11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 6 gennaio 2014

2152


A voler essere pignola, accanto all’occasione di una doccia e a degli abiti, quanto poi non avrei potuto ovviare a desiderare sarebbe allor stata un po’ di energia per il nucleo all’idrargirio del mio arto meccanico e, magari, un’arma, fosse anche soltanto una corta lama, con la quale sentirmi libera di sgozzare ogni guardia che, su di me, si era sino ad allora impegnata ad attuare con straordinaria efficacia ed efficienza ogni dannato ordine ricevuto dalla propria padrona. A voler essere pignola, comunque, la lama non sarebbe allor stata realmente necessaria per imporre tale condanna a discapito di simili figli d’un cane, che, entro certi limiti, avrei anche potuto considerare miei colleghi e verso i quali, ciò non di meno, non avrei riservato alcuna pietà se solo mi fosse stata concessa un’occasione di rivalsa a loro discapito, laddove la mia protesi sarebbe allor stata tutto ciò di cui avrei potuto necessitare per soddisfarne ogni sete di sangue e di violenza a loro discapito. A voler essere pignola, ancora e in effetti, neppure la mia protesi, che pur avrebbe potuto dimostrarsi non soltanto utile, ma anche estremamente duttile nel concedermi di imporre su di tutti loro morte in molteplici modi diversi e incredibilmente strazianti, in grazia alla propria forza sovrumana, sarebbe stata allor effettivamente indispensabile a tale scopo, dal momento in cui, obiettivamente, nella mia mancina, in carne, unghie e ossa, nonché nelle mie gambe e, con esse, in ogni singolo muscolo del mio stesso corpo, avrei potuto trovare tutto ciò di cui abbisognare per saziarmi. Ciò non di meno, ove, quindi e pertanto, non appena liberata dai miei ceppi, avevo già individuato almeno una mezza dozzina di strategie utili a garantirmi possibilità di compiere simile strage senza, in questo, neppure rischiare di essere ferita, o uccisa, dalle armi da essi impugnate, non levai neppure un dito sui miei carcerieri, costringendomi, allora, ad affrontare tale nuova situazione, simile contesto, in maniera forse e persino un po’ inedita, almeno per me, nel costringermi a rapportarmi con esso in termini più moderati di quelli che pur il mio animo avrebbe preteso da me, soprattutto a seguito di quanto accaduto in quegli ultimi giorni.
Violente, e pur giustificabili, considerazioni a parte, il mio anfitrione non si concesse comunque occasione di tradire la parola data e, con essa, di negarmi l’effimera parvenza di libertà promessami. Una parvenza di libertà che, addirittura, ebbe alfine a consumarsi, per mia assoluta e più che ragionevole sorpresa, in un altro, ulteriore ambiente, che meglio permise di definire la mia allora effettiva e attuale collocazione. Perché, dopo essermi stato concesso di rivestirmi, venni allora condotta, sempre adeguatamente scortata, attraverso un lungo corridoio e, da lì, a un ascensore, quale avevo scoperto chiamarsi tale particolare mezzo di trasporto verticale, per tramite del quale raggiunsi, alfine, la mia ospite… e la raggiunsi, nella fattispecie, al centro di un’amplia terrazza elevata al di sopra della città per qualche centinaio di piedi, praticamente in cima a uno degli edifici più alti che mi venne concessa occasione di individuare lì attorno. E benché, lo ebbi subito a comprendere, le medesime filosofie proprie della cultura del regno in cui avevo principalmente operato negli ultimi vent’anni della mia esistenza, non avessero a doversi considerare lì applicabili; non poté che sorprendermi, e, addirittura, farmi sorridere, l’idea di quanto, obiettivamente, certe scelte, taluni concetti, non sembrassero conoscere fondamentalmente confini, neppure a livello planetario, facendomi allora ritrovare quella mecenate, qual ella sarebbe probabilmente stata considerata in un ambiente a me più familiare, a vivere all’interno di quella che, in effetti, avrebbe potuto essere definita qual un’enorme torre, in nulla distante, in nulla aliena da quelle all’interno delle quali i principali mecenati della città che avevo adottato qual mia, e che, alfine, mi aveva a sua volta adottata qual propria, avrebbero dovuto essere riconosciuti soliti vivere.

« Ben ritrovata… mia cara. » mi accolse Milah, seduta compostamente in prossimità a un tavolo rotondo, in bianco metallo elegantemente lavorato e soltanto in parte celato al di sotto di un’egualmente bianca tovaglia, lì apparentemente crogiolandosi sotto la luce di un sole che da troppo tempo mi era stato ormai negato, e nel confronto con il quale, per un istante, ebbi a sentirmi persino a disagio, scoprendomi eccessivamente assuefatta all’illuminazione artificiale propria degli ambienti all’interno dei quali, sino a un attimo prima, ero stata segregata « Ho ritenuto che avresti potuto apprezzare che questo nostro momento di quieto confronto avvenisse in un contesto sereno qual quello di una colazione… prego, accomodati pure e serviti con quanto più tu abbia a poter gradire. » mi invitò, indicandomi l’unica altra poltroncina presente in prossimità a quel desco, lì evidentemente riservata proprio alla sottoscritta « Dopotutto sono giorni che il tuo corpo viene nutrito soltanto in maniera artificiale… e, immagino, tu possa avere piacere a porre qualcosa sotto ai denti in termini più consueti. »

Confessione: sino a quell’accenno alla mia alimentazione, devo ammettere che non avevo avuto occasione di prestare la benché minima attenzione all’evidenza di come, in quegli ultimi giorni di prigionia, non mi fosse mai stato servito un pasto né, parimenti, il mio corpo avesse reclamato l’esigenza di cibo. Nel contesto proprio di quell’irreale segregazione alla quale ero stata sottoposta, e nel corso della quale troppe volte ero stata praticamente uccisa e resuscitata, il pensiero di un qualunque pasto era necessariamente precipitato in secondo piano, non ritrovando in me alcun particolare interesse né, parimenti, alcuna reale preoccupazione dedicata a simile proposito. Ciò non di meno, nel momento in cui simile tema venne posto alla mia attenzione, non potei evitare di sorprendermi, e di inquietarmi, per i metodi dei quali mi ero ritrovata a essere vittima in quel periodo. Metodi nel confronto con i quali, addirittura, l’esigenza stessa di nutrimento era stata deprecata non diversamente dal pericolo del mio imprevisto decesso, timore nel confronto con il quale mai i miei aguzzini si erano ritrovati in condizione di dover arrestare il proprio operato, di dover porre in dubbio una qualche, propria particolare scelta nei miei confronti.
Inevitabile, in tutto ciò, non poté che riemergere prepotente e furiosa l’ira in me, ira in contrasto a quella giovane donna responsabile per tutto ciò, per tutta la sofferenza che mi era stata imposta, ben oltre ogni consueto, umano e accettabile limite. Egualmente inevitabile, in tutto ciò, non poté che ricadere il mio sguardo a quanto presente sulla tavola imbandita e, lì, alle posate, comprensive di coltelli di varia dimensione, posti a mia disposizione. Coltelli che, indiscutibilmente, avrebbero dovuto essere riconosciuti qual un vero e proprio azzardo da parte della mia interlocutrice, nella loro pericolosa offerta alla mia pur unica mano allora operativa, al mio unico braccio ancora utilizzabile. Fossi stata, allora, la stessa donna di vent’anni prima, la stessa giovane e inquieta figura che, per la prima volta, si era presentata al mondo nelle allor ricercate vesti di mercenaria, e desiderosa di imporsi qual tale anche a discapito di chiunque altro a sé circostante, soprattutto ove esso si fosse dimostrato tutt’altro che amichevole nei miei confronti; l’attrattiva rappresentata da quei coltelli, e con essi da ogni altra potenziale arma lì offertami, sarebbe stata eccessiva e irresistibile, al punto tale da ritrovarmi necessariamente costretta a compiere una strage e, successivamente, a smembrare, un muscolo alla volta, il mio anfitrione, per ringraziarla per quanto mi aveva imposto.
Fortunatamente, o sfortunatamente, difficile a dirsi, in quegli ultimi vent’anni avevo avuto occasione di crescere, di maturare, addirittura di invecchiare, e, in ciò, di scoprire come scendere a patti con la mia indole più violenta, più feroce, imparando a distinguere il momento migliore per ogni cosa: per agire come per attendere, per uccidere come per parlare celandosi dietro a un ampio e falso sorriso cordiale. Ragione per la quale, allora, ebbi modo di sfoderare il mio più ampio, e più falso, sorriso cordiale, lasciandomi sedere là dove indicatomi e, in maniera composta, appoggiando l’unico avambraccio su cui avrei potuto allora vantare controllo al bordo del tavolo, nel mentre in cui l’arto destro, immobile e inservibile, si limitò a restare peso morto lungo il mio corpo, in attesa del momento, ancor non prevedibile, in cui il proprio nucleo sarebbe stato nuovamente energizzato.

« La tua cortesia e la tua ospitalità sono per me quasi ragione d’imbarazzo, Milah… » commentai per sola replica, pertanto, poi aggiungendo « Posso chiamarti Milah… non è vero?! »

domenica 5 gennaio 2014

2151


Tre tentativi per cercare di soddisfare una sadica bramosa di provare eccitazione al confronto con l’idea di un nuovo modo per infliggere dolore e morte che ella non avesse già avuto occasione di sperimentare. Insomma… niente di più facile, no?!
Se qualcuno, in questo momento, si sta attendendo da parte mia la descrizione, in maniera precisa e puntuale, di ciò che suggerii a Milah… beh… questo qualcuno sappia di avere un bel problema. Perché, a conti fatti, non ha a doversi considerare migliore di lei, per quanto, forse, non ne sia pienamente consapevole. Non è mio desio apparire ipocrita, né, tantomeno, negare una certa cognizione di causa nel merito di disparati metodi di tortura, in parte in conseguenza a quanto da me sgradevolmente subito nei lunghi anni della mia esistenza, in parte, sicuramente, in conseguenza a quanto da me visto e, non voglio negarlo, talvolta sperimentato nello stesso corso della mia vita. Ciò non di meno, pur nulla volendo rinnegare delle scelte da me compiute in determinati momenti della mia storia personale, in particolari contesti bellici nel corso dei quali, credetemi, nulla di etico, nobile o quant’altro sarebbe potuto essere riconosciuto qual ancora rimasto; non ha da essere parimenti considerato mio desio quello di ricercar occasione di vanto nel confronto con tutto ciò, ove, obiettivamente, alcun vanto potrebbe mai essere invocato in concomitanza a determinate azioni a meno di non essere, obiettivamente, malati.
Sia pertanto sufficiente sapere che, laddove la mia prima proposta ebbe a essere giudicata qual tutt’altro che originale, e, in effetti, addirittura già applicata in molteplici occasioni dal mio ben poco sano anfitrione, e la mia seconda proposta, pur considerata inedita, non ebbe sufficiente ragione di appagarla, di soddisfarne le più crudeli indoli, la terza e ultima proposta, ultimo mio tentativo per vincere quella sfida, riuscì nell’intento. E vi riuscì in maniera tale che, pur presentandomi io stessa, abitualmente, qual priva di particolare senso del pudore, tanto nei miei medesimi confronti, quanto e ancor più in quelli di miei eventuali interlocutori, ebbi allora sincera necessità di distogliere lo sguardo dagli occhi di lei che, improvvisamente, ebbero ad animarsi di viva e trasparente lussuria, reale e concreta eccitazione sessuale, nel confronto con l’immagine da me trasmessale.
Thyres… di gente apparentemente assetata di dolore altrui per potersi considerare appagata nel avevo conosciuta parecchia nella mia vita prima di allora, benché, all’atto pratico, ben pochi fra essi avrebbero potuto essere considerati, in senso stretto, sadici. Ma Milah Rica Calahab, in quel momento, nello spettacolo di genuina libido che si premurò di presentarmi innanzi, riuscì a batterli tutti, lasciandomi scoprire un’accezione più piena e completa dell’aggettivo scelto per descriverla.

« Mi dichiaro vinta… » ammise dopo un istante utile a permetterle di riprendersi da quella forte reazione psicologica e fisica alle mie parole, riconoscendo, forse e persino con rammarico, il mio trionfo e, con esso, la propria sconfitta « Ammetto che non avrei potuto neppure immaginare esistesse un fantasia così perversa, molto più di quanto non abbia mai dimostrato di essere la mia. Eppure… mia cara… complimenti. Complimenti davvero. » volle riconoscermi tale merito, benché, dal mio punto di vista, non vi sarebbe potuta essere alcuna ragione utile a definire, quello, qual vagamente meritevole di elogio alcuno.
« Ti ringrazio… » chinai appena il capo, quasi a dissimulare un certo imbarazzo per tanta glorificazione e, tuttavia, sfruttando tale momento per costringermi a recuperare autocontrollo in termini allor utili a continuare a rapportarmi con lei senza, in ciò, riservarmi desio di balzarle al collo per strapparle la carotide a morsi, come, se solo non fossi stata allora saldamente legata al pavimento, di certo mi sarei concessa occasione di compiere, indifferente alla necessità, pur reale, di riuscire a ricostruire l’effettivo andamento degli eventi per così come allora occorsi.
« E di cosa…? » minimizzò ella, stringendosi fra le spalle « Quel che è giusto è giusto. » sentenziò, quasi nella necessità di ribadire quanto, da parte sua, altro non vi fosse che il desiderio di essere riconosciuta qual la figura più onesta e integerrima lì presente, al di là di tutto ciò che, soltanto un attimo prima, soltanto il giorno precedente, si era pur tanto impegnata a compiere a mio discapito.
« A questo punto, voglio sperare che terrai fede al tuo impegno… » soggiunsi subito dopo, risollevando lo sguardo verso di lei e, in ciò, impegnandomi al fine di ricordarle quanto, quella sfida, non avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente fine a se stessa, quanto, e piuttosto, conseguente a un accordo fra noi… e un accordo volto ad assicurarmi, allora, l’acquisizione di una condizione di vita migliore rispetto a quanto non mi fosse stato riservato in quegli ultimi giorni, probabilmente settimane « Sempre ammesso che tu sia ancora interessata all’ipotesi di una collaborazione con me. » incalzai, a non permetterle di obliare al fatto di come, ancora, esistessero fra noi delle questioni in sospeso, e delle questioni in conseguenza alle quali, addirittura, tutto quello, a partire dalla mia cattura sino a spingersi al mio imprigionamento, era stato ritenuto qual necessario.
« Assolutamente. » dichiarò, con tono che ebbe a mostrarsi addirittura sconcertato all’idea da me così suggerita, e volta a ipotizzare una sua mancanza di fede al proprio impegno, e allora giudicata eventualità addirittura prossima a quella che la terra e il cielo potessero invertire le proprie reciproche posizioni, prendendo l’uno il posto dell’altra e viceversa « Non sia mai che si abbia a dire che Milah Rica Calahab non mantiene la parola data… »

E che, in tutto ciò, Milah Rica Calahab non si sforzò di mantenere la parola data, in effetti, non si ebbe a poter dire. Al contrario.
Trascorsi quegli ultimi giorni in continui, ossessivi e decisamente fastidiosi cicli di morte e di rigenerazione, non avrei potuto desiderare nulla di diverso rispetto all’occasione di lavarmi, di tergere dalla mia pelle l’impressione di sporco che tale prova aveva lasciato impressa sulla stessa per quanto, in effetti, a ogni risveglio, a ogni ritorno alla vita, fosse sempre stata premura dei miei torturatori, dei miei assassini, quella di farmi ritrovare a dir poco sterilizzata, al pari della stanza in cui, pur, di lì a poco, sarei poi stata puntualmente seviziata a morte. E non appena mi fu concessa libertà dai miei ceppi, non appena mi venne restituita, in maniera persino insperata, occasione di movimento; il primo luogo verso il quale fui condotta dai miei carcerieri, dalle guardie che pur non mi persero un istante di vista, pronti a rispedirmi, se necessario, in spiacevole prossimità all’oltretomba, fu una sala da bagno, immediatamente attigua, in maniera che non potei evitare di giudicare persino inquietante, con la stanzetta entro la quale, sino ad allora, ero stata mantenuta segregata. Non una sala da bagno particolarmente ricercata nella propria offerta e nei propri arredi, e, ciò non di meno, pur sempre una sala da bagno adeguatamente fornita di tutto ciò che avrebbe potuto essere ricercato all’interno di un tale ambiente: a incominciare da un’ampia doccia, saponi liquidi antibatterici, bianchi asciugamani di varie dimensioni, per corpo, piedi e capelli, e, persino, in merito a tale ultimo dettaglio, una particolare macchina asciugacapelli con la quale avevo già avuto occasione di maturare confidenza sulla terza luna di Kritone, e che pur, ormai, non mi sarebbe stata più necessaria, nel taglio estremamente ridotto al quale avevo allora, e da poco, deciso di imporre alla mia rossa chioma, rimettendoci, probabilmente, in femminilità e pur, certamente, guadagnando in termini di praticità.
Conclusa la doccia, ciò di cui avrei potuto abbisognare, non tanto per una questione di agio, di pudore, quanto e banalmente nella non banale necessità di vedermi riconosciuta nuovamente una parvenza di dignità, sarebbero stati degli abiti. I miei abiti, preferibilmente. Ma qualunque genere di abiti sarebbe stato comunque adeguato. E, a ben sopperire a tale bisogno, inespresso e pur, egualmente, previsto e anticipato al pari della doccia, in una seconda stanza attigua a quella da bagno e, indirettamente, anche a quella nella quale ero stata trattenuta sino ad allora qual prigioniera, ebbi occasione di ritrovarmi a confronto con uno spogliatoio, nel quale, allora, mi furono concessi degli abiti bianchi, larghi pantaloni squadrati e una casacca intonata, corredati da una coppia di babbucce di egual colore, incapaci a dimostrare un qualunque estro creativo da parte del loro disegnatore nella loro immagine d’insieme e, ciò non di meno, adeguati al loro primario scopo, quello di restituirmi una parvenza di civiltà, per quanto, ancora, relegata indubbiamente a un ruolo da prigioniera.

sabato 4 gennaio 2014

2150


« Centoventisette diversi modi. » puntualizzai, sottolineando con la voce quell’aggettivo, scelto non per un qualche, superficiale, vezzo espressivo, quanto e piuttosto per concreto amor di dettaglio, nell’allor mia vanità, nel mio orgoglio, di evidenziare quanto quella quantità non avrebbe avuto a doversi considerare a discapito della qualità, quanto il fatto di essermi spinta a una cifra tanto elevata non avesse a doversi considerare un traguardo raggiunto in mera conseguenza all’applicazione di minime variazioni a un modello fondamentalmente comune.
« Già… diversi! » ripeté, sorridendo con fare addirittura deliziato da quel mio amore per il dettaglio, quasi le avessi allora sussurrato all’orecchio una proposta prossima all’indecenza ed ella non ne fosse stata in alcun modo scandalizzata… al contrario « Quanto c’è da comprendere è in quale misura abbiano a doversi considerare effettivamente diversi. » si concesse di stuzzicarmi in conseguenza alla mia volontà di rilancio, nel desiderio di comprendere se le mie parole avrebbero potuto essere effettivamente sostenute da fatti, oppure se, diversamente, avrebbero dovuto essere considerate semplice frutto di chiacchiere, del tutto prive di fondamento, del tutto prive di forza e di valore « E, soprattutto, in quale misura potrebbero vantare una qualche originalità… »
« Stai forse cercando nuove idee da cui trarre ispirazione…?! » la interrogai, aggrottando la fronte, con tono al contempo critico e ironico, quasi in tutto ciò, malgrado il terribile argomento di fondo, la terrificante tematica da noi così trattata, fosse mio interesse ricercare occasione di scherzo, di giuoco, come se, allorché di tortura e di morte, ci si stesse allor confrontando su un soggetto estremamente più faceto, qual tagli di capelli, abbigliamento o, magari, sessualità e intrattenimento da camera con qualche ex-amante « In effetti, ultimamente, il tuo repertorio inizia ad apparire monotono. »
« Mi hai scoperta… sono a corto di spunti. » levò appena entrambe le mani, mostrandomi i palmi, in segno di resa « E proprio per questo, desidero sfidarti… » incalzò, subito dopo, proseguendo prima che mi potesse essere concessa la possibilità di intervenire, privandola di tale prerogativa « Se ti dimostrerai in grado di presentarmi almeno un’idea nuova, e capace di sorprendermi, oggi ti risparmierò il tuo consueto trattamento e, chissà, magari prenderò in considerazione la tua proposta. In caso contrario… beh… ci siamo intese. »

Considerazione positiva: malgrado le difficoltà iniziali, a prendere parte a quella partita lasciando credere di avere ogni mossa ancora a disposizione laddove, in effetti, non avrei potuto vantare neppure effettiva consapevolezza nel merito dei pezzi in mio possesso; se solo fossi riuscita a battere la straordinaria sadica inventiva da lei dimostrata sino a quel momento, sarei stata probabilmente in grado di raggiungere una posizione utile a poterle sferrare l’attacco desiderato e, in ciò, riconquistare la mia libertà perduta, oltre che la vendetta tanto a lungo cullata nel profondo del mio cuore.
Considerazione negativa: malgrado avessi sì elaborato ben centoventisette modi diversi di ucciderla, non mi sarei potuta in alcun modo considerare certa del fatto che quella stessa straordinaria sadica inventiva da lei dimostrata sino a quel momento sarebbe potuta essere battuta, sarebbe potuta da me essere superata, giacché, obiettivamente, quella giovane donna aveva offerto riprova, sino a quel momento, di riuscire a eccellere in maniera inquietante in quell’arte, in quel campo, almeno quanto io mi fossi sempre dimostrata in grado di eccellere nella non più rassicurante arte della guerra.

« Non è sufficiente… » scossi il capo, decidendo, più d’istinto che per un qualche, reale, ragionamento, di puntare al raddoppio, laddove, se davvero avessi dovuto rischiare, per lo meno avrei rischiato per un bottino maggiore, per una ricompensa più alta, e non soltanto per un’ipotetica paga base, della quale, comunque e obiettivamente, avrei potuto essere già più che soddisfatta, a partire dai presupposti per me allora attuali, a partire dalla situazione che, lì, mi stava spiacevolmente ritrovando fondamentalmente sconfitta « Un’idea originale vale molto più di quanto tu non mi stia garantendo. »
« Mmm… » rifletté ella, per un lungo istante, forse a offrir riprova di star prendendo al vaglio la questione per così come, allora, gliel’avevo esposta, o forse, e altresì, a creare in maniera saggiamente equilibrata un clima di incertezza, di dubbio, nel quale la fermezza da me palesata, laddove non fosse stata realmente tale qual pur era e mai avrei permesso non fosse, avrebbe potuto trovare occasione di incrinarsi e, persino, di franare fragorosamente « E quanto di più… di preciso?! » ricercò maggior dettaglio, nel mentre in cui, dalla posizione china a terra, a me prossima, ella tornò a levarsi in una postura eretta, in maniera tale da volermi elegantemente e tacitamente rammentare quanto, fra noi, non avrebbe avuto a doversi considerare eguale forza contrattuale, al di là di quanto, il clima in apparenza più sereno, per così come ella aveva voluto concedermelo, avrebbe potuto lasciar presupporre qualcosa diverso.
« Quanto sufficiente a permettermi di fare chiarezza nel merito di una taglia posta sulla mia testa… una taglia da centomila crediti, e su diversi gruppi di mercenari che, nelle ore precedenti alla mia cattura da parte dei tuoi uomini, hanno ripetutamente cercato di farmi la pelle. » definii, non considerando, malgrado tutto, chiusa la questione, tutt’altro che dimentica del buco ritrovatomi aperto nel ventre in occasione di un tranquillo viaggio in un vagone del treno metropolitano « Se sarò in grado di offrirti un’idea nuova, originale, e capace di appagarti, oltre a un giorno di quiete e, chissà, alla possibilità di proseguire più comodamente questa nostra conversazione, desidero che tu mi dica tutto ciò che, nell’ambiente, si dice attorno a me… »

Seppur mai dimentica del fatto che, a prescindere da quanto quel gioco avrebbe potuto prendermi la mano, la mia ignoranza nel merito a qualunque aspetto di quella vicenda, e di quanto mi fosse accaduto in quegli ultimi giorni, avesse a doversi considerare abissale; difficile sarebbe stato ignorare quanto, almeno in apparenza, in quella complessa partita avessero a doversi considerare coinvolti più giocatori di quanti non avrei potuto considerare già palesi in quel frangente, altre figure estranee a coloro lì presenti in quella piccola stanza asettica.
In ordine, dall’inizio di quella vicenda, mi ero ritrovata a confronto con almeno sei diversi gruppi di avversari, e non tutti animati da una comune volontà a discapito mio o delle mie due allor perdute compagne: il primo gruppo in metropolitana, presentatisi improbabilmente quali rappresentanti dell’omni-governo di Loicare e nel merito del quale difficile sarebbe stato valutarne le intenzioni, ove il colpo che pur mi aveva ferita avrebbe potuto essere considerato anche esploso per errore; quelli che, durante la fuga dal treno, ci spararono ripetutamente contro all’interno delle gallerie sotterranee, e che, obiettivamente, non avrebbero avuto a potersi considerare fondamentalmente animati da buoni propositi; i mercenari del gruppo da me quasi completamente liquidato, forse compari dei precedenti o forse loro rivali, improbabile a stabilirsi, e lì animati da un qualche preciso scopo, assoldati da un committente e, in ciò, ben lontani dal potersi considerare meri cacciatore di taglie; coloro per colpa dei quali mi ritrovai proiettata al di fuori di un edificio; le guardie del complesso carcerario, che pur, fondamentalmente, fui proprio io a sfidare e che, ciò non di meno, potendo avrebbero più che gradito l’idea di incassare centomila crediti di taglia; e infine il gruppo di mercenari facenti riferimento alla stessa signorina Calahab, e che lì mi avevano condotta dopo avermi privata di sensi per effetto di un abile colpo al plasma. Nel migliore dei casi, pertanto, oltre a me e a Milah, quella complessa partita di chaturaji avrebbe potuto vantare una schiera completa di partecipanti, con almeno altri due soggetti ancora ignoti: da un lato colui, o colei, che aveva definito la taglia di centomila crediti sulla mia testa; dall’altro colui, o colei, ovviamente, che aveva assoldato qualcuno fra i diversi gruppi di mercenari da me affrontati, nella volontà di catturare me e le mie due compagne… o forse solo me… o forse solo le mie compagne, difficile a dirsi.

« E sia. » accordò la mia unica e allor riconosciuta antagonista, che pur, sapientemente sfruttata, avrebbe anche potuto dimostrarsi utile prima del pur ineluttabile momento della propria caduta, innanzi alla necessità della quale non mi sarei mai sottratta, nell’applicazione di uno di quei centoventisette modi oppure di qualcun altro, secondo l’estro del momento « Ma è meglio per te che quanto hai da dirmi sia interessante… o, ti assicuro, sarà mia premura, oggi, esprimere al meglio il mio estro creativo sulla tua pelle, sulle tue carni. Al punto tale che, francamente, non sono certa che i miei medici saranno poi in grado di rimetterti in sesto. » mi avvertì, in una minaccia che, francamente, soltanto un’idiota avrebbe potuto sottovalutare, alla luce di quanto già accaduto prima di allora « E… a scanso di equivoci… hai solo tre tentativi. »