Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
venerdì 3 aprile 2009
448
Avventura
011 - La sposa del sultano
Quando Nass'Hya vide la donna guerriero precipitare nel vuoto, non poté evitare di chiudere per un istante gli occhi, in una reazione istintiva di fronte al pericolo apparentemente inevitabile di una collisione della stessa con il suolo: un macabro spettacolo a cui non avrebbe voluto assolutamente assistere, una fine probabilmente indegna per una combattente dotata di tanta audacia della quale non avrebbe voluto essere testimone. Ma dove già si attendeva di udire un grido e un raccapricciante suono di ossa rotte, nulla di tutto questo le venne offerto e, lasciando trascorrere interminabili istanti, riaprì gli occhi nella consapevolezza che qualcosa dovesse essere intervenuto ad evitare quella morte. Ed, in effetti, qualcuno era intervenuto, per evitare uno spreco assurdo di tanta energia, di simile potenziale: la stessa algul. Sebbene fosse stata propria la jinn vampira a trascinare la propria avversaria verso l'abisso, lo scopo della medesima non avrebbe mai potuto corrispondere semplicemente alla morte di quest'ultima, dove in simile tragedia avrebbe perduto ogni possibilità di nutrimento, vanificando le proprie bramosie verso quell'energia vitale, nei confronti di quello spirito indomito che, certamente, le avrebbe potuto concedere un deciso piacere una volta assorbito. Così, nel desiderio di preservare tale energia, simile spirito, ella stessa era intervenuta ad evitare l'impatto al suolo della propria preda, scivolando sotto di lei e spingendo, nuovamente, i propri artigli nella direzione di quel petto.
Midda, però, senza perdere il controllo nonostante la spiacevole situazione in cui si era venuta stupidamente a trovare, non aveva permesso neppure in tale frangente alla controparte di raggiungerla con quelle lame, di trafiggerla e condannarla, in tal modo, ad un patimento che non desiderava assolutamente provare. Al contrario, ormai confidente di poter gestire il confronto con esse, aveva sfruttato la loro presenza per ottenere un freno alla propria caduta, sicura del fatto che, nonostante l'apparenza incorporea della nemica, ella sarebbe stata in grado di sostenerne il peso: in caso contrario, del resto, non si sarebbe potuto spiegare il tentativo d'offesa comunque rivoltole. Ritrovandosi a combattere praticamente in sospensione, a pochi piedi da terra, con la propria avversaria, la mercenaria non si concesse di temere l'eventualità della propria caduta, il pensiero del proprio precipitare, dove esso, altrimenti, l'avrebbe potuta distrarre, rendendola vittima delle grinfie di quella creatura sovrannaturale. E solo quando il pavimento fu sufficientemente a lei prossimo da non rappresentare un pericolo, da non imporle una possibilità di danno, ella decise di disimpegnarsi dall'avversaria, slanciandosi all'indietro e compiendo un'agile giravolta prima di posare, nuovamente ed incredibilmente, i propri piedi a terra.
« Grazie per il passaggio! » commentò verso lo spettro, facendo roteare ampiamente la spada attorno ai propri fianchi prima di recuperare una posizione di guardia « Ed ora, ovviamente, ricomincieremo tutto da capo… »
Così avvenne, su un terreno di combattimento più ampio ed aperto rispetto al precedente, fra spettatori incerti nel merito delle emozioni da vivere, divisi fra terrore per l'eventualità certa di una vittoria dell'algul e l'entusiasmo per la speranza improponibile di una vittoria della straniera.
Un confronto continuo, estenuante, che vide la donna guerriero muoversi con la leggerezza di una farfalla, l'agilità di un gatto, impedendo alla propria nemica di poter portare a segno un qualsiasi offesa, ogni tentativo d'attacco: un duello inarrestabile, stancante, che non avrebbe potuto nonostante tutto vedere la Figlia di Marr'Mahew imporsi sulla controparte, dove al di là degli affilati artigli, di quelle lame mortali, alcuna altra parte del suo corpo parve concedersi quale materiale, suscettibile di contatto e lesione. E nel mentre in cui, per la mortale l'irrefrenabile trascorrere del tempo sarebbe stato solo un fattore di sconfitta, da parte dello spettro alcuna apparenza di affaticamento, di indebolimento sembrò presentarsi colpo dopo colpo, offesa dopo offesa.
« Thyres… » imprecò nuovamente la donna guerriero, a denti stretti nel menare nuovi attacchi e nell'innalzare nuove difese, impegnandosi a cercare una qualche reale possibilità di competizione con la rivale « Non è che qualcuno fra voi saprebbe dirmi contro cosa mi sono ritrovata a combattere?! » domandò poi, decidendo di tentare un approccio verbale con gli autoctoni, nella speranza che qualcuno fra essi fosse in grado di sopperire alla propria ignoranza del caso.
Ma dove la domanda si era proposta più formale che sostanziale, quasi umoristica ancor prima che seria, per quanto effettivamente quelle informazioni avrebbero potuto aiutarla, incredibilmente una voce si levò per offrirle risposta e, fra tutte, fu proprio quella di colei con cui avrebbe dovuto evitare di avere a che fare direttamente, nell'ipotesi di voler ancora conservare la propria copertura, di non voler svelare la propria reale identità proprio davanti ai suoi occhi: la voce della principessa Nass'Hya.
« E' un'algul. » affermò con voce ferma, tono appena alzato per farsi sentire, nel rispondere alla straniera.
« Ahh… ora sì che mi è tutto chiaro. » replicò la mercenaria, mantenendosi concentrata nel proprio sconto continuo, incessante, con quell'avversaria a cui ora già avrebbe potuto offrire un nome per quanto poco esso le fosse in grado di spiegare, le riuscisse a suggerire su come poterla abbattere « Ed un algul, per inciso, sarebbe? »
Celando la propria meraviglia di fronte all'ignoranza e, soprattutto, all'incoscienza di quella donna, spintasi ad affrontare senza timore qualcosa di sconosciuto, di completamente ignorato, la giovane aristocratica riprese parola: « E' una jinn vampira. Si nutre dell'energia vitale delle proprie vittime, assorbendola completamente, al punto tale da ridurle in polvere, consumandole dall'interno… »
« Affascinante informazione. » annuì la donna guerriero, sinceramente colpita da quella spiegazione che, comunque, altro non confermava quanto già da lei rilevato, quanto già emerso dalla semplice osservazione fino a quel momento « Per caso in qualche vostra leggenda si accenna ad un modo per sconfiggerla?! »
« E' una jinn… una creatura immortale… » negò con tono quasi scandalizzato, ora, a quell'ipotesi tanto assurda « Non è possibile sconfiggerla: tutti noi, tu compresa, siamo già condannati dal momento stesso in cui ne siamo venuti a contatto… »
Quelle parole, disfattiste e negative, non riuscirono ad incontrare il beneplacito di Midda: sopravvissuta a troppe imprese, a troppi duelli, a troppi confronti quotidianamente considerati impossibili da superare, ella non avrebbe mai potuto accettare il concetto stesso di una creatura immortale, invincibile, davanti alla quale rassegnarsi semplicemente alla morte. Anche ammesso, infatti, che l'intrinseca natura di quell'essere fosse tale da negare apparentemente ogni speranza di vittoria, di certo avrebbe dovuto esistere un punto debole, forse difficilmente raggiungibile o percettibile, tale per cui anche quell'algul sarebbe potuto essere annientato, o quanto meno respinto, ricacciato dall'oltretomba da cui sembrava essere uscito. Non a caso, forse per il proprio aspetto spettrale, forse per quella particolare consistenza aeriforme, ad occhi estranei alla cultura y'shalfica come i suoi, quella creatura sembrava porsi molto più prossima ad un'evocazione negromantica ancor prima che ad altro, e dove simile sensazione si fosse potuta dimostrare concreta, reale, sarebbe sicuramente esistito un mezzo per controbatterla, per annullare il maleficio atto a mantenerla lì presente, sciogliendo i vincoli che il suo evocatore aveva intessuto con il piano mortale per permetterle tale permanenza, simile partecipazione.
« Mi dispiace. » aggiunse, inaspettatamente, la principessa, quasi pentita di essere stata messaggera di tale triste notizia, di simile pessimistico annuncio.
« Non avertene cruccio… » esclamò in risposta la mercenaria, offrendo un fuggevole sorriso nel parare l'ennesima offensiva della propria nemica, servendosi contemporaneamente del proprio arto e della propria spada « Il mio nome è già stato associato a molteplici imprese che la gente comune riteneva impossibile e non intendo di certo venire meno a tale fama per colpa di una banale jinn vampira come questa. »
giovedì 2 aprile 2009
447
Avventura
011 - La sposa del sultano
Fortunatamente, in un mondo quale si poneva essere quello all'interno del quale la Figlia di Marr'Mahew era nata e cresciuta, nessun guerriero, uomo o donna, mercenario o regolare, sarebbe mai giunto a superare le tre decadi di vita, o anche molto meno, se non si fosse abituato a sopravvivere ad attacchi ben peggiori rispetto a quello, se non avesse reso il semplice schivare colpi a tradimento una vera e propria arte, evadendo da movimenti apparentemente troppo rapidi, eccessivamente violenti per essere accolti da riflessi umani. Forte di simile addestramento chiamato banalmente "vita", pertanto, quei sei artigli simili a lame, o quelle sei lame utilizzate quali artigli, vennero intuiti ancor prima di poter essere percepiti e portarono la donna guerriero a ritrarsi rapidamente, per evitarne il movimento ascendente, allo scopo di prevenirne la traiettoria escludendosi dalla medesima e dagli spiacevoli effetti derivanti.
« Scorbutica oltre che scortese… » si lamentò, con un sorriso dietro il quale celare tutta la propria concentrazione, tutta la propria tensione, assolutamente non intuibile dall'esterno, del tutto priva di possibilità di intuizione da qualsiasi spettatore o, più naturalmente, dalla controparte avversa.
Naturalmente ella non si limitò ad offrire quelle parole, non ritenne conclusa la propria azione in simile scelta e propose a propria volta la violenza della lama impugnata saldamente, in contrasto allo spettro ancor non identificato innanzi a sé. Un lampo azzurro sembrò squarciare le tenebre imperanti a quell’altezza, conseguenza della lontananza dalle lampade più in basso, ma purtroppo, come sarebbe potuto essere prevedibile e come la mercenaria, appunto, si stava attendendo, l’affondo attraverso quel corpo evanescente fu del tutto inefficace, offrendo lo stesso risultato che sarebbe conseguito ad un movimento equivalente in contrasto ad una nuvola di fumo. Nonostante simile fallimento, comunque, ella non si concesse tempo per recriminare, per esprimere il proprio disappunto, conscia del fatto che restare tesa verso l’avversaria avrebbe comportato solo un vantaggio per quest’ultima, donandole una possibilità di coglierla in contropiede senza sforzo alcuno: così, con agilità, si ritirò nuovamente, afferrando nel contempo con la propria destra una colonnina accanto a sé ed agendo con apparente sprezzo del pericolo nello slanciarsi nel vuoto aperto sotto il proprio corpo, allo scopo di scivolare con eleganza nell’alcova adiacente a quella precedentemente occupata, allontanandosi così dalla propria avversaria.
Quell’azione, benché condusse la donna guerriero, per un istante, in sospensione sopra alla sala, nel pericolo rappresentato dalla possibilità di caduta verso il suolo, si dimostrò invero meno azzardata di quanto sarebbe potuta apparire, dove la jinn vampira non perse tempo prima di proiettare un nuovo e violento attacco nei suoi confronti, spingendo le proprie mani a desiderare le sue carni, a bramare quell’energia vitale che si sarebbe dimostrata sicuramente eccezionale in conseguenza di tanto coraggio, di simile audacia. Se solo la creatura fosse riuscita a catturare quella preda, nel momento in cui ciò fosse accaduto, il pasto che ne sarebbe derivato si sarebbe potuto considerare al pari di un pranzo succulento, di un’ampia tavola riccamente imbandita come raramente le era stata data occasione di accogliere. E, spronata dalla propria ingordigia, animata da tale bramosia nonostante il quantitativo non indifferente di vittime consumate fino a quel momento, l'algul decise di incalzare in contrasto alla propria vittima, spostandosi rapidamente verso la nuova posizione da quest'ultima conquistata.
« Sei una specie di spettro? » domandò la donna guerriero, tentando di provocarla ancora verbalmente e fisicamente « Non ne ho mai incontrato uno capace di mandare in cancrena tessuto vivente… non che abbia conosciuto molti spiriti, ben intenso. »
Anche quelle parole non si proposero fini a semplice dialogo ma accompagnarono una nuova offensiva da parte della lama azzurra della mercenaria rivolta verso l'avversaria: purtroppo, però, neppure la splendida fattura di quella lega speciale, prestigiosa per le proprie qualità, parve poter giungere ad ostacolare, a ferire o, quanto meno, a toccare quelle sembianze che, al contrario, in questa occasione giunsero particolarmente vicine a lei, arrivando con le punte di tre pericolosi artigli ad accarezzare, a graffiare la pelle scoperta del braccio mancino della mercenaria, aprendo su di essa solchi non letali ma, pur, irritanti.
« Per Thyres! » inveì la mercenaria, ringraziando nonostante tutto nel proprio cuore la dea ed i propri riflessi, per averle evitato di perdere molto probabilmente l'unico braccio rimastole, dove non si fosse spostata in tempo « Fai male, razza di… di… cagna! »
D'istinto aveva agito e d'istinto dovette nuovamente muoversi, per non incontrare prematuramente il termine di un cammino che desiderava poter essere ancora lungo ed avventuroso, che non voleva potesse concludersi in maniera tanto assurda, quasi ridicola, nel confronto con un nemico apparentemente tanto banale rispetto a creature ben più temibili, quali quelle che era riuscita ad affrontare e vincere in passato. Così, senza neppure pensarci, all'ennesima rapida offensiva da parte dello spettro, ella offrì in propria difesa il braccio destro, quasi non si stesse destreggiando con un essere sovrannaturale ma un avversario del tutto corporeo, materiale, tale per cui il nero metallo di tale arto potesse essere in grado di concederle una qualche protezione. E ciò avvenne.
« Razza di idiota! » si rimproverò la mercenaria, nell'udire il suono stridulo dell'impatto di quegli artigli sulla corazza del proprio braccio, segnale di successo per una reazione praticamente incontrollata da parte sua.
Di tale insulto ella si sentì del tutto meritevole, in quanto nel ritrovarsi innanzi ad un'apparenza spettrale si era concessa di dimenticare una regola assolutamente naturale ed inviolabile, o che, per lo meno, aveva sempre ritrovato valida in ogni propria avventura, per quanto al limite dell'impossibile: qualsiasi cosa avrebbe mai potuto entrare a contatto con lei in modo sufficiente da ferirla, da minacciarne la sopravvivenza, inevitabilmente sarebbe dovuta poter essere da lei ugualmente parata, arrestata, bloccata, come era appena avvenuto. Alla luce di tale considerazione, sufficientemente banale da umiliarla personalmente ed intimamente per non averla raggiunta fin da subito, anche la modalità di attacco della creatura parve iniziare a dimostrare un senso più logico, per quanto nulla della sua natura fosse ancora stato esplicitato: non con le proprie braccia, non con il proprio corpo, non con il proprio capo quello spettro l'aveva tentata di offendere fino a quel momento, dove infatti in quei punti si offriva del tutto immateriale, contemporaneamente impossibilitato ad attaccare o ad essere attaccato, quanto con i propri artigli, con quelle lame affilate ed, effettivamente non traslucide, dotate di una densità evidentemente superiore al resto dell'essere.
Rapida fu l'occasione per ritrovare conferma di simile teorema, di quella legge, forse, non universale ma, probabilmente, estremamente affidabile. L'algul, per nulla impressionata dalla difesa della donna, infatti, si scagliò rapidamente contro di lei sul fronte opposto, a quello già protetto, cercando di coglierla di sorpresa in tal modo, di poterla finalmente trafiggere: anche in questa occasione, però, simile volontà venne negata, nell'insorgere della lama stessa della mercenaria, mantenuta dalla sua mano mancina ed eretta quale baluardo contro la nuova offensiva, ora che si poneva consapevole di simile opportunità.
« Ed ora come la mettiamo?! » sorrise, verso la jinn vampira, dal momento in cui pur potendosi difendere da lei, certamente non si poneva ancora in grado di contrattaccarla, di offrirle un'efficace offensiva in contrasto.
Purtroppo proprio il demone parve voler prendere una decisione in sua vece, proprio ella sembrò arrogarsi il diritto di votare sul suo destino, non tanto semplicemente ritraendosi o, ancor più banalmente, cercando l'ennesima colluttazione, quanto sì arrestando ma in ciò trascinando con sé la donna, dove a quest'ultima, mortale e materiale, non si concedeva la possibilità di nullificare il proprio peso e l'attrazione che esso avrebbe comportato verso il suolo lontano.
mercoledì 1 aprile 2009
446
Avventura
011 - La sposa del sultano
« Ehylà… » salutò Midda, osservando l’avversaria in volo verso di sé, cercando di comprenderne la natura, di ritrovare memoria in merito a qualcosa di simile, ammesso ma non concesso di aver mai sentito parlare di una creatura di quel genere « Scusami se sono arrivata in ritardo, ma riuscire ad entrare in questa sala non è stato semplice… »
Giunta fino a quel punto attraverso un condotto di servizio, probabilmente ideato per poter permettere la manutenzione dell’edificio esattamente come aveva previsto potessero essercene, la mercenaria non aveva avuto molto tempo da impiegare nell’analisi della situazione, nello studio degli eventi in lontananza sotto di sé. Appena il suo volto aveva fatto capolino attraverso le colonne, infatti, la sua presenza non era riuscita a passare assolutamente inosservata: al contrario, una figura spettrale, uno strano demone, aveva subito offerto verso di lei tutto il proprio interesse, abbandonando la propria vittima all’unico scopo di guadagnare una rapida occasione d’incontro. E se da un lato ciò non avrebbe potuto evitare di lusingarla, nel farla sentire decisamente importante, considerata da quell'essere evidentemente quale una minaccia da non sottovalutare, dall’altro lato ella non poteva che preoccuparsi, nello spingere la propria attenzione verso gli avanzi lasciati da quello spettro e nel considerare come anche lei avrebbe potuto raggiungere quello stesso tragico epilogo.
Dove, infatti, dal basso nessuno avrebbe avuto la possibilità di distinguere con precisione le sue caratteristiche fisiche, i tratti somatici, arrivando a riconoscerla, almeno fino a quando fosse rimasta protetta da quell’altezza e da quell’oscurità, la donna guerriero dall’alto era in grado di distinguere perfettamente tutti i presenti sotto di lei, riconoscendo non solo i cadaveri evidentemente lasciati dai guerriglieri e la preoccupante assenza di questi ultimi, quando, soprattutto, la macabra fine che aveva atteso colui che un tempo aveva conosciuto come intendente, incaricato per la gestione di quell’harem. Nell'osservarlo rantolare invocando la propria morte, ridotto in quel modo, consumato da una straziante necrosi, umanamente avrebbe voluto possedere un arco, per tenderne la corda e scoccare una freccia, tale da accontentarlo, da porre fine a quel lento, straziante e, sicuramente, inesorabile cammino verso la morte: fortunatamente per tutti, vide anche una figura in burqa avvicinarsi a lui e, impugnando una lama, imporre con clemenza la fine che la creatura non sembrava avergli voluto offrire, decapitandolo di netto. Non vi sarebbe alcun modo per intuire l'identità di chi avesse osato tanto all'interno della folla, neppure distinguendo se si fosse trattato di una serva o di un'aristocratica nel fattore di omogeneità derivante dal burqa che, nonostante una certa varietà cromatica, non trovava certamente entro quella sala solo abbinamenti univoci: in ciò che accadde, comunque, fu sicuramente chiaro che, dopotutto, almeno una persona fra tutti coloro che erano fino a quel momento sopravvissuti non era poi bramoso di morire, non era stato totalmente privato di autodeterminazione dalla propria educazione, dalla cultura imposta loro fin dalla più tenera età. E se quel qualcuno, quella singola persona capace di ergersi dalla massa si fosse potuta identificare con la principessa Nass'Hya, forse la scelta del suo mecenate non si sarebbe dimostrata così priva di giudizio come aveva inizialmente temuto potesse essere.
Ogni riflessione personale in lei, dovette comunque essere obbligatoriamente posticipata, a causa dell'arrivo della sua nuova sfida, della creatura che si sarebbe dovuta ritrovare ad affrontare, quel pericolo ignoto, ma sicuramente marcato, che avrebbe dovuto superare per sopravvivere, che avrebbe dovuto vincere per guadagnarsi una speranza di vita.
« Non ci hanno ancora presentate. » riprese, non attendendosi realmente una risposta dalla controparte ma, semplicemente, cercando in quelle parole di umanizzarla, di considerarla psicologicamente suo pari per non permettere ad emozioni negative di farle perdere il controllo, di inibirla nel combattimento « Mi chiamano Figlia di Marr'Mahew… è una dea occidentale. Non so se tu ne possa mai aver sentito parlare, dato che il suo culto è relegato a piccole isole molto carine ad ovest del continente… »
Nessuna replica, naturalmente, le venne offerta dalla jinn vampira la quale, anzi, proseguì nella propria ascesa fino a giungerle innanzi, posizionandosi di fronte a lei per guardarla, per studiarla, quasi dimostrando una certa curiosità in tale comportamento.
« Ti hanno mai detto che sei incredibilmente magra?! Non è salutare una cosa del genere… quasi riesco a vederti attraverso. » commentò la mercenaria, storcendo le labbra e stringendo l'impugnatura della propria spada nella mancina, al punto tale da sbiancare le proprie nocche in tanta enfasi, pur perfettamente nascosta in quel colloquiare disteso e nella sua espressione, seria e concentrata « Non credere di poter conquistare molti uomini in questo modo... loro preferiscono le curve, sai? »
Sul fondo della sala, intanto, la situazione sarebbe potuta dirsi completamente congelata: incapaci di evadere da quella sala ma temporaneamente allontanatisi dal pericolo rappresentato da quel demone, i presenti si avvolsero in un discreto silenzio, cessando grida altrimenti inutili quasi volessero rispettare la solennità del momento in atto o, più probabilmente, forse temendo che le proprie grida avrebbero potuto attirare nuovamente la loro predatrice. Così, nell'esecuzione di una delle tecniche più diffuse in natura, di una delle strategie di sopravvivenza maggiormente attuate nel regno animale e non solo, tutti loro restarono perfettamente immobili, offrendo tutta la propria attenzione al cielo nell'assurda speranza che, in quella nuova comparsa, vi sarebbe potuta essere una possibilità di salvezza.
Anche Nass'Hya non volle violare quel silenzio, personalmente interessata a seguire con la massima premura l'evolversi degli eventi indipendentemente dalla propria salvezza: quanto le stava venendo offerto si concedeva, infatti, estremamente affascinante, mostrandole realtà per lei prima conosciute solo attraverso i canti dei bardi, le ballate degli eroi. Se solo gli dei si fossero dimostrati generosi con lei, salvandola dalla morte, e se solo lo fossero stati altrettanto con l'ignota figura verde vestita, offrendole di porre fine all'esistenza della propria avversaria, quella serata creduta tanto piatta e priva di possibilità di coinvolgimento sarebbe divenuta qualcosa di irripetibile, un evento di cui poter parlare negli anni a venire. Purtroppo il necessario utilizzo di due condizionali, in una situazione quale era la loro, si sarebbe potuto considerare a ragion veduta decisamente eccessivo per offrire spazio a pensieri ottimistici.
In verità, comunque, quanto apparve agli sguardi di tutti gli spettatori, si propose essere già una situazione esterna a ciò che tutti loro si sarebbero attesi potesse avvenire: l'algul, infatti, non si era ancora avventata contro la propria avversaria ma, quasi pacatamente, sembrava più interessata a comprenderne la natura, a studiarne il comportamento, restando immobile innanzi a lei, non levando le proprie mani artigliate verso quel petto tanto apertamente offertole. Ed il loro stupore, certamente, sarebbe aumentato se solo avessero potuto udire anche le frasi proposte dalla donna nei riguardi della propria controparte, parole non di supplica, non di preghiera, quanto, banalmente, quasi di scherno, come se ella non capisse, o non potesse comprendere, la reale entità del pericolo propostole innanzi.
« D'accordo… non avrei voluto essere tanto diretta, ma non mi offri altra scelta. » riprese la mercenaria, osservando lo spettro posizionatosi innanzi a lei con i propri occhi di ghiaccio, all'interno dei quali, al centro delle iridi, le pupille apparivano quasi totalmente perdute, ridotte alle dimensioni di una capocchia di spillo, nella tensione del momento, nella concentrazione in cui era psicologicamente giunta per essere pronta all'azione in ogni istante « So che può sembrare scortese, ma ho proprio bisogno di sapere la tua identità. Un giorno, qualche cantore di certo vorrà scrivere di questa giornata, del modo in cui sono riuscita a sconfiggerti… e mi dispiacerebbe, in tale frangente, non essere in grado neanche di spiegare che cosa fossi stata… »
Ma proprio a quelle parole, quasi non avesse ulteriore intenzione di ascoltare la voce della donna guerriero, l'algul levò entrambe le proprie mani, dirigendole con una velocità impressionante nella direzione del procace petto della donna, a dar inizio ad un nuovo letale rito di morte.
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