11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 3 gennaio 2010

723


« M
io sposo… che accade? » domandò una voce femminile ben nota al signore di quella torre, richiamandone l’attenzione.

Quasi ella fosse stata evocata dal suo stesso pensiero, Nass’Hya Al-Sehliot, un tempo principessa di sangue del regno di Y’Shalf, fuggita dalla propria famiglia e dal proprio retaggio solo per inseguire la follia di un sogno d’amore capace di condurla fino a quella città per abbracciare il ruolo per lei ora proprio accanto a lord Brote, comparve inaspettatamente all’interno di quelle stanze, conducendo con sé il proprio innegabile splendore, la propria beltade più che degna del titolo di sposa del sultano al quale sarebbe potuta ascendere se solo non avesse abbandonato il proprio Paese per espatriare in una terra da sempre nemica dello stesso.
Due profondi occhi neri e chiara pelle candida nella propria purezza, quasi simile a finissima porcellana, erano stati i primi particolari che ella aveva concesso, tempo prima, all’attenzione della propria rapitrice, Midda Bontor, nel comparire innanzi a lei coperta da capo a piedi da un pesante burqa, castigante per le sue forme, per la sua femminilità, e pur obbligatoriamente proprio di un estremismo religioso da lei mai accettato e pur imperante entro i confini y’shalfichi. Ora, accanto a simili, ammalianti particolari pur costanti, pur naturalmente inalterati a caratterizzarne l’identità, una figura più completa, finalmente libera di mostrarsi in tutta la propria piena essenza, era quella offerta allo sguardo del proprio compagno e sposo, non più costretta da limiti accettati unicamente per convenienza ancor prima che per fede così come era stato per lunghi, lunghissimi anni nel corso della sua precedente, e ormai quasi dimenticata, esistenza.
Il suo viso, dolcemente tondeggiante, si presentava ornato da un naso delicato nella propria presenza, non eccessivamente grande e pur non troppo sottile, con una punta tondeggiante appena rivolta verso l’alto, e da labbra sì carnose se pur non eccessive nelle proprie forme, nelle proprie proporzioni, tali da attrarre inevitabilmente l’interesse di qualsiasi ipotetico osservatore senza però risultare, in ciò, quali volgari, e, anzi, estremamente eleganti. I suoi capelli, lunghi e fluenti, mossi, quasi tendenti al riccio in maniera naturale, contornavano tale volto dimostrandosi quali affidati tutt’altro che al caso, nell’essere, anzi, stati accuratamente pettinati, ordinati con cura, in modo tale da formare, ai lati delle tempie, due sottili trecce fra loro contrapposte, riunite poi dietro alla nuca a mantenere tutti gli altri tirati dietro le orecchie della donna, così da non offrirle possibilità di ostacolo nei propri gesti, nei propri movimenti, nonostante questi si spingessero, nella loro abbondanza, addirittura a sfiorare la forma dei glutei della loro proprietaria con le proprie punte.
Il corpo, al di sotto del suo capo, si mostrava praticamente nudo e disadorno tanto nel proprio elegante e tornito collo, quanto nelle sue spalle e nelle sue braccia, lunghe e sottili nelle proprie forme, mostrando la prima presenza di un qualche abbigliamento solo all’altezza dei seni, proporzionati e sufficientemente ricchi nelle proprie forme, mantenuti sollevati ad apparire ancor più pieni, ancor più abbondanti, dalle forme rigide di un bustino, in tonalità principalmente di color amaranto e pur finemente decorate con ricchi e ordinati innesti d’oro, a creare fantasiosi motivi tanto sulle coppe dei seni, quanto su tutto l’addome, scendendo fino all’altezza dei fianchi. Attorno alla sua vita, poi, una tripla cintura dorata, conformata nei primi due giri in placche di forma quadrata presentanti al loro centro magnifici rubini, e nel terzo in una semplice catenella di nobile metallo, si presentava a chiusura di una gonna in tonalità fra il rosso e il castano, lunga ai fianchi e sul retro di quel corpo e, altresì, corta nella sua parte anteriore, tale da garantire visibilità su meravigliose gambe trasudanti femminilità in ognuna delle proprie forme, dalle cosce alle ginocchia, per proseguire fino ai piedi, piccoli ed eleganti al pari del resto della sua intera figura. Attorno a quei polpacci, un intreccio di lacci violacei si presentavano quale naturale prosecuzione di comodi sandali da lei indossati, appena utili, in tal senso, a separare la pianta dei suoi piedi dal pavimento sotto di essi e, non di certo, a offrirle una qualche protezione di sorta.
Unici gioielli presenti attorno a una figura già regale per propria stessa natura, principesca in virtù della propria straordinaria magnificenza ancor prima di un qualche diritto di sangue, erano solo una sottile catenina dorata adagiata attorno al suo capi, reggente al centro della sua fronte una piccola cascata ancora di rubini, e due orecchini rotondi, appesi ai lobi delle sue dolci orecchie. Presenze semplici, tutt’altro che eccessive, utili a confermare, ancora una volta, l’eleganza da lei dimostrata, ammaliante, sensuale e pur mai volgare, mai tale da poterla confondere con una semplice prostituta fra le tante che pur affollavano le mura di quella capitale.

« Nass’Hya… amor mio. » si voltò egli, rapido, verso di lei.

Nel riconoscerla ancor prima di vederla, lord Brote lasciò scomparire fra le pieghe del proprio mantello lo stiletto appena adoperato, ancor sporco di sangue, il quale parve svanire in quelle forme studiate apposta per contenerlo, per celarlo, con la stessa semplicità con il quale aveva prima imposto la propria presenza. Un gesto, quello sì proposto, derivante non tanto nella volontà di celare, con esso, la propria effettiva natura alla sposa, perfettamente a conoscenza di ogni pur minimo segreto del proprio compagno, in una totale comunione voluta da entrambi, quanto più, quasi, nel timore di offenderne lo sguardo con tale spettacolo.

« Non è tua abitudine agire con tanto impeto, con tanta violenza in queste camere. » osservò ella, non dimostrando il benché minimo turbamento per la morte del malcapitato, ucciso senza la benché minima esitazione dal proprio sposo e signore « Cosa accade, marito mio? E’ stato, forse, egli latore di una spiacevole novella? » richiese, con tono quasi retorico, nell’ovvietà di tale condizione, mirando con le proprie parole non tanto a una conferma in tal senso, quanto più alla comprensione nel merito della causa di tanta ira nel compagno, solitamente più freddo e controllato nella gestione dei propri affari.
« Nel momento in cui il mio cuore è affranto da simile notizia, la mia mente teme l’idea di condividerla con te, mia signora. » replicò egli, avvicinandosi rapido all’interlocutrice, per ricercarne il dolce tocco delle mani con le proprie, chiaramente necessitante conforto da lei in un momento tanto grave « Un lutto, mia sposa… un grave lutto ha appena gettato la propria funesta ombra sulla nostra famiglia. »

E nel mentre in cui la principessa non mancò di offrire le proprie mani al marito, così come da lui ricercato, da lui quasi supplicato, il suo sguardo per un istante si perse, nell’analisi di quell’asserzione e delle pesanti conseguenze da essa derivanti, comprendendo immediatamente a cosa… a chi lo sposo avrebbe mai potuto riferirsi e, ciò nonostante, ritrovandosi impossibilitata ad accettare tale idea, simile possibilità.

« Se è uno scherzo, ti avviso che il mio senso dell’umorismo preferisce argomenti estremamente diversi da questi. » negò ella, storcendo le labbra verso il basso, osservando con dubbio, quasi con paura, l’altro, mentre il movimento del suo petto, ora accelerato, offrì chiara riprova di un’inquietudine crescente in lei, un timore a dir poco devastante per l’eventualità in cui tale novella avrebbe potuto trovare conferma « Non lei… non può essere. »

Sebbene, nonostante la sua età, nonostante i lunghi anni trascorsi lontano dai campi di battaglia, Brote non avrebbe avuto esitazione alcuna a gettarsi a capo chino nel cuore di una guerra, armato solo di una rozza e disarmonica spada e di uno povero scudo in legno, là dove il suo animo di guerriero si imponeva pur inalterato, sempre uguale a se stesso e, in ciò, a quello del giovane che un tempo era riuscito a conquistare il diritto a quel ruolo di comando all’interno della città del peccato, di fronte allo sguardo sconvolto della propria sposa, della propria compagna, la sua voce non ebbe coraggio, non ebbe forza di offrire alcuna espressione, alcuna conferma o negazione, a quanto da lei pur suggerito, chiaramente compreso, lasciando al proprio silenzio e alla stretta delle proprie dita attorno a quelle amate l’ingrato compito di risponderle, di comunicarle la morte di colei che pur si sarebbe potuta considerare, per lei, una fra le poche, sincere amiche della sua intera esistenza, se non, addirittura, unica certa ancora di salvezza oltre a quella rappresentata dal proprio sposo, nel suo essere, dopotutto, straniera in terra nemica.

sabato 2 gennaio 2010

722


R
apido quel proclama stava correndo per le vie della capitale, trasmesso di voce in voce, di persona in persona, come un’incredibile malattia infettiva impossibile da arginare. Tale, del resto, sarebbe dovuto essere considerato il principale, se non l’unico, immediato sistema lì presente per la diffusione delle notizie, delle cronache degli eventi che avrebbero potuto interessare chiunque e, senza dubbio alcuno, senza incertezze di sorta, quell’annuncio, quel comunicato, non avrebbe mai potuto trovare qualcuno quale privo di curiosità e di stupore. Ma se, proprio attraverso simile via, le gesta della stessa mercenaria di cui ora tutti stavano asserendo la morte certa, avevano sempre trovato occasione di pubblica informazione in passato, venendo puntualmente stravolte nei loro fondamentali dati, nelle cifre dei nemici da lei abbattuti e, ancor più, nella natura stessa dei medesimi, in quel funereo dispaccio nulla di più di quella secca affermazione stava venendo coinvolta, rendendo il tutto, paradossalmente, più realistico, più credibile, di un’accurata descrizione delle modalità della sua morte.

« No! » esclamò con foga lord Brote, dall’alto della propria torre, sì informato a sua volta da uno fra gli innumerevoli uomini preposti al suo servizio, sostanzialmente una fetta tutt’altro che inconsistente dell’intera città quale conseguenza di un’equa spartizione con gli altri signori locali di tutto il territorio della capitale.
« E’ così, mio signore. » insistette l’ambasciatore di tale spiacevole novella, temendo per la propria stessa esistenza nell’essere stato sfavorito dalla sorte e, in ciò, insignito del tragico compito sì ottemperato.

Paura tutt’altro che retorica, quella che animava l’animo di quel povero malcapitato, là dove si poneva perfettamente consapevole, conscio, di come l’uomo eretto innanzi a sé, apparentemente quieto, tranquillo nel proprio portamento e nei propri modi di fare, avrebbe potuto, senza esitazione, senza il minimo rimorso, sfoderare una lama prima celata e decapitarlo di netto, quale appassionata reazione a una novella per lui inevitabilmente spiacevole.
Non semplice damerino, inerme e, addirittura, attempato rappresentante di un’antica dinastia sovrana in Kofreya, Brote avrebbe dovuto essere considerato, dal momento in cui, accanto al proprio nome, in verità, alcun titolo nobiliare, alcuna carica signorile, avrebbe mai potuto essere riconosciuta da parte di coloro che di simili fregi avrebbero realmente potuto farsi vanto. Al contrario, un tempo mercenario, assassino, ladro e molto altro ancora, con i propri quattro decenni e più di esistenza mortale egli era riuscito non solo a sopravvivere fino ad un’età più che invidiabile, normalmente preclusa ai più, ma aveva avuto anche successo nel riservarsi, non per un diritto di sangue ma per concreto merito, reale abilità, all’interno della città del peccato un ruolo di comando, un potere terreno fondato su sincero rispetto e sostanziale paura nei propri subordinati, entrando, in ciò, a pieno titolo nella schiera dei veri signori di quella città priva di leggi, esterna a qualsiasi possibilità di controllo del monarca o di suoi feudatari al pari delle altre capitali kofreyote.

« Già qualche mese fa è stata prematuramente diffusa notizia della morte della mia prediletta. » negò, storcendo le labbra con rabbia malcelata « Non desidero offrire spazio a tale blasfema… non fino a quando non mi sarà presentato, innanzi allo sguardo, il suo corpo privo di vita. »
« Ma… mio signore. Questa volta il suo corpo è sì presente… »

Fra lord Brote e Midda esisteva, ormai da lunghi anni, un legame particolare, ritrovando proprio in quell’uomo, in quella figura, uno fra i principali e ricorrenti mecenati della donna guerriero. Ella, per quanto mercenaria, mai si era riservata abitudine a restare fedelmente al servizio di un unico padrone, bramosa di poter, effettivamente, godere della propria autodeterminazione, della propria libertà, così come non sarebbe mai stato altrimenti offerto a un semplice soldato regolare, ad una guardia personale stabilmente impiegata a protezione di un solo obiettivo. Ciò nonostante, proprio in quell’uomo, nell’incontro con quel signore, ella aveva avuto occasione di esser riconosciuta nel proprio ruolo di mercenaria, di avventuriera, di combattente in un’epoca in cui, ancora, il suo nome non era noto, la sua fama doveva ancora essere conquistata.
Molti anni prima, nessuno, fatta eccezione proprio per Brote, ancora agli esordi della propria ascesa sociale in Kriarya, aveva accettato con serietà l’idea che una giovane dalle forme tanto piacevoli, generose, abbondanti addirittura, con seni caratterizzati da una ricchezza sconosciuta alla maggior parte di altre donne, avrebbe potuto impiegarsi quale mercenaria al di fuori dei limiti propri di un letto. E, così, colei che poi aveva avuto modo di essere addirittura conosciuta con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, mai dimentica di tanta perspicacia in lui e continuamente e adeguatamente stimolata da nuove imprese sempre oltre i limiti dell’umano ardire, era rimasta, comunque, tanto fedele a tale figura da accettare di agire, in predominanza, proprio ai suoi ordini, ricevendo, del resto, da lui sempre il giusto rispetto tanto a livello umano, quanto a livello economico.

« Bada bene che la mia pazienza, per quanto ampia, non è priva di limiti. » avvertì l’uomo, fissando i propri occhi divisi fra sfumature di azzurro e grigio, dotati di un’energia, di una forza fuori dal comune, nella direzione del proprio interlocutore « Misura attentamente le parole di cui ti stai facendo carico, perché potrebbero essere le ultime che pronunci. »
« Lord Brote… » gemette l’altro, ritraendosi appena, in un naturale affetto per la propria vita e nella conseguente ritrosia al pensiero di vedersene privato « E’ accaduto questa notte, nella locanda ove era solita trovare rifugio ad ogni occasione di ritorno in città. »
« E…? » insistette, avanzando verso la fonte di tanto spiacevole comunicato « Cosa è accaduto?! »
« Sembra… sembra che sia stata aggredita nel sonno. » sussurrò il disgraziato, desiderando, in quel frangente, di non essere lì presente, di non aver avuto la sciagura, altresì propria, derivante da quell’incarico di messaggero, maledicendo, in ciò, i propri compagni per averlo, sicuramente, imbrogliato, ingannato, facendo in modo di manipolare l’estrazione a suo esclusivo svantaggio « E’ stata… trafitta da una spada. E poi, il suo corpo è stato dato alle fiamme: una parte consistente del piano superiore dell’edificio è bruciato insieme a lei… »
« Il corpo è quindi andato perso fra le fiamme? » incalzò il signore, spingendo, semplicemente con la propria presenza, con il proprio movimento, l’interlocutore verso una parete della stanza dove lo aveva ricevuto « Non sono rimaste prove utili a identificarla con certezza? E’ solo un sospetto quello che stai cercando di impormi qual verità? »
« N-no… mio signore. » negò l’altro, mostrando una fronte madida di sudore, tempie pulsanti in conseguenza di un battito tanto accelerato da far temere potesse esplodergli il cuore in petto da un momento all’altro, tanta la tensione da lui vissuta in quel momento « Purtroppo il corpo, pur quasi completamente carbonizzato, è stato ritrovato. E il suo braccio des… »

Quella frase, quella testimonianza di concreto riconoscimento della vittima di quell’attentato, di quell’assassinio, non ebbe però possibilità di giungere a conclusione, dal momento in cui, dando atto ai timori propri dello sfortunato ambasciatore, la lama di uno stiletto parve comparire dal nulla, emergendo dalle pieghe proprie dell’ampio e regale manto rosso e verde indossato da lord Brote, solo per andare a recidere, con un movimento netto, la gola sì presentatagli, sì offertagli, a sfogare, in tal modo, la rabbia derivante da quell’annuncio, da quel lutto assurdo e inaccettabile sotto ogni profilo.
In quel momento, il signore di quella torre, non aveva perduto solo una fra le sue migliori collaboratrici, per lui ragione di vanto innanzi al mondo intero in conseguenza dei tesori, delle reliquie, grazie a lei giunte in suo possesso: egli aveva, probabilmente, anche perduto una delle sue più fedeli compagne di vita, là dove, sebbene mai fra loro fosse stata una qualche relazione, sentimentale o, banalmente, sessuale, ella avrebbe dovuto essere considerata quale la sola e costante presenza nella sua vita in quegli ultimi anni, più di qualsiasi effimera compagna di letto, più, paradossalmente, della propria stessa moglie, sopraggiunta nella sua vita, del resto, solo da troppo poco tempo per poter sperare di competere con il ruolo altresì proprio di colei che, fra le altre cose, aveva addirittura permesso quello stesso matrimonio.

venerdì 1 gennaio 2010

721


D
a sempre il mese di Phau, ultimo della stagione estiva, sembrava in grado di proporsi nel confronto con l’animo degli abitati del regno di Kofreya quale carico di una malinconia sconosciuta agli altri mesi, persino a quelli invernali pur carichi della responsabilità propria della morte della natura e della conclusione dell’anno in corso.
In tal periodo, per quanto la vita animale e vegetale si sarebbe sempre presentata ancora all’apice del proprio splendore, della propria energia, inevitabilmente l’ombra dell’imminente autunno e del successivo inverno avrebbero costretto qualsiasi mortale a un primo esame di coscienza, a una prima analisi di quanto compiuto nel corso di quello stesso anno, nel confronto con un punto di svolta tanto importante, l’inizio della discesa verso la sua stessa conclusione. Ove, quindi, pur tanta fatica, tanto impegno sarebbe potuto essere stato posto nel risalire verso quella cima tanto audace, lottando giorno dopo giorno per la propria sopravvivenza e il proprio successo, ognuno nei rispettivi campi di competenza, con l’avvento del mese di Phau e, ancor più, con il superamento della sua metà, non più possibilità di crescita, di miglioramento, sarebbero state offerte alle coscienze di tutti, quanto, al contrario, un lento e ineluttabile declivio.
Una rappresentazione quella così imposta all’attenzione di tutti dal ciclo stesso delle stagioni, dall’alternanza dei mesi, invero, non poi troppo diversa, estranea, dalla stessa vita, nella sua integrità, nella sua completezza: lunghi anni giovanili, decenni di sforzi, di fatica, sudore e sangue, spesi per raggiungere un traguardo, per conquistare una posizione, avrebbero sempre e comunque dovuto confrontarsi con la consapevolezza dell’approssimarsi della propria fine, di quell’inevitabile conclusione che, un giorno, avrebbe accomunato tutti, dal più povero al più ricco, dal più pavido al più audace, dal più debole al più forte. In conseguenza a tale parallelismo, se con sfavore sarebbero stati considerati nascite e matrimoni nei mesi invernali così come anche in quello di Tynov, ultimo della stagione autunnale, con ancor più ritrosia sarebbero state accolte le morti nel mese di Phau, per quanto non programmabili, esterne a ogni umana possibilità di arbitrio.

La morte, da sempre, era un concetto, una realtà con cui qualsiasi uomo o donna sarebbe stato costretto a confrontarsi, a porsi a rapporto, fin dalla più tenera età, là dove, in un mondo quale il loro, nel quale alla vita non era solitamente associato alcun particolare valore, alcuna reale importanza, persino la possibilità di poter assistere a una nuova alba, di poter godere di un nuovo risveglio, non sarebbe mai potuta essere considerata quale banale, quale scontata.
In quelle terre, nel regno di Kofreya così come in altri del tutto simili per quanto fossero tutti loro soliti ritenersi realtà uniche e incomparabili, agli infanti sufficientemente forti e fortunati da sopravvivere alle prime settimane, ai primi mesi dopo la loro stessa nascita, alcun premio, alcun particolare riconoscimento sarebbe mai stato offerto, neppure dalla propria stessa famiglia, dai propri genitori. Essi, infatti, anche accanto a eventuali, e tutt’altro che retorici quanto presenti, sentimenti d’amore verso la propria prole, non avrebbero potuto ovviare la consapevolezza del peso che essa avrebbe rappresentato sulle loro spalle, sul loro stesso avvenire, in un investimento che, a differenza di una semina o dell’acquisto di un capo di bestiame, difficilmente avrebbe potuto restituire loro dei risultati nel breve periodo.
Crescendo, poi, non una sorte migliore, non un fato più agiato, avrebbe atteso gli eletti sopravvissuti alle insidie della più tenera infanzia. Per ricompensare la propria famiglia del dono, o forse della maledizione, della vita, infatti, immediato sarebbe dovuto essere l’impiego dei bambini in una qualche attività produttiva, nel collaborare con i propri parenti su vie da essi già percorse o, in alternativa, nell’abbandonarli, cercando altrove la propria strada, il proprio futuro, al fine di non gravare su di loro con la propria presenza, purtroppo giudicabile quale inutile in assenza di un guadagno pratico, di un ritorno utile alla sopravvivenza di tutti. In tal senso, a tal scopo, la sola, concreta, reale alternativa al retaggio familiare, alla prosecuzione dell’attività dei propri genitori, sarebbe potuta allora essere considerata la via delle armi, la strada della guerra, nell’impegnarsi all’interno delle fila di un esercito regolare o quali soldati di ventura, mercenari privi di un legame di fedeltà ideologica a una terra, a un sovrano, quanto, piuttosto e, forse, meno ipocritamente, al proprio mecenate di turno, al padrone che avrebbe offerto loro il miglior guadagno. In verità, tanto nella scelta di una professione apparentemente più quieta, quali quelle rivolte alla terra, all’agricoltura o all’allevamento, o alla manifattura, quali quelle artigianali, tanto in quelle votate alla guerra, come combattenti in eserciti regolari o di ventura, non diversa, non migliore o peggiore, sarebbe dovuta essere giudicata la prospettiva di vita allora riservata, là dove la morte sarebbe potuta giungere in ogni giorno, in ogni ora, in ogni momento, impietosa e irrefrenabile, distruggendo in pochi istanti quanto costruito in un’esistenza intera.
Una certezza, ancor prima di una paura, quindi, quella offerta dalla morte, l’ultimo grande appuntamento di ogni uomo o donna, fosse egli o ella il più pacifico fra i servi o il più spietato fra i generali.

Nonostante simile, naturale confidenza con la morte, giunti al mese di Phau gli abitanti del regno di Kofreya, così come quelli di molti altri regni, erano pur soliti impegnare le proprie energie, le proprie volontà, al fine di ignorare tale assoluta presenza incombente su di loro, quasi evitare ogni riferimento alla stessa nel periodo che dell’anno avrebbe dovuto essere considerato apice assoluto, punto di massimo splendore, potesse scongiurare quanto pur inevitabile.
L’eventualità di una perdita, pur non arginabile, pur non contenibile nella propria ineluttabilità, avrebbe offerto sincero sconforto non solo a tutti coloro che, alla stessa, si sarebbero trovati vicini, ma, più in generale, a tutti coloro che pur ne avrebbero avuto notizia. In questo, pertanto, se la scomparsa, prematura o no, si fosse ritrovata a essere collegata ad una figura di una certa fama, di una qualche notorietà, l’effetto che la stessa avrebbe imposto sul pubblico sarebbe stato logicamente maggiore, andando a influenzare una schiera più vasta di elementi, di persone, che non avrebbero potuto ovviare a interpretare in maniera negativa, addirittura qual cattivo auspico, simile evento. Ove, poi, attorno al nome del defunto si fosse imposta, nel corso del tempo, nel corso degli anni, una celebrità tale da farlo apparire simile a una leggenda vivente, già oltre il semplice stato di umana mortalità e prossimo agli dei, il clamore che la sua morte avrebbe comportato proprio in tale periodo dell’anno, in tale particolare mese, sarebbe stato privo di eguali. E così, in Kriarya, comunemente nota quale città del peccato, capitale kofreyota di frontiera tanto con i nemici y’shalfichi, tanto con i meno belligeranti compagni tranithi, quell’anno, quel mese di Phau non poté che ritrovare l’intera popolazione, pur costituita da mercenari e assassini, ladri e prostitute, quale profondamente scossa, se non addirittura sconvolta, da un annuncio di morte che pur in molti avevano atteso per lunghi anni, che pur in molti non avrebbero mancato di festeggiare.
Impossibile, in verità, sarebbe potuto essere credere a tale eventualità, dove anche innanzi allo sguardo dei suoi più acerrimi nemici, di coloro che più l’avevano odiata in vita, ella era apparsa sempre superiore a ogni debolezza umana, a ogni limite proprio della carne e, altresì, sconosciuto agli dei. Non solo in tutta la provincia, ma anche in tutto il regno e, addirittura, in diverse terre prossime allo stesso, accanto al suo nome, già da tempo, era l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, che associava quella figura tanto incredibile, tanto leggendaria, a una dea della guerra propria del pantheon di un arcipelago sito a ponente rispetto a Kofreya, là dove ella aveva guadagnato tale importante tributo qual naturale conseguenza della propria forza, della propria audacia, della propria indole guerriera, tale da non poter permettere a nessuno di prendere in concreta considerazione l’eventualità di una sua sconfitta, non in conseguenza di un duello, quanto meno, sebbene in molti, continuamente, osassero porsi alla prova in tale tentativo, in simile opportunità di ascesa agli onori della cronaca.
Eppure, nonostante l’incredulità propria di quel frangente, nonostante l’incapacità ad accettare quanto giudicato quale inaccettabile, nonostante ella fosse più volte sopravvissuta ad annunci di morte certa a suo discapito, in quell’occasione, in quel particolare mese, la notizia non si poneva quale contestabile, non avrebbe permesso alcuna possibilità di negazione.

« Midda Bontor è stata ammazzata! »