11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 3 marzo 2010

782


Q
uando all'alba del nuovo giorno, delicatamente stuzzicata dall'azione discreta ma costante dei tiepidi raggi del primo sole, Midda offrì nuovamente il proprio sguardo sul mondo, i timori, le paure proprie della sera precedente sembrarono essere alfine stati dimenticate: un'intensa attività fisica, prima compiuta nei propri esercizi solitari, poi nel lavoro di coppia che l'aveva vista riunita a Be'Sihl al suo ritorno dalla festa, e il quieto sonno successivo a essa, erano infatti stati sufficienti a cancellare dalla sua mente ogni dubbio, ogni timore nel merito di quanto occorso, sia in riferimento alle allucinazioni di cui era rimasta, suo malgrado, vittima, sia a riguardo del significato proprio del confronto avuto con la madre del compagno. E dove anche alcuna risposta aveva poi ricercato presso l'uomo circa il secondo interrogativo, la seconda e, probabilmente, più preoccupante questione che l'aveva ritrovata protagonista, non desiderando rischiare di rovinarsi il sano appetito sessuale che pur aveva caratterizzato la loro riunificazione nella notte appena trascorsa, nel momento in cui la luce di una nuova giornata, da trascorrere entro i limiti propri di quel villaggio, le chiese di abbandonare la serenità del proprio riposo, ella non si concesse alcuna esitazione, alcun dubbio a simile proposito, preferendo potersi riservare di godere di quanto offertole nel presente, senza porsi troppi pensieri riguardo al futuro, epoca prossima o remota che, indistintamente, avrebbe affrontato come sempre nel momento in cui le si fosse concessa innanzi.
Liberandosi, allora, con agile maestria, dalla delicata stretta del proprio compagno, ella decise di riservarsi l'occasione di un bagno ristoratore, nel voler approfittare tanto del fiume lì prossimo, quanto della quiete che sperava avrebbe ancora imperato sull'intero villaggio a un orario così mattutino, abituata, dopotutto, al confronto con strade cittadini praticamente deserte in quelli che per lei erano normali tempi di risveglio, di ritorno dal regno delle divinità signore del riposo. In tal scelta, quindi, ella si rivestì silenziosamente e rapidamente per potersi concedere possibilità di allontanarsi dalla stanza e dalla casa, senza clamore alcuno e pur senza, al contempo, rinunciare a depositare, quasi a scopo di cauzione, un dolce bacio sulle labbra ancora addormentate del locandiere. Questi, necessariamente sfinito per la lunga notte, fra i bagordi della festa e il seguente impegno amoroso con lei, non reagì a tal gesto, non offrendo alcuna trasparenza di una qualche agitazione in conseguenza del suo allontanamento da lui, di quell'improvvisa assenza dalla branda che pur avevano strettamente condiviso nel corso della notte, restando incredibilmente, anche se prevedibilmente, a riposo in una tenera eccezione a quanto anche per lui abitudinario, dove, in effetti, anche Be'Sihl si sarebbe altrimenti posto solito a riservarsi quotidianamente solo poche ore di riposo e orari di risveglio a sua volta decisamente tendenti all'aurora, tali da non farle mai mancare un'abbondante colazione nei giorni in cui ella si donava un'illusione di vita tranquilla nel soggiornare presso la sua locanda.

« Resta a riposo… io torno subito. » sussurrò la mercenaria, in un alito praticamente inudibile, una rassicurazione considerata necessaria, quasi doverosa, per quanto evidentemente non richiestale in quel momento, da quella particolare situazione.

Stringendo, ancor più per abitudine che per reale necessità, il fodero della propria spada nella destra, non riservandosi, neppure nell'assoluta e pacifica quiete apparentemente propria di quelle terre, occasione per abbassare la guardia, per permettersi qualche pur accettabile imprudenza nel rinunciare alla compagnia della propria arma, la donna guerriero fece allora atto di lasciare la stanza condivisa dall'uomo amato, certa di non rischiare di incontrare alcuno nel corso del proprio cammino verso il fiume, salvo, in ciò, essere subito contraddetta da un fato quasi beffardo verso di lei, il quale le pose innanzi entrambe le figure dei padroni di casa, a loro volta intenti a lasciare con discrezione l'edificio, rivestiti di tutto punto e chiaramente pronti a una nuova giornata di lavoro nei campi.

« Stupida idiota. » si rimproverò, a denti stretti, nel mentre in cui offrì comunque un ampio sorriso verso la coppia, la quale a sua volta le propose una chiara dimostrazione di sorpresa nel trovarla già desta a simile ora, supponendo per lei un risveglio più tardivo « Sono contadini… è loro abitudine alzarsi all'alba. » si ricordò, a precisazione dell'insulto precedente, per poi chinare il capo e accennare, nel miglior accento shar'tiagho del quale era in grado, un saluto alla volta dei due.

Il buongiorno da lei proposto fu allora prontamente contraccambiato tanto da Ras’Meen, quanto da suo marito Be’Soul. Per sua fortuna, però, in quest'occasione alcuna ulteriore parola, nessun'altra asserzione le venne imposta a seguito di quel solo termine a lei noto, graziandola in ciò dall'altrimenti disgraziata impossibilità a comprendere, o a farsi comprendere, dai propri ospiti: una scelta, quella di mantenere in tal modo il silenzio, per la quale la donna dagli occhi color ghiaccio non poté allora mancare di essere grata a entrambi, ampliando, se possibile, il già largo sorriso loro rivolto e lasciandoli, in ciò, liberi di riprendere il proprio cammino, nell'osservanza delle incombenze quotidiane che pur non avrebbero potuto mancare di caratterizzare quella loro tranquilla e costante esistenza.
Uscendo pertanto, a propria volta, dall'abitazione, poco dopo l'allontanamento dei due per non offrir l'erronea impressione di volerli seguire e, in questo, rischiare di scatenare un qualche dialogo che non sarebbe stata in grado di gestire, la Figlia di Marr'Mahew non poté che ritrovarsi ingenuamente sorpresa dalla fervente vita che ritrovò ad animare l'intera area del villaggio, in così netto contrasto con gli ambienti cittadini ai quali, evidentemente, si era abituata molto più di quanto avrebbe altrimenti gradito. Dimentica, infatti, nonostante le proprie origini, il proprio passato, gli anni mai rinnegati della propria infanzia, si era sinceramente offerta di come la vita, lontano dalle capitali, fosse solita ricercare in ritmi più naturali, più prossimi al quieto ritmo della terra: se pur mercanti e soldati, artigiani e sacerdoti, ma anche mercenari e assassini, ladri e prostitute, tipici abitanti di Kriarya, città del peccato del regno di Kofreya, avrebbero infatti potuto decidere a proprio uso e costume in quali termini suddividere le ore di luce loro offerte dal sole, per il resto del mondo, per tutti gli agricoltori e cacciatori, pescatori e allevatori, posti a fondamento basilare di ogni società, la scansione del tempo nell'arco di una giornata non avrebbe potuto prescindere dal movimento del sole, dai capricci del tempo e dall'alternarsi delle stagioni, nell'essere costretti a porsi in quieta ubbidienza in simile confronto in una contrapposizione praticamente antitetica rispetto a quella che sarebbe altrimenti potuta essere considerata la sua vita, gestita in totale autonomia, sottoposta solo a proprio personale capriccio, ai propri più variegati desideri.

« Immagino che, ormai, sia troppo tardi per pensare di poter fare quattro bracciate nel fiume… » sospirò, guardandosi attorno e non mancando, in ciò, di rispondere ai numerosi cenni di saluto che giunsero a lei da ogni lato del villaggio, quasi ognuno lì presente volesse offrire chiara riprova di come non si fosse già dimenticato della sua presenza fra loro.

In verità, fosse dipeso semplicemente da lei, dal suo libero arbitrio, per la mercenaria non vi sarebbe potuta essere alcuna occasione di imbarazzo, o pudore, nel mostrarsi nuda anche dinnanzi a un gruppo di pescatori impegnati a ritirare le proprie reti, colme di pescato, dal corso del fiume, là dove mai si era concessa, nella propria vita, ragioni di vergogna per il proprio corpo, per la propria femminilità, e, in ciò, per una propria possibile nudità, arrivando, in conseguenza di tanta serena confidenza, persino a combattere violente battaglie completamente priva di vesti, quando gli eventi gliene avevano fatto richiesta. Nonostante simile disponibilità, però, in quel particolare frangente, nel contesto proprio di quel tranquillo villaggio, ella non avrebbe potuto riservar qual proprio alcun desiderio a impegnarsi in azzardi di quel genere, non avendo dopotutto fretta di fornire ragione di scandalo alla popolazione autoctona, o, peggio, offesa agli usi e costumi locali, soprattutto dove si poneva, suo malgrado, estremamente ignorante nel loro merito: per tal ragione, la donna guerriero giudicò quale scelta più conveniente quella di rinunciare al proposito di quanto pur sarebbe dovuto essere giudicato semplice svago, rimandando a un momento migliore l'idea di una nuotata nelle fresche acque del fiume, mai per lei apprezzabili quanto quelle dei suoi mari e, ciò nonostante, surrogati quasi accettabili per la sua esigenza balneare.

martedì 2 marzo 2010

781


« O
h no. No, davvero. » negò, nel ritrovare infine voce, dimostrandosi comunque, suo malgrado, estremamente incerta, insicura, nel proprio diniego, incapace questo stesso, in ciò, di riuscire ad apparire realmente tale nel confronto con qualsiasi possibile interlocutore, senza potersi permettere di riservarsi eccezione alcuna soprattutto nei riguardi di una figura quale quella della madre dell'uomo attualmente amato « Io non penso che… io non credo che noi… »

Solo una carezza, guidata lungo l’intero volto della mercenaria, si fece allora carico dell'arduo compito di imporre nuovamente, con dolcezza, con delicatezza, il silenzio e la quiete sulla donna dagli occhi color ghiaccio, occhi che, in quel momento, erano ben lontani dall’apparire sì freddi qual loro abitudine: un gesto, quello riservatole dall'anziana e assolutamente serena interlocutrice, del tutto simile a una sorta di benedizione a lei concessa, un movimento non diverso da quello di una madre alle prese con una figlia prediletta, chiaramente animato, nelle proprie intenzioni, dal desiderio di poter dissipare ogni possibilità di incertezza, ogni occasione di dubbio tanto evidentemente scatenato in lei, e, contemporaneamente, a rinnovare anche l’augurio per una dolce notte così come già precedentemente espresso. Alcuna parola ebbe pertanto, né avrebbe avuto ragion di riservarsi, ruolo in quel saluto conclusivo, in quell'ultima affermazione più significativa di quanto mai sarebbe potuta essere demarcata nei propri termini da mille forbiti vocaboli, concedendo in tanta completezza, in simile pienezza, possibilità a Ras’Meen di allontanarsi con la stessa tranquillità, con la medesima discrezione, con la quale era giunta al cospetto della donna guerriero, lasciandola in ciò nuovamente sola, dove anche tale condizione avrebbe dovuto ora essere considerata semplicemente fisica ancor prima che psicologica.
Nel confronto con quel muro, e con i suoi, per lei, intraducibili contenuti, la Figlia di Marr'Mahew non avrebbe, invero, potuto sentirsi più sola, né avrebbe potuto riservarsi occasione di riflettere sulle ragioni della propria ipotetica follia, dove ben altri pensieri, ben altre preoccupazioni, non avrebbero allora mancato di animare il suo cuore e il suo spirito.

« Thyres… » sussurrò, deglutendo nel ritrovarsi quasi in soggezione nei riguardi di quella parete, che avrebbe di gran lunga preferito continuare a considerare quale frutto di un lavoro incompiuto e non quale testimonianza dell'impegno che aveva legato forse tutti gli antenati di Be'Sihl che in quelle mura avevano trovato dimora e che, in questo, desiderava ricercare addirittura in lei un'occasione di rinnovo per simile tradizione « Forse sarebbe stato meglio se avessi proposto una meta diversa per questo viaggio insieme… » si rimproverò sottovoce, incerta, ora, persino sull'eventualità di tornare a sdraiarsi o meno su quella branda.

Ormai non più desiderosa di semplice fuga dalla realtà, da quegli assurdi incubi che, fino a poco prima, tanto avevano assorbito il suo interesse, la sua preoccupazione, e che, a seguito di quel semplice dialogo, pur difficile da definire tale, ormai avevano praticamente perduto ogni valore, ogni interesse nel confronto con la sua mente, la donna guerriero si rese conto di non avere più volontà di riposo, quanto sincera necessità di ricercare un'occasione di sfogo nei propri esercizi quotidiani, in quell'allenamento personale e autonomo che solitamente caratterizzava ogni sua alba e ogni suo tramonto e che, in quella giornata, avrebbe addirittura ed eccezionalmente ignorato se non fosse stato per la distrazione riservatale da parte di Ras’Meen. Così, ritagliandosi una possibilità di riservatezza nel tirare i tendaggi lì utili a considerare chiuse porte e finestre, incapaci di offrire un vero ostacolo nel confronto di eventuali ospiti non desiderati e pur chiaramente sufficienti in un contesto quale quello proprio di quelle terre o, più semplicemente, di quel villaggio, là dove alcuno avrebbe forzato una pur tanto effimera barriera, la mercenaria si spoglio dei propri abiti, che ripiegò e ordinò con cura su una cassapanca lì prossima; adagiò la propria spada sotto il letto, vicino al lato esterno del medesimo là dove era abituata a porla per poterla recuperare con rapidità se richiesto, quando eventualmente necessario; e si pose in piedi nel mezzo dello spazio proprio di quella stanza, per iniziare con una serie di lente e continue torsioni del capo, movimenti che presto avrebbero coinvolto le sue spalle, il suo busto, i suoi fianchi e, infine, tutto il suo corpo, nell’imporre distensione a tutta la sua muscolatura.

« Avrò frainteso le sue parole. » commentò, rivolgendosi a se stessa nel proseguimento di quell'azione ritmica e costante, ancora purtroppo insufficiente a farle abbandonare l’nitima riflessione nel merito dell'intervento della madre di Be'Sihl « Probabilmente desiderava intendere altro. Forse quei disegni non sono neanche dei caratteri di scrittura: se pur concreta è la mia ignoranza nel merito della cultura di questo popolo, altrettanto vero è che mai ho sentito accennare a un alfabeto tanto particolare. »

Dopo aver incitato quasi tutte le membra proprie del suo torso e della sua schiena alla ripresa dell'attività motoria, in maniera quasi meccanica, priva di una qualche reale necessità di coinvolgimento mentale in ciò, ove simili esercizi si poneva per lei non meno consueti rispetto al mero camminare, la mercenaria proseguì nel proprio impegno allargando di poco le gambe, nel mantenere in questo i piedi in posizione parallela fra loro, prima di iniziare a piegarsi in avanti, poi a destra e successivamente a sinistra, ritornando a ogni movimento a erigersi verso il cielo, allo scopo di poter stimolare, in ciò, una maggiore elasticità tanto per le proprie fasce dorsali, quanto per le proprie braccia e le proprie gambe, egualmente coinvolte in simile azione, inizialmente polemiche verso di lei soprattutto in riferimento ai tendini e, subito dopo, comunque nuovamente collaborative, capaci di sostenerla senza problemi in tale sforzo, decisamente minimale nel confronto con i limiti propri del suo corpo, praticamente consueto nel rapporto con quella che per lei si proponeva qual vita quotidiana, ma pur, forse, indispensabile a mantenere in perfetta efficienza quel suo corpo, il cui minimo errore, il cui più semplice sbaglio, avrebbe potuto segnarne morte certa nel momento del pericolo, quando più le sue possibilità sarebbero state poste alla prova.
In effetti, molti altri mercenari, anche suoi compagni d'arme, praticamente considerabili prossimi a degli amici in un'accezione estremamente ampia di simile termine, sebbene costretti a far dipendere quanto lei la propria aspettativa di sopravvivenza in larga parte dall'assoluto controllo sul proprio corpo e dalla pronta risposta del medesimo a ogni esigenza, a ogni necessità pur imprevedibile del fato, paradossalmente non si ponevano in grado di apprezzare la sua quotidiana costanza dell'imporsi simili esercizi, tali attività, considerandole solo quali assolute perdite di tempo, del tutto inutili a una qualche mantenimento o, ancora, a un eventuale accrescimento delle proprie prestazioni, delle proprie capacità, preferendo pertanto e piuttosto impiegare il proprio tempo in una prolungata dormita, pur indubbiamente sana. Ciò nonostante, anche qual mera abitudine, per Midda tutto quello era divenuto ormai parte fondamentale della sua esistenza da non poter neppure prendere in considerazione l'idea di rinunciarvi, così come mai un sacerdote o una sacerdotessa avrebbero potuto escludere dalla propria vita i canti di ringraziamento ai propri dei, anche dove alcun altro avrebbe potuto trovare in simili preghiere, in tali espressioni, una qualche ragione utile a giustificarne il continuo protrarsi.

« Sì. Non può essere altrimenti. » concluse, in accordo con la sola interlocutrice presente in quel monologo, privo di spettatori di sorta « In fondo mi conosce solo da poche ore: avrà cercato solo di pormi a mio agio, con qualche strana espressione a me sconosciuta. E poi la mia fantasia malata si è impegnata a dare un senso del tutto originale a tali, incomprensibili, espressioni. Che sciocca che sono stata a preoccuparmi... »

E, in tal modo finalmente soddisfatta dal compromesso raggiunto con se stessa, la Figlia di Marr'Mahew non si allora concesse ulteriori possibilità di pensiero in riferimento a quell'argomento, pur presente, imperante simile a un'ombra nel profondo del suo animo. Non un'ombra oscura, però, non un pericolo incombente su di sé o sul proprio avvenire, quanto, piuttosto, una sorta di malinconica speranza, un desiderio rifiutato, un sogno recondito, innanzi al quale non desiderava concedersi possibilità di vagheggiamenti, e che, pur considerato ciò, non voleva neanche completamente vanificare, quasi come se, in tal caso, avrebbe potuto perdere anche una parte fondamentale del proprio io, di quell'ego tanto combattuto e, forse, non sempre capace di mantenere la stessa fiera fermezza decisionale nel confronto con le sue scelte al pari di come ella era solita dare a vedere al mondo circostante.

lunedì 1 marzo 2010

780


P
er diversi anni, almeno fino a prima di scoprire come, effettivamente, la famiglia di Be’Sihl fosse ancora in vita e godesse, in questo, anche di ottima salute, Midda aveva ingenuamente considerato i monili dorati che il proprio compagno manteneva sempre sul proprio corpo, indossandoli persino al di sopra dei vestiti, delle sue abituali casacche, quali un tesoro proprio dei suoi genitori, un retaggio di una terra lontana che a lui si ponevano tanto cari per un significato affettivo ancor prima che culturale, tradizionale, folkloristico. Venuta a conoscenza, nel corso di quel viaggio, della realtà propria dei fatti, simile giudizio era, naturalmente, decaduto, non concedendole ancora, però, effettiva soddisfazione a eventuali curiosità a simile riguardo. Quel che appariva praticamente certo era comunque come, a prescindere dal proprio ceto, dalla propria professione, dalla propria discendenza, ogni shar’tiagho educato qual tale, cresciuto nel rispetto delle tradizioni del proprio popolo, manteneva sempre accanto a sé, sul proprio corpo, dei gioielli interamente d’oro, o presumibilmente tali, con una funzione che, in tanta omogenea, imposta presenza su un intero popolo, non sarebbe potuta essere considerata di mera vanità, volta alla semplice gratificazione di un qualche gusto estetico. Ciò nonostante, dove anche il gusto estetico non avrebbe dovuto essere considerato elemento di primaria importanza per la caratterizzazione di tali ornamenti, un certo fattore di ricercatezza non sarebbe dovuto essere considerato comunque assente nella caratterizzazione di tali bracciali, orecchini, collane, così come anche nel caso proprio della donna ora proposta in confronto alla mercenaria.

« Ehm… non credo di poterti comprendere, mia signora. » rispose la Figlia di Marr’Mahew, risollevandosi rapidamente in piedi nel confronto con l’immagine sì offertale, per rispetto verso di lei, ma aggrottando in ciò la fronte, a chiara dimostrazione della propria impossibilità ad apprezzare qualsiasi consiglio, domanda, risposta, indicazione o semplice giuoco l’altra avesse proposto verso di lei.
Nuovamente la madre di Be’Sihl tentò di parlarle e nuovamente, purtroppo, fallì nell’eventuale desiderio di poter essere compresa, apprezzata da parte della propria interlocutrice, per quanto, ora, risultò trasparente uno sforzo a esprimersi lentamente, scandendo con cura ogni sillaba pronunciata.
« Mi dispiace, Ras’Meen: non sto comprendendo nulla. » scosse il capo Midda, indicando le proprie orecchie, prima, e le proprie labbra, poi, a cercare di rendere chiara la propria completa impossibilità a cogliere il senso di quanto espresso dall’altra « Ti ricordi come io sia straniera, vero? La mia pelle pallida e le lentiggini sul mio naso dovrebbero essere una chiara indicazione di ciò… » sorrise con dolcezza e imbarazzo, ingenuamente temendo di poter risultare insufficiente agli occhi della donna e, per tale sentimento, subito rimproverandosi dove mai avrebbe dovuto permettere a un qualche giudizio di risultare d’ostacolo per lei, a prescindere dall’identità del giudice di turno.

Offrendo a propria volta un largo sorriso, tale da mostrare una lunga fila di bianchi denti, addirittura scintillanti alla luce della lampada a olio posta in un angolo della stanza con il compito di offrire illuminazione alla medesima, l’anziana donna si mosse verso una parete, quella posta accanto al giaciglio ove si era prima lasciata giacere la mercenaria, per indicare qualcosa sopra di essa. Unico lato della stanza loro offerta rimasto libero dalla presenza di mobilio di varia natura o di statue di gatto, ampiamente dominanti altresì in ogni altro angolo della casa, e, più in generale, di ogni altra abitazione del villaggio, là dove, a quanto aveva avuto già occasione di spiegare Be’Sihl, si ponevano utile, se non addirittura necessaria, per onorare la dea Ba’Seht-Et, protettrice del focolare domestico, la parete indicata dall’anfitrione della mercenaria non sarebbe dovuta essere però considerata propriamente disadorna, dal momento in cui, al contrario, essa appariva segnata da una lunga sequela di piccoli e ordinati disegni, disposti lungo molte file verticali, a partire addirittura dall’angolo estremo in alto a sinistra, fino a terminare proprio poco sotto il punto segnalato, in quel frangente, dal dito indice della padrona di casa, lasciando, oltre a tale confine, altresì completamente libera la parete, come se il lavoro dei pittori impegnatisi in quella particolare opera non fosse ancora compiuto.

« Oh… » commentò la donna guerriero, osservando con sincero e rispettoso interesse il gesto della sua interlocutrice, indubbiamente tale per quanto difficilmente sarebbe potuto essere considerare il loro quale un dialogo « Non credo di comprendere. » scosse nuovamente il capo, tornando a volgere il proprio sguardo verso la donna, nello storcere le labbra verso il basso « Se state facendo dei lavori in casa, non c’è bisogno di scuse. Davvero. E’ una stanza splendida… molto più rispetto ai miei consueti alloggi. »
Ma la madre di Be’Sihl, ancora sorridendo tranquilla, parve insistere nell’indicare un gruppo di quei disegni, per poi limitarsi a pronunciare solo poche, e ora chiare, sillabe: « Ras’Meen. »
« Ras’Meen?! » ripeté la mercenaria, tornando con la propria attenzione al muro, e osservando, in ciò, quelli che apparivano quali dei piccoli omuncoli in bizzarre posizioni, con accanto animaletti di varia natura, da uccelli, a pesci, a serpenti, ovviamente tutti stilizzati nel loro apparire.
« Ras’Meen. » confermò la padrona di casa, indicando tre di quei disegni, rispettivamente uno degli strani omuncoli, un uccello e una specie di occhio aperto, presenza decisamente inquietante in un muro, almeno secondo i gusti propri della Figlia di Marr’Mahew « Be’Soul. » aggiunse poi, scandendo ora il nome del marito e indicando altri tre simboli prossimi ai propri, sempre a terminazione di quella colonnina illustrata.
« Per Thyres… » sgranò gli occhi Midda, alternando lo sguardo fra il muro e la propria ospite, nell’aver finalmente colto il significato di quanto ella stava cercando di dirle « E’ la vostra scrittura! Il vostro alfabeto! » spiegò, più a se stessa che alla madre dell’amato, alzando a propria volta la mancina verso quelle pitture che, ora, richiamarono alla sua mente gli ideogrammi propri del continente di Hyn, egualmente artistici nel loro apparire ed egualmente ordinati lungo colonne verticali piuttosto che per linee orizzontali, per quanto chiaramente estranei agli stessi e, probabilmente, non volti a indicare effettivamente un’idea.
« Ras’Meen. Be’Soul. » ripeté la mercenaria, indicando di volta in volta i gruppi di simboli coinvolti nella composizione di quei nomi « Qui tenete scritti i nomi della vostra famiglia? E’ un albero genealogico? » sorrise, con sincero entusiasmo in tale scoperta « E’ dove è Be’Sihl?... Be’Sihl? » richiese, con curiosità, nel voler cogliere anche il nome del compagno su quella parete.

Ma Ras’Meen, pur ripetendo il nome del figlio e, addirittura, aggiungendo anche quello della stessa donna guerriero, non indicò in risposta alcun simbolo a soddisfare la curiosità della propria interlocutrice, quanto piuttosto lo spazio vuoto sotto alla conclusione dei disegni, di quei particolari, e sicuramente artistici, caratteri di scrittura, provando poi a spiegare un concetto che la mercenaria, sul malgrado, non fu ancora in grado di cogliere dalle sue parole.
Certa si poneva essere comunque l’idea di come quell’intervento, quell’inatteso arrivo nella camera, nel cogliere quell’occasione di solitaria complicità quale non era stata loro ancora offerta sin dall’inizio della lunga giornata, non sarebbe dovuto essere considerato quale fine a se stesso, né semplicemente volto a illustrarle il loro particolare alfabeto, la loro lingua scritta: perché, quindi, l’anziana donna aveva lasciato la festa ed era giunta a lei? Quale significato avrebbe potuto riservarsi il gesto rivolto allo spazio bianco sul muro? Quale collegamento avrebbe potuto esistere fra la stessa donna guerriero, sì coinvolta in quella spiegazione, e quel muro?

« Se tu e tuo marito siete gli ultimi nomi qui riportati, senza riferimenti né a Be’Sihl, né ai suoi fratelli o alle sue sorelle, ciò potrebbe implicare che su questo muro sono riportati solo i nomi dei membri della vostra famiglia che qui hanno vissuto, in passato, come padroni di casa… » si azzardò a ipotizzare Midda, dando voce alla sola conclusione logica sulla base dei dati in suo possesso, forse erronei e in questo capaci solo di spingerla a una tesi altrettanto erronea « Quindi, ora tu stai forse pensando che Be’Sihl ed io, un domani, potremmo essere… » sussurrò nel proseguire in quel percorso logico, salvo poi bloccarsi di colpo, concedendosi un instante di esitazione prima di permettere alla propria mente di spingersi alla conclusione di quella stessa asserzione ancor prima delle proprie stesse parole.