi di ogni specchio che avremo la sfortuna di incontrare… » scosse il capo Howe, con tono funereo « Per Lohr… la Biblioteca di Lysiath… vi rendete conto di quanto abbiamo compiuto? » incalzò poi, con una nota accusativa nella propria voce, rivolgendosi inevitabilmente verso colei direttamente responsabile per tutto quello.
« Preferivi essere morto? » rispose prontamente la compagna, prendendo le difese di Midda mentre ancora ella restava in silenzio, immobile, inespressiva « Non abbiamo avuto scelta… »
« C’è sempre una scelta… » sussurrò quasi non udibile Be’Wahr, chinando lo sguardo, non riuscendo in fede a colpevolizzare nessuno per quanto accaduto ma, al tempo stesso, non potendo neanche offrire perdono per la medesima ragione.
Un momento di silenzio calò così sul gruppo, fra i quattro mercenari riuniti da lady Lavero per una missione ormai fallita, impossibile anche solo nell’ipotesi del proprio proseguo. Nelle loro menti era ancora quella domanda innocente e forse retorica, che sembrava non riuscire a trovare risposta: ma ora? Nonostante il momento tragico, nonostante il rogo acceso davanti ai loro occhi, quella domanda non poteva restare priva di risposta e quanto proposto da Carsa indicava loro solo ciò di cui non avrebbero dovuto preoccuparsi, ciò di cui non avrebbero avuto di che temere, ma nulla di quanto avrebbero dovuto fare, di come si sarebbero dovuti comportare a seguito di quegli eventi.
E l’unica, inevitabile risposta fu riservata alla Figlia di Marr’Mahew, con poche, semplici e fredde parole: « Zero volte il compenso pattuito. »
sabato 4 ottobre 2008
268
Avventura
007 - I quattro cavalieri
« Seguiamola, presto! » gridò la donna, verso i due compagni.
Pur avendo sconfitto la minaccia offerta dai ragni, il gruppo era ben lontano dal potersi considerare in salvo: l’incendio, infatti, da loro alleato si era ormai tramutato nel loro potenziale assassino e se non avessero quanto prima trovato a loro volta fuga da quell’edificio, tutto ciò che avevano compiuto fino a quel momento sarebbe stato vano. La prima e logica via di evasione si proponeva essere la stessa finestra dalla quale erano entrati nella Biblioteca la notte precedente, così vicina a loro e così semplice da raggiungere dalla loro attuale posizione. Purtroppo se avessero scelto tale strada, la morte loro offerta non sarebbe poi stata migliore di quella riservata all’interno delle mura del complesso: i soldati del reggimento posto a guardia del medesimo non avrebbero potuto di certo ignorare ciò che essi avevano generato e non appena uno di loro avesse provato a mostrare il proprio volto all’esterno, probabilmente, lo avrebbero abbattuto senza concedergli neppure la possibilità di raggiungere il suolo, prendendoli come facile bersaglio per i propri dardi. Escludendo pertanto di perseguire una simile conclusione alla propria avventura, ai tre l’unica possibilità di sopravvivenza era altresì offerta da parte della stessa donna ragno: ella, in fuga da quel rogo, li avrebbe potuti infatti condurre fino a qualche gruppo di gallerie sotterranee, forse frutto del lavoro degli stessi aracnidi o, più probabilmente, dei costruttori di quel complesso, come immancabilmente si era soliti procedere nelle architetture di una certa epoca.
Dai combattimenti sostenuti contro i ragni, Carsa ed Howe erano usciti sostanzialmente illesi, mentre sul corpo di Midda, al contrario, non mancavano gli evidenti segni dello scontro con la regina, in lividi che sarebbero emersi ancor più delineati il giorno dopo se fosse stata loro concessa tale possibilità: ciò nonostante, proprio la Figlia di Marr’Mahew fu la prima ad aprire la via verso la salvezza, gettandosi rapida e senza esitazione fra le fiamme per non rischiare di perdere di vista la loro nemica. Nel dedalo concesso dalla particolare struttura della biblioteca, infatti, essi avrebbero potuto smarrirsi troppo facilmente se solo per un istante il loro sguardo si fosse separato dalla figura mostruosa della loro ignava guida.
« Presto! » incitò Carsa, nel tirare con sé Howe.
Nonostante il desiderio di vivere non mancasse in egli, l’uomo si ritrovò ad essere frenato nei propri movimenti dal pensiero del fratello, del compagno di una vita intera che, forse, era rimasto intrappolato ancora vivo in una di quelle sale, condannato per la loro azione a bruciare orrendamente. Ad ogni rumore, così, l’esitazione frenava i suoi passi, facendogli credere di aver udito un gemito, un lamento, un qualche indizio della presenza di Be’Wahr, nella speranza di poterlo così trovare, raggiungere, salvare: purtroppo per lui, però, quelli erano solo scherzi della sua immaginazione, creazioni della sua mente che gli offrivano la possibilità di credere in ciò che egli voleva fortemente. Senza la compagna accanto a sé, a tirarlo a volte con violenza per costringerlo a proseguire la corsa alle spalle di Midda, egli probabilmente si sarebbe smarrito fra le fiamme che ormai quasi tutto avvolgevano impietosamente.
Purtroppo, per tutti loro, comunque, la donna ragno non aveva mancato di avvertire quelle presenze dietro di sé e, per quanto ovviamente mirasse alla propria sopravvivenza, al tempo stesso non poté evitare di cercare la morte di coloro che la inseguivano, macchiatisi del crimine più orrendo che avrebbe mai potuto concepire. Se le fiamme non avessero divorato immediatamente tutto ciò che a loro veniva offerto, la creatura avrebbe ben volentieri sigillato con una robusta ragnatela il cammino alle proprie spalle, magari giusto dopo una svolta così da far ricadere in trappola i propri nemici: purtroppo l’unica possibilità che le restava concessa, in una simile condizione, era quella di riuscire a distanziarli, di riuscire a condurli a perdersi entro le vie della Biblioteca, a lei tanto conosciuta quanto a loro ignota, al punto da non concedere loro alcuna speranza di immeritata vita.
« Morite… maledetti! Maledetti! » continuò a inveire contro di loro, muovendosi quanto più rapidamente poteva esserle concesso di fare dal proprio corpo, dalle proprie sei zampe inferiori.
Forse in conseguenza delle azioni o delle maledizioni della creatura, forse in conseguenza di un castigo divino per quanto compiuto dalla mercenaria, forse per una semplice ed inevitabile fatalità, per effetto del calore dell’incendio la pur solida struttura della Biblioteca iniziò ad offrire i primi gemiti di dolore e, con essi, a lasciar cadere le prime macerie incandescenti sopra i fuggitivi: fra esse, un pesante arco posto sopra ad un passaggio cedette di colpo proprio davanti al volto di Midda, dividendo in ciò il tre guerrieri dall’unica speranza che avevano di trovare fuga da quell’incendio.
« Thyres! » gemette la donna guerriero, frenando di colpo la propria corsa nel cercare di non ricadere sopra a quei detriti infiammati.
« Per Lohr! » esclamò a sua volta Howe, raggiungendola un istante dopo insieme a Carsa, al suo fianco « Siamo perduti! »
Sebbene le vie attorno a loro non mancassero, proponendo immancabilmente fiamme accecanti e calore sempre crescente in un’aria ormai quasi irrespirabile per effetto del fumo, impossibile sarebbe stato a quel punto per i tre riuscire a comprendere in quale direzione volgere i propri passi, troppo inoltratisi quali erano all’interno dei corridoi labirintici di quel complesso per poter tornare indietro o, semplicemente, avere percezione della propria esatta posizione: nell’inseguire la propria avversaria, infatti, avevano commesso il mortale errore di non considerare la possibilità di smarrirsi all’interno dell’edificio, spronati a non prendere in esame tale alternativa nella fretta precipitosa di quella fuga. Tale leggerezza, in quel momento, avrebbe potuto condannarli definitivamente a morte.
La voce della donna ragno, rauca e mascolina, ancora una volta risuonò con violenza e derisione in quelle stanze, quasi a sancire l’inevitabile conclusione: « Morte… morte su di voi… maledetti! »
Ma se davvero in quella situazione i tre erano stati catapultati in conseguenza di tali anatemi o di un divino dissenso per aver innescato quel tremendo rogo, da quella stessa condizione essi vennero altresì posti in salvo per il volere di un comune mortale, nell’indiscutibile dimostrazione di come anche di fronte alla collera degli dei, o dei loro figli, l’umana volontà si poteva sempre proporre superiore, imponendosi con forza e decisione sopra allo stesso fato, apparentemente ineffabile ed immenso.
Dalle fiamme della morte opposte ai tre, emerse così la figura inattesa ed inattendibile del loro compagno creduto morto, che con un gesto deciso li invitò a seguirli: « Da questa parte! »
« Be’Wahr! » esclamarono tutti, quasi in coro.
« Ma come…? » tentò di domandare Howe, incredulo nella gioia di ritrovarlo.
« Non c’è tempo ora… presto, prima che crolli tutto! » lo zittì Carsa, spingendolo in avanti.
Per Midda, che recentemente aveva avuto modo di affrontare il calore stesso della terra, confrontandosi con il magma incandescente e quasi morendo di fronte ad esso, l’incendio che senza tregua divampava attorno a loro non offriva alcun particolare problema, altrimenti rappresentato, invece, dall’assenza di aria respirabile: fra il fumo soffocante e l’ossigeno sottratto dalle fiamme, infatti, per tutti loro quell’ambiente stava diventando ad ogni istante sempre più insopportabile, privandoli non solo di lucidità mentale ma anche di forza fisica.
« Dobbiamo uscire di qui! » gridò la Figlia di Marr’Mahew, verso il biondo redivivo, affidandosi completamente a lui in quelle parole « Non resisteremo ancora a lungo! »
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