11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 22 dicembre 2013

2137


« Come desideri… » gli concessi, pertanto, con un lieve movimento d’assenso del capo, nel garantirgli, in ciò, quanto mi stava silenziosamente domandando, quanto mi stava implicitamente richiedendo, pronta a compiere tutto quanto sarebbe stato allora necessario « Però, permettimi un ultimo commento, prima di iniziare. » soggiunsi subito dopo, nel mentre in cui mi riassestai cercando una migliore posizione, una più idonea postura al suolo, per essere più comoda nel confronto con quanto, allora, avrei dovuto compiere « Sebbene non possa che ammirare il tuo spirito di sacrificio, il tuo coraggio innanzi a quanto sta per occorrere, non posso che essere, sinceramente, dispiaciuta dalla tua evidente mancanza di acume, dal momento in cui dovresti aver già ben compreso quanto, morto tu, non mi mancheranno di certo alternative verso le quali destinare i miei sforzi, rivolgere i miei impegni, scegliendo con tranquillità un altro a caso fra tutti i tuoi colleghi e, in ciò, offrendogli la tua stessa alternativa. » argomentai, nel contempo di tali parole trasferendo, per un istante, il pugnale nella destra soltanto allo scopo di poter rivolgere la sensibilità propria della mia mancina, della punta delle mie dita affusolate, alla tesa muscolatura di quello sventurato, quasi a concedermi, in tal modo, occasione per meglio studiarla, per meglio valutare la direzione entro la quale spingere il mio impegno da torturatrice.
« E… vedi. Ove anche il secondo, e il terzo, e magari anche il quarto, potranno dimostrarsi tenaci quanto te, fedeli tuo pari all’omni-governo anche innanzi all’idea di una terrificante morte; sono matematicamente certa che, forse il quinto, o il sesto, o piuttosto il settimo, accetteranno alfine di collaborare, nel dimostrarsi più affezionati alla propria vita, e alle proprie prospettive di futuro, allorché a una semplice paga… » esplicitai, scuotendo allora appena il capo, lì con un gesto di commiserazione, ancor prima che di mero diniego, nel confronto con quanto, da tutto ciò, sarebbe allor derivato per lui, con l’evidenza di quanto inutile, ineluttabilmente, avrebbe avuto a doversi ritenere il suo sacrificio e, con lui, il sacrificio di tutti coloro che lo avrebbero accompagnato al patibolo da me, in tal modo, eretto « La vera domanda che dovresti porti, quindi, è: vale davvero la pena sprecare la mia vita per una sola, semplice e innocente spada?! Perché è di questo che stiamo parlando, sia chiaro: una spada. »

“Fortuna”: dirà qualcuno. “Forse”: risponderò io. O forse no. Non desidero ora disquisire nel merito di quanto ciò che ebbi a compiere, la scelta che, in quelle parole, mi riservai, avrebbe avuto a doversi obiettivamente considerare frutto di una ben precisa tattica, ancor prima che di mera casualità, benevolenza divina utile a ispirarmi le parole giuste al momento giusto. Anche perché, nell’impossibilità a condurre un reale dialogo con tutti coloro che saranno testimoni di queste mie parole, di questa mia cronaca, retorica risulterebbe qualunque dissertazione. Ciò non di meno, non voglio neppure negarmi una certa confidenza, del resto già sopra ribadita, con il genere di individuo che, in tutto ciò, avevo eletto a mio prigioniero. E, soprattutto, con l’assurdità che, necessariamente, avrebbe avuto a doversi valutare, al confronto con il suo pensiero, l’equazione che avrebbe visto posti su due livelli equivalenti la sua vita, e la vita di molti altri, per una semplice spada.
Che poi, per la sottoscritta, quella non avrebbe avuto a doversi considerare una semplice spada e che, obiettivamente, per riaverla, sarei stata più che ben disposta a compiere la carneficina annunciata… ciò ha da intendersi qual un altro discorso, qual un altro tema, di alcuna pertinenza con quello attualmente al centro del dibattito.

« … una spada?! » prese voce, per la prima volta, il mio interlocutore, sgranando gli occhi e, in ciò, esprimendo tutta la propria sorpresa, tutto il proprio stupore per quella che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a doversi considerare una mera assurdità, soprattutto nel considerare quanto già mi ero spinta a compiere nel dichiarare, in tal modo, guerra all’omni-governo di Loicare « Mi crede davvero così idiota da accettare l’idea che lei stia rischiando tanto per una semplice spada, signora…?! » commentò poi, nel rendersi conto di aver, per un istante, concesso alla propria glaciale e imperturbabile apparenza di risultar tutt’altro che gelida e distaccata, ragione per la quale avrebbe dovuto correre ai ripari, nella speranza di poter, ancora, recuperare.
« Non è mio interesse spingerti ad accettare nulla di quanto sto dicendo… » scossi ancora una volta il capo, a minimizzare, in tal gesto, l’importanza di ciò e trasferendo, nuovamente, la lama dalla destra alla mancina, per prepararmi all’intervento, con la più assoluta indifferenza nei riguardi di quel piccolo successo appena riportato nell’averlo convinto a prendere voce « Sentiti libero di morire per ciò che credi. E di credere ciò che vuoi, morendo. » lo invitai, concedendogli assoluta libertà di pensiero e opinione, in ciò « Parimenti, io mi sentirò libera di fare altrettanto… e, soprattutto, di uccidere chiunque si dovesse frapporre fra me e la riconquista della mia spada. »

Apparentemente interminabili, in diretta conseguenza a quelle mie ultime parole, furono gli istanti che seguirono e che mi videro predispormi alla prima incisione sulle sue carni, sui suoi muscoli, atto al quale, come ormai spero non vi siano dubbi di sorta, non desideravo assolutamente spingermi, soprattutto nella consapevolezza di come, da esso, non avrei potuto obiettivamente ottenere null’altro che un cadavere, o pressoché tale, e non, di certo, il coatto collaboratore nel quale, pur, allora speravo. Interminabili per me, invero, così come sicuramente e necessariamente anche e ancor più per lui, che, in tutto ciò avrebbe allora rappresentato tale cadavere, o quanto di più simile avrebbe avuto a ridursi essere.
Ciò non di meno, una conclusione alfine ebbe a giungere. E giunse, prevedibilmente, nel mentre in cui, una porzione infinitesimale della sua pelle, tesa al di sopra dei suoi gonfi muscoli, venne lievemente incisa dalla punta del pugnale, in un taglio sì lieve da non veder provocata neppure, obiettivamente, una perdita di sangue degna di nota e, ciò non di meno, sufficiente ad alterare gli equilibri allora raggiunti in quello scontro, in misura tale per cui, il mio restio candidato collaboratore non ebbe più esitazione alcuna a prendere nuovamente voce e a invocare, in tutto ciò, una qualche, reale, possibilità di intendimento nel merito di quanto fosse accaduto… o di quanto, per lo meno, dal mio, per lui probabilmente incomprensibile, punto di vista, avesse a doversi considerare accaduto.

« Aspetta! Dannazione, aspetta! » esclamò, quasi gemette, nel cercare di sottrarsi all’azione della sua stessa lama e, nella foga del momento, persino abbandonando l’uso della terza persona con la quale, pur, un attimo prima, a me aveva rivolto le proprie uniche parole « Non puoi star facendo tutto questo per solo una spada… »
« E invece sì! » obiettai, arrestandomi nel mio incedere soltanto per tornare a osservarlo e a ricercare, allora, il dialogo al quale egli, sino a quel momento, si era rifiutato di offrire collaborazione alcuna « Perché, a differenza di questo tuo giocattolino, così come di qualunque altra arma con la quale tu e i tuoi amici siete equipaggiati, la mia spada non è qualcosa che si può trovare in offerta al mercato… non è semplice attrezzatura perfettamente intercambiabile con qualunque altro strumento egualmente prodotto in serie. E ci tengo veramente a riaverla. » espressi, allora a lui concedendo soltanto massima trasparenza, effettiva sincerità in tal spiegazione, non avendo ragione per mistificare quella verità, pura e semplice, sola ragione per la quale, del resto, avrei avuto ragione di essere lì in quel momento.
« … una spada?! » ripeté per la terza volta, quasi a cercare di scendere a patti con simile idea, con tale concetto, con quel pensiero che, dal suo punto di vista, non avrebbe potuto incontrare significato alcuno, e dal quale, ciò non di meno, iniziava a comprendere sarebbe allora dipesa la sua stessa sopravvivenza, almeno in quel momento, in quel particolare contesto, in quel frangente che, folle o meno che io potessi essere ritenuta, ero pur la folle che manteneva, letteralmente, il coltello dalla parte del manico.

sabato 21 dicembre 2013

2136


« Qualcuno potrebbe dirti che possiamo farlo in due modi. » premessi, piegando appena il capo di lato nell’osservare il mio interlocutore con atteggiamento curioso, nel mentre in cui egli, apparentemente impassibile, mantenne il suo sguardo fermo su di me, con atteggiamento di impietosa condanna per tutto ciò che, evidentemente, rappresentavo innanzi al suo sguardo « Io non sono mai stata di vedute tanto ristrette e fidati di me se ti dico che possiamo farlo in molti modi… almeno due o tre dozzine, giusto per iniziare. Ma alcuno di questi ti piacerà. Quindi, per favore, scegli di collaborare di tua spontanea iniziativa e questo, forse, ti concederà di uscire da questa avventura non dico illeso, ma quantomeno vivo, e privo di menomazioni sì gravi da impedirti di condurre una vita sufficientemente dignitosa. »

Mi ero concessa quasi un’ora di tempo per studiare il perimetro del complesso e, in esso, di scorgere un qualche, possibile, anello debole nella catena preposta alla sua vigilanza, alla sua custodia, una guardia più giovane, e meno esperta, da eleggere a mio poco entusiasta collaboratore in quell’iniziativa, in quell’impresa.
Mio malgrado, però, da tale preambolo, da simile, pur impegnato sforzo volto a simile delimitazione, a tale definizione e, con essa, all’individuazione del candidato ideale, non avevo ottenuto alcun risultato soddisfacente, tale da confermare, del resto, le aspettative per così come anche suggerite dalla mia informatrice, per solo tramite della quale sino a lì avevo potuto cogliere occasione di spingermi. Per tale ragione, in conseguenza a un così scarso ventaglio di opportunità, l’unica scelta che avevo potuto abbracciare, l’unica alternativa alla quale avevo potuto rivolgere la mia attenzione, si era alfine dimostrata essere quella destinata a compiere tale estrazione, simile sorteggio, affidandomi completamente al caso, senza perdere ulteriormente tempo e allungando le mani, o, per maggior amore di dettaglio, la mano… la destra, ovviamente, ad afferrare colui che, in quel momento, si era offerto a me più vicino, per impegnarmi a convincerlo a offrirmi il proprio supporto, il proprio aiuto.
Non tutto il tempo speso in quell’ultima ora, ciò non di meno, era stato comunque vano e privo di significato. Al contrario. Proprio nel dedicarmi, con tanta cura del dettaglio, a quella scelta, a quella valutazione, non potei ovviare a individuare come, a tutela della sicurezza di quel luogo, non avessero a doversi considerare semplicemente coloro lì presenti, ma anche chi celato dietro ai numerosi occhi tecnologici sparsi lungo tutto il perimetro del deposito giudiziario, sensori costantemente dedicati al solo scopo di ovviare a ogni genere di minaccia a quella fenomenale armeria sulla quale, indubbiamente, molti, anche troppi, sarebbero stati i desideri di possesso che, potendo, non avrebbero mai esitato a esprimersi.
… dopotutto, anche tale cura del dettaglio avrebbe rappresentato il mio impegno a un’intima crescita psicologica. O no…?!

« Io lo so cosa stai pensando… » sodalizzai con il mio prigioniero, donandogli un quieto sorriso, nel mentre in cui, per ragioni opposte, mi concessi di lasciar roteare agilmente fra le dita della mancina, le uniche che avrebbero potuto assolvere a tale compito nella sensibilità della loro carne, un pugnale di foggia militare, con un fronte affilato e l’altro seghettato, a lui stesso sottratto e, in ciò, da me impiegato non diversamente da una sorta di passatempo… un passatempo, invero, consciamente minaccioso nei suoi riguardi, a suo potenziale discapito « Te lo leggo negli occhi. » soggiunsi, a sostegno della mia precedente affermazione per così come appena scandita « Vedi… ti potrà sembrare presuntuoso da parte mia, ma ho trascorso gli ultimi vent’anni della mia vita ad avere a che fare con gente come te, ragazzoni dal fisico ipertrofico convinti di poter soggiogare il mondo intero, e qualunque avversario, con un semplice sguardo. Oltre che con la silenziosa minaccia in esso espressa dal vigore delle vostre membra, dei vostri muscoli tanto gonfi dall’imporvi, spesso e volentieri, addirittura delle sagome grottesche… prive di grazia, prive di eleganza, prive, insomma, di qualunque utilità. »

Parole non del tutto gratuite le mie, analisi non completamente improvvisate, quelle a lui destinate, dal momento in cui, obiettivamente, nella supposta barbarie del mio pianeta natale, del mondo in cui io sono nata e cresciuta, simili individui affollano abitualmente le strade di una città in misura non inferiore ai ratti… e in misura non inferiore ai ratti anche riservandosi una qualche, ipotetica, utilità.
Parole che, prevedibilmente, non parvero in alcun modo riuscire a scalfire imperturbabilità del mio interlocutore, il quale, quasi a seguire un copione da me già per lui letto, mantenne il silenzio e lo sguardo fisso nel mio, là dove, purtroppo per lui, non avrebbe mai potuto scorgere il benché minimo barlume di soggezione, ma soltanto, e semplicemente, indifferenza. Glaciale indifferenza, nella fattispecie.

« Quello che, vostro malgrado, tutti voi sembrate soliti ignorare, trascurare, nell’impegnarvi a esporre, in maniera tanto ostentata, i vostri muscoli, le vostre membra, è quanto, così facendo, non rendiate altresì che più semplice, più facile, quasi accademico, il compito di qualunque torturatore… non imponendogli alcuno sforzo di memoria nei riguardi dei propri studi anatomici, della propria conoscenza atta a concedersi la possibilità di aggredire, di volta in volta, il corpo della propria vittima in maniera assolutamente controllata, e tale da non rischiare di compromettere, involontariamente, l’esito finale, l’obiettivo di tanto impegno, qual solo non potrebbe che essere sempre considerato quello volto all’ottenimento di collaborazione. » proseguii nella mia argomentazione, lasciando danzare un’ultima volta il pugnale fra le dita prima di interrompere il gioco in tal modo in atto, per impugnarlo correttamente e, con la sua lucente punta, con la sua affilata estremità, avvicinarmi al petto del mio interlocutore, accarezzandolo con una leggera e, pur, ben ponderata pressione, utile a inciderne le vesti e, ciò nonostante, a lasciarne intatte le carni lì sottostanti, pur parzialmente scoprendole in corrispondenza, non casualmente, del suo capezzolo sinistro « Giusto per intenderci… » proseguii, appoggiando di piatto la lama dell’arma sul capezzolo stesso, osservandolo inturgidirsi in conseguenza al freddo contatto con la stessa « … una persona particolarmente ignorante e brutale, in questo momento, volendo ottenere la tua collaborazione potrebbe pensare di agire, che ne so, in questo stesso punto, privandoti di questo simpatico bottoncino di carne sospinto dalla consapevolezza dell’idea del dolore che da ciò potrebbe per te derivare. »
« Io, però, non sono una persona brutale… e, credimi, non ho alcun interesse nei riguardi dei tuoi capezzoli. Non che non sia solita giocare con quelli del mio compagno, beninteso. Ma nei confronti dei tuoi non ho davvero alcun interesse. » incalzai, lasciando scivolare lentamente la lama verso il basso e, in ciò, scoprendo un’ulteriore sezione del suo addome, del suo costato, e con esso una lunga fila di muscoli addominali obliqui e trasversi che avrebbero fatto invidia a molti dei bruti da me conosciuti nel corso della mia vita, seppur non a tutti e, certamente, non a quel grottesco orrore più che ipertrofico del mio semidivino sposo « Discorso diverso, invece, potrebbe essere quello nei riguardi di queste membra… che con tanta passione, con tanta convinzione, ti sei adoperato per sviluppare in maniera tanto appariscente senza pensare a come, in tutto ciò, non avresti fatto altro che semplificare l’opera di chi, come me, avrebbe mai potuto pensare di tagliuzzarti un pochetto, per conquistare la tua collaborazione. »

Devo riconoscerglielo: ancora alcuna reazione, benché, in passato, avessi visto molti cedere alla disperazione senza neppure spingermi a dover realmente impugnare, in loro contrasto, una qualche lama, così come, invece, lì, in quel mentre, non soltanto mi stavo dedicando a compiere; ma anche mi stava vedendo intenta a operare a discapito delle sue vesti.
Ciò nonostante, arrivata a quel punto, non avrei potuto riservarmi molte opportunità alternative e, che la cosa mi potesse piacere o meno, avrei dovuto insistere quanto sufficiente a piegarlo oppure, eventualmente, a spezzarlo se si fosse dimostrato ostinatamente inutile nel confronto con le mie necessità.

venerdì 20 dicembre 2013

2135


« Mi serve una di quelle scatole! » esclamai, quasi, al termine del percorso mentale che mi permise, in maniera non propriamente naturale, né, appunto, immediata, di giungere a simile consapevolezza « Di certo, avranno ordinato all’interno di una qualche lista l’intero inventario… e lì non potrà che esserci anche una qualche indicazione utile a individuare la mia spada! »

Terrificante senso di frustrazione. Laddove, infatti, personalmente non mi fossi mai concessa troppe opportunità di dipendere, nella mia quotidianità e nella quotidianità delle mie imprese, da terzi, lottando, al contrario e da sempre, per la definizione della mia più totale indipendenza, della mia autonomia innanzi al mondo o, in quel caso, all’universo intero; nel confronto con la semplice idea di quella macchina, oltre che delle sue informazioni scritte in un linguaggio da me del tutto ignoto e, ancora, del tutto impossibile ad associare a qualunque genere di traduzione, non fu necessario molto per comprendere quanto non avrei mai potuto ritenermi effettivamente autonoma, non avrei mai potuto illudermi di considerarmi realmente indipendente almeno fino a quando non avessi nuovamente conquistato, con l’impegno e l’applicazione, e, soprattutto, con la conoscenza, tale stato.
Quasi fossi improvvisamente ritornata a essere bambina o, anche, quasi fossi divenuta improvvisamente analfabeta, infatti, ebbi a dovermi ammettere del tutto impossibilitata a gestire in autonomia quella situazione, a districarmi indipendentemente in quello scenario, qual conseguenza dell’assenza di una formazione, di un’educazione, tanto palese da non poter essere minimamente né disconosciuta, né difesa, a meno di non voler risultare io stessa allora brutalmente fiera della mia ignoranza. E se, per un fugace istante, in me fu un moto di ribellione psicologica all’idea di dover realmente sottostare alla schiavitù di quella conoscenza per poter continuare a essere la donna guerriero che ero sempre stata, giustificandomi intimamente con il pensiero di non aver, in alcun modo, avuto il benché minimo bisogno, la benché minima necessità, in passato, di tale genere di nozioni per poter svolgere adeguatamente la mia professione, per poter sgozzare chi fosse necessario sgozzare e conquistare quanto fosse necessario conquistare; fu sufficiente un attimo per maturare consapevolezza di quanto, così pensando, non stessi facendo altro che spingermi allo stesso livello di deprecabile soddisfazione, in conseguenza a un pur innegabile, e mai negato, stato di analfabetismo, che contraddistingue un’ampia maggioranza della popolazione del mio mondo, e la quasi totalità della popolazione mercenaria del mio mondo; adducendo a mia difesa, a mia tutela, le stesse, identiche argomentazioni che, più di una volta, avevo sentito volte in riferimento alla più totale assenza di confidenza con la capacità di leggere, scrivere o far di calcolo. Conoscenze, queste, che, probabilmente, qualcuno fra coloro che un giorno mi leggeranno potrebbe avere ragione di giudicare elementari, al punto tale da non meritar, neppure e realmente, di essere considerabili meritevoli di attenzione, e che pur, sono pronta a testimoniarlo per iscritto innanzi alla mia dea prediletta, non avrebbero mai potuto essere effettivamente ritenute tali, quanto, e piuttosto, persino il più elevato livello di formazione a cui, ai miei tempi, si avrebbe potuto ambire sperare… nella confidenza con il quale, fondamentalmente, ci si sarebbe dimostrati quasi al pari di un gigante in terra di nani.
Rimproverandomi, pertanto, per la banalità con la quale mi stavo per concedere di liquidare tanto banalmente la mia ignoranza, crogiolandomi in essa, non potei fare a meno di prendere nota mentale di quanto, fra i nuovi trucchi che quella vecchia cagna che io ero, e sono, avrebbe avuto a dover imparare, sicuramente non sarebbe dovuto mancare un nuovo periodo utile a concedermi un pur minimo livello di alfabetizzazione, anche a costo, in ciò, di poter rischiare di commettere errori peggiori rispetto a quelli compiuti da parte del medesimo traduttore automatico. Traduttore automatico che, obiettivamente, avrebbe persino avuto, in tal contesto, nel confronto con simile consapevolezza, a doversi giudicare più negativo che positivo, più di un qualche danno che di una qualche utilità, nel concedermi una terrificante giustificazione atta a permettermi di restare tranquillamente celata nella mia ignoranza, e, senza ombra di dubbio alcuno, a essere fiera della medesima, quasi se, il mio dipendere da esso per riuscire a comprendere a a farmi comprendere persino dalle persone che giudicavo, e giudico tutt’ora, mie amiche, avesse a doversi ritenere, non so definire secondo quale criterio di valutazione, una qualche ragione di vanto.

« D’accordo… mi serve una di quelle scatole. E mi serve, anche, un’interprete! »

In tal senso, pertanto, mi concessi opportunità di correggere la mia precedente affermazione, nel ben riconoscere i miei limiti e, in ciò, speranzosamente, nel concedermi una possibilità di crescita nel confronto con gli stessi, applicando, anche a quella sfida, lo stesso criterio da me sempre riservato a ogni sfida della mia vita, a ogni traguardo mai conquistato, per quanto arduo, per quanto ritenuto impossibile. Giacché, come ho sempre sostenuto innanzi a coloro che mi conoscono e dell’amicizia dei quali amo fregiarmi, quanto io sono certa abbia, sino a oggi, sempre contraddistinto in positivo ogni mio successo, ogni mia vittoria, non ha a doversi ricercare tanto nell’aver rivolto il mio interesse, la mia attenzione, verso nuove, gloriose imprese da compiere; quanto nell’aver sempre destinato tutto il mio impegno, tutta la mia foga, alla comprensione dei miei stessi limiti e, maturata simile consapevolezza, al superamento degli stessi, troppo sovente scoprendoli ancor prima mentali che fondamentalmente fisici, ancor prima ipotetici che altresì e sostanzialmente concreti. E così, obiettivamente, non avrebbe avuto che a doversi considerare anche quella volta, non essendoci, dopotutto, nulla che potesse impedirmi l’impiego di quelle nuove risorse in mio sostegno, a mio vantaggio, in supporto alla mia missione…
… nulla, quantomeno, al di fuori dei limiti che io stessa mi sarei potuta, eventualmente, più o meno consciamente imporre.

« Fammi comprendere… » mi costrinsi a riflettere, in quel forse folle monologo con me stessa, benché, obiettivamente, non più insano di molti altri intrapresi in passato, e non sempre in unico rapporto con colei il volto della quale avrei potuto ritrovare riflesso nello specchio « … non ti sei mai fatta problemi ad affrontare zombie e negromanti, a combattere contro gargolle e stregoni, e neppure a contrastare degli angeli o, persino, un dio. E, ora, davvero vuoi creartene nel confrontarti con questo genere di cose… tecnologiche?! »

Illogico, certo, simile titubare da parte mia. Ma nell’essere nata e cresciuta in un mondo nel quale la negromanzia e la stregoneria avrebbero avuto a doversi considerare normali, consuete, persino comuni, realtà con le quali, presto o tardi chiunque sarebbe entrato a confronto, mai volentieri, mai felicemente, e pur, quasi ineluttabilmente, forse necessariamente, persino obbligatoriamente, fosse anche nell’ottica di dover combattere con le unghie e con i denti contro la stessa per guadagnarsi il proprio diritto a esistere o, quantomeno, a mantenere libera la propria anima immortale, non condannandola all’eterna dannazione nella quale, per effetto di oscuri riti, avrebbe potuto ritrovarsi a essere ghermita; negromanzia e stregoneria avrebbero avuto a doversi riconoscere quali scenari per me più consueti, più familiari, forse e persino più consoni con la prospettiva che avevo avuto modo di maturare nei confronti dell’intero Creato. Al contrario di tutta quella nuova sfera per me ancora non soltanto da scoprire e da esplorare, quanto, e ancor più, persino da concepire… da riuscire a comprendere qual realmente esistente e appartenente, in misura altresì non inferiore e non minoritaria, al Creato rispetto a ogni altra cosa.
Così, animata da tale proposito, nel confronto con l’evidente necessità di simile crescita, non mi volli concedere ulteriore intervallo d’incertezza, di indolente dubbio, scegliendo di agire e di agire in maniera più risoluta e immediata possibile al solo scopo di rendere mio un estemporaneo, improvvisato e, sicuramente, non collaborativo, non volontario mentore, con il supporto del quale, ciò non di meno, mi sarei posta nella posizione utile di ottenere quanto, allora, desideravo.