Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
mercoledì 9 marzo 2011
1148
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
Abituata da sempre a ricercare occasione di divertimento e di distrazione nelle parole in misura non inferiore rispetto a sfide improbabili e quasi sempre mortali quali quelle nelle quali cercava continuamente di spingersi, raggiungendo, addirittura, piena realizzazione personale soprattutto nel momento in cui le era offerta una qualche possibilità per gestire entrambe le situazioni contemporaneamente, la mercenaria non limitò la propria attenzione, la propria concentrazione e il proprio interesse unicamente nella direzione dello scherzo da lei pur li, allora, ricercato, ma, nel mentre di ciò, proiettò il proprio corpo in senso opposto a quello verso il quale aveva combattuto sino a quel momento, allontanandosi dagli scheletri, prima che gli stessi fossero in grado di ricomporsi e di richiederle una ripresa del confronto da lei così repentinamente interrotto, per ricercare nuova e, sino a quel momento, inedita, occasione di sfida verso gli zombie. Una lotta, quella, che, tuttavia, non venne da lei richiesta quale fine a se stessa, là dove, in alcun modo, un gruppetto di zombie, soprattutto ove a sé offerti in un numero fra l’altro decisamente esiguo rispetto ai suoi consueti canoni, avrebbero potuto concederle lo stesso impegno richiesto da parte dei loro più agili compari, ma fu desiderata al solo scopo di aprire la via per sé, e per il proprio scudiero, nella direzione del nuovo obiettivo prefisso, da quest’ultimo suggerito e indicato, così come, senza possibilità di fraintendimento, volle ella suggerire con i propri gesti ancor prima che con qualsiasi possibile verbo, nell’afferrare con la fermezza propria del suo arto destro, in nero metallo, il braccio del ragazzo, a trascinarlo con sé senza concedergli occasione di dibattito attorno a simile gesto.
« Muoviti, Seem… » lo esortò, sorridendo e dimostrando, in tal modo, assoluta tranquillità nel contempo in cui mosse la propria mancina, armata, a spazzare i cadaveri putrescenti disposti innanzi a loro, con la naturalezza e la spontaneità che chiunque avrebbe potuto meglio attribuire a una giovinetta impegnata in un’allegra corsa fra i campi in fiore e, non di certo, in una tanto macabra attività di feroce mutilazione, in contrasto a chi, dopotutto, non avrebbe potuto provare dolore alcuno in conseguenza di tanta violenza « Mi hai già ampiamente delusa nel dimostrarti del tutto incapace di riconoscere i miei giusti meriti… non darmi ragione di rimpiangere di essere venuta a salvarti facendo pesare la tua presenza sui miei passi! » lo rimproverò, sebbene non una singola inflessione della sua voce nello scandire tali asserzioni sembrò concedere effettivo spazio a rimbrotto alcuno verso il ragazzo.
Ove gli impietosi gesti della donna guerriero, in offesa agli scheletri, non erano riusciti, ameno sino a quel momento, a imporre loro alcun danno, nell'oscena prerogativa dimostrata qual propria di quella particolare tipologia di creature non morte di essere sì quietamente frantumate nell'incontro con la lama di lei, salvo, subito dopo, ritornare a concedersi inalterate rispetto a prima, nuovamente pronte alla pugna quasi nulla fosse accaduto, prevedibilmente diverso fu il risultato da lei ottenuto nel contrasto agli zombie. Crani infranti, dall'oscura profondità dei quali esagitati vermi fuoriuscivano in maniera disgustosamente incessante; arti mutilati, gettati al suolo sotto il loro stesso peso e, pur, lì ugualmente privi di occasione di riposo, nel riprendere a muoversi quasi nulla fosse occorso, ancora bramando di raggiungere il calore di carni vive; addomi falciati e squarciati, dall'interno dei quali, a seconda del grado di decomposizione propria di quelle creature, talvolta erano nauseabondi liquidi a riversarsi al suolo, altre, semplicemente, sbuffi di polvere a proiettarsi in aria: queste, e molte altre immagini simili o peggiori, furono quelle alle quali venne affidato il compito di tratteggiare le orride sfumature di quel combattimento, una rapida, estemporanea battaglia ricercata dalla mercenaria al solo scopo di aprirsi un varco in direzione delle stalle della porta di ponente, e, ciò nonostante, non per questo meno allucinante nei propri colori, nelle proprie forme, nei propri eventi.
Più che confidente, da anni, con la minaccia propria di tali esseri, nonché, e ancor più, con le sgradevoli conseguenze di un confronto con gli stessi, prima fra tutte, dal suo punto di vista, il pessimo tanfo di morte che non sarebbe riuscita a lavare via dalla sua pelle per almeno una settimana, malgrado ogni abuso di acqua bollente e di schiumoso sapone, ovviamente la Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto accusare occasione alcuna di inquietudine, o di impressione, di fronte a tutto ciò. Fortunatamente, neppure il suo scudiero offrì, allora, la benché minima occasione di imbarazzo a tal riguardo, dimostrandosi, altresì, degno compagno d'arme della sua padrona, nell'affrontare, come già prima aveva quietamente compiuto, tutto quell'orrore senza battere ciglio, senza la benché minima esitazione, fisica o psicologica: al pari di chiunque altro entro quelle mura, dopotutto e suo malgrado, anch'egli aveva maturato un'indubbia confidenza con quegli orrori, offrendo in ciò l'ennesima riprova di quanto, al di là di ogni pregiudizio, Kriarya, la città del peccato, non avrebbe dovuto essere condannata quale ragione di vergogna di Kofreya quanto, piuttosto, motivo di vanto, d'orgoglio nazionale, nell'esser riuscita a proseguire, non senza le necessarie rinunce, nella propria quotidianità anche in condizioni nelle quali chiunque altro avrebbe perduto completamente il senno.
In pochi istanti, macellati dalla costante e irrefrenabile azione ella spada bastarda della donna dagli occhi di ghiaccio, caratterizzata a sua volta da un riflesso, da una tonalità, nella propria particolare lega metallica, che sembrava richiamarne il gelido sguardo, i non morti lì schierati vennero pertanto allontanati dalla via ricercata dalla coppia per la propria evasione da quell'abbraccio letale, volgendo con disapprovazione i propri ciechi sguardi, sostanzialmente incapaci di poter osservare il mondo attorno a loro, nella direzione lungo la quale le loro vittime designate ritrovarono occasione di evasione e fuga, e levando, in loro contrasto, il macabro silenzio caratteristico della loro condizione, là dove mai grida o bizzarri ululati, al di là della credenza comune di molte erronee voci, avrebbero potuto levarsi attraverso gole, prive di qualsiasi possibilità di animazione, o dal profondo di torsi e ventri, ai quali ogni respiro era ormai stato negato da tempi persino dimenticati.
« Mia signora… » apostrofo il giovane, arrancando dietro la propria padrona, in una corsa da lui non condotta, quanto, semplicemente, subita, nell'essere da lei ancora saldamente trattenuto e trascinato, secondo un ritmo al quale stava sinceramente cercando di restare coordinato entro i limiti delle proprie capacità e dell'oscurità imperante attorno a loro, tale da farlo inciampare sin troppo frequentemente « Voglio che sia chiaro come da parte mia non vi sia, né vi sia mai stata, alcuna disapprovazione nel merito della tua presenza fisica, che ho sempre giudicato straordinaria, nonché degna di ogni ammirazione. » commentò, nel trasparente intento di recuperare, se pur tardivamente, l'intervento omesso e, per l'assenza del quale, era stato appena scherzosamente rimproverato.
« Fuori tempo massimo: mi dispiace. » scosse il capo ella, pur apprezzando, con divertimento, l'impegno dimostrato dal proprio scudiero per stare dietro a quelli che sarebbero potuti essere considerati al pari di capricci, giuochi infantili del tutto inadatti nel mentre di una battaglia avente qual posta in palio non semplicemente la mera sopravvivenza ma, potenzialmente, l'eterna dannazione, qual solo sarebbe stato il fato loro riservato se qualcuna fra quelle negromantiche creature avesse avuto la meglio su di loro.
Nel merito proprio di un tale, concreto pericolo, alcuno fra i lievi graffi e le leggere escoriazioni, quali quelle pur riportate sino a quel momento tanto dalla donna quanto dal giovane al suo seguito, avrebbero potuto offrire ragione di preoccupazione ai due, dal momento in cui entrambi si ponevano assolutamente confidenti con un importante limite intrinseco nelle particolari dinamiche negromantiche necessarie a permettere l'insana rianimazione di cadaveri e resti umani altrimenti inermi. Un blasfemo maleficio, in contrasto a qualsiasi legge naturale e sicuramente molto potente, nell'essere in grado di porre similmente sotto assedio un'intera e ampia capitale, era quello che una non ancora identificata entità malvagia aveva scagliato in contrasto a tutta l'urbe, ma che, fortunatamente, nulla avrebbe potuto a discapito loro, o di chiunque altro al loro posto, sino a quando fossero rimasti in vita: condizione indubbiamente effimera, estremamente precaria e che, ciò nonostante, sarebbe potuta essere da loro difesa, così come avevano compiuto e come erano intenzionati a continuare a fare almeno sino a quando le forze non fossero loro venute meno.
« La prossima volta cerca di cogliere il momento propizio e, forse, riuscirò a perdonarti per questa tua mancanza. » incalzò ancora la mercenaria, sempre sorridendo e continuando, nel mentre di tali parole, a correre a grandi passi, falcate decise che si impegnavano a fendere la fredda aria della notte non diversamente dalla sua lama, continuamente e puntualmente dedita a levarsi in fiero contrasto a qualunque avversario avesse l'incoscienza di schierarsi sul loro cammino « Sempre ammesso che tu riesca a sopravvivere sino alla prossima volta… » soggiunse poi, con umorismo indubbiamente macabro ma, sicuramente, più che appropriato al contesto nel quale entrambi erano.
martedì 8 marzo 2011
1147
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
Sebbene sinceramente sollazzata nella possibilità di confronto fisico riservatale dai non morti, fra tutti i propri avversari quelli che, in verità, ella avrebbe potuto riconoscere quali i suoi preferiti, nella più completa assenza di remore, da parte sua, nell’infierire in loro contrasto data la loro particolare situazione, la Figlia di Marr’Mahew si costrinse a valutare la possibilità di interrompere il combattimento in atto per concedersi un momento di reale quiete, al fine di potersi confrontare in maniera più appropriata con il proprio interlocutore e, soprattutto, con la bizzarra storia da lui proposta, i concetti impliciti nella quale, a prescindere dalla natura propria di quella supposta strega sua imitatrice, avrebbero dovuto porla necessariamente in allarme. Per un istante, a tal scopo, ipotizzò l’eventualità di ascendere lungo qualche edificio, ponendosi al riparo sulla cima del medesimo, lontana da qualsiasi possibilità offerta a scheletri o zombie o altre negromantiche creature per imporre loro minaccia. Purtroppo, ove anche, in passato, sempre quando adeguatamente spronata, ella non si era mai posta dubbio alcuno sulla possibilità di raggiungere un simile obiettivo saltando lungo le pareti stesse di quelle erezioni, in gesti che chiunque avrebbe avuto sincera difficoltà a considerare quali semplicemente umani, frutto sicuramente di straordinaria preparazione fisica, ma nulla di più, affrontare una simile ascesa immersa nell’oscurità propria di quella città sarebbe stata una scelta eccessivamente azzardata anche per lei, resa ulteriormente tale dalla presenza, al proprio seguito, dello scudiero, che mai avrebbe potuto imitarne i gesti ed, eventualmente, seguirla in un’improbabile passeggiata verticale.
Per tanto solide ragioni, ella dovette allora escludere tale via dalla propria analisi, pur non negando, ancora, il possibile traguardo così preso in esame, il raggiungimento della protezione garantitale da un tetto, e, di conseguenza, dell’obiettivo prefisso, l’occasione di parlare tranquillamente con Seem. Prima ancora, tuttavia, che la mercenaria potesse impegnare il proprio intelletto nell’individuazione di un’alternativa migliore, entro la quale concedere possibilità al giovane di restarle vicino, fu proprio lo stesso scudiero a riprendere voce e a indicarle la soluzione che, allora, ella stava ancora ricercando.
« Mia signora… le vecchie stalle della porta di ponente. » esclamò egli, con trasporto trasparente, nell’intima fiera consapevolezza di poter rendere duplice onore, in tal modo, al proprio cavaliere, persino rimediando alle ragioni che l’avevano precedentemente sospinta a offrirgli un pur meritato rimprovero.
Se, infatti, nelle proprie parole, il ragazzo sarebbe potuto apparire eccessivamente criptico all’attenzione di un eventuale spettatore a loro esterno, nelle medesime egli fu in grado non solo di suggerire una via più che valida a realizzare i giusti stessi desideri ancora verbalmente inespressi dalla propria signora, ma, ancor più, conseguì tale ottimo risultato rendendo onore alla richiesta da lei precedentemente formulata, nell’imporgli di limitare i propri interventi a quanto strettamente necessario, senza perdersi in eccessivi, e sostanzialmente vani, arpeggi retorici qual pur, proprio malgrado, si ritrovava spontaneamente portato a compiere nel rapporto con lei, forse a sentirsi, in ciò, degno della sua attenzione o del proprio stesso ruolo, già conquistato e, ciò nonostante, ancor probabilmente temuto in discussione, al suo fianco.
L’edificio che un tempo lontano era stato adibito al ruolo di stalla, per offrire ospitalità ai destrieri dei viaggiatori più importanti, e benestanti, sopraggiunti in città attraverso la porta occidentale, da molti anni, decenni addirittura, era stato sostanzialmente abbandonato al proprio fato, vittima, come molte altre strutture in città, della natura caotica dominante in quella capitale, violenta e prevaricatrice, tale da offrire difficilmente spazio ad attività autonome, eccezione fra tutte le quali, sicuramente, avrebbe dovuto essere giudicata proprio la locanda di Be’Sihl, né, tanto meno, tale da permettere a un riferimento così potenzialmente importante e rilevante di restare quietamente sotto l’egemonia di un solo signore cittadino, un singolo lord. Privo di un proprietario sufficientemente carismatico, al pari del locandiere shar’tiagho, da mantenerlo indipendente da qualsiasi influenza locale, e, al tempo stesso, troppo esposto in conseguenza della propria funzione e della propria favorita posizione, in prossimità di una delle quattro grandi soglie d’accesso alla città, per non essere continuamente conteso fra diversi potenziali protettori, quel luogo era necessariamente caduto in disgrazia, un fazzoletto di terra all’interno della città del peccato sul quale alcuno avrebbe potuto avere interesse a sospingersi, nella consapevolezza di che non sarebbe rimasto a lungo libero di godere di una simile audacia anche ove fosse stata dimostrata.
In tutto ciò, di quelle stalle, probabilmente sempre affollate una manciata di lustri prima di allora, in quegli anni era rimasto solo uno scheletro di pietra e legna, frequentato unicamente da insetti, aracnidi, roditori, rettili e, talvolta, gatti e volatili, ma nulla di dimensioni o massa particolarmente maggiore, là dove, nel propri stato di abbandono, probabilmente l’intero edificio sarebbe imploso su se stesso nel momento in cui anche semplicemente un bambino avesse osato spingere al suo interno i propri passi. Una situazione assolutamente nota in città, e, soprattutto, in quella zona dell’urbe, ragione per la quale, appunto, neppure un pargolo, fra i tanti figli disperati di quella capitale priva di sogni per il futuro, si sarebbe lì avventurato per qualcosa di diverso da un’ipotetica prova di coraggio, ammesso che simile eventualità avrebbe potuto caratterizzarli, esperienza comune a qualsiasi gruppo di bambini di qualsiasi comunità, cultura o nazionalità, e, pur, del tutto sconosciuta all’interno di Kriarya, là dove il semplice essere al mondo entro quelle mura a forma di dodecagono sarebbe dovuta essere riconosciuta quale sufficiente dimostrazione della propria audacia, o della propria follia. Una situazione che, nell’essere ovviamente nota anche all’attenzione della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, non avrebbe potuto evitare di farle giudicare tale suggerimento da parte del proprio scudiero quale più che meritevole di riguardo… pericoloso, certamente, ma non in misura maggiore rispetto al restare in mezzo a una strada sempre più affollata di non morti.
« Spero di non aver accumulato qualche libbra di troppo negli ultimi mesi… » rispose la donna, implicitamente approvando, in tale autoironico commento, tale idea, nel mentre in cui, con un ampio volteggio della propria lama bastarda, riuscì a riservare loro qualche, fuggevole istante di quiete, nello spazzare gli scheletri a lei più prossimi « … sarebbe estremamente sgradevole finire uccisa in conseguenza di un po’ di ciccetta aggiunta. »
Se solo avesse avuto maggiore coraggio nell’esprimersi, forte della confidenza che pur il suo cavaliere non aveva mai negato di dimostrargli, tanto con il proprio modo di essere, quanto con le proprie stesse parole sempre quiete, scherzose e, persino, maliziose a lui dedicate, Seem avrebbe potuto indubbiamente approfittare dell’occasione per esprimere legittimi, e sinceri, apprezzamenti sulla forma fisica della propria interlocutrice, da lui assolutamente apprezzata, nella generosità della sua femminilità che mai sembrava aver risentito dello stile di vita rigido e severo che pur ella aveva reso proprio. Suo malgrado, però, sebbene non fosse più oggettivamente tanto impacciato, nel relazionarsi con lei, come in occasione dei loro primi incontri, nel corso dei quali, sovente, neppur era stato in grado di prendere parola verso di lei, né in maniera autonoma, né, ancor meno, incitato esplicitamente in tal senso, il giovane scudiero non avrebbe ancora potuto vantare, nei suoi riguardi, una familiarità tale da concedersi un certo genere di interventi, ammesso, e pur non necessariamente concesso, che gli stessi avrebbero potuto considerarsi in linea con il suo modo di essere, con il suo stesso animo.
Per tal ragione, egli preferì limitarsi a mantenere il silenzio già allora proprio, presentandolo quale sola replica a quel commento scherzoso, nonostante, tanto evidentemente, in conseguenza del medesimo, ella si stava già attendendo una reazione in toni egualmente giocosi rispetto ai propri. Motivo per il quale, la donna non manco di incalzare nuovamente alla sua attenzione…
« Se mi permetti la critica, mio caro scudiero, quest’anno di lontananza non ha assolutamente giovato al temprare il tuo carattere, così come mi ero illuso sarebbe potuto essere. » sospirò ella, enfatizzando in maniera a dir poco grottesca tale reazione emotiva, trasparentemente giocosa anche in tutto ciò « Non ti rendi conto di quanto, per colpa di tutti questi tuoi silenzi, il lato più femminile e vanitoso del mio animo potrebbe essere violentemente ferito, gravemente leso, al punto tale da stimolare l’aspetto più vendicativo della mia stessa altrimenti quieta e magnanima intima natura? » sorrise in maniera spontanea e sorniona, non riuscendo neppure a imbronciarsi così come, in effetti, avrebbe preferito fare in quel frangente a rendere meglio l’immagine altresì premessa dalle parole appena pronunciate.
lunedì 7 marzo 2011
1146
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
Se pur vero sarebbe dovuto essere considerato il particolare di quanto la falsa Midda, nell’affrontare dozzine e dozzine di guardie e di mercenari al servizio di lord Brote, avesse dimostrato un’abilità nell’uso della spada non inferiore rispetto a quella propria dell’originale, tale, nuovamente, da non permettere ad alcuno di dubitare di una tanto evidente identità, nel seguire i movimenti di colei che sola aveva e avrebbe mai considerato quale propria signora, lo scudiero non mancò di considerarsi, paradossalmente e, forse, ingenuamente, certo di come alcuna imitazione avrebbe mai potuto realmente competere degnamente con chi sembrava essere stata creata solo per tutto ciò. Essere testimoni di un combattimento nel quale era coinvolta la Figlia di Marr’Mahew, così soprannominata non per semplice caso, avrebbe dovuto essere considerato equivalente all’essere spettatori di un’incredibile dimostrazione di forza da parte della natura stessa, quale uno straordinario temporale, un furioso uragano, un dirompente terremoto o, anche, più semplicemente ma mai banalmente, un meraviglioso tramonto o una splendida alba: ella non si limitava a porre in essere gesti sempre perfettamente ponderati ed eseguiti allo scopo di raggiungere l’obiettivo prefisso nella propria sopravvivenza e nella propria vittoria sul nemico, quanto, piuttosto, offriva loro concreta vitalità autonoma, lasciando apparire quel confronto potenzialmente letale e indubbiamente distruttivo, quale un’esperienza assolutamente entusiasmante e, addirittura, intrinsecamente creativa, volta non a dispensare morte, qual pur sostanzialmente era, quanto, piuttosto, a offrire nuove possibilità di confronto con la vita. Un’energia inconfondibile, quella che solo da lei sarebbe potuta sorgere e fluire in maniera tanto naturale e, addirittura, incontrollabile, tale da non poter essere artefatta o mistificata da alcuno, per quanto seriamente impegnato in un simile tentativo.
« Il tuo silenzio potrebbe offendermi, scudiero! » richiamò l’attenzione del proprio interlocutore, richiedendogli di scuotersi dalla malia che lo stava dominando in lui in tale situazione e di dimostrarsi maggiormente reattivo accanto a sé, non tanto nell’esigenza, per lei, di un qualche supporto in contrasto agli scheletri, quanto, piuttosto, nella volontà di non permettergli di perdere contatto con la realtà attorno a loro, errore che, nonostante il suo attivo intervento, sarebbe potuto risultare a dir poco letale per lei « Devo forse credere che, in queste ultime stagioni, tu abbia avuto modo di smarrire la retta via, offrendo ammirazione a qualche ombra di poco conto malgiudicata a me potenzialmente pari?! »
Parole, quelle proprie della donna guerriero, che, nel frangente proprio di quella situazione, nel confronto con quanto vissuto, proprio malgrado, dallo stesso Seem, e da tutta Kriarya con lui, non avrebbero potuto essere giudicate più inappropriate, o, forse, appropriate, nella loro possibile reinterpretazione e che, comunque, vennero lì scandite prive di qualsiasi particolare e velato messaggio, significato celato dietro la mera evidenza dei significanti lì impiegati.
L’ironia della donna guerriero, pur tremendamente adatta per definire la caotica assurdità nella quale l’intera città del peccato era, proprio malgrado, precipitata, avrebbe dovuto essere riconosciuta quale assolutamente pura, ancora genuina nell’assenza di confidenza da parte sua con gli eventi occorsi in propria assenza. E, nel confronto con tanta sincerità, il giovane non poté che sentirsi afflitto, in cuor proprio, per il ruolo d’ambasciatore che il destino gli aveva voluto riservare o che, in verità, egli stesso aveva scioccamente preteso qual proprio nel momento in cui aveva voluto rinunciare alla quieta protezione della locanda nella fretta, nell’urgenza di raggiungere quanto prima il proprio cavaliere, tanto ammirato al punto da poter essere addirittura idolatrato: purtroppo per lui, però, alcuna ragione avrebbe potuto considerare utile a rimandare quell’argomento e, al contrario, nella presenza di lei all’interno di quelle mura entro i confini delle quali avrebbe dovuto egualmente difendersi tanto dai non morti quanto dai vivi, qualsiasi ritardo nella presentazione di tanto fondamentali, quanto delicate informazioni, avrebbe potuto costituire per la stessa mercenaria occasione di pericolo o di danno.
« Mia signora… invoco il tuo perdono per quanto sono costretto a narrarti. » prese voce il giovane, senza dimenticare il pericolo incombente su di loro, e lì rappresentato non solo dagli scheletri contro ai quali già si stava impegnando la sua compagna, quant’anche dagli zombie, i quali, pur muovendosi lentamente, stavano iniziando ormai a giungere in pericolosa prossimità con loro, tanto da richiedergli di ritornare ad assumere una postura di guardia, nello schierare innanzi a sé la propria arma e nel prepararsi a combattere accanto a colei alla quale aveva promesso la propria vita « Purtroppo, quanto tu ora stai dichiarando per semplice giuoco è, invece e tristemente, avvenuto. »
« Mi hai tradita con qualcun’altra?! » sorrise ella, abituata ai toni tragici del proprio scudiero, al punto da non riuscire a cogliere la necessaria serietà da lui comunque allora dimostrata qual immeritevole di tanto scherno, qual pur, effettivamente, gli stava offrendo, minimizzando il senso del suo intervento « D’accordo… credo di essere abbastanza adulta da comprendere e accettare quanto sia stato difficile per te restare lontano da me per un anno intero e, per questo, sono tranquillamente disposta a riconoscerti il mio perdono, affinché non possa esserci accenno, a mio riguardo, di crudeltà alcuna nei confronti dei miei sottoposti. »
« Oh no… no, mia signora! » negò egli, scuotendo il capo e, subito dopo, ritrovandosi costretto a menare i primi calci, allo scopo di tentare di allontanare i cadaveri putrescenti di quei non morti da sé, fortunatamente ancora troppo poco numerosi per poter apparire quale reale minaccia « Io non ti avrei mai tradita e non l’ho fatto neppure quando una strega, perché solo tale può essere considerata, ha ingannato tutti in città, prendendo il tuo nome e il tuo volto, e… » tentò di spiegare, salvo ritrovarsi interrotto non dall’intervento di un proprio avversario, ma della propria stessa interlocutrice.
« Seem… per l’incredibile magnanimità di Thyres. » esclamò la mercenaria, esasperata dal sempre presente, e sempre eccessivo, formalismo del giovane nel proprio rivolgersi a sé, forse da considerarsi, addirittura, la sola battaglia da lei realmente persa nella propria intera esistenza, non essendo ancora riuscita a convincerlo all’uso di un registro diverso da quello tanto insistentemente adoperato « Taglia corto e dimmi cosa è accaduto: continuando di questo passo farò in tempo a invecchiare, morire e trasformarmi anch’io in uno di questo dannati scheletri prima che tu abbia concluso un periodo di senso compiuto. »
A dispetto del ruolo sostanzialmente assunto qual cavaliere, Midda non era ancora, e probabilmente sarebbe mai, riuscita a considerare realmente quel giovane quale un proprio subalterno, un proprio servo, troppo lontana, nei propri principi, nelle proprie stesse intime logiche, da tali ideali, da simili concetti, per poter prevedere che quel pur bizzarro ragazzo potesse esserle subordinato, quale professione o, peggio, vocazione. Quando, tempo prima, aveva accettato di potergli concedere la possibilità di prestare servizio accanto a sé quale scudiero, ella era stata sinceramente impressionata dalla forza di volontà che aveva animato un impacciato e timido garzone al punto tale di permettergli di formulare il pensiero di una tale richiesta che mai, alcun’altro, in passato, aveva definito: in ciò, e negli eventi successivi, tuttavia, ella si era resa conto che, sotto una certa luce, non si era limitata ad assumere tale fanciullo, quanto, addirittura e piuttosto, a adottarlo, quale inaspettato, e non ricercato, figlioccio.
Ragione per la quale, pur mascherandosi sempre dietro una maschera di scherzoso giuoco nel ruolo di sua padrona, la maggior parte dei rimproveri da lei rivolti a discapito di Seem avrebbero dovuto essere riconosciuti non al pari di quelli di un cavaliere verso il proprio scudiero, così come quell’ultima sua energica presa di posizione volle ricordargli, ove egli avesse commesso l’errore di obliarlo in conseguenza del loro recente periodo di distacco.
« Di quale dannata strega stai parlando? » insistette ella, concedendogli, in tale esortazione, occasione per riprendere il discorso rimasto interrotto.
« Di una donna che, neppure tre mesi or sono, è comparsa in città con le tue esatte sembianze, parlando con la tua fedele voce, agendo con i tuoi abituali movimenti, e ingannando, in ciò, chiunque in città, nell’abusare del tuo nome per i propri scopi. » rispose puntuale egli, cercando di non contrariare il proprio cavaliere nel fornirle qualcosa di diverso da quanto da lei appena richiesto in maniera tanto diretta « Una strega, pertanto, senz’ombra di dubbio. »
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