11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 3 giugno 2012

1597


« V
erme? Io?! »

Rispetto ai continenti di Qahr o di Myrgan, quello di Hyn avrebbe dovuto essere considerato molto più distante di quanto non sarebbe già potuto essere considerato per un mero fattore geografico.
Invero, salvo per il vasto mare centrale, tutti i tre continenti avrebbero dovuto essere riconosciuti quali estremamente prossimi l'uno all'altro, nelle proprie estremità, al punto tale da offrire adito a tante, troppe diverse cosmogonie narranti pressoché il medesimo concetto, quello di un solo, enorme continente nella notte dei tempi, successivamente fratturatosi in tre vaste sezioni, una occidentale, Qahr, una orientale, Hyn, e una settentrionale Myrgan. Partendo dalle estremità più favorevoli, e nelle migliori condizioni meteorologiche, il tempo che sarebbe stato necessario a una nave per passare dall'uno all'altro, non sarebbe stato superiore al mese, permettendo, malgrado tutto, una facile possibilità di contatto fra tutte le terre emerse, per così come note a chiunque.
Nonostante una sufficiente vicinanza geografica, tuttavia, il continente di Hyn sembrava essersi volutamente distaccato dai propri fratelli, abbracciando una strada assolutamente originale nella propria evoluzione. Molte, troppe erano le differenze fra Hyn e Qahr o Myrgan, differenze tanto palesi quanto minimali, e pur capaci di modificare totalmente il concetto stesso di quotidianità da un continente all'altro. In Hyn, innanzitutto, non esistevano le stesse infinite frammentazioni che dominavano il territorio di Qahr: se Qahr si sarebbe potuto considerare frazionato da un numero esorbitante di regni, più o meno vasti, nel proprio periodo di massima spartizione Hyn era stato diviso in sole tre parti, successivamente riunificate in una… l'Impero. O, ancora, se in Qahr, ma anche in Myrgan, i pagamenti erano riconosciuti in oro, argento o pietre preziose, in Hyn tale concetto era stato superato nella creazione della moneta e, ancor più, della cartamoneta: semplici tondini di metallo assolutamente privo di valore, e pezzi di una particolare carta, il cui concetto, in effetti, era estremamente raro negli altri continenti, erano usati in luogo dell'oro e di altri valori, i quali erano quasi completamente accentrati nelle mani dell'Imperatore Lupo. Solo all'Imperatore era concesso coniare monete o stampare cartamoneta, in quanto ognuno di quei dischi di metallo e ognuno di quei fogli di carta sarebbe dovuto corrispondere a una minima parte del suo tesoro, assicurando, in tal modo, l'effettiva copertura del loro valore.
Queste e molte altre avrebbero dovuto essere indicate quali le più macroscopiche differenze fra l'Impero e il resto del mondo, differenze, tuttavia, che non erano completamente ignorate dallo stesso resto del mondo. Tante quante quelle differenze, e ancor più, infatti, erano le battute di scherno che erano rivolte verso Hyn da chi incapace di apprezzare i valori della loro evoluzione, a incominciare dalla folle idea di un unico smisurato impero laddove a stento delle province erano in grado di coesistere all'interno di uno stesso, piccolo regno; per proseguire con la stolidità di chi, all'oro, all'argento e ai valori concreti, preferiva oggetti privi di intrinseco pregio. E accanto a tutto questo, oltre ai pettegolezzi e alle battute sul continente di Hyn e sulle sue usanze, non mancavano di essere diffuse storie, miti e leggende sui mostri locali, sugli orrori che, fortunatamente, solo laggiù avrebbero potuto essere incontrati.
Guerra, nel proprio piccolo, così come aveva sempre diffidato delle storie riguardanti il territorio locale, che più di qualunque altro avrebbe dovuto essere conosciuto e che, tuttavia, più di ogni altro era spesso oggetto di inutili enfatizzazioni; aveva egualmente diffidato delle storie riguardanti una terra tanto lontana come quella di Hyn, minimizzandole a mere suggestioni prive di qualunque affidabilità. E sino a quel momento, nel proprio viaggio a oriente, nulla aveva avuto ragione di essere confermato di quanto ella aveva pur avuto modo di sentire narrare, offrendo in ciò la soddisfazione di ritenere di essere sempre stata nel giusto.
Solo in quel momento, solo in quell'occasione, tuttavia, una fra le varie leggende relative a Hyn sembrò trovare conferma. Trovare conferma nell'aspetto del proprio avversario. Dello stregone, per così come ella l'aveva sin dall'inizio considerato.

« Ti sembro forse un verme? » domandò lo stregone, apparendole innanzi, invero addirittura lievitando verso di lei, nel non posare piede al suolo nel proprio movimento « Tu… piuttosto… mi sembri una vacca. »

Alto, altissimo, non solo per i canoni di Hyn, ma anche per quelli a cui Guerra avrebbe potuto definirsi abituata, nel superare abbondantemente i sei piedi d'altezza; e magro, magrissimo, quasi scheletrico nelle proprie forme, sebbene chiaramente umano, con ancora carne e pelle a coprire le sue ossa; il suo nuovo avversario, o, per meglio dire, il suo avversario di sempre in quella missione, in quell'ascesa lungo il crinale della montagna, rispettava in tutto e per tutto quanto ella aveva sentito raccontare nel merito degli stregoni dell'Impero. Perché la sua pelle non sarebbe potuta essere descritta olivastra al pari di quasi tutti gli uomini e le donne di Hyn, ma addirittura verde, un verde malato, un verde marcio, ben lontano da qualunque sentore di salute. Perché il suo viso appariva piccolo, con occhi stretti e lunghi, inclinanti dall'alto verso il basso, come chiunque in Hyn, ma sovrastati da sopracciglia lunghe, lunghissime, e nere come il manto di un corvo, che lungi i bordi spigolosi del suo volto scendevano fino a mischiarsi ai capelli di eguale colore lunghi, lunghissimi, sino quasi ai suoi piedi. Altrettanto neri, e altrettanto lunghi, erano i suoi baffi, baffi che, a partire dal labbro superiore, discendevano non dissimili dalle sopracciglia in sottili cascate corvine. E i denti, fra quelle labbra sottili, erano seghettati, simili a quelli di uno squalo ancor prima che a quelli di un uomo.
Sul suo capo, a non negare nulla di quel quadro complessivo tanto rispettoso del mito, poggiava un berretto di foggia locale, con un amplio risvolto nero a definire un mezzo cono rovesciato sopra la sua fronte, e con una rivestimento giallo al suo interno, a coprire, effettivamente, la nuca. Gialle, anche, erano le sue vesti, rispettose della moda locale e discendenti, dal suo collo, sino ai suoi piedi, per quanto le gambe, fossero, in verità, avvolte in larghi pantaloni di eguale colore, e i suo piedi in piccole scarpette di stoffa, ora nera. In tale trionfo di giallo e nero, verdi risplendevano quasi le sue mani, invero della medesima tonalità del visto e pur, in tal contesto, più appariscenti, meglio definite, ove ve ne sarebbe potuta essere necessità. Necessità, in effetti, tutt'altro che tale, dal momento in cui, nell'osservarne le forme, caratterizzate da dita lunghe e secche, terminanti con unghie ancor più lunghe e simili a lame, alcuno avrebbe potuto ovviare a una reazione di curiosità e disgusto, disgusto, nella fattispecie, al pensiero di quanto dolore sarebbe potuto derivare dall'azione di quegli osceni artigli.

« Vedo che, nonostante tanta evoluzione, qui in Hyn non siete più fantasiosi degli abitanti delle mie terre. » commentò ella, sdrammatizzando quel momento di naturale tensione, innanzi a una figura tanto imponente e, sicuramente, pericolosa « Là tutti si divertivano a chiamarmi cagna… qui tutti vi divertite a darmi della vacca. Cos'è? Non vi piacciono le vacche?! » ironizzò, sorridendo sorniona.
« No. » scosse il capo, lentamente, lo stregone « Non mi hai inteso. Tu… sei… una vacca! » rispose con assoluta tranquillità, mentre dai suoi occhi parve comparire un lampo di luce, invero oscura e tenebrosa come oscuro e tenebroso era il proprietario di quegli occhi.

E, forse per la prima volta nella propria esistenza, Guerra si sentì vittima di un potere a lei superiore, un potere contro il quale non avrebbe potuto far nulla se non piegarsi, cedere. Ma cedere, in quel caso, sarebbe equivalso a morire e, per quanto ne fosse consapevole, non avrebbe potuto fare nulla per opporsi allo stesso, quasi, alla fine, qualcuno fosse riuscito a imporle un destino estraneo alle proprie volontà, ai propri desideri, a quanto sarebbe stata lieta di scrivere con le proprie stesse mani, con i propri gesti.
Un destino che apparve non solo crudele, ma anche grottesco, laddove, nel momento in cui ella cercò di parlare, gettata proprio malgrado a carponi innanzi a quello stregone, non un insulto usci dalle sue labbra, ma solo un lungo, intenso muggito.

sabato 2 giugno 2012

1596


O
rmai non più semplicemente stanca, ma invero spossata, in conseguenza allo scontro avvenuto e alle ferite riportate, troppo facile per Guerra sarebbe stato lasciarsi andare, obliare la vita, la realtà e il presente per abbandonarsi alle tenebre, in un sonno dal quale difficilmente avrebbe potuto trovare risveglio.
Così facendo, arrendendosi, ella avrebbe tuttavia vanificato il proprio mezzo secolo di vita, definendo come nulla di quanto aveva compiuto, nulla di tutto ciò per cui aveva lottato, avrebbe avuto un reale significato, una qualche ragion d'essere. Per quanto stanca, per quanto desiderosa di riposo, quello non era il momento opportuno, non era il luogo opportuno, e, volente o nolente, avrebbe dovuto proseguire, avrebbe dovuto muovere ancora i propri passi innanzi a sé, per giungere alla fine di quella folle storia o, più semplicemente, per tornare a casa, per tornare da coloro che aveva lasciato per impegnarsi in quel viaggio e che, se fosse morta, non avrebbe più avuto possibilità di rivedere, di riabbracciare.

« Thyres… » sussurrò, stringendo i denti e cercando di distrarsi dalle ragioni che avrebbero potuto costringerla a contorcersi per il dolore, espressione, quasi certa, di un'infezione crescente nelle proprie sporche ferite, che tali sarebbero rimaste almeno sino al proprio ritorno al villaggio « Dammi la forza… »

E proprio in quelle parole, alla sua mente non poté evitare di tornare il ricordo di una delle folli canzoni dei Caimani Graffianti, che tanto piacevano alla sua amica Duva, e che, invece, la rintronava con le proprie strofe prive di qualunque significato…

Dammi la forza / per presto fuggire,
dal letto in cui / devo morire,
non alla morte / io tenga la falce,
non firma metta a vita / in calce,
perché il destino / mai è scritto,
questo finché non sono / cotto, fritto,
in questa mia eterna / stanchezza,
che non mi condurrà / alla ricchezza.

Dammi la forza / per presto fuggire,
dal mondo in cui / devo soffrire,
ma non con la morte, / ma con un razzo,
fra le stelle / io voglio far il pazzo,
quindi, su, / spingi l'acceleratore,
lascia che rombi / lassù il motore,
perché io possa sentirmi / qui vivo,
chissà, magari / anche aggressivo.

Dammi la forza / per presto fuggir…

« No, dai. Per favore… » si supplicò, rivolta verso se stessa « Già li ho sorbiti per mesi, prima che convincessi Duva a cambiare genere. E ora me li canto da sola?! E' un chiaro segno di come io stia delirando… » osservò, forse seria, forse scherzosa, e pur in tutto ciò impegnata a non pensare alle proprie ferite e alla febbre che, di lì a poco, l'avrebbe colpita.

Se fosse stata ancora lassù, facile sarebbe stato riprendersi da tutto quello: una visita al dottore e via, come nuova. Ma laggiù, il mondo funzionava secondo regole differenti e, nel caso in cui fosse riuscita a sopravvivere quanto sufficiente e a individuare, combattere e uccidere il responsabile di tutto quello e, ancora, a tornare a valle, non sarebbe stata certa di poter godere di una nuova alba. Nonostante, a ben vedere, la medicina di Hyn fosse estremamente più progredita rispetto a quella delle terre in cui ella era nata e cresciuta, dove lo sforzo maggiore, per sconfiggere la morte, era affidato allo stesso moribondo.

« E tu non sei una moribonda. » replicò, in critica ai propri pensieri, quasi in un dialogo con se stessa, disapprovando quanto appena ipotizzato « Quindi fammi il piacere di smetterla con questa ventata di ottimismo e datti da fare per riportare il tuo splendido didietro a casa. » si comandò, con tono di ribellione in contrasto a sé, e soprattutto al destino che le sembrava suggerire solo una tragica conclusione.

Se una caratteristica non era mai mancata a Guerra, oltre a un fisico prorompente e a una propensione per missioni incoscienti e pressoché suicide, era sempre stata la forza d'animo, uno spirito energico deciso a non concederle mai occasione di deprimersi, di scorarsi, anche nei momenti in cui solo in tal senso, chiunque, avrebbe potuto agire. Uno spirito che aveva dovuto maturare nel momento stesso in cui la sua sorella gemella, Nissa, da lei sempre amata, si era presentata in suo assoluto contrasto, intenzionata a rovinare la sua vita per l'eternità, iniziando dalla costrizione di abbandonare le vie del mare a lei tanto care.
Nonostante ciò, nonostante quella pesante botta emotiva, che avrebbe potuto distruggerla, e, anzi, in graiza di ciò, ella aveva iniziato a maturare il desiderio, quasi ossessivo, di essere l'unica autrice del proprio futuro, l'unica in grado di potersi esprimere in merito al suo stesso destino. E così, nel bene e nel male, era sempre stato, perché anche nelle avversità, ella aveva sempre avuto la consapevolezza di non esserci piombata per colpa del capriccio di un dio o di una dea, ma per una propria decisione in tal senso, per un'espressione ferma e irremovibile della propria autodeterminazione.
Così, ove decisa a scuotersi, ella si scosse. Ove decisa a ritrovare cuore e animo per tirare avanti, ella lì ritrovò, levando alto il capo, riponendo la propria arma nel suo fodero e riprendendo a camminare, con la ferma consapevolezza che si sarebbe potuta fermare solo a missione conclusa, solo quando anche l'ignoto orchestratore dietro a tutto quanto accaduto si fosse rivelato e lei l'avesse potuto uccidere.

« Avanti, lurido figlio d'un cane! » gridò verso il nulla innanzi a sé, verso l'oscurità crescente e gli alberi della foresta « Dobbiamo farla finita. Facciamolo! »

Grida, le sue, che qualcuno avrebbe potuto fraintendere come evidenza palese di un'ormai perduta sanità mentale, in tanto impegno rivolto verso alcun interlocutore, per quanto ricorrendo, nonostante tutto, a parole indubbiamente indirizzate, indirizzate a qualcuno o qualcosa che ella era certa fosse lì nelle circostanze, a contemplare lo spettacolo in corso. Qualcuno che, sino a quel momento, si era impegnato a gettarle contro antagonisti letali, e ai suoi occhi, malgrado tutto, non si era ancora svelato, non si era ancora voluto rivelare per ciò che era.

« Avanti, evocatore! » insistette ella, definendo lo stregone, o la strega, per ciò che avrebbe dovuto essere, in base a quanto avvenuto « Io quelli come te me li mangio a colazione… altro che bakeneko. » lo provocò la mercenaria, certa che, se fosse stato un uomo, o una donna, difficilmente avrebbe potuto ingoiare a lungo degli insulti diretti « Figurati che ho ammazzato il primo fra voi che non avevo ancora compiuto quattordici anni… e da lì, almeno uno o due all'anno non sono mancati. Sai. Per tenermi in allenamento. »
« Lo so che hai paura di me! E' normale! » continuò, sorridendo divertita « In fondo anche io avrei paura di chi capace di uccidermi e starei ben attenta a nascondermi nel buco più profondo che riuscirei a trovare, come un verme. Un verme! »

venerdì 1 giugno 2012

1595


« T
i ringrazio! » sorrise la donna, aprendo e chiudendo il pugno destro ripetutamente innanzi al proprio volto, come a verificare, o forse dimostrare, che nulla di tutto ciò aveva subito « In verità avrei potuto continuare ancora qualche mese prima di dover rigenerare l'idrargirio del mio braccio robotico, ma così mi hai tolto un pensiero dalla mente. »

Ovviamente la parola idrargirio, come la parola robotico, vennero pronunciate nella sola lingua in cui ella sapeva pronunciarle e, in ciò, nulla fu dato di intendere al bakeneko. Ciò che, tuttavia, risultò straordinariamente esplicito anche al medesimo, fu come ella fosse sopravvissuta alla sua mossa più potente, ragione per la quale difficile sarebbe stato riuscire a immaginare oltre quali limiti non si sarebbe potuta spingere in quella sfida, in quel confronto con lui, per riuscire a vincerlo e a ucciderlo, così come più volte annunciato.
Stupito e sorpreso, certamente, ma non ancora intenzionato a cedere, l'uomo gatto pose tutte le proprie energie in una terza scarica, in un terzo fulmine che eruttò dalla sua bocca e si diresse verso la mercenaria. E questa, come appena accaduto, non si scompose, non si concesse ragione di turbamento o di preoccupazione, limitandosi a sollevare, ancora, la propria destra per assorbire, letteralmente, l'energia di quell'offensiva. Energia che, ancora una volta, non le procurò il benché minimo danno, non raggiunse la sua carne e le sue ossa, venendo quasi completamente trattenuta dal braccio di metallo e, in una minima parte, rigettata al suolo davanti a sé da una funzione di sicurezza del sistema di alimentazione di quella protesi utile a ovviare a possibili sovraccarichi.
Nulla, tuttavia, nella tecnologia racchiusa all'interno di quel braccio poté essere compreso, o apprezzato, dal bakeneko, il quale, sgranando gli occhi, maturò forse la consapevolezza di non poter vincere la propria avversaria in quel modo, con quel proprio potere, nonostante in esso avesse posto tutto il proprio impegno, tutte le proprie ultime forze, ragione per la quale, apparentemente inerme, esso crollò in ginocchio al suolo, con le braccia molli lungo i fianchi e la testa lievemente cadente sul lato destro.

« Mmm… » esitò la mercenaria, osservandolo incuriosita « E io che mi stavo convincendo che tu fossi l'ennesimo scherzo stregato fra queste montagne. » commentò, riconoscendo, in tale spossamento, una natura assolutamente consueta, per quanto bizzarra, in esso « Per carità: se così fosse stato avrei incontrato più di voi in questi giorni che in tutta la mia vita, ove la maggior parte delle leggende si rivelano fondate sulla superstizione ancor prima che su dati reali. Però mi hai sorpresa, lo ammetto. »

Immobile e apparentemente indifeso restò quell'essere gettato a terra, quasi sordo alle parole della propria controparte. Non ravvisando, pertanto, particolari ragioni di pericolo, Guerra sciolse la propria postura di guardia e, con diffidenza, iniziò ad avanzare verso di lui, continuando nel proprio monologo.

« Cosa siete voi bakeneko? Semplicemente dei mostri capaci di assumere aspetto e voce umana, o siete qualcosa di più?! » questionò, sinceramente interessata a tale argomento « Non capita spesso di incontrare mostri capaci di parlare… » specificò, facendo riferimento, in ciò, alla propria esperienza personale « E non tentare di propormi la storia di una qualche antica civiltà metà umana e metà felina: voi siete solo dei predatori itineranti, affamati di carne e di carne umana… non una civiltà. »
« Pensala… come vuoi. » sussurrò il bakeneko « Però, sappi che a dispetto di ogni leggenda… noi siamo qualcosa di più di semplici mostri. »
« Cosa intendi dire?! » domandò, avvicinandosi di più all'uomo gatto, per ascoltarne le parole.
« Tutti noi… tutti noi bakeneko… un tempo eravamo uomini e donne come te. » sancì esso… egli, nel prendere voce verso di lei « Siamo stati maledetti. Siamo stati maledetti per la nostra brama di carne nel giorno in cui abbiamo ucciso un nekomata per nutrirci delle sue membra. » spiegò, offrendo riferimento a qualche altro essere della mitologia locale che purtroppo ella non fu in grado di riconoscere in tale denominazione « E siamo stati dannati. Siamo stati dannati a percorrere le vie del mondo alla continua ricerca di carne… una ricerca irrefrenabile, ove mai saremo realmente sazi. Mai riusciremo a placare la nostra fame. »
« Interessante… » osservò la mercenaria, sforzandosi di provare pietà per quell'essere ma non riuscendo a farlo, ripensando a tutti coloro dei quali lui e la sua compagna si erano nutriti, senza riservare loro una qualche esitazione, un qualche sentimento di misericordia.
« Uccidimi… » sembrò supplicarla, nel momento in cui ella gli fu prossima « Uccidimi, Guerra. E liberami dalla mia dannazione. »

La storiella offertale da parte dell'uomo, o gatto, o cosa diamine fosse, appariva sicuramente interessante, così come ella l'aveva appena definita. Tuttavia tale storia decretava che la colpa di tutto quanto accaduto avesse da riconoscersi solo a quella coppia, così come già noto a valle, nel villaggio dal quale ella era partita, dal quale il suo cammino in ascesa lungo quel monte aveva avuto inizio. Ma se ciò avesse dovuto essere riconosciuto qual effettivamente corrispondente a realtà, l'incontro da lei vissuto con l'oni, prima, e con l'elementale del fuoco, poi, avrebbero dovuto essere giudicati qual frutto di mera casualità. E difficilmente ella avrebbe potuto accettare simile prospettiva, non per una qualche paranoia, quanto e piuttosto per mera consapevolezza delle regole sulle quali la vita e tutto il resto erano solite fondarsi.
Un mostro, solitario in una landa sperduta, avrebbe potuto essere considerata, infatti, qual conseguenza di un fato privo di controllo, una scommessa con il destino che difficilmente sarebbe potuta esser vinta, nell'imprevedibilità del medesimo. Ma due mostri, tre mostri, o più, insieme in uno stesso sito, in un solo ambiente, avrebbe dovuto essere necessariamente riconosciuta qual frutto di una premeditazione. La premeditazione di un qualche stregone, o strega, o comunque figure assimilabili, che lì avevano voluto giuocare con povera gente incapace di opporsi ai loro capricci, ai loro piani.
In grazia a simile ragionamento, malgrado le parole del bakeneko, apparentemente sincere, ella non poté fidarsi di quella interpretazione dei fatti, considerandola, nel migliore dei casi, incompleta, parziale, viziata. Forse quell'uomo gatto diceva il vero. Forse quella era la sua personale idea in merito a quanto fosse accaduto. Ma, di certo, qualche altra figura avrebbe dovuto essere giudicata qual responsabile di quanto avvenuto, non solo per la presenza di quei mostri carnivori in quel villaggio, ma anche per tutte le altre insidie riservatele nel corso degli ultimi due giorni.
Interrompendo ogni sua possibile elucubrazione, e probabilmente attuando un piano congeniato sin dall'inizio, sin da quando si era gettato a terra, l'uomo, o il mostro, volle tentare di approfittare di quella che, sul suo volto, lesse quale distrazione, qual disinteressamento per quanto lì in corso. E, in ciò, si rialzò di scatto da terra, tendendo i propri artigli verso il suo collo.
Purtroppo per lui, al di là di ogni supposizione, e di ogni precedente ingenuità, in questa occasione Guerra non si era voluta concedere la possibilità di presentarsi inerme innanzi a un avversario, ragione per la quale lo scatto del mostro, per quanto rapido e felino, non la vide sorpresa o impreparata. Al contrario, senza esitazioni, senza remore, ella levò di scatto la propria spada, la quale, incrociandosi con il corpo del suo nemico, lo trafisse al centro del petto, facendo capolino, sulla sua schiena, in mezzo alle spalle, con una traiettoria ascendente.
In tal modo, prima ancora che egli potesse averne percezione, la sua richiesta di morte era stata accontentata, lasciandolo gravare privo di animazione sulla lama bastarda della sua avversaria, o forse liberatrice.

« Non dirò che mi dispiace perché non sarebbe vero. » sentenziò ella, ritraendo la propria arma e lasciando, in tal modo, precipitare a terra quel corpo privo di vita « Tuttavia posso riconoscerti che sei stato bravo nel ferirmi. Complimenti. » concluse, scuotendo il capo prima di voltarsi per allontanarsi da quel luogo di morte.