11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

martedì 3 novembre 2009

662


« M
idda! » intervenne ora Be’Wahr, levando la propria voce in soccorso della compagna nel mentre stesso in cui, ancora, il suo corpo stava muovendosi a ricadere inevitabilmente a terra in conseguenza della spinta del fratello « Alle tue spalle! »

Rimproverandosi per aver concesso ad un avversario occasione di spingersi contro di lei, ancor prima di domandarsi come tale nemico potesse essere stato generato a partire da un semplice cavallo, da un animale come altri scelto fra molti prima di quel viaggio, la Figlia di Marr’Mahew si voltò rapidamente, levando d’istinto la propria destra a difendere il proprio corpo, tale da porla, in tal gesto, direttamente nelle fauci del proprio avversario, sostituendola a quella che sarebbe dovuta probabilmente essere la propria testa, il proprio capo se solo non avesse agito con sufficiente rapidità, se solo non fosse stata adeguatamente avvertita dal compagno d’arme. In quel modo, però, i lunghi ed affilati denti della creatura nella quale difficile sarebbe stato riconoscere un cavallo, forse più simile, in tale muso all’ippocampo da lei affrontato e ucciso tempo prima, non trovarono la morbidezza, la debolezza che sarebbe potuta essere offerta loro dalla propria carne, quanto la durezza, la solidità del metallo che da lungo tempo aveva sostituito il suo arto perduto: surrogato di braccio e di mano sì tanto scomodo, di enorme impaccio in contesti di vita tranquilla, quotidiana, lo stesso si poneva incredibilmente efficace, efficiente in contesti bellici, in momenti di lotta quale quello imposto su di lei in quello stesso frangente, fornendole una possibilità di attacco e di difesa da ella stessa imprescindibile, inseparabile, tale da garantirle sempre un’occasione di salvezza.

« Thyres… ma quanti mostri è capace di ospitare questa terra dimenticata dagli dei?! » esclamò, osservando con freddo interesse il mostro impegnato vanamente contro il nero metallo del suo braccio, insistendo nell’imporre su di esso una pressione incredibile, sensazionale, che probabilmente lo avrebbe visto distrutto se solo non fosse stato ciò che, invece, era.
« Troppi, per i miei gusti. » rispose Howe, cercando di offrire alla creatura, contro la quale si era gettato, la propria lama dorata, a pretendere, in ciò, una vita sulla quale forse non avrebbe potuto avanzare alcuna pretesa, alcuna speranza di successo, sebbene da parte sua mai sarebbe venuto meno l’impegno a combattere per simile fine.
« Troppi per i gusti di chiunque, aggiungerei. » commentò Be’Wahr, risollevandosi da terra e, ora, gettandosi in soccorso del fratello, non per una qualche sottovalutazione delle sue capacità in quel confronto, quanto, piuttosto, forse di sopravvalutazione delle capacità della compagna nel proprio, dove da lei non avrebbe potuto attendersi nulla di diverso da una rapida vittoria, nell’ennesima riconferma di una fama, di un valore già oggetto di innumerevoli ballate « Per quanto io possa essere ignorante nell’assenza di ogni istruzione nell’arte della lettura o della scrittura, questo concetto di desolazione e abbandono si sta iniziando a porre in eccessivo contrasto con quello a cui sono abituato… »
« Dobbiamo cercare di abbatterli prima che possano prevalere su di noi. » asserì la mercenaria, preparandosi, in tal senso, a levare il proprio colpo di grazia in offesa all’animale, un profondo fendente contro lo stesso capo impegnato sul suo braccio, ancora intento nel desiderio di offenderlo, di distruggerlo.
« Pensi forse che non ci abbiamo già tentato?! » replicò, allora, lo shar’tiagho, con un evidente implicito in quella frase che non riuscì a soddisfare la compagna, che non la rallegrò, per quanto non ne arrestò, ugualmente, il gesto.

Nel momento stesso in cui la lama dagli azzurri riflessi tentò di infrangere il cranio avversario, infatti, con un movimento rapido, quasi indistinguibile allo sguardo, il cavallo, o ciò che avrebbe dovuto presumere essere tale, si ritrasse da lei, evadendo a simile attacco solo per, poi, riservarsi l’occasione di tentare un secondo approccio nella sua direzione, nuovamente mostrando ampie fauci spalancate in suo contrasto.

« Sono estremamente veloci e intelligenti questi maledetti. » osservò il biondo, storcendo le labbra e tentando, a propria volta, diversi affondi con la propria lama, il proprio coltellaccio, a discapito della propria controparte, non diversamente da quanto stava compiendo in quello stesso momento il fratello, fallendo, purtroppo, suo pari « Fossero stati tanto svelti nel condurci fino a questo posto, probabilmente avremmo già concluso quasi un mese fa. »
« Dubito che siano gli stessi animali… » osservò Howe, tentando di negare tale eventualità, dove nella sola eccezione rappresentata dal loro aspetto esteriore, difficile sarebbe stato negli stessi ritrovare le proprie cavalcature, quelle con cui si erano sospinti fino a quella landa fuori dal mondo.

Dalla propria rapida analisi, però, la donna guerriero non fu in grado di ottenere dettagli significativi, risultati decisivi utili nel comprendere contro chi o cosa stessero lottando. Quello posto in suo contrasto, al pari del compagno del medesimo impegnato ad attaccare i due fratelli, si proponeva infatti essere, in apparenza, lo stesso innocuo ed inoffensivo cavallo il cui nitrito ne aveva caratterizzato il risveglio. Nell’unica eccezione rappresentata da quegli occhi rosso vivo, simili a rubini ancor prima che a normali bulbi oculari, per quanto equini, e dalla bocca, conformata in quei denti ad apparire simile a quella di un mostro, il resto del corpo del cavallo appariva inalterato, presentante ancora, addirittura, le proprie borse, la propria coperta sul dorso, là dove erano state lasciate nel mattino precedente: impossibile, pertanto, presupporre uno scambio, una sostituzione, per quanto altrettanto impossibile sarebbe stato ipotizzare che i propri avversari fossero quanto sembravano essere.

« Mi spiace esser io, ora, ad agire qual voce fuori dal coro, ma temo proprio siano gli stessi, per quanto orrendamente mutati… e gettati in nostro contrasto. » affermò pertanto, disapprovando in tal risultato tanto l’obbligo di doverli abbattere, quanto la natura stessa di quella trasformazione, che li aveva privati di validi alleati, imponendo su di loro temibili avversari « Il nostro vero nemico, chiunque sia, deve essere realmente dotato di enormi poteri… »
« Con rispetto per tale considerazione, probabilmente corretta, credo che per il momento sarebbe meglio non preoccuparci in tal senso. » suggerì lo shar’tiagho, cercando di disimpegnarsi dalla propria controparte solo per tentare di spingere i propri attacchi in una diversa direzione, di cambiare la tattica fino a quel momento risultata inefficace nel confronto con quel mostro.
« Effettivamente concordo… » annuì la mercenaria.

Schivando ancora una volta l’essere in propria opposizione e nuovamente cercando di offenderlo con la propria lama, Midda non riscosse alcun successo, forse inevitabilmente, in maniera assolutamente attesa. Lontana dal lasciarsi abbattere, psicologicamente, per tal insuccesso, però, subito dopo ella spinse il proprio baricentro ad abbassarsi improvvisamente, a portarsi in prossimità del suolo, per aprirsi, in ciò, la possibilità di dirigere la propria attenzione ora verso le lunghe zampe della stessa, più scoperte, più indifese rispetto al resto di quella struttura, là dove, anche in un’azione di guerra, avrebbe probabilmente rivolto il proprio attacco per contrapporsi ad un avversario a cavallo nel momento in cui ogni altra tattica avrebbe potuto prevedere un chiaro fallimento.
Fu proprio allora che, però, un nuovo colpo di scena la colse del tutto di sorpresa, ritrovandola impreparata come solo sarebbe potuta essere una comune mortale in contrasto a poteri superiori a qualsiasi sua immaginazione, a qualsiasi sua possibilità di comprensione e di giudizio su una realtà a sé estranea e sulle sue particolari dinamiche. Nello stesso momento in cui la sua lama sarebbe dovuta andare ad impattare sulle membra avversarie, spezzandone gli arti anteriori e costringendola, così, all’immobilità, la creatura si sollevò sulle zampe posteriori, non in conseguenza di un semplice imbizzarrimento, ma in conseguenza di una nuova e stupefacente mutazione, che, sotto gli occhi dell’ora inerme Figlia di Marr’Mahew, vide gli zoccoli anteriori mutare in grosse e nerborute mani umanoidi e quelli posteriori in possenti piedi, atti a garantire, in tal modo, non solo al proprio possessore la facoltà di muoversi qual un essere umano, una creatura bipede, ma anche di proporre, con violenza, un nuovo attacco verso di lei, nella volontà di schiacciarla al suolo non diversamente da semplice insetto.

lunedì 2 novembre 2009

661


B
enché reduce da uno stato di sonno, la Figlia di Marr’Mahew reagì immediatamente a tal suono, d’istinto ancor prima che razionalmente, aprendo i propri occhi di ghiaccio e balzando in piedi, ad assumere una postura di guardia nel porre il proprio destro metallico innanzi al corpo, qual scudo, e nello stringere la lama nella propria mancina, pronta all’offesa. Il nitrito di un cavallo non avrebbe dovuto, in verità, suscitare tanto sospetto, tanto timore, se non che, in effetti, alcun cavallo avrebbe dovuto essere loro prossimo, alcun equino sodale avrebbe dovuto permanere nelle loro vicinanze: un assioma che, purtroppo, si pose subito qual contraddetto, qual negato, dall’evidenza dell’incontestabile presenza di non uno, ma entrambi i loro quadrupedi compagni, intenti nell’osservarli come fosse stata la condizione più consueta che mai ci si sarebbe potuti attendere.

« Howe… Be’Wahr… sveglia, dannazione! » esclamò, allora, rivolgendosi ai compagni nella necessità di comprendere in quali condizioni essi potessero riversare in quel momento, ancor prima di focalizzare la propria attenzione al resto dell’ambiente attorno a sé e ai pericoli che questo avrebbe potuto riservare loro.
« Sì… ancora un istante… » propose Howe, con voce impastata ed occhi capricciosamente chiusi, evidentemente vittima in maniera particolare del torpore nel quale si era lasciato precipitare, del sonno che si erano concessi forse con eccessiva imprudenza, a conti fatti.

Nonostante tanto sospetto, però, alcun pericolo si parò innanzi allo sguardo della mercenaria. Al contrario, l’intero paesaggio le si donò innanzi quale estremamente tranquillo, sereno, imperturbato, così come quello nel quale il giorno precedente si erano risvegliati, prima ancora di iniziare ad addentrarsi in quella vallata, di muoversi in direzione del loro obiettivo. Una rassomiglianza tutt’altro che casuale, in verità, dove, dopo un effimero istante di incertezza, ella si rese conto di essere effettivamente ed esattamente là dove i suoi compagni e lei avevano deciso di pernottare, non tanto la sera antecedente, quanto piuttosto quella prima ancora. Non all’interno della valle si ponevano essere ora, pertanto, quanto piuttosto all’altezza del valico ove erano poi stati, nuovamente, lasciati soli i cavalli, al fine di non porli in pericolo nel condurli al proprio seguito. E, in conseguenza di ciò, non la presenza di quella coppia di animali avrebbe dovuto essere considerata fuori luogo in quell’inquietante situazione, quanto piuttosto la loro stessa, dove essi avrebbero dovuto essere già a una giornata di cammino da quel punto, da quel campo che avrebbero dovuto considerare quale, ormai, abbandonato.

« Be’Wahr! » insistette la donna, richiamando il nome del biondo ove proprio a lui sarebbe dovuto spettare quell’ultimo turno di guardia, compito al quale evidentemente non aveva correttamente ottemperato, nell’aver concesso a tale spiacevole eventualità di poter essere « Howe… svegliatevi, per la grazia di Thyres! »
« Che c’è?! Che accade?! » esclamarono, allora, quasi contemporaneamente, i due fratelli, nel riprendersi dai rispettivi stati di riposo, di torpore.
« Abbiamo perso un’intera giornata di cammino… » commentò la mercenaria, storcendo le labbra e continuando ad osservarsi attorno, con circospezione, nonostante apparentemente non si stesse mostrando loro alcuna minaccia « … e non riesco a comprendere come. »
« Ma… » esitarono entrambi, gettando poi anche i propri sguardi attorno a sé, per cercare di comprendere a cosa l’altra potesse star offrendo riferimento, restando immediatamente, a loro volta, contraddetti nel prendere visione di quanto loro presentato innanzi « … per Lohr. »
« Be’Wahr… cosa è accaduto? Ti sei addormentato?! » richiese Midda, con tono chiaramente retorico nel sottolineare l’ovvio, pur senza volontà di inquisizione nei riguardi del biondo, quanto piuttosto per semplice desiderio di comprensione, di analisi sugli eventi che dovevano averli trovati involontari protagonisti.
« No. Non ricordo. Sì. Non lo so. » rispose, confuso, cercando di comprendere cosa potesse essere successo, non riuscendo purtroppo a focalizzare i propri ricordi sui passato estremamente prossimo.
« Per Lohr. Ti sei addormentato… » lo attaccò, altresì, il compagno fraterno, non evitando alcuni ingenerosi improperi in sua direzione, a rimprovero per tale mancanza « … non ci posso credere. Neppure un semplice compito di sorveglianza ti riesce, ora? » concluse, guardandolo sconsolato.
« Ero sveglio… e non sentivo sonno. » tentò di difendersi Be’Wahr, senza però eccessiva convinzione in tali parole, consapevole di essersi effettivamente appena risvegliato al pari dell’altro « Ma… non riesco a ricordare cosa sia successo di preciso. Se non mi fossi destato in questo stesso momento, non potrei accettare l’idea di essermi addormentato. Perché sono convinto di non essermi addormentato. »
« Sei incredibile… passino le tue fobie nei confronti dei rettili… passino le tue remore nello schierarti in contrasto a dei cani… passi tutto questo e molto altro ancora. Ma… »
« Non so cosa sia accaduto. Ti dico che ero sveglio! » insistette il biondo, non gradendo quel continuo attacco nei suoi confronti, non volendo essere giudicato qual unica causa di quanto occorso.
Prima che, però, lo shar’tiagho potesse continuare con altri insulti alla volta del fratello, senza rabbia quanto, piuttosto, in naturale ricerca di sfogo, fu la donna guerriero a pretendere nuovamente parola, frapponendo si fra i due al solo scopo di dichiarare la realtà evidente, per quanto spiacevole, in tale situazione: « Calmati Howe. Tuo fratello non avrebbe potuto fare molto in nostra difesa fosse persino stato privato delle palpebre e, con esse, della possibilità di dormire in maniera naturale: è chiaro come siamo stati nuovamente vittima di un qualche incantesimo. »

In virtù degli eventi di quegli ultimi giorni, indubbio sarebbe stato come un potere mistico, una stregoneria sconosciuta, stesse proteggendo la nera piramide in contrasto a chiunque avrebbe mai potuto risultarne avversario, nemico, quali del resto, senza ipocrisia o retorica, essi stessi erano nel ruolo di conquistatori, nella volontà di occupazione della medesima. Illudersi, pertanto, di poter attribuire ogni responsabilità solo nella direzione di Be’Wahr, o di chiunque altro fra loro sarebbe potuto essere al suo posto, sarebbe stato un comportamento estremamente sciocco e superficiale, compromettente per tutti loro ancor prima che utile in qualsiasi possibile direzione.
Così, accettando l’evidenza di quei fatti, la trasparenza di quelle incontestabili parole, anche Howe non poté fare altro che calmarsi, lasciando scemare l’ardore dimostrato in opposizione al compagno di sempre giusto in tempo per prendere coscienza di un pericolo incombente sul medesimo e, in ciò, intervenire nella sola ed imprescindibile volontà di salvargli la vita…

« Attento, Be’Wahr! » gridò, sguainando la propria spada e spingendo da parte il fratello.

Là dove, infatti, alle spalle del biondo mercenario, un istante prima, era stato il cavallo un tempo appartenutogli, una delle due sole bestie salvatesi dallo sguardo dello scultone, ora un orripilante mostro si stava ergendo con fiera possanza, mostrando dietro apparenze ancora equine due occhi di sanguigni e una dentatura formata da lunghi e sottili denti aguzzi, prorompenti nella propria pericolosità da sotto le labbra dello stesso, da una bocca apertasi con intenti inequivocabili e mortali. Un solo istante di esitazione in Howe, probabilmente, avrebbe avuto qual conseguenza inevitabile la decapitazione dell’altro, nel richiudersi di quella tremenda dentatura attorno all’intero capo dello stesso, non diversamente da come avrebbe potuto operare un drago o, tutt’al più un cerbero, ma non di certo un comune cavallo quale il loro sarebbe dovuto essere.
E non qual fenomeno singolare quella mutazione improvvisa, inattesa e letale, si impose all’attenzione dei tre mercenari, ancora sconvolti per l’improvviso cambio di locazione attorno a loro, per il risveglio avvenuto in un ambiente completamente diverso da quello che avevano salutato prima di porsi a riposo, dove anche il secondo animale, vittima di una similare maledizione, si impose non diversamente dal primo, attentando alla vita della donna guerriero, dirigendo a sua volta la propria attenzione, la propria vorace foga, verso il capo ornato da disordinati capelli corvini e glaciali occhi azzurri, con l’intento di farlo proprio, di ucciderla in un gesto sì plateale e, pur, tremendamente efficace.

domenica 1 novembre 2009

660


A
l di là di ogni proposito nel merito di una rapida azione, di un’immediata rivalsa nei confronti della nera piramide dalla quale le blatte si erano levate in volo per attaccarli, i tre guerrieri non proseguirono immediatamente nel cammino ormai chiaro innanzi al loro sguardo, nella discesa di quel crinale verso l’obiettivo finale della loro missione, preferendo rinviare tale possibilità, simile occasione, al giorno seguente, sebbene ancora qualche ora di luce avrebbe caratterizzato quella giornata, quel pomeriggio tutt’altro che già terminato.
Altri avventurieri, al loro posto, forse avrebbero preferito evitare un pernottamento sulla cima di quel crinale, sul passo stesso fra quei vulcani, fra quelle alte forme, là dove palesemente offerti a qualsiasi possibile nemico, fosse anche il semplice ritorno degli scarafaggi giganti. Perfettamente consapevoli di ciò, del rischio che avrebbe potuto gravare sulle loro esistenze, sulla loro vita in una tale scelta, i membri di quel piccolo ma affiatato gruppo valutarono comunque preferibile, più saggio, non ignorare l’occasione di riposo che stava venendo loro proposta in tale momento, ove, in caso contrario, avrebbero seriamente rischiato di ritrovarsi a rimpiangerla a posteriori, di pentirsi tardivamente di simile decisione. Per quanto desiderosi, infatti, di poter tornare rapidamente alla confusione caotica di una città, al chiasso indicativo di vita altresì non presente in quelle lande di morte, entro i confini della Terra di Nessuno, alcuno fra loro si sarebbe potuto dimostrate tanto sprovveduto, tanto ingenuo, nell’esperienza che pur li caratterizzava tutti quanti, da porsi in confronto con una realtà di tali proporzioni, tanto antica e pur evidentemente ancora protetta da arcane volontà, sì in prossimità con il prossimo tramonto, sì provati, nelle proprie energie, da una notte praticamente priva di riposo e da un’intensa giornata di cammino e lotta alle spalle. Proprio per tal ragione, quindi, allo stesso modo in cui erano retrocessi in seguito alla vittoria contro lo scultone, sebbene tanto faticosamente essi avessero conquistato quel breve tragitto verso la propria meta finale, ancora essi preferirono tornare sui propri passi, per ritrovare i propri cavalli e, con gli stessi, viveri e acqua con i quali dissetarsi e sfamarsi, rigenerando le forze loro venute obbligatoriamente meno. E senza mancare di imporsi rigidi turni di guardia, al fine di minimizzare la possibilità, da loro tutt’altro che negata, tutt’altro che ignorata, di poter essere colti di sorpresa, dal momento in cui, ormai, la loro posizione appariva tanto scoperta, tanto evidente innanzi alla maestosità della stessa piramide, essi si vollero addirittura riservare un’occasione concreta di sonno, nella quale lasciar sprofondare corpo, anima e cuore, e, in questo, permettere alle proprie menti di riconquistare la freschezza, la lucidità necessarie a garantire, nella giornata seguente, il confronto finale con la ragione del proprio stesso incarico.
Ma, dove anche, nonostante ogni premura, essi sarebbero potuti essere ugualmente colti di sorpresa, così come era accaduto con i serpenti nella nottata precedente, dove anche si proposero più che pronti ad affrontare qualsiasi genere di insidia, lasciandosi addormentare con le armi strette in mano per maggiore prudenza, alcuna minaccia parve turbarli nel corso di quella notte, alcun nemico si predispose pronto a contrastarli, a negare loro l’occasione di assistere al ritorno del sole al mattino seguente.

« Non so se trovare ragione di rallegrarmi o di preoccuparmi in tutto questo… » commentò Howe, in riferimento a tale particolare condizione, alla quiete loro riconosciuta in quelle ultime ore « Forse sarebbe stato meglio ritrovarsi nuovamente circondati da serpenti, piuttosto che incerti sull’eventualità di essere già in trappola e non essercene ancora accorti. »
« Personalmente disapprovo. » non mancò di sottolineare Be’Wahr, con sincerità e naturalezza, rabbrividendo al solo pensiero di una simile possibilità « D’altronde non credo che alcun dio abbia mai sancito l’impossibilità a godere di una tranquilla notte di riposo per un mercenario in attività… o erro? »
« Quante tranquille notti di riposo solitamente ci sono mai state donate in questo genere di situazioni?! » richiese l’altro, con definita retorica, in replica a quella che non mancò di giudicare quale un’ingenuità nel fratello « Siamo onesti… e preoccupiamoci di conseguenza. »
« Mmm… » sorrise Midda, con malizia e divertimento ad un pensiero evidente conseguenza di quell’ultimo minaccioso avvertimento offerto dal compagno « E se, magari, il nostro ipotetico avversario, umano o no che egli o ella, esso o essa, sia, avesse volontariamente scelto di imporci una notte di riposo senza alcuna minaccia solo allo scopo di vederci, il mattino seguente, torturare nel dubbio di quanto potrebbe esser accaduto e, in verità, non è stato?! »
« E’ questo che pensi sia accaduto? » domandò lo shar’tiagho, dimostrandosi per un lungo istante in dubbio per simili parole, per l’asserzione pur tanto chiaramente formulata alla sua attenzione.
« Non ho prove in appoggio di tale ipotesi… così come non ne ho in negazione di essa. » scosse il capo ella, sollevando e abbassando le spalle nel voler definire la propria impossibilità ad offrire risposte chiarificatrici al compagno, nonostante richieste dal medesimo « E nell’impossibilità a definire tanto un pericolo, quanto l’assenza dello stesso, preferisco evitare di incedere troppo su pensieri così negativi, al fine di non lasciarmi dominare da inutili, se non addirittura insani, timori in tal senso. »
« Si chiama paranoia… e normalmente eri solita considerarla una delle tue qualità principali. » osservò l’interlocutore, storcendo le labbra « Da quando non riesci più ad apprezzarla? »
« Come ogni qualità, anche la paranoia deve essere commisurata alla situazione. » negò ella, tutt’altro che disprezzandola « Credi, forse, che avrei mai potuto ottenere un qualsiasi risultato, nella mia carriera, se mi fossi lasciata dominare da simile eccesso di prudenza, tale da impedirmi qualsiasi azione? »
« E dai, fratellone. » intervenne il biondo, prendendo parola prima che l’altro potesse rispondere nuovamente, prolungando ancora quello scambio di opinioni « Siamo tutti concordi con il fatto che ti riesca stupendamente interpretare il ruolo della voce di dissenso ad ogni decisione, ad ogni scelta da intraprendere. Ma ora stai un po’ esagerando. »
« Come preferite… ma poi non dite che non vi avevo avvisati. » si arrese, levando le mani a dichiarare tale sentimento, simile capitolazione.

Lasciati nuovamente da parte i propri animali, affinché essi non potessero essere d’intralcio e, soprattutto, affinché non potessero correre rischi, i tre ripresero finalmente il cammino precedentemente interrotto e rimandato, ridiscendendo con passo convinto, camminata rapida e leggera, lungo il crinale del vulcano, per conquistare maggiore vicinanza alla piramide. E più la distanza fra loro e il loro obiettivo andava a diminuire, più quest’ultimo sembrava ingrandirsi, aumentare di mole, di dimensioni, schiacciandoli sempre maggiormente sotto la propria immensità, nel confronto con una realtà di quel genere.
In ciò, quindi, dopo quasi un’intera giornata in cammino senza alcun ulteriore imprevisto, senza più alcuna azione in loro contrasto, essi poterono dichiararsi semplicemente avvicinati alla meta desiderata, senza pur, ancora, riconoscersi in grado di raggiungerla, di sfiorarla, come, forse troppo entusiasticamente, avevano considerato di poter compiere prima di scontrarsi con simile, avversa realtà. Quell’insuccesso, pur accolto con fredda indifferenza dal gruppo nel non volerlo considerare ancora tale, avrebbe in effetti potuto compromettere il successo dell’intera operazione, dal momento in cui, privati dei loro equini sodali, le riserve di cibo e acqua, che i tre erano stati in grado di condurre al proprio seguito, non avrebbero potuto garantire loro troppi giorni di marcia come quello appena concluso, costringendoli, se i risultati avessero ancora tardato a giungere, a ritornare sui propri passi prima di condannarsi irrimediabilmente nell’inseguimento di quell’effimera chimera.

« Speriamo che domani possa essere un giorno migliore… » augurò la mercenaria, prima di affidarsi ad un nuovo momento di sonno, ora non necessario come era stato nella giornata precedente, ma pur utile a mantenerla ugualmente pronta all’azione, perfettamente lucida per poter affrontare qualsiasi eventualità.

Purtroppo, però, tale auspicio non ebbe possibilità di trovarla soddisfatta al mattino seguente, quando ella si ridestò o, nello specifico, fu risvegliata dal solo suono che non avrebbe dovuto poter essere in grado di udire, dal solo suono che non avrebbe immaginato di poter ascoltare all’alba di quel nuovo giorno, nella consapevolezza di quanto lontani avrebbero dovuto ormai essere da un perimetro utile a garantire simile possibilità: il nitrito di un cavallo.