Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 3 agosto 2013
2021
Avventura
041 - Addio... Midda Bontor
A voler palesemente anticipare qualunque possibile reazione da parte della sposa in conseguenza alle proprie stesse parole, Desmair sollevò entrambe le mani per batterle, vigorosamente, innanzi al proprio volto, in un gesto probabilmente più plateale che sostanziale. E a subitanea, immediata risposta a tale invito, ebbe lì a scatenarsi quanto di più vicino possibile, e immaginabile, alla fine dei tempi, al giorno in cui gli dei avrebbero scelto di concludere l’esistenza stessa del Creato, scatenando in contrasto al medesimo tutte le proprie energie, tutte le proprie forze, con una violenza tanto straordinaria quanto inarrestabile, priva di qualunque speranza di contenimento o, anche solo, di elusione. Perché al suo gesto, al suo richiamo, accorsero in quel piccolo e pur tutt’altro che insignificante punto sperduto nei mari del sud, intere legioni di spettri, caotici uragani di fantasmi, i quali, senza necessitare di una sola spiegazione di più, senza domandare un singolo ulteriore accenno d’intendimento da parte del proprio signore, si riversarono con violenza terrificante, con forza devastante, in opposizione a qualunque creatura non umana e non vivente schierata in quel conflitto, zombie e gargolle, ponendo fine alla loro minaccia con la stessa facilità con la quale i primi caldi raggi di sole del mattino sarebbero stati in grado di spazzare ogni traccia di rugiada accumulatasi sulle piante nel corso della notte.
Non una sola fra le creature evocate dalla regina di Rogautt, fatta eccezione per il suo vicario, ebbe lì la benché minima occasione di superare indenne quella prova, di resistere a simile, terrificante carica, riuscendo, per quanto assurdo e paradossale, a suscitare persino pena nel confronto con il giudizio dei propri avversari umani, i quali non poterono mancare di rabbrividire innanzi all’evidenza di quanto avvenne, dell’orrore che ebbe a consumarsi proprio innanzi ai loro sguardi inermi. Perché là dove era uno zombie, là dove era una gargolla, non soltanto uno spettro, ma dozzine e dozzine di spettri si precipitarono in una folle e turbinosa corsa, in un volo tanto preciso quanto sfrenato, colpendo il proprio obiettivo, il proprio bersaglio, non soltanto una, non due, e neppure dieci o venti, ma cento volte, e cento ancora, strappando ogni singolo brandello di carne e di ossa dai corpi dei non morti, e ogni singolo frammento di roccia dalle statue animate, sino a quando degli stessi non rimase che una semplice ombra, una sorta di alone impresso più nella memoria di coloro contro i quali stavano prima combattendo, ancor più che nel tessuto stesso della realtà. Una tempesta di spiriti, fu quella che in tal modo si abbatté su quell’isola, sfogando letale energia contro precisi bersagli e, in ciò, agendo con l’impeto di diverse migliaia di affilati rasoi, che nulla avrebbero mai potuto risparmiare innanzi al proprio moto e che pur non un solo colpo offrirono a discapito di un obiettivo diverso da quelli loro indicati, preservando l’esistenza di chiunque, allora, effettivamente ancora godeva di un qualche barlume di vita, di una qualche, pur effimera, speranza per il futuro, fossero questi alleati della Figlia di Marr’Mahew, nonché sposa del loro unico signore, così come alleati della sua nemesi, della sua controparte, sovrana di tutti i pirati lì schierati.
E proprio tali predoni, sì famigerati tagliagole e razziatori, ebbero lì a confrontarsi forse con l’orrore più grande, con l’incubo di più difficile gestione, nella consapevolezza di quanto miracolosa avrebbe dovuto essere considerata l’opportunità inspiegabilmente riconosciuta loro di sopravvivere a tutto quello, di non essere, a propria volta, trasformati in polvere nel vento, dall’azione impietosa di quelle anime di defunti che pur avrebbero potuto ricevere l’istruzione di abbattersi anche su di loro, anche in loro contrasto, a loro incontrovertibile condanna, nel riconoscerli colpevoli, non di meno, della medesima complicità offerta a Nissa Bontor da quelle altre creature. Qualcuno, in ciò, avrebbe potuto sottolineare quanto, nell’aver concesso loro tale grazia, fosse stato altresì loro rivolto maggiore torto rispetto a quanto non avrebbero potuto altresì subire nella propria esplicita uccisione, nella loro effettiva condanna, nell’averli posti, in tutto ciò, a confronto con quello stesso identico timore della morte che loro, nel corso delle proprie vite, si erano divertiti a imporre a discapito di intere popolazioni, in ogni angolo di quei mari del sud, spargendo morte con crudeltà tale da aver reso quasi equivalenti termini quali pirateria e terrore. Un’ipotesi quantomeno poetica, quella così suggerita, che avrebbe potuto incontrare, allora, ragione di completa soddisfazione nel confronto con l’improvviso e terrificante tanfo di feci e urine che saturò quell’intero angolo di mondo, quella piccola isola, nel ritrovare, in favore di chi tanta paura era abituato a diffondere, molto meno coraggio, molto meno ardimento di quanto non avrebbero dovuto dimostrare di possedere.
« Melodrammatico come sempre… » commentò la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, a compendio di quanto accadde e di come ciò avvenne, di quelle immagini tanto crude quanto, inevitabilmente, raccapriccianti, benché in relazione, comunque, a mostri quali quelli allora sterminati.
Al di là di ogni simile, ed eventuale, elucubrazione sulle motivazioni alla base di una tale scelta, quanto la stessa Campionessa di Kriarya ebbe modo di intuire nel momento in cui contemplò una chirurgica azione di contrasto alle braccia che la stavano intrappolando da parte di quegli spettri, dei fantasmi del suo sposo, si fondò su una semplice, e pur drammatica, incapacità da parte di quell’orda terrificante di potersi riservare un qualche distinguo di sorta nel momento in cui fosse stato loro comandato di abbattersi non solo su creature prive di vita, ma anche, ipoteticamente, sui pirati, in misura tale da non poter vedere risparmiato, sostanzialmente, alcuno, salvo, forse, proprio lei che, dopotutto, avrebbe potuto vantare una certa influenza su quelle medesime legioni, così come già accertato in passato. Qualunque avesse, comunque, a doversi intendere la ragione alla base di quell’ipotetica pietade, così dimostrata, non avrebbe potuto evitare di incontrare, non di meno, la sua approvazione, dal momento in cui, oggettivamente, ella non avrebbe mai potuto approvare l’idea di una tale strage, sì priva di qualunque legittimo equilibrio di forze, neppure a discapito di coloro che meno al mondo avrebbe mai potuto avere motivo di tutelare, avrebbe mai potuto desiderare proteggere o difendere, allorché, piuttosto, sistematicamente sterminare, allo stesso modo di quanto compiuto ormai dieci anni prima, in occasione degli eventi che le erano valsi quel celebrativo titolo in associazione alla dea della guerra, Marr’Mahew.
In sua puntuale contrapposizione, una prevedibilmente diversa reazione trovò nel contempo la sua gemella qual protagonista, colei che, in tale mattanza avrebbe dovuto proprio malgrado considerarsi maggiormente colpita, lesa, addirittura ferita, se pur non personalmente, se pur non direttamente ed esplicitamente, nel vedersi, ciò non di meno, improvvisamente e drasticamente privata di una porzione d’importanza fondamentale del proprio esercito, e, nella fattispecie, di quella quota che, era consapevole, mai l’avrebbe tradita, mai avrebbe mancato di onorare le sue aspettative, a dispetto di chiunque altro, combattendo contro Midda e i suoi alleati con ogni energia, con ogni pur vago alito di vita, o, quantomeno, di un’illusione di vita qual era il loro, fino a quando ella non li avesse ricondotti all’inerzia dalla quale li aveva chiamati. In ciò Nissa, nella propria triplice personalità, non poté che accogliere tutto quello, tale spettacolo, simile, ennesimo, stravolgimento dei un sempre più fragile equilibrio all’intero del conflitto in corso, di quella battaglia probabilmente davvero definitiva e decisiva, con giusta ira, nel ritrovare ogni proprio pur onesto sforzo in tal modo vanificato e, peggio ancora, vanificato per intervento di quello stesso figlio che, da sempre, era stato per lei soltanto fonte di concreto fastidio, di sostanziale assenza di soddisfazioni, in una misura tale per cui avrebbe sinceramente preferito non averlo mai posto al mondo ancor prima che ritrovarsi a dover, continuamente e inesorabilmente, contrastare ogni suo tradimento...
« Che sia maledetto il giorno in cui non abbiamo abortito un feto privo di vita, allorché offrire alla luce, nel dolore e nel sangue, un mostro tuo pari... Desmair! » inveì, per un fugace istante del tutto priva di qualunque maschera di freddo distacco, di quello stesso autocontrollo nel quale, pur, si era voluta ammantare sino a quel momento, a dimostrazione della propria altera superiorità, e della più assoluta impossibilità di contrasto da parte di chiunque a lei circostante « Mai una sola volta hai agito negli interessi della tua famiglia, non una sola volta ai agito negli interessi di tua madre. E, a coronamento della tua opera di indegno discredito del tuo sangue e del tuo retaggio, ti sei sospinto finanche a sposarti con la nostra nemica… con colei che incarna tutto ciò che è nostro soltanto nostro interesse distruggere, per porre solide fondamenta per un nuovo mondo, un nuovo regno di luce. »
venerdì 2 agosto 2013
2020
Avventura
041 - Addio... Midda Bontor
Se ritrovarsi con due grottesche coppie di braccia in pietra grezza, fuoriuscenti dal suolo e appese alle proprie gambe, strette attorno alle proprie forme, non avrebbe potuto essere considerato, per la Figlia di Marr’Mahew, qual un’esperienza propriamente gratificante, fondamentalmente appagante; ciò non di meno nulla, in tal senso, avrebbe potuto rappresentare, per lei, un qualche fattore di reale sorpresa, tale per cui poter restare vittima di emozioni contrastanti, o, addirittura, psicologicamente bloccata in misura tale da non essere più in grado di elaborare una qualche risposta utile da poter offrire a tutto ciò, una qualche reazione da poter destinare a simili eventi.
Nel corso della propria avventurosa vita, di un’esistenza spesa in avventure sempre diverse e sempre straordinarie, sconvolgenti e, incontrovertibilmente, mirabolanti, del resto, ella si era ritrovata al contro di situazioni indubbiamente peggiori rispetto a quella, di assedi assolutamente più osceni e psicologicamente disorientamenti rispetto a quello in tal modo a lei destinato; in misura tale da averle permesso, nel corso del tempo, di sviluppare quella che qualcuno avrebbe potuto definire qual una sorta di immunità psicologica innanzi a determinati generi di situazioni ipoteticamente disperate, a lei necessaria allo scopo di riuscire, sempre e comunque, a riservare qual propria quell’immancabile freddezza, quell’irrinunciabile distacco emotivo utile a valutare in termini sempre appropriati la migliore strategia da rendere propria, a individuare in misura sempre efficace ed efficiente quell’altrimenti effimera opportunità per riuscire a salvarsi la vita e a riservarsi la possibilità di porla nuovamente in giuoco alla sfida successiva. Così, anche laddove una superficiale valutazione della sua antagonista l’aveva forse lì prevista qual preda di terribili esitazioni e incertezze, vittima di tanto sbalordimento tale da renderle impossibile ribellarsi a quell’aggressione a sorpresa; da parte sua non vi fu altra reazione se non quella di un moderato fastidio, necessariamente conseguente all’evidenza di trovarsi ad avere le gambe bloccate un’accoppiata di grottesche imitazioni di umanità, qual soltanto avrebbero dovuto essere considerati quegli esseri di pietra difficilmente anche soltanto comparabili con le gargolle a cui si era abituata in occasione di ogni altro, precedente scontro.
Ben più di quelle quattro disarmoniche braccia, in effetti, fu per lei ragione di sorpresa un altro evento a tale comparsa immediatamente conseguente, un altro accadimento che, a differenza di quello, non la coinvolse fisicamente in maniera diretta, benché, ciò non di meno, la vide indubbiamente protagonista a livello psicologico ed emotivo, in misura tale da lasciarla, allora, sì attonita e impietrita esattamente come, personalmente, la gemella aveva vanamente sperato essere in grado di imporle in conseguenza all’evocazione di quelle quasi gargolle, efficaci, certamente, e pur trasparenti della scarsa attenzione spesa nella loro stessa creazione. E l’evento che, in quel mentre, fu per la Campionessa di Kriarya ragione di tanta ansia, di tale mancanza d’orientamento, ebbe allora a riconoscersi non tanto una sensazionale dimostrazione di potere, quanto e semplicemente un repentino cambio d’espressione al centro del viso di Be’Sihl, l’amato verso il quale, malgrado la battaglia in corso, non stava mancando di rivolgere la propria attenzione, il proprio interesse, nella volontà di accertarsi, continuamente, del suo effettivo stato di salute e, soprattutto, della sua effettiva permanenza in vita, evento non così ovvio, non così naturale nel cuore di un conflitto qual quello nel quale erano tutti protagonisti. Perché laddove, un solo istante prima, il volto dello shar’tiagho aveva lasciato trasparire tutti i suoi dubbi, tutte le sue incertezze, e, soprattutto, tutta la sua paura di fallire, di fallire nell’impegno accolto qual proprio di proteggere gli altri nove della Jol’Ange, che non godevano della loro medesima protezione nel confronto con le aggressioni di primo-fra-tre; un semplice istante dopo, sul suo viso, nei suoi occhi, comparve una luce completamente diversa, un riflesso assolutamente estraneo e, in maniera del tutto priva di senso, in quel particolare frangente, incredibilmente euforica, entusiastica, quasi e persino deliziata da qualcosa attorno a sé o, forse, dall’intero Creato a sé circostante. E se, soltanto qualche ora prima, ella non avrebbe saputo interpretare in alcun modo quel mutamento, forse e addirittura impercettibile innanzi all’attenzione di chi, differentemente rispetto a lei, non in tanta intimità con quell’uomo; nell’aver appreso, seppur in maniera superficiale, di quanto accaduto fra lui e Desmair, nessuna incertezza le fu propria nell’ipotizzare quanto stesse allora avvenendo e, soprattutto, a chi avesse da essere attribuita quell’espressione.
Forse, in quel momento, suoi non erano un naso e un mento tanto aguzzi e prominenti da offrire l’impressione del becco di un rapace, osservandolo di profilo; nel conservare, al contrario, le forme tonde degli zigomi di Be’Sihl, eredità del suo sangue materno ancor prima che del suo retaggio shar’tiagho. Forse, in quel contesto, suoi non erano una coppia di occhi gialli, o una fila di bianchi denti aguzzi; nel mantenersi della straordinaria tonalità castano chiara, tanto da apparire quasi prossimi all’ambrato, che da sempre era stata propria del locandiere. Forse, e ancora, in tutto ciò, sue non erano due orecchi incredibilmente sporgenti e appuntite; nell’offrirsi inalterate al di sotto della cascata di strette treccine nere. Ciò non di meno, tuttavia, dietro quei dettagli fisici per lei tanto noti quanto amati, non avrebbe dovuto più essere individuato il cuore, lo spirito e la mente di Be’Sihl Ahvn-Qa, figlio di Be’Soul e Ras’Meen Ahvn-Qa, quanto e tragicamente il cuore, lo spirito e la mente di Desmair, figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise.
« No! » gemette ella, priva di fiato a quell’immagine, a quell’evidenza atta a dare corpo, a dare sostanza a tutte le sue più inconfessate e viscerali paure, a un incubo che mai avrebbe desiderato sognare e, ancor meno, vivere « No… questo no… »
E così come ella immediatamente si era accorta di quel cambiamento, benché diverse decine di piedi di distanza la separassero dal proprio amato; questi, o, quantomeno, il mostro dentro di lui, non mancò di contraccambiare l’interessamento, spostando il proprio sguardo alieno e pur, da lei, spiacevolmente conosciuto, proprio alla ricerca dei suoi occhi color ghiaccio, a offrirle conferma del proprio intendimento e, con esso, del fatto che egli non fosse intenzionato in alcun modo a nascondersi, a celare la propria presenza, a dispetto di qualunque possibile sospetto a tal riguardo.
Un desiderio di trasparenza, quello da lui allora reso proprio, che ebbe modo di concretizzarsi in maniera estremamente palese, trasparente, nel momento in cui, un istante dopo, egli prese voce, per annunciare la propria presenza al mondo intero, o quantomeno a quel piccolo angolo di mondo a lui lì circostante, senza desiderio di particolare prudenza…
« Salute a te, moglie cara… » esordì Desmair, nel corpo di Be’Sihl, nel mentre in cui, in ottemperanza al giuramento che lo legava al proprio anfitrione, non esitò ad allungarsi in avanti per contenere gli effetti altresì devastanti dell’ennesima sfera di energia proiettata dal vicario a discapito dell’equipaggio della Jol’Ange e degli altri alleati della donna « Spero che tu sia soddisfatta dell’impegno che ho posto nel cercare di migliorare il mio aspetto, per venire incontro alle tue esigenze estetiche. » ironizzò, sorridendo sornione e quasi malevolo, in un’espressione incredibilmente inappropriata sul volto di quell’uomo « In verità non comprendo cosa tu possa trovare in questo corpo così poco tonico, così… mediocre, se mi permetti il giudizio. Ma deve piacere a te, non a me… giusto?! »
« Desmair… » commentò l’Ucciditrice di Dei, rimpiangendo il dolore che, una parte del suo cuore, aveva provato il giorno in cui il marito era apparentemente morto, percependosi allora in parte responsabile di quel sacrificio, benché il conflitto fra lui e sua madre fosse antecedente a ogni propria intromissione nella questione « Accetta il fatto di essere morto e lascia immediatamente libero Be’Sihl, per Thyres! » esclamò, ora furente « Ho già troppi avversari per dovermi preoccupare anche di te… » soggiunse, non dimentica degli arti di roccia che stavano iniziando a porre a dura prova la resistenza delle sue gambe, malgrado la comparsa in scena del mostro suo sposo l’avesse psicologicamente distratta da tale, concreta minaccia.
« Sei straordinaria, moglie! » replicò l’altro, trattenendosi a stento dallo scoppiare a ridere, qual pur, allora, avrebbe ritenuto quantomeno consono, dato il contesto a margine « Benché, a oggi, io sia sempre stato tuo alleato in questa guerra, arrivando persino a rinunciare alla mia stessa vita in tuo sostegno, in tuo supporto, ancora mi consideri un avversario allorché la migliore risorsa che tu mai potresti desiderare avere al tuo fianco! » osservò, scuotendo appena il capo « Per fortuna tua e di tutti, io sono superiore a certe facili provocazioni e, per questo, non rinuncerò comunque a offrire il mio giusto tributo alla lotta… »
giovedì 1 agosto 2013
2019
Avventura
041 - Addio... Midda Bontor
Se possibile, tuttavia, l’atto di fede allora richiestogli avrebbe effettivamente dovuto essere riconosciuto qual persino più significativo di quanto non fosse stato, da parte sua, tacere alla sua prediletta l’esistenza di quella empia collaborazione, di quel patto sommerso che fra loro era stato obbligatoriamente stipulato nel momento in cui, in maniera del tutto arbitraria, Desmair aveva preso residenza entro il suo corpo e la sua mente, affidando a ogni singolo battito del suo cuore la sopravvivenza della propria anima immortale, o, quantomeno, la sua permanenza a contatto con il regno dei vivi.
Perché se, fino ad allora, una serie di regole non scritte aveva riconosciuto al semidio una certa libertà d’azione nei meandri del suo inconscio, permettendogli di realizzare quell’intero nuovo mondo dentro la sua testa a commemorazione del dominio che aveva perduto con la propria morte, della fortezza nella quale era stato tenuto prigioniero sin dalla propria nascita e che pur aveva imparato a considerare qual propria dimora; sempre in virtù di simile trattato, di tale tregua, era stato stabilito come la vita di Be’Sihl, il suo destino e la sua autodeterminazione, non avrebbero mai dovuto essere posti in dubbio dalla presenza del proprio ospite, permettendogli di continuare a esistere così come se nulla fosse, come se l’animo di quel mostro millenario non stesse effettivamente risedendo in lui. Un cavillo di non secondaria importanza, una clausola indubbiamente vincolante, a cui, allora, Desmair desiderava suggerire di obliare, almeno per una sola volta, per quella prima volta, giustificato in tal senso da quella che avrebbe dovuto essere riconosciuta, obiettivamente, qual una giusta causa e che, ciò non di meno, avrebbe rappresentato, in futuro, uno sgradevole precedente, in conseguenza al quale altre deroghe avrebbero potuto essere considerate giustificabili, in un crescendo verso la follia e, forse, la perdizione.
« Non mi perderò in particolari giri di parole… » sancì, allora, il mostro dall’aspetto demoniaco, mantenendo il proprio sguardo puntato negli occhi del proprio interlocutore, deciso a non smuoversi da lì almeno sino a quando l’argomento non fosse stato affrontato, la questione non fosse stata risolta, in un modo o nell’altra, a dimostrare, in simile gestualità, un desiderio di assoluta trasparenza da parte propria nei suoi riguardi, nei suoi confronti, così come forse mai realmente era stato in passato, nel corso di quella loro già sin troppo lunga collaborazione « Abbiamo entrambi bisogno… tutti abbiamo bisogno… che tu mi conceda la possibilità di prendere il controllo. O, in caso contrario, la questione potrebbe svilupparsi lungo percorsi estremamente spiacevoli e difficilmente volti ad assicurarci una qualche possibilità di vittoria. »
« Spiegati meglio… » esitò il locandiere, avendo ben inteso cosa egli desiderasse intendere con quelle parole e, ciò non di meno, rifiutando di prendere anche solo in esame l’ipotesi di accettarle gratuitamente, senza sollevare il benché minimo dubbio, nel considerare come, in fondo, il tempo non avesse allora a doversi riconoscere qual per loro vincolante, così come Desmair aveva avuto premura di sottolineare in più riprese.
« Non credo che tu voglia davvero insultare la tua stessa intelligenza con questo genere di domande… » obiettò il semidio, storcendo appena le labbra verso il basso, a lasciar trasparire disapprovazione per il comportamento promosso dalla controparte « Sei perfettamente cosciente di cosa io possa intendere dicendo che devi cedermi il comando. Benché, ovviamente, non possa essere per te semplice da accettare. E da accettare nel confronto con quanto ciò possa significare. »
« Ora sono io a concedertela. » annuì appena Be’Sihl, chinando lievemente il capo e subito risollevandolo a riconoscere quanto quelle parole, da parte sua, avessero ben individuato la questione « Ciò nonostante, prova a spiegarmi per quale ragione al mondo, in un momento come questo, io dovrei passarti il testimone. Quale valore aggiunto potresti essere in grado di fornire al confronto, alla battaglia in atto, che non stia già offrendo io?! » questionò, senza volontà polemica nei suoi riguardi, ma semplicemente desideroso di comprendere meglio la questione per così come allora proposta, per così come lì suggerita « E, ti prego, lascia perdere discorsi riguardanti una qualche tua maggiore esperienza guerriera, dal momento che sappiamo entrambi in quale misura abbia effettivamente a doversi valutare, nel considerare non soltanto l’evidenza della tua trascorsa immortalità ma, ancor più, il fatto che tu abbia sostanzialmente vissuto da sempre nel più completo isolamento. »
« Così parla il grande guerriero… » ironizzò per tutta replica Desmair, non risparmiandogli quel commento, pur sarcastico e, in ciò, necessariamente polemico, nel rispetto della propria stessa indole, del proprio temperamento che non avrebbe mai potuto tollerare quietamente l’arroganza in ciò rivoltagli, non, quantomeno, in un confronto onesto e sincero con lui « Al di là delle tue argomentazioni, comunque, esiste almeno un dettaglio, un particolare che giustificherebbe… e che giustifica, il mio intervento in questa battaglia, a prescindere da ogni facile provocazione. Perché se è pur vero che non ho mai avuto bisogno di combattere in prima persona, né di preoccuparmi per la mia incolumità fisica, è altrettanto vero, e tu lo sai, che ho sempre avuto un temibile esercito ai miei comandi. Un esercito nel confronto con il quale anche la mia cara madre, con tutti i suoi malefici, non potrebbe avere possibilità di opporsi e che, ciò non di meno, potrebbe essere in grado di tenere testa tanto ai suoi zombie, quanto alle sue gargolle. »
« … i tuoi spettri?! » concluse per lui lo stesso locandiere, in un interrogativo che avrebbe dovuto essere inteso, più puntualmente, qual un’affermazione, un’asserzione priva di retorica e, al contrario, quasi colma di speranze, benché il solo pensiero di dover avere nuovamente a che fare con quelle creature non avrebbe potuto evitare di inquietarlo nel profondo del proprio animo.
Diverse passate occasioni, in effetti, erano già state offerte all’uomo per confrontarsi con il potere proprio dell’esercito di spiriti con i quali il suo ospite aveva avuto interesse a circondarsi negli anni, nei decenni, nei secoli della propria prigionia, spiriti che, a prescindere dalle sue limitazioni fisiche, dal suo essere stato esiliato in una dimensione aliena a quella da loro abitualmente considerata qual realtà, si erano sempre dimostrati capaci di varcare i limiti propri di tali mondi, garantendogli in ciò la possibilità non soltanto di restare in contatto con la vita che a lui era stata negata ma, ancora e ancor più, di interagire con la medesima, in una misura che, obiettivamente, avrebbe inquietato anche i cuori più impavidi. Perché egli, attraverso i propri spettri, attraverso quelle anime irrequiete da lui intrappolate al proprio servizio e trasformate in ombre di quanto, in passato, erano state, si era riservato, in molteplici occasioni, la possibilità di interloquire con qualcuno malgrado la distanza, così come era anche accaduto con lo stesso shar’tiagho al principio della loro relazione, e, ancora e ancor peggio, la possibilità di uccidere qualcuno malgrado la distanza, in termini dei quali sempre lo stesso Be’Sihl aveva avuto modo di essere testimone.
Ma quanto, in un determinato contesto, avrebbe avuto a doversi considerare uno spettacolo raccapricciante; in un contesto diverso, in una situazione qual era la loro, resa sufficientemente disperata dall’iniquo confronto con le risorse negromantiche e stregate della regina Anmel, avrebbe avuto ragione di considerarsi opportunità gradita, soprattutto laddove fosse stata loro concessa l’opportunità di liberarsi, senza eccessive perdite, della minaccia rappresentata da quegli zombie e da quelle gargolle. Motivo per il quale, sebbene a malincuore, il locandiere shar’tiagho non avrebbe potuto evitare di prendere in serio esame quanto lì suggerito, anche laddove, in tal senso, egli avrebbe potuto vedere posto spiacevolmente in dubbio la propria libertà e, con essa, il proprio futuro.
« Mi giuri, sul tuo onore, che non abuserai di questa occasione e che, anzi, ti impegnerai al fine di salvaguardare la vita di tutti i nostri alleati e, soprattutto, di Midda? » gli domandò Be’Sihl, qual formulazione di serio impegno, al fine di potergli concedere la fiducia richiestagli « E che, quando l’intervento delle tue armate non sarà più richiesto, non sarà più necessario, mi lascerai nuovamente il comando, ritornando a non interferire in alcun modo nella mia vita, così come ti sei già impegnato a fare?! »
« Sai, mio buon amico… io credo che tu sia ancora l’unico al mondo a poter credere realmente in qualcosa come l’onore. » rispose Desmair, sorridendo quasi divertito da tutto quello « Ciò non di meno, e malgrado tutto, io sono un uomo d’onore. E così come non ho mai infranto alcun impegno passato, ti assicuro che non infrangerò neppure questo... » definì, con tono fermo e apparentemente sincero, fondando il proprio impegno sul rispetto che, oggettivamente, in passato aveva sempre reso proprio nel confronto a ogni passato giuramento.
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