Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 12 marzo 2011
1151
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
Nuovamente trascinata dalla foga della battaglia, per eterni, e pur effimeri, istanti, Midda parve completamente sorda alle parole del proprio scudiero, quasi egli non avesse neppure aperto bocca, né verso di lei, né in altra direzione. Impossibile, in un tale frangente, sarebbe stato ipotizzare le potenziali ragioni alla base di un tale comportamento, di una simile e imprevedibile reazione da parte sua alla notizia della morte della propria amica, nonché sposa del proprio mecenate: qualcuno, lì ipotetico testimone, avrebbe potuto supporre che, in tanto appassionato coinvolgimento fisico nella lotta gratuitamente propostale, la donna guerriero stesse cercando, in qualche modo, di obliare i propri pensieri, di ovviare alle proprie emozioni, sfogando la propria rabbia in contrasto a quegli avversari contro i quali, dopotutto, avrebbe potuto esprimere il peggio di sé senza incorrere in alcun limite proprio di qualsivoglia morale. Un'analisi, quella in tal modo delineata, che, per quanto razionale e ampiamente condivisibile, soprattutto nell'osservare quanto impegno ella stesse ponendo nel macellare senza riserbo alcuno tanto zombie quanto scheletri, quasi volesse ridurli all'impotenza nello sminuzzarne le membra in frammenti sì piccoli da risultare completamente inoffensivi, che pur non trovò partecipe la mente dello stesso Seem, il quale, particolarmente prossimo alla propria signora da averne appreso le principale dinamiche mentali ed emotive, avrebbe potuto dichiararsi certo di quanto mai ella avrebbe commesso l'errore di impegnarsi in un combattimento, fosse esso semplice duello al pari di incredibile guerra, lasciandosi lì trascinare dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti, nell'essere perfettamente consapevole di quanto, così facendo, avrebbe semplicemente sottoscritto la propria stessa condanna a morte.
Come anche il mai sufficientemente compianto Degan, padre di Arasha nonché maestro d'arme tanto di Midda, in un passato lontano, quanto del giovane, in uno più prossimo, si sarebbe stancato di ripetere, per vincere una sfida non sarebbe stato mai sufficiente affidarsi unicamente al proprio corpo, così come, neppure, al proprio cuore, alla propria mente o al proprio animo: il più forte fra i guerrieri, al pari del più appassionato, del più intelligente o del più motivato, si sarebbero difatti sempre ritrovati legati da quella che avrebbero potuto considerare la propria stessa caratteristica vincente, là dove né la forza, né la passione, né l'intelligenza e neppure la motivazione, da sole, avrebbero potuto essere compagne di un vincitore, salvo, ovviamente, rari e fortuiti casi, sostanzialmente più dannosi che utili ai soggetti degli stessi eventuali protagonisti. Il segreto del vero guerriero, quanto capace di distinguere una donna quale, non a caso, Midda Bontor dalla maggior parte di altre professioniste suo pari, avrebbe dovuto essere riconosciuto quello di saper gestire in maniera appropriata e coordinata tanto il proprio corpo, il proprio cuore, la propria mente e e il proprio animo nel corso delle proprie imprese, raggiungendo, in tale armonia interiore, in simile equilibrio intimo, una padronanza di sé tanto profonda e tanto elevata da concedere un corrispettivo controllo sul mondo a sé altresì circostante.
Che la Figlia di Marr'Mahew, colei conquistatasi tanta fama, tanta gloria, per essere riuscita a fronteggiare sfide e nemici per chiunque altro inimmaginabili, in situazioni sempre oltre ogni limite proprio dell'umana natura, potesse tanto facilmente perdere il senno in semplice, per quanto drammatica, conseguenza dell'annuncio della morte di una persona a lei pur cara, sarebbe, pertanto, apparso del tutto assurdo, paradossale all'attenzione del buon Seem, il quale, per tale ragione, non poté che mantenere il proprio sconvolto stupore in attesa di una qualche replica da parte sua, sempre ammesso che ella si sarebbe mai concessa occasione di riconoscergliela.
« Mia signora! » esclamò nuovamente egli, imponendo la propria voce nel silenzio della notte sino a quel momento disturbato solamente dal suono prodotto dalla spada di lei dedita a trasformare i corpi a sé circostanti in quanto di più simile al ripieno di una salsiccia.
« Dimmi pure… » replicò ella, con tono tanto tranquillo, sereno e, apparentemente, distratto, da farla credere quale assolutamente ignara dell'assurdità del proprio gesto, di quell'improvviso e inatteso volo volto a riportarla nel cuore di una battaglia dalla quale tanto avevano faticato, e rischiato, per allontanarsi « … sono in grado di ascoltarti e di combattere contemporaneamente, per quanto possa apparire indubbiamente straordinario. » ironizzò con fare divertito, ancora incalzando « E' una prerogativa di noi donne, sai? Riuscire a fare, e a fare bene, tante cose contemporaneamente. Altro che voi maschietti! »
Interdetto restò per un attimo, solamente per il tempo necessario a connettere nuovamente cervello e lingua, il giovane, osservando la propria signora quasi fosse non solo un'estranea ma, addirittura, una creatura proveniente da una realtà totalmente dissimile alla loro e lì giunta poche ore prima. Tuttavia, quella stessa intima sensazione che, mesi prima, gli aveva permesso di riconoscere l'ignobile menzogna proposta dalla falsa Midda, rinnovò in lui la certezza di quanto, al contrario, quella fosse effettivamente la sua signora, la sola che mai si sarebbe potuta dimostrare capace di sovvertire in maniera tanto spontanea e naturale qualsiasi logica, per motivi a lei solamente noti o, banalmente, persino per proprio semplice diletto.
In tutto ciò, pertanto, necessario non sarebbe stato discriminare l'identità della propria padrona, quanto, piuttosto, le ragioni alla base di quel suo comportamento, motivi innanzi ai quali, ancora, si sarebbe potuto definire assolutamente e miseramente ignorante.
« Mia signora… » ripeté il giovane, scandendo ora ad alta voce ogni singola sillaba pronunciata « Cosa stai facendo? Perché ti sei gettata in maniera tanto avventata contro quelle creature? Il mio cuore ha rischiato di non resistere al timore di una tua prematura fine, nel momento in cui, senza avvertirmi, hai posto in essere tale follia! » commentò, aprendosi sincero come sempre verso di lei, deciso sin dall'inizio del loro rapporto a non negarle, coscientemente, la benché minima occasione di confidenza con il proprio intimo più recondito.
« Oh, Thyres! » esclamò la donna, sospirando a gran voce il nome della propria dea prediletta in conseguenza di quelle parole « Seem… l'essere posto a contatto con quella mia sosia ti ha, forse, dato ragione di dimenticare chi io sia veramente?! » gli domandò, per tutta risposta « Ti assicuro che questi quattro cenci putrescenti non hanno nulla a che fare con le orde di non morti che ho affrontato in passato, tanto nella palude di Grykoo, quanto sotto la città della pace, nel corso della ricerca della corona perduta della regina Anmel! » volle ricordargli, nel citare due fra le proprie più recenti, per quanto ormai passate, avventure nelle quali aveva avuto altre occasioni di affrontare degli zombie.
« Ma perché? » insistette l'altro, riproponendo la questione principale, la realmente irrisolta « Stavamo parlando e, tutto d'un tratto… »
« Perché… perché… perché… » lo canzonò ella, scimmiottandone il tono seppur senza concreta malizia, quanto piuttosto nella volontà di sdrammatizzare la situazione, evidentemente vissuta dal proprio compagno con preoccupazione giudicata eccessiva « … stai invecchiando, mio buon scudiero, e invecchiando molto male, se questo è divenuto il tuo canone di confronto con la vita quotidiana. » sorrise, scuotendo il capo e, nel contempo di tali scherzose parole, decollando uno dei propri avversari con la spada mantenuta nella sinistra, nonché infrangendo un altro fra gli stesso con il proprio metallico pugno destro, sempre agendo con la massima naturalezza, quasi nulla di tutto ciò avesse da giudicarsi folle o straordinario.
« Ci siamo presi la nostra piccola occasione di riposo, abbiamo scambiato due chiacchiere su quanto è accaduto negli ultimi mesi, mi hai dato tutte le cattive notizie che mi dovevi dare… o, per lo meno, lo spero… e ora non vi sono più ragioni, per me, di perdere il resto della nottata in equilibrio precario su un pezzo di legno completamente marcio. » riassunse poi, proseguendo e, in ciò, dal proprio personale punto di vista, chiarendo ogni dubbio potenzialmente proprio dell'interlocutore « Ora, per favore, calmati. Anzi… cerca magari di trovare una posizione comoda, nei limiti del possibile, in quel tuo cantuccio e vedi di attendere quieto e sereno lì il sorgere del sole. »
« C-come?! » sgranò lo sguardo l'altro, sperando di non aver ben compreso quell'ultimo invito.
« D'accordo… se proprio vuoi, scendi pure. » si strinse nelle spalle la mercenaria, quasi a giudicare del tutto irrilevante l'eventuale decisione finale che egli avrebbe potuto voler abbracciare « Vorrà dire che vedrò di accompagnarti fino a un posto migliore, prima di dirigermi alla torre di lord Brote. »
venerdì 11 marzo 2011
1150
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
« N'Hya… » ripete, ancora una volta e ora apostrofandola con il nomignolo con la quale aveva iniziato a chiamarla sin dalla loro prima avventura insieme, qual gesto di confidenza « … perché? » domandò in maniera evidentemente retorica, non attendendosi possibilità di replica alcuna da parte del proprio interlocutore, e pur ricercando e trovando in lui, nel contempo di quelle parole, un concreto e utile sostegno fisico, abbisognando infatti, in maniera chiaramente percepibile, persino di aiuto per sorreggersi sul fragile supporto da lei obbligatoriamente scelto quale proprio, tanto quella novella l'aveva lasciata intimamente stravolta « Thyres, perché lei?! »
Premuroso e presente, nel tendersi a lei prima che ella potesse perdere l'equilibrio, offrendole le proprie mani e afferrando in tal modo saldamente quelle di lei, e tuttavia silenzioso, ove alcuna risposta sarebbe effettivamente potuta esserle concessa attorno a un simile, e pur legittimo, quesito, si dimostrò inizialmente Seem nei riguardi del proprio cavaliere, non ovviando a sentirsi, almeno in parte, colpevole per lo stato di lei, nella responsabilità per lui divenuta propria nel momento stesso in cui aveva deciso di essere latore di un tale annuncio, e, purtroppo, ritrovandosi proprio malgrado consapevole di non poter agire in alcun modo migliore rispetto a quello per offrirle aiuto.
Invero, in quegli ultimi mesi, non solo la reale identità della falsa Midda era rimasta infatti del tutto ignota all'interno della città del peccato, in maniera tale da permettere a tutti di continuare a credere che quell'assassina avesse da identificarsi effettivamente quale colei che malignamente appariva, ma anche le eventuali ragioni, i possibili moventi alla base di un tale attacco a lord Brote erano restati egualmente non rivelati, là dove alcuno aveva rivendicato la paternità di un simile gesto. E, ancora e parimenti, persino le importanti motivazioni a fondamento dell'incredibile e feroce maledizione scagliata in contrasto all'intera capitale, tale da trasformarla, ogni notte, nello stesso identico orrore da loro attualmente vissuto, avrebbero potuto essere annoverate fra i numerosi interrogativi rimasti ancora irrisolti dopo tanto tempo: evento, quest'ultimo, tanto implicitamente estraneo alla natura del soggetto ritenuto responsabile per quanto avvenuto, che se non fosse succeduto con impressionante puntualità alle altre circostanze, probabilmente non sarebbe neppure stato collegato alle stesse, ma che, al contrario, in conseguenza diretta a quell'incredibile concomitanza, non poté essere considerato quale semplice casualità priva di relazione alcuna con quella donna guerriero e con l'omicidio da lei condotto a termine, suggerendo, persino, una spiacevole correlazione fra la mercenaria, lì ingiustamente coinvolta, e oscuri poteri negromantici o stregoneschi, in sola virtù dei quali ella, sino ad allora, era riuscita ad accumulare una tanto ininterrotta serie di successi, trionfi, vittorie, quali quelle che da sempre l'avevano caratterizzata.
Malgrado ogni fermo proposito di rispetto nei riguardi della propria signora, nel coglierla quale perduta in intimi pensieri per un lasso di tempo che, nel confronto con le loro attuali, precarie condizioni, egli volle giudicare quale eccessivo, il giovane scudiero decise, alfine, di riprendere parola, non desiderando apparire disinteressato al suo dolore, al chiaro lutto nel freddo e impietoso abbraccio del quale, in quel momento, ella si era avvolta, e, ciò nonostante, non gradendo neppure il pensiero di rischiare di vederla precipitare, e cadere insieme a lei, verso il piano inferiore, là dove i non morti sembravano attendere pazienti l'occorrenza di un tale sciagurato evento.
« Midda… mia signora! » richiamò egli, osando persino pronunciare il nome di lei per offrire, alle proprie parole, maggiore energia « Ti prego, ascoltami: per quanto, in questo momento, tu abbia da considerarti, probabilmente, la persona meno popolare di tutta Kriarya, permettimi di ipotizzare per noi la ricerca di un rifugio più appropriato rispetto a questo pur da me suggerito. » esortò, con tono preoccupato « Sono sicuro che vi sarà modo, per te, di riprenderti da una tale perdita, soprattutto dopo un bagno caldo e una note di riposo su un giaciglio degno di essere definito tale. »
« Non dire scempiaggini, Seem! » lo rimproverò ella, recuperando istantaneamente ogni energia prima apparentemente perduta, probabilmente richiamata, dalle sue stesse parole, alla realtà e alla primaria esigenza di non concedere al rimpianto per l'ennesimo affetto perduto di porre in dubbio il proprio domani, nel proprio consueto, e pur non entusiasta, ruolo di sopravvissuta… sopravvissuta a troppi amici morti attorno a lei, spesso per causa sua.
« Di quanto io abbia o non abbia a essere popolare in queste mura, sinceramente, nulla mi è mai importato e non inizierà, certamente, a interessarmi ora. E a chi fosse interessato a presentarmi il conto per quanto compiuto dalla mia sosia, proporrò ottime ragioni, solide come la lega metallica della lama della mia spada, per mantenersi a distanza. » puntualizzò la donna, subito proseguendo e ora offrendo riferimento al primo degli argomenti accennati dal proprio giovane interlocutore « Per quanto riguarda, altresì, la morte di Nass'Hya, temo che la faccenda possa considerarsi meno ovvia di quanto la tua filosofia stia cercando di suggerirti: dimmi… questa invasione di non morti ha avuto forse inizio da dopo i tragici eventi di cui mi hai reso partecipe?! » richiese, nuovamente con tono retorico e, ora, non tanto perché conscia dell'impossibilità, per il ragazzo, di concederle risposta, quanto, piuttosto, perché certa della replica che le sarebbe giunta a simile riguardo, evidentemente confidente con qualche aspetto di quella situazione del quale né Seem, né alcun altro in città era informato.
« S-sì… » rispose lo scudiero, improvvisamente ritornato titubante, imbarazzato nel proprio esprimersi, quasi il recupero di controllo interiore nell'altra fosse stato coincidente con una proporzionale perdita di sicurezza da parte sua, quasi ora dimentico di quell'energia che pur aveva caratterizzato sinceramente la sua ultima proposta verso di lei « Sì… e proprio per questo la responsabilità è ricaduta sulla strega che ha rubato le tue sembianze, per quanto tutto ciò sia rimasto privo di raziocinio alcuno in misura non inferiore rispetto alle altre barbare gesta di cui ella si è resa protagonista. »
In immediata conseguenza di quella conferma, Seem non poté trattenere un alto grido, ove la presa che, dalla notizia della morte di lady Nass'Hya sino a quel momento, aveva mantenuto attorno ai polsi della propria signora, venne da lei volontariamente sciolta, vedendola, subito dopo, lasciarsi ricadere all'indietro, in quello che, in un primo istante, sembrò terribile conseguenza di un passo falso, del crollo del fragile sostegno in legno o, persino, di un'insensata volontà suicida in lei, quale tardiva e pur tremenda reazione alla pena per la prematura scomparsa della propria amica.
Fortunatamente, però, come egli ebbe immediatamente ragione di rendersi conto subito dopo il proprio spontaneo e incontenibile urlo, alcuna di quelle tre ipotesi avrebbe dovuto essere giudicata reale, dal momento in cui tutt'altro che casuale era stato il movimento di lei, integro era ancora quell'ultimo marcio residuo di pavimentazione e, ancora e soprattutto, mai in lei avrebbe potuto sussistere un disprezzo tale per la propria esistenza tale da spingerla a un gesto tanto stolto, quale quello utile al solo e vano scopo di anticipare un appuntamento pur inevitabile e irrinunciabile per qualsiasi mortale. E, per amor di dettaglio, il giovane non avrebbe effettivamente neppure potuto descriverla quale realmente caduta, nell'essersi ella, piuttosto, volontariamente e coscienziosamente impegnata in un ampio ed elegante volteggio all'indietro, utile a concederle di percorrere, con meravigliosa agilità e indubbia audacia, la distanza che, prima di quel gesto, l'aveva separata dal suolo sotto di sé, estraendo, al termine di tanto perfetto volo, sì leggiadro nella propria stessa esecuzione da apparire effettivamente tale, la propria spada bastarda dal fodero nella quale era rimasta prima riposta, allo scopo di rivolgerla in direzione dei cadaveri e degli scheletri, macabramente rianimati, lì ritrovati attorno a sé in virtù del proprio movimento.
« Dannazione! » esclamò egli, non bestemmiando il nome di alcun dio o dea in semplice conseguenza della propria assenza di fede in qualsiasi divinità, sebbene, in quel preciso frangente, avrebbe avuto reale desiderio di dare sfogo all'ansia immediatamente cresciuta in lui con una tale esclamazione « ... ma cosa diamine…?! » tentò di domandare, dimentico, nella propria concitazione, di ogni forma di riverenza verso il proprio cavaliere.
giovedì 10 marzo 2011
1149
Avventura
025 - Ritorno alla città del peccato
Affascinante.
Alcun altro termine, nel profondo del proprio animo, con la piena sincerità del proprio cuore, avrebbe potuto individuare il giovane Seem, fra quelli a lui noti nei limiti della propria conclamata ignoranza, per descrivere l'immagine a sé offerta, ancora una volta, dalla donna per servire al fianco della quale un giorno ormai passato aveva deciso di porre in giuoco la sua esistenza come mai prima d'allora, abbandonando tutto ciò che per lui era sempre stata vita e abbracciando con foga, con passione, una nuova vocazione, e non semplicemente una nuova professione. Quand'egli, infatti, aveva deciso di dire addio al ruolo da garzone all'interno della locanda di Be'Sihl, che pur indubbia serenità gli aveva alfine concesso dopo tanti anni turbolenta adolescenza, il ragazzo non aveva semplicemente concluso un'esperienza lavorativa, ma, anche, un intero capitolo della propria storia personale, offrendo il proprio malinconico addio a colui che era stato un tempo per potersi permettere di accogliere il nuovo se stesso. Un passaggio tutt'altro che indolore o gratuito, quello compiuto, che, anzi, lo aveva veduto spingersi in prossimità della morte con maggiore trasporto di quanto non avrebbe avuto piacere di ricordare, quasi annegando, fisicamente… non metaforicamente, nelle profondità di un oscuro mare in tempesta, dopo aver sconfitto un osceno mostro tentacolato e, in tale atto, aver persino salvato la stessa Figlia di Marr'Mahew, la quale, a sua volta, gli aveva subito dopo ricambiato il favore, precipitandosi verso di lui per concedergli una nuova occasione anche ove egli stesso non credeva di poterla realmente meritare.
Affascinante ella appariva allora al suo sguardo, che pur tanto di lei aveva avuto occasione di ammirare in misura indubbiamente superiore rispetto alla maggior parte dei comuni mortali, tale non in semplice virtù del proprio pur lodevole e sensuale aspetto fisico, quanto, ancor più, in conseguenza della sua intrinseca capacità di tramutare lo straordinario in ordinario, rendendo esperienza comune quanto per il resto del mondo sarebbe stato ragione di stupore, se non, addirittura, di leggenda, come, anche in quel momento, il suo mantenersi tranquillamente in equilibrio a più di una decina di piedi da terra sui resti di un'asse di legno completamente marcia, con le braccia incrociate sotto ai prosperosi seni e la spalla destra appoggiata contro un muro di pietra, accanto a lui, con la stessa naturalezza, la stessa spontaneità che avrebbe potuto caratterizzarla nell'assumere medesima postura nel mezzo di una piazza assolata.
Giunti alfine alle stalle, meta intermedia prefissa per concedere loro un'occasione di sereno confronto, egli proponendosi sinceramente affannato nel mentre in cui ella, a malapena, lasciando trasparire un lieve aumento del ritmo proprio del suo respiro, reso evidente da un, per lui, piacevole ondeggiare delle sue generose e femminili forme, i due avevano tacitamente e pericolosamente deciso di ascendere all'unico piano superiore di tale edificio, là dove, un tempo, probabilmente avevano avuto dimora i gestori delle medesime, ponendo sfida, in tal modo, alla precarietà di una costruzione lasciata priva di qualsiasi cura, di qualsiasi genere di manutenzione per troppi anni, decenni addirittura, e, in questo, necessariamente vittima del tempo e della propria età. Quale azzardo, senz'ombra di dubbio, avrebbe dovuto essere condannato quello da loro compiuto in una simile scelta, il quale, purtroppo, nel frangente proprio della situazione da loro vissuta, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual sostanzialmente obbligato, per lo meno nella volontà di non vanificare l'impegno da loro appena posto nel raggiungimento di simile traguardo, qual solo sarebbe stato in caso contrario, in conseguenza della totale assenza al livello sottostante di qualsiasi risorsa utile a ipotizzare la semplice erezione, all'interno di quelle mura, di una qualsivoglia barriera fra loro e i loro inseguitori, a imitazione di quanto pur si erano impegnati a compiere tutti gli abitanti della capitale quella sera, prima del tramonto, così come in ogni giornata precedente al medesimo orario: una scommessa rischiosa che, sebbene alfine vincente, non aveva infatti e comunque mancato di pretendere da loro o, per lo meno, dallo povero Seem, un legittimo tributo emotivo, nel momento in cui l'intero pavimento, ove ancora apparentemente intatto, aveva iniziato rapidamente a crollare sotto i loro piedi, in conseguenza del loro stesso peso, promettendo a entrambi di essere violentemente e ineluttabilmente fagocitati verso un fato di morte certa, fosse esso immediatamente in conseguenza della caduta, o fosse, in alternativa, sotto l'azione impietosa dei non morti che su di loro si sarebbero avventati approfittando della situazione.
Fortunatamente, ancora una volta, la prontezza di riflessi di Midda si era dimostrata degna della leggenda esistente attorno al suo nome, vedendola reagire senza esitazioni, intuendo, ancor prima che percependo, tale crollo. In un fugace istante, ella aveva scaraventato di peso il proprio scudiero in avanti, verso la solidità propria di una finestra in pietra, da loro non eccessivamente distante e giudicata sufficientemente solida da non rischiare di essere coinvolta nel disastro, slanciando poi il proprio medesimo corpo nella medesima direzione, per porre in salvo anche se stessa: tuttavia e proprio malgrado, ella era rimasta allora priva della possibilità di rifugiarsi, a propria volta, entro i limiti di quel varco, talmente stretto nelle proprie proporzioni da poter offrire, a malapena, ospitalità al corpo del proprio scudiero, ragione per la quale, era stata costretta a concedere immeritata fiducia all'ultima, fragile estremità legnosa del pavimento rimasta ancora, e precariamente, al suo posto nonostante il crollo del resto della struttura. E così, ora, rivolgendo, come sua abitudine, il proprio miglior viso anche ai peggiori giuochi riservatile, ella si stava proponendo serenamente lì disposta, a una tale distanza dal suolo che, per quanto qualcuno avrebbe potuto giudicare non particolarmente elevata, era indubbiamente aggravata dalla silenziosa, ma non per questo meno oscena, presenza di ogni genere di non morto sotto di lei, tacitamente invocanti la sua caduta fra le loro braccia, bramose di stringere carne fresca, ancora palpitante di calore e di vita, qual indubbiamente era, e aveva dimostrato di essere, la sua.
« Bene… direi che ci siamo riservati un momento di tranquillità. » commentò la mercenaria, esordendo verso il proprio scudiero con i termini meno appropriati, fra tutti quelli che sarebbero potuti essere impiegati, a descrivere la loro attuale situazione, almeno dal punto di vista del suo stesso interlocutore « Ora, per bontà divina, cerca di spiegarmi in maniera comprensibile questa storia di una seconda me, perché, come ho già poc'anzi affermato, non posso che temere l'idea di una svalutazione della mia immagine personale. »
Impiegando significanti necessariamente diversi da quelli precedentemente utilizzati da Arasha per descrivere gli eventi di quegli ultimi mesi a Be'Sihl, per esprimere, comunque e inevitabilmente, significati del tutto equivalenti, nella sola eccezione rappresentata dalla propria opinione sulla natura della falsa Midda, dissimile e, anzi, antitetica a quella della propria amata sin dal primo momento, Seem presentò alla propria signora, in maniera enfaticamente concitata, tutti i fatti relativi all'arrivo di colei già ribattezzata quale strega, specificando come fosse stata in grado di ingannare chiunque nel proporsi in tutto e per tutto identica all'originale, al punto tale da riuscire a riservarsi occasione d'ingresso alla torre di lord Brote, suo mecenate da quindici, lunghi anni, e, in questo, tentare di condurre a termine un proprio ignobile e meschino piano di morte, nell'attentare alla vita del signore e nel colpire, altresì, quella della sua sposa, lady…
« … Nass'Hya, no! » lo interruppe ella, sgranando gli occhi abitualmente color ghiaccio ma, in quel momento, simili a perle nere, tanto al loro interno le pupille apparvero dilatate « Oh… no! »
Sebbene, in grazia al proprio ruolo, allo scudiero era stato concesso di godere di un rapporto più pieno e completo con la propria padrona rispetto a quanto normalmente riservato ai più, poche, pochissime avrebbero potuto essere elencate le occasioni in cui egli era stato posto innanzi a un'espressione realmente trasparente di tutte le intime emozioni della stessa, nell'essere ella solita mascherare ogni proprio sentimento, fosse esso di gioia come di tristezza, di entusiasmo come di paura, dietro un volto neutro o, tutt'al più, ironico e sarcastico, allo scopo di poter confondere, in tal modo, i propri possibili avversari, nel negare loro qualsiasi possibilità di rapporto con il suo animo e il suo cuore. In quel particolare frangente, tuttavia e purtroppo, tanto il grido che ella levò, quanto l'angoscia e il dolore che si dipinsero nel contempo sul suo viso, risultarono estremamente sinceri, palesando in maniera intellegibile e, ancor più, incontrovertibile tutto il concreto affetto che, evidentemente, l'avevano legata, e ancora la legavano, a quella giovane donna, fanciulla per lei divenuta qualcosa di più di un semplice incarico, nell'essere riuscita a conquistarsi un ruolo d'amicizia nel confronto con chi tutt'altro che solita riconoscere un simile, incredibile privilegio ad alcuno.
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