11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 3 febbraio 2012

1476


« T
i prego di perdonarmi, se la domanda potrà apparirti impertinente… » premise l'uomo, rivolgendosi al giovane rimasto, sino a quel momento, in silenziosa contemplazione della propria signora, quasi fosse per lui difficile accettare che tutto quello fosse realtà, tanta la sua gioia in quel momento « Ma è stata realmente tua prerogativa la salvezza dei tuoi compagni? Non prenderla a male, ma non incarni, all'apparenza, quanto si potrebbe attendere da te, a sentir cosa hai compiuto… »
« I-io… » esitò Seem, non attendendosi né di essere coinvolto nella questione, né, tantomeno, di essere appellato in siffatti termini, di difficile interpretazione, in un'ambiguità al contempo potenzialmente lesiva quanto di pura e sincera lode « … io… » tentò di riprendersi, salvo non riservarsi maggior successo e, in evidente situazione di difficoltà, correre con lo sguardo agli occhi color ghiaccio del suo cavaliere, cercando in essi un qualche giudizio da parte sua, a comprendere se doversi effettivamente considerare fiero per quanto compiuto o se giudicarlo qual nulla di più rispetto al minimo domandatogli.

E Midda, che già da qualche anno aveva accolto con affetto sororale, se non, addirittura, materno, quel giovane, prima fanciullo, ormai quasi uomo, non poté che sorridere all'evidenza di quel suo disorientamento, prendendo indi per cui voce al fine di esprimere il proprio, personale punto di vista sulla questione.
Questione che, fra l'altro, aveva reso proprio l'indubbiamente positivo risultato di distogliere l'attenzione precedentemente concentrata su Av'Fahr e di reindirizzarla, invece, sul laconico scudiero.

« Credo che questa sia la maledizione che il nostro caro Seem si porta dietro sin dal giorno della sua nascita. » asserì, muovendo lo sguardo, e il capo con esso, fra Av'Fahr e lo stesso Seem « Tutti, io inclusa, abbiamo peccato almeno una volta di superficialità nel confrontarci con lui, non reputandolo all'altezza di molte, troppe situazioni. Ma, in un secondo tempo, egli è sempre e puntualmente riuscito a sorprenderci, dimostrandoci ogni volta il suo reale valore. »
« Mia signora… troppo buo… » tentò di intervenire il soggetto protagonista di quelle affermazioni, salvo ritrovarsi interrotto da parte della medesima, che proseguì, con convinzione, nel proprio intervento.
« Diciamoci la verità, Seem. » ammiccò ella, facendogli cenno con la propria destra, in nero metallo dai rossi riflessi, di concederle un ulteriore istante di parola « Chi mai, al mondo, posto a confronto con te avrebbe potuto supporre di vederti trionfare nel confronto con una piovra gigante? O, ancora, chi mai avrebbe potuto ritenerti in grado di raggirare tutte le guardie di Kerrya, sede della famiglia reale di Kofreya, quando già poste in allarme da un nostro tentativo di ingresso in città? » domandò con incedere retorico, non attendendosi concreta risposta, volendo semplicemente stuzzicare in tal modo il confronto fra loro « Questo, ovviamente, senza dimenticare tutte le occasioni in cui te la sei saputa cavare egregiamente non solo con le armi, ma, ancor più, con le persone. »
« E' vero. » confermò Be'Wahr, riprendendo finalmente parola e, in tal senso, schierandosi a sostegno dello scudiero, risultatogli da subito simpatico ma, non per tal ragione, non adeguatamente riconosciuto nei propri meriti, nei propri successi « Quando ha combattuto con quella piovra noi non eravamo presenti, ma lo eravamo in molti altri momenti e abbiamo avuto occasione di ricrederci in ogni nostro iniziale giudizio a suo riguardo. » asserì, offrendo voce direttamente verso Av'Fahr « E, soprattutto, eravamo presenti quando, per quanto anche lui a sua volta ferito, non ha ovviato a prestarci tutte le cure del caso, agendo con maggiore freddezza di quanto potresti pensare di riconoscergli. »
« Sì… è così. » ammise anche Howe, non senza sbuffare nel ritrovarsi, proprio malgrado, psicologicamente costretto a tal gesto di cortesia, in verità, in quel momento, meno polemico di quanto non avrebbe potuto essere abitualmente nei riguardi di Seem in quanto altresì concentrato prepotentemente in direzione del loro nuovo ospite « Nel corso del conflitto con Nissa e Carsa, la nuova migliore amica della nostra nemica, un pugnale gli aveva trapassato la spalla sinistra da parte a parte. E, malgrado ciò, non ha minimamente esitato a compiere tutto quanto fosse necessario per salvare la pelle a Be'Wahr e al sottoscritto, conciati entrambi decisamente male. »

Nel merito delle condizioni nelle quali i due compari si erano, spiacevolmente, ritrovati riversi a seguito dello scontro da loro perduto, in effetti, entrambi avevano avuto già precedente occasione di esprimersi con assoluta precisione e amor del dettaglio, non solo descrivendo le ferite loro inferte ma, anche, mostrando non senza un infantile orgoglio le cicatrici accumulate, là dove i punti di sutura erano da poco stati rimossi e la pelle, in tali punti, si mostrava ancora più debole, più delicata che nel resto dei loro corpi.
A tale giuoco, solo Seem aveva apparentemente deciso di sottrarsi, non in quanto, come già specificato, privo di ferite, ma, soprattutto, perché meno desideroso rispetto ai suoi più rumorosi compari di apparire, di pubblicizzare le proprie disgrazie. Sebbene, infatti, il trio si fosse già a lungo rimproverato per le proprie mancanze, per la propria insufficienza in tale, trascorsa occasione, il giovane scudiero, fra loro, era il solo che non si sarebbe mai riuscito realmente a perdonare per quanto accaduto e, soprattutto, per essere sopravvissuto allo scontro: se, diversamente da quanto era accaduto, fosse allora caduto in battaglia, egli avrebbe potuto facilmente affermare, nel confronto con se stesso e, forse, con gli dei in cui pur faticava a credere, di aver fatto quanto possibile per servire la propria signora. Venuta tuttavia meno tale possibilità, egli si era ritrovato costretto ad accettare di convivere con la consapevolezza che, se solo gli eventi non si fossero risolti così come aveva gradevolmente scoperto essere evoluti, egli avrebbe potuto sopravvivere al colei che aveva giurato di servire, e per la salvezza della quale si era impegnato, se necessario, a morire.
Innanzi a tale, pur probabilmente erronea, linea di pensiero, in verità, Midda non avrebbe mai potuto biasimare in buona fede il povero Seem, laddove, in ciò, egli non si stava dimostrando eccessivamente distante da lei, nelle proprie logiche per le quali, pochi giorni prima, era stata a propria volta rimproverata da Av'Fahr per questioni poi non così distanti, non così estranee a quelle che avrebbero potuto, e avevano, almeno sino a quel giorno, parallelamente sconvolto l'animo del giovane scudiero.

« Io… non so che dire. » concluse questi, sincero e non animato da falsa modestia, ove mai si sarebbe potuto considerare degno di tanta acclamazione qual pur si era ritrovato a essere, in conseguenza all'implicito invito della mercenaria dagli occhi di ghiaccio, e pur, evidentemente, dal cuore di una ben diversa temperatura.
« E questo è solo un bene. » approvò la stessa Figlia di Marr'Mahew, con un sorriso sornione « Meglio per te eccedere in umiltà che in presunzione: i superbi raramente fanno una buona fine. »
« Con la sola eccezione di Howe… » sospirò Be'Wahr, quasi sconsolato a tale idea, sebbene piuttosto che augurare il benché minimo danno al fratello avrebbe preferito decapitarsi con le proprie stesse mani.
« Diamine… complimenti, fratellino. » esclamò lo shar'tiagho, aggrottando la fronte a quella provocazione nei propri riguardi per esprimere sincero stupore « Stai diventando veramente bravo a fingere: per un istante, penso di aver realmente creduto che tu avessi compreso il significato di termini tanto complessi quali presunzione e superbia! » lo canzonò, dimostrando, purtroppo per la donna lì sconsolata spettatrice, quanto troppo rapidamente ogni sforzo per ovviare a nuovi scontri verbali potesse essere stato vanificato.

Ma, al di là di quanto ella non mancò di asserire in seguito, per redarguire i due e, in ciò, tentare inutilmente di diffidarli dal proseguire in quel loro comportamento ridicolo e infantile, la mercenaria non poté ignorare quanto il proprio cuore si stesse colmando di gioia, in diretta conseguenza a ognuna di quelle provocazioni, a ognuno di quegli insulti, mai scanditi con intento realmente offensivo. Tutto ciò, del resto, era quanto di più simile a uno spiraglio di luce, a un tenue baglio di speranza, ella avrebbe potuto considerarsi offerto da giorni, da settimane, da mesi addirittura, in quel vortice oscuro e disperato nel quale la propria crudele gemella si era divertita a spingerla, e a osservarla precipitare.
In quel momento, per la prima volta da quando, tornata da Shar'Tiagh, aveva scoperto l'orrore imposto dalla follia di Nissa sull'intera Kriarya, nella morte di una propria cara, carissima amica, nonché sposa di uno fra i suoi migliori mecenati, e suo amico; Midda Bontor avvertì la possibilità di un riscatto, per sé e per tutti coloro a sé vicini. Perché se, malgrado tutto, Howe, Be'Wahr e persino Seem erano riusciti a sopravvivere alla regina di Rogautt e alle sue letali insidie, conservando inalterato il proprio umorismo e la propria gioia di vivere, allora, forse, probabilmente, quella maledetta storia, un giorno, avrebbe potuto trovare finalmente conclusione e, a prescindere da quale prezzo ciò avrebbe comportato per lei, il mondo a lei circostante, e le persone a lei care, avrebbero potuto tornare a essere serenamente padroni della propria quotidianità.

giovedì 2 febbraio 2012

1475


P
er Midda, impossibile fu, a posteriori, comprendere a chi avrebbe potuto rivolgere il proprio più sincero, onesto e doveroso sentimento di gratitudine per quanto le fu concesso di scoprire essere effettivamente occorso, al di là di ogni propria più cupa prospettiva.
Forse, ella avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò qual tale solo per generosa e benevola intercessione della propria amata, e troppo spesso a sproposito invocata, dea Thyres, signora dei mari e, insieme a Tarth, suo corrispettivo maschile, divinità tutelare dell'intero regno di Tranith, là dove, non a caso, gli eventi supposti qual irrimediabilmente tragici e che, in sua lode, avevano assunto una semplice connotazione di dramma, si erano sviluppati proprio all'interno dei confini a lei devoti e cari, addirittura in prossimità alle acque che, di lei, erano da sempre la più immediata e sincera espressione. O forse, ella avrebbe dovuto volgere la propria attenzione, e la propria gratitudine, a qualche altra divinità, ricercandola persino in pantheon da lei neppur riconosciuti, quale, prima fra tutti, la dea Marr'Mahew, a cui la sua fama l'aveva ricollegata e che, in ciò, forse aveva voluto concederle la propria simpatia, il proprio sostegno in quella che innegabilmente avrebbe dovuto essere giudicato qual l'inizio di un terrificante conflitto armato. O forse, e in alternativa, ella avrebbe dovuto persino prendere in considerazione il dio Ah'Pho-Is, laddove tanto da parte sua, quanto ancor più da parte della sua gemella, e di Carsa Anloch, traditrice asservitasi a quest'ultima, l'intera questione era stata affrontata qual un inganno, forse sofisticato, forse stolido, e pur un inganno, area di competenza prediletta dallo stesso dio shar'tiagho: a questi, del resto, ella si era parzialmente votata nel momento in cui aveva accolto un bracciale dorato a lui votato a circondare il proprio unico arto mancino, scelta da lei pressoché obbligata nella volontà di essere da egli protetta, con la propria influenza, dalle sgradevoli interferenze nella propria quotidianità di Desmair, un semidio dalle fattezze demoniache, da lei sposato qualche tempo prima e, per sua fortuna, imprigionato in una dimensione estranea a quella per lei abitualmente propria.
Forse, ancora, addirittura e probabilmente, alcuna fra tali divinità, esistenti o meno che esse fossero, sarebbe dovuta essere riconosciuta, e ringraziata, qual generosa garante per quello che le venne, alfine, svelato essere il fato di Howe e Be'Wahr, e, ancora, di Seem; dal momento in cui, come ella non si negò, accanto a un inevitabile senso di sollievo, anche un certo moto d'orgoglio nello scoprire, non in conseguenza a un qualche miracoloso intervento estraneo all'autodeterminazione dei propri compagni di ventura essi poterono avere salva la vita, quanto, e soprattutto, in virtù di ciò che proprio il meno impetuoso fra tutti loro, il meno aggressivo all'interno di quel compatto gruppo, colui che forse, e persino, un eventuale spettatore esterno avrebbe potuto giudicare qual semplice peso imposto sul resto della squadra, riuscì altresì a compiere per la sopravvivenza dei propri sodali. Perché, effettivamente, se i due fratelli mercenari, facenti propri un profilo indubbiamente inferiore a quello della Figlia di Marr'Mahew, ma non per questo privi di un'esperienza ammirevole nella guerra e nelle sue leggi, non avessero avuto al loro fianco quel pur spesso goffo, maldestro, impacciato scudiero che pur tanto impegno, fiducia e ammirazione aveva sempre rivolto in direzione di colei definita qual propria signora, difficilmente sarebbe stato concesso loro di sopravvivere, per la spiacevole gravità delle ferite inflitte loro nel conflitto contro Carsa Anloch, loro ex-alleata oramai nemica, e, peggio, in quello contro Nissa Bontor, apparentemente inarrestabile, instancabile e, peggio, invincibile.
Una verità sorprendente, quella racchiusa in un pur tanto semplice concetto, nel merito della quale Midda e Av'Fahr, pur completamente estraneo a qualunque protagonista di quella particolare vicenda, vennero informati nel momento in cui, raggiungendo il tempio meta di quella prima tratta del loro cammino, del loro viaggio, non si trovarono a confronto né con i resti di una strage, né con il nulla, quanto, piuttosto, con un accampamento ormai prossimo a essere disfatto...

« E' quasi inquietante la consapevolezza di quanto, determinati eventi, abbiano da essere necessariamente riconosciuti qual conseguenza di un piano a tutti noi superiore… non trovate?! » questionò Be'Wahr, in un per lui non ovvio momento di profonda introspezione filosofica, rivolgendosi all'intero gruppo così radunatosi attorno a un comune fuoco, a seguito delle inevitabili presentazioni e, soprattutto, di un rapido ragguaglio nl merito di quanto occorso, per ambo le parti, nelle ultime settimane, mesi in verità « Ancora qualche giorno, una settimana al massimo, e noi saremmo ripartiti, in direzione di una qualunque dannata città per poter cercare notizie a tuo riguardo… e così facendo, paradossalmente, ci saremmo solo allontanati da te. »
« Non farci caso… » minimizzò Howe, appellandosi in maniera diretta alla volta della loro compagna appena ritrovata, quasi a volersi scusare per il comportamento del fratello « In quello scontro deve aver ricevuto una bella botta in testa dalla nostra "cara" Carsa. E da allora sragiona. Più del solito, diciamo. » ironizzò, non perdendo occasione, qual sua consuetudine, per attaccare giocosamente il compare.
« Howe! » protestò il biondo, lanciando un'occhiata di rimprovero per quelle sue parole, seppur, in parte, più che attese ove, in loro assenza, vi sarebbe stata ragione per preoccuparsi nel merito dello stato d'animo di chi, per lui, pari a un fratello.
« Su su. » scosse il capo lo shar'tiagho, levando la destra innanzi a sé, unica mano in carne e ossa rimastagli a seguito di un precedente scontro con la stessa Nissa, quasi a richiedere in tal gesto un momento di quiete da parte dell'altro « Posso immaginare come tu, in questo momento, ti possa star sentendo minacciato dalla presenza del nostro nuovo amico Av'Fahr. Dopotutto non sei abituato ad avere a che fare con qualcuno più grosso di te ed è comprensibile che tu, ora, voglia dimostrare di possedere un certo profilo intellettuale. » argomentò, coinvolgendo indirettamente nella questione anche il nuovo accompagnatore della mercenaria « Ma… davvero… conserva un minimo di dignità restando in silenzio! » sorrise sornione, nello scandire tale gratuito consiglio in supporto al compare.

Al di là di quanto appena asserito, tutt'altro che complesso sarebbe stato intuire quanto, in quel momento, più che da parte del buon Be'Wahr, un certo moto di gelosia fosse altresì presente nel profondo dell'animo del più polemico Howe, malizioso sentimento ovviamente e inevitabilmente allora vissuto a discapito della presenza del possente Av'Fahr giunto a loro nelle veci di nuovo accompagnatore della loro compagna, della loro amica, e, ancor peggio, meritevole di aver partecipato all'azione posta in essere allo scopo di salvarla dalle grinfie di sua sorella Nissa, intervento, purtroppo, reso necessario proprio in diretta conseguenza al loro precedente fallimento. Se loro due, tre considerando anche Seem, non fossero, infatti, venuti meno nel loro ruolo di supporto a colei che, addirittura, li aveva voluti formalmente ingaggiare per un tale compito, ella non sarebbe mai stata catturata da colei che, altresì, avrebbe dovuto essere intrappolata, e, in ciò, alcun intervento da parte di quel mastodontico figlio dei regni desertici centrali sarebbe stato necessario.
In contrasto ad Av'Fahr, pertanto, non solo uno stupido, seppur tipicamente umano, sentimento di rivalità e un non immotivato senso di inferiorità fisica, derivante dal mero confronto fra il fisico pur scolpito di Be'Wahr, già quasi doppio a quello di Howe, e il pur più imponente sviluppo muscolare del marinaio; quanto più, e peggio, un senso di inferiorità psicologica, derivante dall'evidenza di quanto occorso, di quel loro fallimento e di quel suo successo, ove pur, in verità, colui che aveva contribuito maggiormente alla salvezza della donna era stato il suo amato Be'Sihl, del tutto estraneo a quel momento di mascolina competizione.

« Per carità, Howe… » sospirò la mercenaria, sollevando la mancina a coprirsi gli occhi con incedere sinceramente imbarazzato, non più abituata, del resto, a essere circondata da così tante persone, così tanti collaboratori e amici con i quali doversi misurare e interagire « E' mai possibile che tu non riesca a restare più di un quarto d'ora tranquillo, senza punzecchiare quella buon'anima di tuo fratello?! »

Una tensione del tutto immotivata, e che pur, suo malgrado, Midda non avrebbe potuto evitare di percepire, ponendosi sgradevolmente certa di come essa sarebbe esplosa al momento meno opportuno, privata, tuttavia, di una qualunque possibilità di prevenire l'inevitabile senza, in ciò, rischiare di recare offesa all'orgoglio di qualcuno fra i presenti.
Per sua fortuna, dimostrando quella maggiore maturità già recentemente tributatagli, quale evidenza della profonda crescita caratteriale in lui occorsa dal loro ultimo incontro cinque anni prima, quando Av'Fahr prese la parola non disse nulla per istigare lo scontro, ma, al contrario, si volle concentrare sul rendere il giusto tributo a colui che, fra tutti coloro lì presenti, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual solo, vero eroe…

mercoledì 1 febbraio 2012

1474


U
n'offensiva verbale severa, e priva di qualsiasi possibile declinazione ludica, che pur Av'Fahr non volle tentare neppure per un istante di lasciar trasparire diversa da ciò che era, memore, proprio malgrado, dello spiacevole spettacolo offertogli da parte della propria interlocutrice solo pochi giorni prima, così come appena ribadito. In tale occasione, cogliendo un certo messaggio di disperazione nello sguardo di lei, uno stato d'animo che alcuno avrebbe avuto coraggio di attribuirle, e che pur l'aveva chiaramente contraddistinta, egli ne aveva frainteso le ragioni, adducendole a qualcosa di completamente diverso, a un sentimento di disperazione per la solitudine alla quale ella era parsa essere condannata, nella prematura scomparsa di tutte le persone a lei care, quanto, piuttosto, in conseguenza di un, forse folle, forse razionale, senso di colpevole partecipazione a quella strage, motivo per il quale, nel confronto con essa, l'unica soluzione ovvia sarebbe stata quella di ritrarsi, di negarsi al mondo a sé circostante e, in ciò, di porre al sicuro coloro che, in caso contrario, avrebbero potuto rischiare la propria vita accanto a lei, se non, persino, per lei.
Una scelta, una brama, quella che pur la donna guerriero non aveva ancora abbracciato completamente, non aveva ancora preso in irrimediabile considerazione, che pur, in verità, non avrebbe neppur potuto essere giudicata qual inedita nella sua quotidianità, nella sua esistenza, avendola caratterizzata in più riprese, in più momenti, quasi a voler compensare, in tale spiacevole modalità, l'incredibile impeto altresì per lei abitualmente proprio. E in una di tali occasioni, addirittura, ella era giunta ad abbracciare l'idea del proprio sacrificio, della propria morte, o, meglio, del proprio esilio da un comune piano di esistenza, per ritirarsi non dissimile da eremita lontano dal medesimo concetto di realtà, in un limbo fuori dal tempo e dallo spazio, qual le era stato minacciato, o forse promesso, se solo avesse avuto l'incredibile stoltezza di compiere una determinata scelta: propria fortuna, o proprio malgrado, neppure allora ella era riuscita in quel proposito, ritrovandosi, anzi, nuovamente costretta al confronto con la propria folle quotidianità e i propri ancor più folli sentimenti, nell'essere proiettata, quasi di prepotenza, fra le braccia dell'unico fra tutti i suoi più importanti amanti passati a esserle sopravvissuto, per quanto non senza una certa difficoltà.

« Che cosa posso dirti? » domandò ella, rivolgendosi al proprio interlocutore e giudice, qual pur egli era divenuto nel corso di quel confronto verbale « Quali argomentazioni potrei mai addurre a permetterti di continuare a fidarti di me?! »

Della propria vigliaccheria, di quella codardia rimproveratale, ella era cosciente e, onestamente, non aveva neppur mai avuto ragione di rimproverarsene, per quanto simile pensiero apparisse in netto contrasto a qualunque proprio consueto principio, a tutto l'impegno da lei continuamente posto a difesa della propria sopravvivenza e del proprio diritto a vivere la propria quotidianità in totale libertà, non succube né di uomini o donne, né di dei o dee. Forse, nella consapevolezza di questo proprio difetto, qual tale sicuramente chiunque l'avrebbe definito, ella amava ricordarsi la propria natura mortale, quella che il resto del mondo, troppo facilmente, sembrava negarle, quasi in conseguenza a tutte le proprie vittorie, a tutti i propri trionfi, ella avesse perduto la propria anima, il proprio diritto a provare emozioni, tanto positive, quanto negative, venendo ridotta, né più, né meno, al personaggio di una ballata, a un'eroina epica alla quale guardare sì con ammirazione, ma non riconoscendola qual effettivamente reale, qual capace di soffrire nella stessa esatta misura in cui era capace di gioire, capace di piangere non diversamente da come era capace di ridere. O, forse e diversamente, ella cercava, in simile rifiuto del dolore a lei circostante, derivante dalla morte di coloro a lei più cari, di negare quella propria, effettiva natura umana, quella parte di lei capace di soffrire, di piangere, preferendo ambire a essere, sostanzialmente, un personaggio ancor prima di una persona, e non riuscendo a esserlo, estraniarsi a qualunque, ulteriore e inevitabile, limite proprio della natura mortale.
Al di là delle effettive dinamiche nelle quali poter interpretare la propria codardia, per così come sentenziato dal buon Av'Fahr, comunque ancor e altrettanto indubbia avrebbe dovuto essere riconosciuta la correttezza dell'altra accusa a lei rivolta, tale da vederla considerarsi, forse impropriamente, al centro del mondo, al centro del Creato e di ogni interesse umano e divino, condizione in sola, necessaria e qual solo, dopotutto, avrebbe potuto giustificare così tante, troppe morti a lei costantemente ricollegabili e ricollegate. Un egocentrismo, il suo, per il quale, ancora una volta, seppur assolutamente cosciente, ella non aveva mai avuto la benché minima ragione di imporsi rimprovero, laddove, purtroppo, nulla nella propria esistenza, nella propria quotidianità, avrebbe saputo ergersi a negazione di tale, convinta presunzione. Dopotutto, sebbene nelle parole del suo inquisitore ella comprendeva voler essere celato un implicito invito a smettere di considerarsi al centro dell'esistenza di tutti, o, per amor di precisione, al termine della vita di chiunque a lei prossimo, quasi ne incarnasse il concetto stesso della morte; la Figlia di Marr'Mahew non si sarebbe mai concessa una tanto egoistica visione della Storia, e della propria storia personale, tale da concedersi un indulto, dimenticando in ciò ogni propria responsabilità, diretta o indiretta, in qualsiasi cadavere le si fosse mai presentato prossimo.
Come poter, tuttavia, conciliare tale propria intima concezione e convinzione con quanto, altresì, a lei richiesto? Come poter essere l'eroina della quale non solo Av'Fahr, ma, ancor più, Camne e Hui-Wen necessitavano che ella fosse, malgrado l'intimo peso che, in conseguenza di tutti quegli ultimi eventi, si era abbattuto sul suo animo? E, soprattutto, ove anche fosse riuscita, come si stava costringendo a fare, a trovare la forza per continuare, sarebbe ugualmente stata tanto capace di controllarsi nel momento in cui le fosse risultato palese come la vita di Howe, di Be'Wahr e del suo tanto affezionato scudiero Seem erano state a loro volta infrante solo e unicamente per sua responsabilità, per sua colpa?

« Niente. Nessuna. » negò l'uomo, scuotendo il capo e rispondendo puntualmente a ognuna delle due questioni da lei esplicitamente promosse, per quanto, in simile presa di posizione, a lei concedendo un tono sufficientemente ambiguo, che se, in parte, sembrò desideroso di ribadire la propria condanna a suo discapito, sul fronte opposto parve quasi volerle riservare uno spiraglio di credibilità, là dove alcuna le sarebbe ormai dovuta essere riconosciuta qual propria dopo quanto detto, ripetuto e confermato senza margine di discussione « Anche perché, al di là di quanto codarda tu possa essere nel confronto con i tuoi stessi sentimenti, e con l'amore di coloro che ti circondano, e al di là di quanto egocentrica tu possa dimostrarti nel considerarti al centro di qualsiasi evento; io so che sei una donna d'onore e, in questo, so che dopo aver accettato l'impegno a compiere quanto possibile e, persino, quanto impossibile per salvare la vita a Camne e Hui-Wen… così sarà. Costi quel che costi. »

Sì. Così era e così sarebbe stato.
Ancora una volta, in quelle parole, egli dimostrò di possedere un vivace intelletto, e un cuore smisurato, dietro l'aspetto pur straordinariamente virile, persino ipertrofico, dei propri muscoli e della propria pelle simile a cuoio nero, ove se così non fosse stato egli non avrebbe mai potuto riuscire a cogliere non solo i pur concreti difetti della propria compagna, ma anche quello che ella avrebbe gradito considerare il proprio pregio più importante. Importante, quanto meno, in termini sufficienti non solo da impedire, allo stesso suo, non desiderato, sodale in quell'avventura di arrivare a diffidare di lei, malgrado quanto pur asserito e non ritrattato; ma, ancor più, da impedire a se stessa di rifiutarsi di condurre a termine quanto accolto quale una propria missione, un proprio incarico, con la massima professionalità e il più indiscutibile impegno, a prescindere da quanti nuovi, spiacevoli e violenti traumi emotivi gli dei avrebbero deciso di imporle, incominciando dalla possibile, persino probabile, morte di Howe, Be'Wahr e Seem, e proseguendo, stolto da escludere, persino con quella dello stesso Av'Fahr e di tutto l'equipaggio della Jol'Ange insieme a lui.
E, se anche tal pensiero sarebbe sempre e comunque rimasto qual magra consolazione, ove pur nulla le sarebbe stato pur concesso per impedire quelle morti, non, quanto meno, nei termini che ella aveva ipotizzato di rendere propri; egualmente nulla, alfine, alcuno avrebbe potuto imporle per impedirle di giungere a un non dissimile risultato, nel proprio forse inevitabile sacrificio, al fine di condurre seco, nel regno dei morti, colei che sola, insieme a lei, accanto a lei, avrebbe potuto essere parimenti riconosciuta responsabile per tanto dolore, tanta violenza, tanto sangue: sua sorella Nissa.