11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 3 dicembre 2010

1057


« I
nizio a cogliere evidenza di affaticamento in te. » suggerì Ebano, riprendendo, per la prima volta, voce dall'inizio di quello scontro, prima di quello che, ancora alcuno fra loro avrebbe potuto saperlo, si sarebbe effettivamente proposto quale l'ultimo fra loro in quella stessa notte « Ti vedo stanca… forse dovresti prendere in esame l'idea di arrenderti e di accettare l'ineluttabile destino al quale sei stata condannata nel giorno stesso in cui mi hanno incaricato di offrirti la caccia. »
« Io credo che tu dovresti, piuttosto, rivolgerti a un buon cerusico, al fine di verificare le tue attuali ed effettive capacità visive: temo infatti che i colpi in testa che hai ricevuto ti abbiamo scombinato qualcosa… » replicò Midda, impegnandosi in un sorriso beffardo a celare quanto, pur, avrebbe effettivamente dovuto ammettere essere la propria condizione, il proprio stato fisico, sinceramente provato dai numerosi e micidiali attacchi subiti, una foga tanto tremenda che non fatico a immaginare poter essere paragonabile all'impeto del mare in tempesta, nel confronto con il quale, comunque, nella propria lunga carriera qual marinaia, ella avrebbe dovuto considerarsi più che confidente « Non fatica è quella che domina in me, quanto, piuttosto, noia, tedio per quanto mi sto purtroppo ritrovando ad affrontare, ben distante dalle promesse inizialmente riservatemi nel merito di una piacevole occasione di impegno fisico. »
« Se la tua abilità nel combattere fosse minimamente paragonabile a quella così dimostrata nella menzogna, degna del migliore fra tutti i bari, sono certo che il nostro scontro si sarebbe concluso già da molto tempo in tuo favore. » contestò l'uomo, continuando a parlare in quello che, in effetti, non sarebbe dovuto essere considerato un vero e proprio dialogo, una conversazione in tal direzione animata da una reale volontà di confronto, quanto, piuttosto, un tentativo per riservarsi del tempo, per concedersi una nuova, estemporanea pausa, là dove a sua volta eccessivamente snervato, sfiancato, dall'intensità di quella lotta, degna delle proprie imprese più note e incredibili, sebbene in contrasto contro una ipoteticamente banale giovane donna priva di alcuna capacità o potere sovrumano « E' un vero peccato, per te, che purtroppo non sia così, e gli dei abbiano preferito favorire la tua favella ancor prima della tua spada. » commentò, scuotendo il capo e, subito dopo, persino correggendosi « Chiedo venia: non hai neppure lama al tuo fianco, tanto pallida è la tua propensione alla guerra. »
« Non reco alcuna arma accanto a me, perché non giudico alcuna comune lama degna di essere da me impugnata. » tenne a precisare, allora, la mercenaria, dimostrando in ciò come, anche sul proprio fronte, il desiderio già tacitamente espresso dal proprio interlocutore in favore di un momento di sosta, di un nuovo intervallo, fosse più che apprezzato, pur, in tutto ciò, mantenendo ovviamente i muscoli tesi e i sensi all'erta, a prevenire eventuali offese a proprio discapito « Purtroppo ho recentemente perduto la spada frutto dell'artigianato dei fabbri figli del mare con cui per anni ho accompagnato i miei passi e non sono intenzionata, per alcuna ragione al mondo, a sostituire un simile capolavoro, un tale inestimabile tesoro, con una qualsiasi lama, di comuni leghe, quali quelle diffuse nel continente… »
« Davvero ritieni che un semplice riflesso azzurro, sul metallo, possa rendere tale genere di arma migliore di altri? E pensare che, prima di scoprire in questo modo come tu sia solo un'ingenua, stavo iniziando persino a giudicarti con rispetto. » argomentò il colosso nero, facendosi invero giuoco di lei con tali parole, sebbene, paradossalmente, reale avrebbe dovuto essere giudicata in lui la stima così dichiarata « Solo una sciocca potrebbe lasciarsi influenzare da un tale vezzo… »
« Solo uno sciocco potrebbe negare l'evidenza di tutto ciò. » rifiutò ella, rigirando l'offesa verbale in tal modo a sé riservata a suo stesso discapito « Uno sciocco… o un ignorante, dal momento in cui, sebbene tu sembri comprendere di cosa io stia parlando, non stai dimostrando evidenza di aver mai avuto a che fare con una tale, preziosa lega, incredibilmente ricercata da chiunque e, ciò nonostante, diffusa in pochi, rari, esemplari, a mantenerne limitato l'impiego, riservandolo solo a chi realmente meritevole. »
« Una spada è solo una spada. E nulla potrà renderla speciale al di là della mano di chi la impugna… » sentenziò l'uomo, in quel confronto ormai divenuto tale su una questione di principio, ancor prima che di banale chiacchiera, di disimpegnato dibattito verbale « Non voglio accettare altra idea al di fuori di questa incontestabile verità. »
« E' un'idea o una verità?! » sorrise la donna dagli occhi color ghiaccio, apparentemente divertita dal non senso di quell'ultima presa di posizione « Comunque, concordo con te, nella sola eccezione di una postilla: nulla potrà renderla speciale al di là della mano di chi la impugna… e di quella che l'ha forgiata. »

Se pur non in conseguenza diretta a quelle ultime parole, in riflesso estemporaneo e subitaneo alla conclusione così raggiunta dalla donna guerriero, là dove quel dialogo non avrebbe dovuto essere accolto quale possibile ragione di conflitto, quanto, piuttosto, quale semplice occasione di tregua in esso, il termine allora proposto da quell'ultima frase fu scelto dallo stesso Ma'Vret quale segnale per riaprire, per la terza e ultima volta in quella stessa, stancante notte, il confronto fra loro, in quello che, se pur non ancora riconosciuto qual tale, si impegnò al fine di poter effettivamente essere l'ultimo, risolutivo attacco, in conseguenza del quale non poterle riservare ulteriore possibilità di contrasto a proprio discapito. Animato da tale bramosia, da simile desiderio, l'uomo scattò verso la donna con l'ormai consueta rapidità d'esecuzione, freddo e potenzialmente letale come era già stato sino a quel momento, in quello che, volontariamente, egli si impegnò a far apparire quale un nuovo, banale pugno diretto contro il suo viso, un affondo non diverso da quello con cui l'intera giostra lì scatenata aveva avuto origine: tuttavia, in quella particolare occasione, bel diverso sarebbe dovuto essere il suo intento, il suo desiderio e, in ciò, nel mentre stesso in cui la sua avversaria accennò a ritrarsi verso il basso al fine di sfuggirgli per l'ennesima volta, egli modificò improvvisamente la propria traiettoria, il movimento del proprio intero corpo, per raggomitolarsi a propria volta al suolo e trasformare un semplice pugno diretto in quello che si sarebbe potuto dimostrare quale un devastante montante, nel risalire addirittura dal suolo stesso e nel vedere, in ciò, non semplicemente coinvolto il suo pur temibile braccio, con la potenza in esso espressa da una muscolatura straordinaria, quanto, ancor peggio, dal suo intero corpo, che avrebbe così accompagnato il movimento verso l'alto, decuplicando l'effetto finale di quel gesto desiderato qual definitivo e destinato a essere tale.
In sua risposta, però, Midda non si propose allora sì priva di iniziativa qual egli avrebbe potuto supporre, o forse solo sperare, per quanto vanamente, ella fosse, nel lasciarsi coinvolgere senza alcuna reazione, senza alcuna opposizione in quella strategia in propria offensiva. La futura Figlia di Marr'Mahew, al contrario, subito intuendo la pur fugace modifica da lui imposta al proprio movimento e, forse, ben comprendendo lo scopo pur proprio di tal gesto, decise, allora, di ricercare a propria volta una conclusione in quel giuoco ormai da troppo tempo protratto, probabilmente rifiutando ancora l'idea di sbarazzarsi in maniera letale di quell'avversario, per lei pur fonte di piacevole coinvolgimento, di dilettevole possibilità di sfida, e pur non desiderando correre il rischio di concedergli occasione di vittoria a proprio discapito e, in ciò, di libero arbitrio sul suo stesso fato, sulla sua sorte. Così, nel mentre in cui egli mutò il proprio movimento al fine di preparare quel montante, ella agì reciprocamente arrestando la propria discesa verso il suolo e, al contrario, levandosi con decisione in posizione eretta e, in ciò, richiamando contro il proprio petto, con l'ormai innegabile eleganza ed agilità sino a quel momento definita qual propria, la gamba destra, con la corrispettiva estremità rivolta verso il cielo, lì stringendola per il tempo sufficiente ad attendere l'iniziativa avversaria.
E nel momento stesso in cui l'uno si levò verso l'alto, spingendo il proprio pugno in contrasto al corpo di lei così a lui generosamente offerto, l'altra si proiettò verso il basso, lasciando ricadere con forza la propria gamba verso il collo taurino di lui, altrettanto ampiamente a lei riservato in quel frangente così come mai prima di allora.
Duplice, definitivo attacco i due ricercarono in quel gesto e duplice, definitivo attacco i due ottennero in tal modo, il primo raggiungendo il basso ventre di lei con il proprio pugno nell'istante stesso in cui la seconda scaraventava contro il suo collo il proprio tallone, e sprigionando, in tutto ciò, un'energia fisica priva d'eguali, che vide la donna gettata verso il cielo sopra di lei e l'uomo inchiodato al suolo sotto di lui, incredibilmente, vincitori entrambi e, prevedibilmente, entrambi vinti, nel ricadere forse contemporaneamente nelle tenebre dell'incoscienza qual sola conseguenza del loro personale e reciproco essere stremati, esausti e, legittimamente, dilaniati dal dolore inevitabilmente proprio in tanta violenza.

giovedì 2 dicembre 2010

1056


A
ncora una volta, esattamente come in ogni precedente occasione di conflitto fra loro, fu onore e onere di Ma'Vret il compito di riaprire le danze così temporaneamente interrotte, in un, probabilmente stolido e pur potenzialmente letale, tentativo di schiacciare la propria avversaria in un rapido movimento rotatorio, tale da vederlo conquistare una posizione a sua volta supina e, nel mentre di ciò, spingere il proprio gomito a cercare di sfondare il costato di lei già tanto ferocemente posto alla prova dalle proprie precedenti offensive, lì sempre e sciaguratamente andate a termine. Per fortuna, e salvezza, dell'altra, tuttavia, Midda non permase, allora, in quieta attesa di quell'ennesimo attacco, forse prevedendolo, sicuramente intuendolo, con sufficiente prontezza di riflessi, oltre inalterata agilità e rapidità di movimenti, tali da garantirle nuova occasione di evasione da lui, impegnandosi, a tal fine, a propria volta in una, poco elegante ma estremamente efficace, rotazione sul proprio stesso asse, per allontanarsi da lui lungo la stessa direzione e lo stesso verso in tal modo da lui stesso perseguito. Roteando l'uno, roteando l'altra, i due si ritrovarono, pertanto, alla stessa identica distanza a cui si erano inizialmente disposti, mostrandosi ora egli supino ed ella prona, con gli occhi chiari di lei persi in quelli scuri di lui e viceversa, a cercare di studiarsi reciprocamente, di comprendersi l'un l'altra o, forse e semplicemente, di dimostrare, in ciò, un tacito apprezzamento, una laconica e pur molto espressiva stima per quella sostanziale equità entro la quale stavano mantenendo il loro confronto, sì sfida mortale, e, ciò nonostante, incredibilmente simile a un giuoco fra infanti.
Senza bisogno di una sola parola, di un solo verso a descrivere l'uno all'altra le reciproche volontà, i rispettivi desideri nel proseguo di quella lotta, altri quattro furono le rotazioni che entrambi compirono, in perfetta sincronia, in assoluta coordinazione, impegnandosi entrambi a ipotetico discapito avversario ed, entrambi, negandosi al proprio nemico non appena egli o ella presentava la propria risposta, la propria inevitabile reazione. Difficile, lo ammetto, mi è ora comprendere la ragione per la quale un colosso come Ebano potesse avere ragione per impegnarsi a evadere da eventuali gomitate offerte, allora, dalla propria controparte, là dove, se pur il gomito destro di lei, in nero metallo dai rossi riflessi, avrebbe potuto proporgli evidenti ragioni di dolo, egli sarebbe dovuto riuscire a difendersi, a proteggersi, senza particolare impegno, senza concrete difficoltà, anche restando quietamente sdraiato accanto a lei, eventualmente sotto di lei: mi sento comunque confidente con l'idea, in ciò, che anch'egli, se pur a livello inconsapevole, dal momento in cui consciamente i suoi colpi ne ricercavano solamente la morte, stesse allora iniziando a rinunciare a qualsiasi idea di scontro con lei, giudicando tutto ciò privo di significato anche innanzi all'idea della ricompensa promessagli in cambio della sua testa.
E quando entrambi, dopo tanto e, ciò nonostante, vano impegno a tentare di offendersi o, forse, solo di stuzzicarsi, si ritrovarono nuovamente a osservarsi negli occhi, incerti fra un sentimento di insoddisfazione per l'insuccesso dei propri attacchi e un sentimento di soddisfazione per la medesima ragione, ancora in assoluta quiete, in totale assenza di qualsiasi dialogo verbale, sembrarono accordarsi per recuperare posizione eretta e, in ciò, riprendere il proprio scontro in posture più consone, più consuete per tale impegno. In ciò, nel mentre in cui egli si rialzò con una decisa contrazione addominale, tale da fargli riconquistare la verticalità così ricercata in un sol gesto, estremamente possente ed energico, ella si rimise contemporaneamente in piedi con un'elegante e, quasi, incredibile slancio imposto solo dalle proprie braccia al proprio intero corpo, una flessione che non la vide, semplicemente, sollevare busto, bacino e gambe dal contatto con l'erba sotto di sé, ma, ancor più, la propose slanciata verso il cielo sopra di lei, quasi non si fosse spinta dal basso ma, al contrario, fosse stata sollevata dall'alto. Un solo istante, un fuggevole attimo non più esteso, a livello temporale, di un fremito di ciglia o di un battito di cuore, e pur avvertito quasi esterno da parte di colui che tali eventi mi narrò e, presumibilmente, anche della sua avversaria, li propose in ciò nuovamente in piedi, uno accanto all'altra, pronti a riprendere da dove in tal modo interrotto… una ripresa che, in effetti, non si fece allora attendere, non si fece ulteriormente invitare.
In risposta a un calcio di lei, condotto con la forza della propria gamba destra, egli presentò l'avambraccio sinistro, arrestandone la traiettoria e, in questo, illudendosi di essersi aperto via verso il corpo di lei, traguardo da conquistare con l'impeto della propria mano destra chiusa a pugno. In reazione a un pugno di lui, in tal modo proiettato nuovamente dal braccio destro, ella propose una meravigliosa presa, lì imposta con entrambe le proprie mani incrociate a deviare e sollevare quella violenza, quell'incredibile foga, verso il cielo, salvo, poi, afferrarlo e strattonarlo a sé, nel ricondurlo con rapidità verso la terra, a ricercare in ciò di fargli perdere occasione di equilibrio. A difesa da tanta sublime eleganza, tale da trasformare una già non banale parata in qualcosa di ancor più micidiale, egli non tentò di reagire, di ribellarsi a quel richiamo verso il suolo ma, anzi, lo favorì, lasciandosi spingere con foga in avanti per proporle, ora, la solidità della propria spalla, di muscoli tanto gonfi e duri nelle proprie membra da apparire addirittura irreali, innaturali, micidiale superficie nell'incontro con la quale il corpo di lei non sarebbe stato semplicemente sbalzato lontano, ma violentemente sconquassato, quasi come nel confronto con la forza di un toro, la violenza di ariete. A protezione da tanta dirompente foga, tale da negare occasione di successo in suo contrasto e da trasformarla, altresì, a potenziale sconfitta innanzi a lui, ella non solo accettò di lasciarlo libero dalla presa precedentemente imposta sul suo braccio, quanto, addirittura, di gettarsi volontariamente all'indietro, nella speranza, in ciò, di essere per lo meno graziata da una tale, micidiale, struttura fisica nel confronto con la quale sarebbe risultata non di carne e ossa, ma di semplice e malleabile argilla o, tutt'al più e ancor peggio, di fragile ceramica.
Se pur entrambi ottimi combattenti, caratterizzati da una straordinaria preparazione fisica e guerriera, incredibilmente superiore alla media degli altri professionisti del loro campo e, nonostante l'ipotetica disparità di esperienza fra loro accumulata nel settore mercenario, praticamente già paritetici in tutto e per tutto, non solo puntuali parate ed evasioni, in verità, caratterizzarono il proseguo di quello scontro, preservandoli dalle conseguenze negative dell'impegno della controparte, là dove tanto l'uno, quanto l'altra, erano e sarebbero comunque rimasti semplici mortali, legati alla propria condizione umana e, con essa, alla propria inevitabile fallibilità, alla propria innegabile propensione all'errore. In ciò, in un rapporto che avrebbe forse potuto essere considerato di diretta proporzionalità, per ogni colpo evitato, sia il colosso nero, sia la donna dagli occhi color ghiaccio, dovettero accettare di pagare il prezzo di un corrispettivo colpo incassato, la violenza di un attacco dal quale non riuscirono, di volta in volta, a riservarsi occasione di evasione o di parata, possibilità di fuga o di difesa, ritrovandosi in ciò costretti a mostrare il proprio volto migliore in risposta al gioco peggiore, la propria tenacia, la propria resistenza, fisica e mentale, in reazione a una prova nell'affrontare la quale chiunque altro ne sarebbe presto uscito piegato, tanto nel corpo, quanto, peggio, nell'intelletto.
E così, se Ma'Vret poté contare, a proprio vantaggio, altri due calci perfettamente assestati, uno sul fianco sinistro di lei, e uno in pieno addome, nonché tre vigorosi pugni, il primo contro la spalla destra di lei nel mentre in cui il secondo e il terzo riuscirono a conquistarne nuovamente le reni, con foga tale da mozzarle puntualmente il fiato e, in ciò, da farle temere di poter presto perdere i sensi, lo stesso nerboruto figlio dei regni desertici centrali dovette contemporaneamente a tutto ciò conteggiare, a proprio svantaggio, altri tre calci condotti con precisione impeccabile, due contro le sue braccia, e uno, più umiliante che lesivo, contro le sue terga, nonché due spiacevoli pugni, il primo contro il suo naso, provocando da esso un incredibile riflusso di sangue caldo, e il secondo a negare ogni movimento al suo diaframma per diversi istanti, lunghi battiti del suo cuore che conteggiarono un danno temuto addirittura irreversibile. Non quei pur tremendi attacchi, quei colpi si violenti da porre sincero dubbio su come potessero essere non semplicemente ancora in piedi, quanto, piuttosto, ancora in vita, segnarono l'immancabile termine di uno scontro che, a discapito di ogni auspicio, ma in accordo a ogni previsione, non trovò né vincitori, né tantomeno vinti, quanto, piuttosto, altri due attacchi, simili a quelli già in tal modo reciprocamente riservatisi e, ciò nonostante, questa volta inevitabilmente conclusivi, forse per una particolare foga, per un concreto impeto prima rimasto ancor sconosciuto, forse per l'oramai innegabile stanchezza, quella spossatezza che, sebbene entrambi valorosi, e già sorretti più dalla propria volontà di prevalere che dalla stessa adrenalina in folle circolo nelle loro vene, non avrebbe potuto evitare di definirli e, ancora una volta, accomunarli, imponendo loro maggiori punti in comune rispetto alle pur numerose differenze che avrebbero preferito riservare quali attribuiti propri ed esclusivi.

mercoledì 1 dicembre 2010

1055


C
ome avrai ovviamente previsto, il pugno di Ma'Vret non si riservò la benché minima occasione di poter raggiungere la donna guerriero a sé contrapposta, la quale, per tutta reazione, si limitò a chinarsi, con un gesto agile, fluido e, inevitabilmente elegante, non solo al fine di ovviare alla traiettoria lì proposta ma, anche e immediatamente, di approfittare di tale insuccesso avversario per ricercare a propria volta una possibilità di contrasto, offrendo all'uomo un montante diretto al suo mento scolpito: un tentativo d'offesa, quello che Midda volle far proprio, il quale, al di là di quanto premesso, di quanto pur annunciato, si volle concedere sì potenzialmente letale quanto, pur, avrebbe potuto essere quello della propria controparte a sé rivolto, nel proporgli non il proprio destro, in nero e solito metallo, con il quale, inevitabilmente, rompere qualche osso, frantumare le sue forme pur virili ed energiche, ma la propria mancina, sì spiacevole, sì allenata a colpire e colpire in maniera vigorosa, e pur tutt'altro che eventualmente letale in un simile attacco.
Solo in virtù di tale inappropriata e apparentemente inconsueta benevolenza, ennesima di già numerose concessioni a lui pur sinceramente concesse dalla propria ipotetica preda, il colosso nero ebbe allora probabilmente salva la vita, là dove, eccessivamente concentrato sulle possibilità conseguenti al proprio stesso attacco, sulle vie alternative che quello stesso scontro avrebbe potuto abbracciare in virtù di un proprio successo o di un proprio fallimento, si dimostrò troppo distratto per riuscire a intuire, intercettare o evadere quel pugno, il quale, in ciò, lo raggiunse con ferma solidità, respingendolo all'indietro e costringendolo, nel proprio urto, a un repentino ritorno alla realtà, nella necessità di porre da parte qualsiasi fantasia e di interessarsi, unicamente e semplicemente, a quanto attorno e innanzi a lui proposto in quel momento. Per tale ragione, egli non si riservò ragione alcuna di recriminazione nel merito delle proprie mancanze, affidando al vivo dolore imposto sul suo mento il compito di rimembrargli tale insegnamento e, immediatamente, tentare un nuovo affondo contro di lei, ora non più con un attacco frontale, quanto, piuttosto, lasciando calare il peso, il vigore di entrambi i propri pugni, chiusi e volontariamente uniti, in direzione della schiena di lei, ad approfittare della propria posizione di superiorità fisica e, soprattutto, della propria possanza, per tentare di schiacciare l'avversaria quasi fosse un semplice insetto.
Ancora una volta, repentino e sinuoso fu il movimento della donna guerriero a tentare di ovviare ai pur devastanti effetti di quel'attacco, nel cercare di sfuggire al medesimo gettandosi lateralmente e, in ciò, riservando a tanta potenza solo una traiettoria completamente sgombra, così come era stata quella già propostagli pocanzi. Purtroppo per lei, tuttavia, questa volta l'uomo aveva compiuto con cura, con attenzione i propri calcoli, pianificato la propria strategia, evidentemente deciso a dimostrare il proprio effettivo valore guerriero, quello che pur la sua fama non avrebbe mai potuto porre in dubbio, anticipando il pur incredibilmente rapido movimento della donna e, in ciò, riservandole in contrapposizione al medesimo un rapido calcio, l'impeto della propria gamba destra che, nel proporsi nerboruta in misura tutt'altro che inferiore nel confronto con il resto del corpo, si concesse contro di lei simile al tronco di un albero, raggiungendola esattamente sugli addominali obliqui, sul lato del corpo, e lì privandola del fiato e di ogni ulteriore possibilità di respiro. Non la soddisfazione di un gemito, di un lamento, comunque, ella volle concedergli, dimostrandosi innanzi a lui del tutto stoica, indifferente al pur terribile dolore subito e, in questo, limitando ogni propria reazione a un lungo sibilo fra denti serrati, forse una bestemmia così espressa in assenza di ogni possibilità di parola, un'invocazione blasfema in contrasto al proprio avversario o, più propriamente, a se stessa, per avergli concesso simile occasione di successo.
Sbalzata per oltre tre piedi da lui, in diretta conseguenza di quell'incredibile calcio che avrebbe spezzato, forse fisicamente, di certo moralmente, chiunque, la mercenaria, giovane sì, ma già animata dalla stessa energia, dalla medesima determinazione a cui siamo abituati, si dimostrò allora degna controparte del proprio sfidante, non cercando una semplice e rapida possibilità di resa, non accettando di essere tanto facilmente abbattuta da lui e dal fato, ma, subito, riprendendosi, nel rimettersi in piedi e nel cercare, in ciò, di ignorare il dolore conseguente a quella che, non ho difficoltà a supporre, sarebbe dovuta essere riconosciuta quale almeno una costola incrinata. E così, quand'egli, forte di quell'estemporaneo trionfo in tal modo appena riportato in suo contrasto, cercò di replicare con subitaneità, proiettando il proprio corpo in avanti e, in ciò, proponendo tutto il proprio stesso busto quale un'enorme arma contundente, in muscoli tanto sodi, tanto duri nelle proprie forme, da non poter concedere speranza alcuna in caso di violento impatto, ella non si limitò al ruolo di vittima inerme, rassegnato bestiame condotto al macello, schierandosi con forza, con risolutezza, contro di lui, nell'attendere l'istante propizio al fine di compiere un breve balzo in avanti, tale da condurre il proprio piede sinistro a cercare appoggio contro la sua stessa coscia e, subito dopo, da slanciare il proprio ginocchio destro a conquistare ancora una volta possibilità d'impatto contro il mento già compito, già leso, con un nuovo, micidiale attacco, tale non solo da arrestare quell'avanzata sì ipoteticamente irrefrenabile, ma, addirittura, da respingerlo con foga all'indietro, nel mentre in cui permise al proprio corpo di completare il movimento così iniziato con un'ampia, raffinata e meravigliosamente coordinata capriola all'indietro, tale da ricondurre i propri piedi perfettamente a terra dopo aver tracciato un cerchio perfetto nell'aria a lei circostante, e, in ciò, da concederle di essere già pronta a innanzi a qualsiasi nuova azione avversaria. Azione che, in effetti, non si fece attendere.
Sebbene colpito in già due occasioni sul medesimo punto, con vigore, con forza tale da stordire un'ampia rappresentanza del genere umano, Ebano si impegnò nuovamente a rendere onore al proprio nome e, in questo, pur non negandosi occasione di sputare una spiacevole miscela di saliva e sangue, della quale evidentemente si era ritrovato la bocca colma, con incredibile rapidità ritornò nuovamente a lei, apparentemente schierano in suo contrasto, nuovamente, un semplice affondo del proprio braccio destro, ma, nel mentre di ciò, caricando anche il proprio mancino, per essere pronto a colpire l'avversaria al momento del suo immancabile tentativo di evasione, esattamente come già era riuscito a compiere un istante prima con il proprio calcio: una strategia forse banale, forse prevedibile, quella da lui così resa propria, che pur non avrebbe potuto che rivelarsi vincente, dal momento in cui il proprio sventurato obiettivo non avrebbe potuto rendere propria occasione esterna all'accettare il primo colpo o all'incassare il secondo, là dove l'evitare l'uno avrebbe purtroppo lasciato l'altro libero d'agire. Per questo, conquistando un'equilibrata e, forse, inevitabile situazione di sostanziale pareggio in quella sfida, in quel duello tutt'altro che ovvio nel proprio sviluppo, tutt'altro che scontato nel proprio risultato, egli riuscì a raggiungere le reni della donna con l'impeto del proprio pugno sinistro, con foga ancora letale e, in ciò, tale da scaraventarla per un istante in aria, quasi semplice bambola di pezza similmente gettata da un'infante capricciosa, prima di vederla ricadere a terra a solo un paio di passi da lui.
Posizione di apparente inferiorità, quella in cui Midda fu in tal modo scaraventata, della quale Ma'Vret non ebbe tuttavia possibilità di approfittare, dal momento in cui, non appena cercò di avvicinarsi a lei per imporle, forse, il colpo di grazia, ella nuovamente si concesse del tutto indifferente al dolore allora indubbiamente dominante sulle sue membra e sulle sue ossa, così poste a dura prova, e, subito, pur restando ancora al suolo, si rigirò allo scopo di presentargli l'impeto dei propri talloni in contrasto alle sue tibie, respingendole con foga lontane da sé e, in conseguenza di ciò, producendo il medesimo effetto di uno sgambetto, nel costringerlo a perdere l'equilibrio e, in ciò, a precipitare, a propria volta, a terra, in un successo che, suo malgrado, avrebbe persino potuto trasformarsi in immediato fallimento, se solo la stessa donna guerriero non si fosse riservata sufficiente prontezza di riflessi per evadere dall'improponibile massa dell'uomo in tal modo, stolidamente, rigettata proprio contro di sé.
Ritrovatisi, così, entrambi al suolo, uno accanto all'altra, egli prono ed ella supina, i due contendenti, i due avversari, sembrarono accordarsi tacitamente per un effimero, fuggevole, istante di recupero, sinceramente posti a dura prova da tanto impegno, da uno scontro sì prolungato al quale non sembravano essere più abituati, nel ritrovarsi abitualmente impegnati contro nemici di qualità chiaramente inferiore. Un intervallo, una pausa, nel corso della quale alcuno fra i due volle concedersi la benché minima occasione di riprendere voce verso l'altro, probabilmente nel non desiderare offrire alcuna dimostrazione di affaticamento, di concreto dolore per quanto già reciprocamente subito, e, in ciò, nel riservarsi, almeno psicologicamente, moralmente, una possibilità di supremazia nei confronti l'uno dell'altra, dal momento in cui ammettere un proprio limite, in quel particolare frangente, sarebbe risultato equivalente a riconoscere l'evidenza di una forse inevitabile sconfitta.