Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
venerdì 3 giugno 2011
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Avventura
026 - La canzone di Midda
« E dire che qualcuno si ostina a chiamare noi con il termine di “pirati”… chissà cosa potrebbero pensare tutti quei perbenisti ipocriti e ignoranti nel vedere impegnata in simile, sanguinaria strage, la tanto brava e onesta Midda Bontor? »
A pochi passi da lei, dall’alto del cassero di poppa là dove era rimasta celata sino a quel momento, in silenzioso esame della propria gemella, in tali parole si manifestò, lo avrete inteso, la figura di Nissa.
In tal contesto ella fece sfoggio, in grazia della maturità anche da lei raggiunta, di un corpo tonico e atletico, forte e vigoroso, ben diverso da quello dimostrato in occasione del loro precedente incontro e, in verità, tale da poter risultare in tutto e per tutto equivalente a quello della propria tanto odiata sorella, sospinta in tal direzione, verso una simile evoluzione fisica, non tanto dalla bramosia di imitare colei che non più avrebbe potuto essere riconosciuta per lei qual esempio così come era stata un tempo, quanto, piuttosto, nella brama di poter competere con lei, di poterla affrontare da pari e, a dispetto di quanto occorso in passato, di poterla ora vincere e ottenere in ciò la propria vendetta. Una dichiarazione d’intenti tanto palese, inequivocabilmente ovvia, la sua, che, seppur non esplicitata, non ancora espressa verbalmente, venne immediatamente colta da parte della giovane Midda, la quale, in nome della propria stessa sopravvivenza, dovette costringersi ad annullare la pur naturale e legittima sorpresa innanzi a quel quadro, a quella rivelazione inattesa.
Riservarsi un solo istante di esitazione, un solo momento di incertezza, avrebbe infatti comportato, per lei, morte certa: consapevolezza in grazia della quale ella accolse in maniera tristemente remissiva l’evidenza di quanto occorso, del ruolo di Nissa fra quei pirati, forse e persino qual loro capitano, e, ancora, di come ella non avrebbe potuto essere lì per un banale scherzo del fato, altresì chiaramente bramosa di poter essere padrona della propria sorte e, con essa, della libertà di ferirla o, forse e addirittura, di ucciderla a sadico compenso per le colpe che indubbiamente ancor le attribuiva, dopotutto sola ragione atta a dar un senso a tutto ciò.
« Voglio essere sincera con te, Nissa. » prese voce, cercando di dimostrarsi indifferente al dolore, alla pena che pur, tutto quello, stava proiettando sulla sua stessa anima, l’amaro sapore di una sconfitta già subita, più terribile di qualunque avrebbe mai potuto presto patire, in conseguenza di quella disgraziata evoluzione della propria gemella, privatasi della propria stessa esistenza in nome dell’odio, sentimento al quale erano state le sue azioni, le sue menzogne, i suoi tradimenti a condurla « Nemmeno nei miei incubi peggiori avrei mai avuto il coraggio di immaginare un simile scenario… » ammise, più sincera di quello che avrebbe preferito essere, comprendendo quanto qualunque propria emozione, in quel frangente, sarebbe stata sol utilizzata a proprio stesso discapito.
« Ti ringrazio. » sorrise l’altra, sguainando con la destra una lunga sciabola e lasciandone luccicare la lama ricurva sotto i caldi raggi del sole « Credo di poterlo apprezzare quale complimento: mi piace l’idea di essere divenuta, per te, simile a un incubo. » riconobbe, umettandosi le labbra carnose con la punta della lingua e, nel contempo di ciò, lasciando comparire nella mancina un corto pugnale prima presente, ciondolante, alla sua cintola, forgiato in forme volte a riprendere quella propria dell’arma principale.
« Nissa… » tentò di obiettare, sentendo una morsa all'altezza del cuore in reazione a tanta gelida crudeltà qual quella percepita nella gemella e chiaramente espressa dagli occhi di ghiaccio suoi equivalenti, e ormai del tutto privi di quell'affetto puro e incontaminato che, in essi, era sempre stata abituata a cogliere qual a sé rivolto « … io… »
Prima che, tuttavia, qualunque parola potesse essere pronunciata in tal senso, in un'ipotetica volontà di chiarimento pacificatorio con lei, sicuramente vana e pur altrettanto umanamente irrinunciabile, la giovane marinaia e guerriera fu costretta a interrompersi per dedicare la propria attenzione, il proprio più completo interesse, a una nuova, letale pioggia di colpi che, approfittando della sua apparente distrazione, i pirati ancor superstiti e non già sconfitti contro i quali sino a quel momento si era impegnata, ricercarono a suo discapito.
Offensive, attacchi, quelli a lei lì riservati, che, per quanto non migliori rispetto ai precedenti da lei tanto facilmente ovviati, apparvero estremamente più efficienti, quasi efficaci, richiedendo da lei un imponente sforzo fisico e mentale per riuscire a sopravvivere ai medesimi, per non essere, allora, prematuramente stroncata da un qualunque predone dei mari senza un nome degno di essere ricordato. Purtroppo, in tale contesto, il reale problema della medesima fu principalmente di ordine emotivo e mentale, ancor prima che fisico, nel porsi eccessivamente sconvolta da quanto accaduto per riuscire a gestire il combattimento con la stessa meravigliosa arte già precedentemente dimostrata qual propria, la stessa apparente semplicità di cui già aveva prima offerto palese sfoggio. E solo nel momento in cui un primo, superficiale e pur indubbiamente spiacevole taglio venne inciso sulla pelle e sulla carne del suo fianco destro, in conseguenza di un'evasione eccessivamente tardiva innanzi a un affondo diretto al centro del suo ventre, ella ebbe la dolorosa, bruciante conferma di quanto dovesse prendere rapidamente coscienza dei propri sentimenti e dei propri pensieri in direzione di Nissa e, malgrado ogni malinconia, ogni senso di colpa, isolarli nel profondo del proprio essere, ammesso di voler godere di una nuova alba, e con essa del dolce abbraccio del suo amato Salge che tanto l'amava, che tanto desiderava il suo bene, a differenza di quanto, ormai, era divenuta la sua pur sempre cara, mai dimenticata, sorella.
« Thyres… » ringhiò a denti stretti, imprecando il nome della propria dea, o forse semplicemente invocandolo per richiederne l'attenzione, la benedizione o, banalmente, la comprensione, prima di scrollarsi quell'effimera emozione di apatia che pur l'aveva allora colta, costringendosi a reagire e a reagire rapida e impietosa nei confronti di tutti i propri avversari.
Due, tre, quattro e, ancora, cinque, furono pertanto i nuovi corpi morti che, nell'intervallo proprio di un battito di ciglia, vennero da lei così accumulati innanzi ai propri piedi, a definizione esplicita, incontestabile, della risoluzione che si era allora vista costretta a decretare qual propria, giustificata, in ciò, dalla più antica, e importante, fra tutte le leggi di natura, quella propria dell'istinto di sopravvivenza, tal da permettere di riconoscere qual necessario il bisogno di uccidere per non esser uccisi. Cinque corpi ai quali, senza esitazione, ella ne avrebbe aggiunti anche altri cinque, o cinquanta, se solo vi fossero stati tanti stolti desiderosi di frapporsi in quella che, ormai, avrebbe dovuto essere riconosciuta quale una questione di famiglia. Cinque corpi i quali, tuttavia, sembrarono in tal contesto qual sufficienti a riconoscerle il diritto di affrontare in maniera aperta e diretta la propria reale avversaria, colei che volontariamente si era lì candidata al ruolo di sua nemesi, e che, probabilmente fremente quanto e più di lei innanzi all'idea di poter giungere alla sfida finale, al confronto definitivo fra loro, non volle far propria ulteriore attesa.
Così, proiettandosi, in un agile balzo, accanto a lei, con le armi in pugno Nissa si mostrò pronta ad affrontare quanto lì sarebbe stato necessario per concedere un senso alla propria vita, quella ragione che solo, ella era certa, sarebbe potuta essere ritrovata nella sofferenza e nella morte della propria gemella, dal momento in cui la vendetta e nulla di più avevano conquistato, e corrotto, il suo stesso animo nella propria più intima essenza, il suo stesso cuore nella propria più profonda natura.
« Sono lieta di constatare quanto non ti stia riservando alcuna esitazione, neppur apparente, nell'uccidere, nel bagnarti la pelle con il sangue dei tuoi avversari. » sorrise Nissa, esprimendosi in maniera assolutamente sincera in tal senso, attorno a simile proposito, come volle ulteriormente sottolineare subito dopo « Non avrei potuto sopportare l'idea di uno scontro iniquo, di una disparità di base fra noi, neppur ove a mio eventuale vantaggio. Non dopo essermi tanto impegnata, in questi ultimi anni, all'unico scopo di riuscire a concedere a questa sfida quel legittimo valore epico che è giusto possa caratterizzarla, nella punizione che bramo possa esserti imposta per quanto da te compiuto, in nome dell'arroganza e dell'egoismo. »
giovedì 2 giugno 2011
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Avventura
026 - La canzone di Midda
« Addosso a quella cagna maledetta! » ringhiò uno fra i pirati lì allora rimasti a difesa della propria nave, nel mentre in cui molti suoi compagni avevano già preferito impegnarsi nella conquista della Jol'Ange, rivolgendole quel certamente poco gradevole insulto che pur, nel già negli anni precedenti, e ancor per tutti quelli successivi, sino a oggi, non avrebbe mancato sovente di descriverla nelle indicazioni dei suoi avversari, in un'evidente, minima dimostrazione di fantasia in una simile scelta.
« Ehy… ma che linguaggio! » protestò ella, non turbata dal medesimo quanto, piuttosto e addirittura, divertita, sollazzata dall'enfasi propria delle sue controparti, non rinunciando, tuttavia, a cogliere tale occasione per riservare loro la propria già abituale ironia, nell'attuazione dell'insegnamento che, ancora bambina, le era stato impartito dalla propria cara nonna materna, sull'importanza di lottare non solo con il proprio corpo, ma anche, e ancor più, con la propria lingua, nella volontà di vincere nelle sfide riservatele dal fato « Perché tutti sembrano convinti che sia sufficiente un seno leggermente esuberante per guadagnarsi appellativi quali cagna, vacca o simili?! » questionò scuotendo il capo.
In verità, se pur in altre situazioni, tipicamente quelle caratteristiche delle sue numerose risse nelle osterie di tutta Tranith e dintorni, spesso e volentieri era stata propria la sua abbondanza fisica scintilla scatenante di numerosi scontri, e del ricorso a tali insulti a suo discapito, in quel particolare frangente ella era pur consapevole come probabilmente nessuno fra i pirati sue controparti potesse aver avuto occasione per distrarsi nell'ammirare le sue forme, ormai completamente maturate in tutta la loro pienezza, definendola in termini sì lesivi non in conseguenza di un qualche ammiccamento di natura sessuale, quanto, piuttosto, in semplice grazia della rabbia in loro scatenata dal confronto con una tanto rognosa antagonista qual ella si era subito presentata essere.
« Muori, dannata cagna! » insistette un altro pirata, dimostrandosi apparentemente sordo alle sue parole, e pur sufficientemente attento alle medesime dal palesare sincera irritazione per l'ironia, il sarcasmo con il quale ella si stava proponendo in loro contrasto, quasi non li stesse giudicando sostanzialmente degni di nota, di attenzione, di interesse, né, tantomeno, di timore.
E in una disparità già considerabile ammirevole, sebbene ancora lontana da quella indubbiamente epica degli ottanta a uno in grazia alla quale ella, anni dopo, ebbe modo di conquistarsi il titolo di Figlia di Marr'Mahew, dea della guerra, e pur con proporzioni già pari di dieci, dodici, probabilmente quindici predoni tagliagole contro una sola, giovane marinaia, in effetti Midda Bontor fu allora in grado non solamente di competere in maniera assolutamente quieta, persino lieta, ma, addirittura, di imporsi su tutti coloro che contro di lei cercarono confronto.
Indubbiamente nata per quella stessa esistenza che ella aveva tanto faticosamente invocato qual propria, plasmata nel fuoco stesso della vita all'unico scopo di porre costante sfida all'infinito e combattere con tutte le proprie forze per definire la propria stessa autodeterminazione, la giovane donna guerriero era all'epoca ancora distante da colei che oggi tutti conosciamo, da colei successivamente forgiata e induritasi, nel cuore, nel corpo e nello spirito, da anni e anni di battaglie e di guerre, e tuttavia, già in quegli anni non avrebbe potuto essere considerata inferiore alla propria attuale realtà. Al contrario, ella avrebbe potuto essere lì riconosciuta qual avvantaggiata dal sapore meraviglioso, impagabile e pur inevitabilmente effimero della propria giovinezza, da un'energia in lei propria non in conseguenza di una forza di volontà sovrumana, qual pur lo è oggi, quanto, piuttosto, da lei posseduta qual atto dovuto, semplice, naturale e spontanea conseguenza della propria migliore età, capace di donarle non solo un'agilità e una velocità che negli anni a seguire avrebbe dovuto imparare a mantenere propria con il caro prezzo di un costante allenamento, ma un entusiasmo, una quasi innocenza, nel confronto con quella violenza, con la propria stessa fredda crudeltà, qual sola le sarebbe dovuta essere domanda nel menare ogni singolo colpo, che ben presto le sarebbe stata negata, in favore di una meno gradevole, e pur più matura, coscienza del peso delle proprie azioni, comunque mai rinnegate e mai rigettate.
Non diversamente dalla bambina di un tempo impegnata a saltellare a destra e a manca in contrasto ai mostri mangiatori di lucertole sulla collinetta della propria cara Licsia, paradossalmente, ella avrebbe potuto essere lì colta, nella propria ludica ingenuità, sebbene, su quel ponte nemico, non vi fossero creature immaginarie e incapaci di poterle offrire danno, quanto uomini e donne armati e desiderosi di ucciderla, e sebbene la sua mano non fosse più armata di un rametto sufficientemente dritto da poter essere scambiato per un'arma, quanto da una spada dalla lama terribilmente affilata. Lama che, in tutto ciò, fra un sorriso e una risata, fra una battuta e un occhio strizzato con fare quasi complice verso i propri stessi antagonisti, non solo non si negò mai possibilità di ergersi a difesa della propria padrona, impegnandosi necessariamente, obbligatoriamente, nel ruolo che sarebbe stato proprio di uno scudo in assenza del medesimo, ma, anche, non si rifiutò occasione di bagnarsi del sangue di coloro lì tanto generosamente e imprudentemente slanciatisi a suo ipotetico discapito, godendo del contatto con quella calda linfa e, forse e persino, cantando la propria gioia in tanto orgiastico piacere.
Quale immagine migliore di un canto e di un canto di intima esultanza, del resto, potrebbe essere capace di rappresentare l'intensità e la gloria rese proprie dal movimento continuo, constante, instancabile di quella spada, impegnatasi lì non solo a vibrare intensamente a ogni colpo, a generare meravigliose e scintillanti fontane di luce a ogni contatto con altre lame, quant'anche a tracciare, nell'aria a sé circostante, un incredibile turbinio di riflessi azzurri, quali quelli caratteristici del colore della propria stessa lega costituente, e di sprizzi rossi, quali quelli altresì propri del sangue dei pirati suoi nemici?
Un attimo prima quella lama compariva sopra il capo di Midda, sorretta in perfetta posizione parallela al suolo e lì mantenuta ferma, immobile, solida quasi non solo essa, ma anche la mano, e il braccio, e la spalla della donna fossero forgiate nel metallo e nello stesso metallo, qual un'unica statua, ostacolo impossibile da valicare nonostante qualunque sforzo, qualunque impiego da parte di altre spade, o asce, o pugnali, o tridenti. Un istante la stessa arma si materializzava, come d'incanto, più in basso, a incidere con impeto impietoso i ventri di coloro che tanto invocavano da lei dolore, sangue e morte e che in tal preghiera, in effetti, non mancavano di essere accontentati, seppur non nell'esatto intendimento che avevano sperato qual proprio e che avrebbero altresì gradito, a discapito della loro nemica e non di loro stessi. Midda, apparentemente onnipresente, onniveggente, onnipotente, sembrava possedere, oltre al dono dell'ubiquità per essere contemporaneamente in ogni luogo ove fosse richiesta la sua presenza, in difesa o in offesa, anche non due braccia e una sola spada, ma una dozzina di braccia e altrettante lame, unica giustificazione possibile atta a concedere un senso a tanto potere, a simile, incredibile predominio su tutti i propri avversari, su tutti gli antagonisti che avrebbero dovuto facilmente sopraffarla e ucciderla e che, nel migliore dei casi, ricadevano altresì al suolo privi di sensi, sanguinanti, sì, ma ancor lontani dal giorno in cui avrebbero avuto occasione di comprendere quale fra le numerose religioni diffuse nel mondo potesse aver ragione nel merito di quali divinità e di quale oltretomba fossero reali e quali no. Ella, per loro fortuna, non bramava comunque e necessariamente la loro morte, non era lì sospinta nella volontà di sterminarli tutti, benché alcuno le avrebbe mai riservato rimprovero in tal caso, anzi, solamente elogio: diversa era la sua volontà, diverso era il suo interesse, nella consapevolezza del proprio importante ruolo nella riuscita della comune strategia della Jol'Ange per conquistare la ricercata vittoria in quella battaglia, e per quanto nulla la potesse frenare dall'ucciderli, nulla, parimenti, la incitava in tal direzione, affidando in tal modo ognuno al proprio destino, al fato che avrebbe preferito, e concedendo, in ciò, la propria ferma condanna a coloro che tanto insistentemente sembravano domandarglielo, e garantendo, altresì, la propria indifferente pietà a coloro che, al contrario, accettavano di riconoscerne la superiorità, precipitando al suolo e lì riversando sconfitti.
A interrompere, tuttavia, in maniera sgradevole e stridente l'armonia dettata dai gesti propri di colei che in quello stesso stile di vita forse aveva già, o, in ogni caso, avrebbe presto, riconosciuto la propria sola, inalienabile vocazione esistenziale, si impose una voce graffiante, carica di disprezzo e di sarcasmo verso di lei, nella presenza della quale, subito identificata dal suo stesso cuore e dal suo stesso animo, ancor prima che dalla sua mente, alla giovane marinaia e guerriera non poté che essere evidente, esplicito, palese, quanto quella battaglia, quell'assalto piratesco, non avrebbe dovuto essere giudicata né semplice fatalità, né, ancor meno, ragione di concreta gioia, qual pur, innegabilmente, lo era stata sino ad allora per lei.
mercoledì 1 giugno 2011
1232
Avventura
026 - La canzone di Midda
In conseguenza ad anni di canzoni e ballate colme della narrazione di incredibili battaglie, straordinari combattimenti sì rapidi quanto violenti, tanto per vie di terra quanto per quelle di mare, delle quali i miei colleghi bardi, nonché io stesso, vi possiamo aver sempre reso testimoni e partecipi, immagino che ora, giunti alfine al momento centrale di quest'ennesima canzone, alla scontro in attesa del quale tanta sopportazione mi avete concesso, riconosciuto sino a questo momento, nelle vostre menti siano già impresse fantasie, immagini, raffiguranti una fitta sequela di eventi, tanto intensi al punto da necessitare un'analisi volontariamente rallentata dei medesimi per poterne permettere una piena comprensione. E sebbene, indubbio, in verità, abbia da considerarsi quanto qualunque nave, fosse essa la Jol'Ange all'epoca di questi fatti, fosse altresì qualsiasi altra coinvolta, per propria esplicita volontà o no, in una battaglia, potendo scegliere i termini propri della pugna preferirebbe nettamente quelli abitualmente scanditi dai versi di una ballata, tali da condurre in maniera rapida e indolore alla consapevolezza propria del vincitore o del vinto, allorché costringere a un estenuante, lento, reciproco approssimarsi qual quello altresì inevitabilmente domandato anche ai più violenti, aggressivi o folli guerrieri dei mari, sono, mio malgrado, ora comunque costretto a negarvi il piacere proprio di una simile repentinità, in favore di un ancor lento, stancante, crescendo in attesa della tanto bramata deflagrazione da voi invocata.
Nell'avervi, infatti, promesso l'epica propria di una storia vera e non di un mito, una leggenda, non posso che intervenire in maniera preventiva a negarvi simili immagini, tali suggestioni, per invitarvi a un rapporto più onesto, più concreto con la realtà. Realtà che, nelle vie proprie dei mari, mai potrebbe premettere a due navi di aggredirsi, reciprocamente, quali bestie feroci a confronto per la tutela del proprio territorio, per la contesa di una femmina o, più semplicemente, di una preda, nel mostrarle, piuttosto, quali simili a due giovani innamorati, bramosi di precipitarsi l'uno fra le braccia dell'altra e pur entrambi trattenuti dall'inibizione conseguente alle proprie stesse emozioni, dal timore del rifiuto o, più banalmente, dell'errore conseguente a eccessiva urgenza, a gesti troppo precipitosi tal da far vivere quel frangente d'amore qual, piuttosto, simile a un'aggressione, a una violenza fisica e mentale. Una danza, un balletto, quello nel quale la Jol'Ange si sarebbe potuta dire particolarmente esperta, probabilmente in tutto e per tutto al pari della propria ancor non meglio identificata antagonista, che non avrebbe dovuto essere giudicata qual tale in grazia di emozioni, di sentimenti similari a quelli di due spasimanti al loro primo incontro, quanto, ancor più, in virtù del costretto rispetto delle leggi, delle regole, dei principi comunque e irrinunciabilmente imposti loro dagli dei del mare, entro i domini dei quali, volenti o nolenti, avrebbero condotto quel loro confronto, quella loro battaglia. Se solo, al contrario, l'uno o l'altro avessero tentato un'azione più incisiva, più decisa, l'unico risultato che avrebbero rischiato di ottenere, sarebbe stato quello proprio di un reciproco e violento scontro
Fu così che la goletta e il brigantino si intrattennero per un tempo apparentemente interminabile prima di concedersi l'un l'altra il pur desiderato, e tanto a lungo allora ricercato, accostamento. E fu solo allora, quando le distanze fra le due navi si ridussero a sufficienza da permetterne il contatto, che, improvvisamente, nella stessa proporzione in virtù della quale, sino a un attimo prima, tutto era rimasto apparentemente immobile, quieto, silenzioso, tutto divenne altresì e reciprocamente movimentato, caotico, chiassoso, palesando alfine la violenza sino a quel momento solo trattenuta e pur mai rinnegata.
« All'arrembaggio! »
Tale grido fu quello che tuonò squarciando il quieto, e mai realmente assoluto, silenzio caratteristico del mare, venendo prodotto qual coro di molteplici voci le quali, sovrapponendosi l'una all'altra, accompagnarono in maniera inequivocabile una fitta pioggia di rampini, uncini legati a lunghe cime che vennero proiettati dall'una e dall'altra nave, indistintamente, a instaurare un reciproco vincolo fisico, necessario, indispensabile, nella comune volontà così espressa di imporre battaglia agli avversari. E quasi entrambi gli equipaggi fossero, in verità, costituiti da predoni dei mari, ancor prima di essere l'uno realmente di pirati e l'altro di loro ipotetiche vittime, numerosi furono i corpi che si slanciarono al di sopra delle acque per raggiungere il proprio specifico obiettivo, ponendo in essere non tanto un singolo arrembaggio, quanto, piuttosto, una duplice, speculare offensiva innanzi alla quale qualunque eventuale spettatore non avrebbe potuto ovviare a restare attonito, sorpreso, spiazzato, per non dire, concretamente confuso, nella volontà di riconoscere i ruoli propri dei contendenti lì in battaglia.
Così come abitualmente avviene in una battaglia sulla solidità caratteristica della terraferma, allora avvenne pertanto sull'irrequieta mobilità propria del mare, ritrovando corpi mischiati, attorcigliati gli uni agli altri in un disordine tale da ritenere difficile escludere che alcuno stesse, erroneamente, impegnandosi a combattere contro un proprio stesso compagno, un alleato allorché un nemico. Ma se, a ovviare a tal rischio, nelle grandi guerre, nelle battaglie fra piccoli o grandi eserciti, è abitualmente una divisa o, anche solo, un singolo capo di vestiario, o un colore, comune a tutti i membri di una stessa fazione, così come è proprio dell'esercito al servizio del nostro sovrano, delle guardie cittadine qui operanti o, più semplicemente, della stessa Confraternita del Tramonto, organizzazione mercenaria la qui inequivocabile presenza può esser distinta in grazia della come e immancabile presenza di almeno un fascia color rosso legata attorno al braccio o al collo; per i figli del mare lì coinvolti in quella violenza, terribile battaglia, non fu necessaria la benché minima esigenza in tal senso, né sarebbe stata necessaria per alcun altro equipaggio lì eventualmente impegnatosi in loro vece: caratteristica fondamentale di un equipaggio rispetto a qualunque plotone, battaglione o esercito, come spero non vi sarete già scordati, ha da esser infatti ricercata nel profondo legame di familiarità instaurato nel tempo da ogni membro con tutti i propri compagni di ventura, tale da deprecare in maniera spontanea, automatica, qualsiasi ipotetica necessità di un aiuto pratico al riconoscimento di coloro reputabili quali amici da coloro, altresì, giudicabili estranei e, in un contesto di battaglia, nemici.
Per tale fondamentale ragione, ancor prima, ovviamente, che in conseguenza delle proprie indubbie capacità di guerriera o del proprio ritrovarsi, fisicamente, nel ruolo di aggressore anziché aggredita, Midda Bontor non si poté riservare la benché minima esitazione nell'identificazione dei propri avversari nel momento in cui, lasciando la corda per mezzo della quale dall'albero maestro della Jol'Ange si era proiettata sul brigantino pirata, ella sguainò la propria spada e iniziò a mulinarla a destra e a manca per imporsi sopra qualunque folle bramoso di saziare la propria sete con il suo specifico sangue.
« Ragazzi… sono sincera: permettetemi di ringraziarvi uno a uno! » esclamò ella, con gioia concreta e trasparente, che dai suoi avversari probabilmente non mancò di essere giudicata follia « Senza di voi, oggi avrei anche potuto dare di matto per il tedio nel quale stava purtroppo scadendo il nostro viaggio. » si volle in tal modo confessare, rivolgendosi a tutti e a nessuno in particolare, a coloro che contro di lei tentavano di proiettare i propri corpi e le proprie armi « Grazie… grazie di cuore! Vi amo tutti quanti! » insistette, levando, puntualmente, a propria difesa la spada impugnata con forza nella propria destra, ad arginare qualunque offensiva nei propri confronti.
Una meravigliosa lama, quella propria dell'arma della mercenaria, che, allora così come oggi, sebbene propria di un'arma comunque diversa dall'attuale spada bastarda con la quale da diversi anni è solita accompagnarsi, avrebbe potuto comunque essere riconosciuta qual caratterizzata da magnifici riflessi azzurri, segnale inequivocabile della particolare, e rara, lega adoperata nella sua creazione, in un processo noto solo a pochi fabbri figli del mare, i quali, con la propria arte, con la propria incomparabile bravura benedetta da Tarth e Thyres, sono in grado di riversare nel frutto delle proprie opere un'energia, una resistenza superiore a qualunque altra arma comune, ove priva dell'intervento di stregonerie o altre mistiche e oscure arti a concedere loro una forza superiore a quella altresì intrinseca nella propria stessa natura.
In quanto figlia dei mari, nonché donna guerriero nel proprio stesso spirito ancor prima che in grazia di una semplice scelta consapevole, ella non avrebbe mai potuto gradire al proprio fianco arma diversa, ragione per la quale, sia in quegli anni ormai dimenticati, sia oggi, la nostra protagonista si è sempre circondata, in maniera ostinata e indubbiamente affezionata, con tali preziose, pregiate armi, dove pur tutt'altro che diffuse, facili da reperire o, inevitabilmente, economiche nel proprio acquisto.
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