11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 13 gennaio 2017

RM 012


Dovendo descrivere se stessa, difficilmente Madailéin avrebbe utilizzato termini come “audace”, “coraggiosa”, o “sprezzante del pericolo”. Al contrario, e con sufficiente onestà intellettuale, ella avrebbe potuto definirsi come “tranquilla”, “giudiziosa” e, finanche, “noiosa”.
A dispetto di quanto, probabilmente, la maggior parte delle persone avrebbe potuto credere, avendo occasione di incontrarla, di vederla senza tuttavia conoscerla realmente, senza conoscere la sua storia, neppure negli anni della propria adolescenza ella avrebbe potuto considerarsi una ragazza scatenata. Complice una qualche indole personale, e sicuramente responsabile una serie di spiacevoli accadimenti occorsi nella sua famiglia, fra i quali la prematura perdita di sua madre, vittima di un incidente stradale quand’ancora non aveva compiuto dieci anni, nonché lunghi anni trascorsi accanto alla sua gemella, sostenendola in un tutt’altro che banale percorso di riabilitazione fisica in contrasto alle conseguenze di quello stesso tragico evento; Maddie era stata costretta a crescere un po’ più rapidamente rispetto a quanto non si avevano potuto riservare le sue coetanee. Così, mentre le altre ragazze della sua età, durante gli anni del liceo, avrebbero potuto vantare quale propria principale preoccupazione quella rivolta alla scelta del ragazzo di turno con il quale esplorare i limiti della propria sfera sessuale; ella si era ritrovata impegnata su molteplici fronti, accogliendo ognuno di essi con la massima serietà, e dividendosi, quindi, fra i propri studi, le visite e il supporto alla propria amata sorella, e, non di meno, ogni qualsivoglia faccenda domestica, in sostegno al padre inevitabilmente assorbito dal proprio lavoro, unica fonte di sostegno loro rimasta e appena sufficiente a garantire loro di pagare il mutuo della casa e le altre spese.
Niente follie a segnare la sua adolescenza, quindi, e neppure, anni dopo, colpi di testa a contraddistinguere i propri studi universitari, nei quali si era voluta impegnare più per amore della sua famiglia che per un reale interesse personale, e per finanziarsi i quali, tuttavia, non aveva voluto gravare sul già complesso bilancio domestico, districandosi, non senza fatica e rinunce, fra molteplici lavoretti saltuari e malpagati e la ricerca, con un po’ di fortuna, di qualche borsa di studio. Alla fine ce l’aveva fatta e, rendendo fieri suo padre e sua sorella, aveva ottenuto la tanto agognata laurea, che le aveva speranzosamente aperto le porte verso un diverso contesto professionale e, quantomeno ella si era illusa, qualcosa di nuovo nella propria vita. Perché, pur desiderando avere occasione non solo per ovviare alla propria voce di costo nell’economia familiare, ma addirittura per renderla una voce di ricavo, nel destinare una parte del proprio stipendio ai propri cari; al contempo ella aveva anche sperato di poter recuperare un po’ della propria fanciullezza perduta, di quella sconsideratezza che non aveva potuto far propria negli anni comunemente preposti a ciò. Purtroppo, ormai, era troppo tardi… e, non senza un certo rammarico, Maddie aveva scoperto di essere diventata una ragazza troppo “tranquilla” e “giudiziosa” per potersi concedere colpi di testa… tanto, addirittura, dal poter arrivare a condannarsi qual “noiosa”.
Per questo, colei che a uno sguardo esterno, complice sicuramente la sua prorompente presenza scenica, avrebbe potuto essere individuata facilmente come l’anima della festa, difficilmente si sarebbe osata avventurare al di fuori di quella che, ormai, era divenuta la sua area di conforto. Persino quando, tale assenza di intraprendenza la stava spiacevolmente ponendo in una situazione di totale disagio al lavoro, nella frustrazione per una collocazione professionale divenuta per lei ormai intollerabile e, dalla quale, tuttavia, non aveva evidenza avrebbe mai potuto emanciparsi… non, quantomeno, all’interno di quella stessa azienda.
Semplicemente assurdo, nel confronto con la propria stessa natura, ella non avrebbe potuto ovviare a giudicare il proprio comportamento in quel contesto, in quel frangente, laddove, la propria indole “tranquilla” e “giudiziosa” si ritrovò, allora, a essere repentinamente obliata, non vedendola, ancora una volta, prendere lontanamente in considerazione l’idea di reagire all’intrusa, di opporsi a quell’estranea da lei giunta con una tanto insensata presentazione; quanto e piuttosto, pur conscia dell’indubbia follia alla base di tutto ciò, di continuare a prestarle attenzione, a concederle ascolto, quasi, davanti a lei, non fosse una potenziale sequestratrice, se non peggio, quanto una cara e vecchia amica, inaspettatamente passata a trovarla.

« Non credo di comprendere… » si riservò occasione di obiettare, non tanto con intento polemico, quanto e semplicemente animata dalla volontà di riuscire laddove, in quel frangente, stava ancora fallendo « Quando lei dice di essere me… cosa intende dire? »
« E’ una storia decisamente lunga… » sospirò Midda, levando per un istante gli occhi verso il cielo, forse a cercare le parole più adatte per esprimersi, o forse sospinta da ben altre ragioni, quali quelle che lì si dimostrarono parzialmente intuibili dall’asserzione immediatamente successiva « … e, sinceramente, questa volta, preferirei potermi impegnare maggiormente nel cercare di mantenerti in vita, allorché perdermi nel narrarti le cronache della mia intera esistenza. »
« Ma… » tentò di intervenire Maddie, salvo ritrovarsi interrotta, nell’espressione del proprio dubbio, dalla voce dell’altra.
« Provo a ridurre la questione ai minimi termini. » riprese ella, retrocedendo dall’ingresso, nel quale ancora entrambe erano in piedi, per dirigersi, con quieta confidenza per l’ambiente a sé circostante, verso il piccolo soggiorno, per andarsi ad accomodare sul divano, ormai certa di poter contare sull’attenzione e sull’interesse della propria giovane controparte, senza più temere per l’ipotesi di una sua eventuale fuga o ribellione « Qualche anno fa, durante una missione per la quale ero stata assunta da una ricca mecenate del mio mondo, recuperando un’antica corona ho inavvertitamente liberato anche un’entità malvagia che, in tale reliquia, era stata imprigionata. Dopo avermi causato non pochi problemi, questo essere, in passato conosciuto con il nome di Anmel Mal Toise, ha sedotto l’animo della mia gemella, Nissa, alleandosi con lei per la mia sconfitta. » spiegò, con fare sbrigativo, ribadendo, in tal senso, la sua, già espressa, più totale mancanza di interesse nel dedicarsi a quel genere di spiegazioni « Quando, al termine di una sanguinosa battaglia finale, Nissa si è sacrificata per permettermi di porre fine alla drammatica sequenza di morti da entrambe posta in moto; purtroppo Anmel è fuggita… e, per cercare vendetta, ha abbandonato il nostro stesso universo, iniziando a vagare attraverso diversi mondi, diverse dimensioni parallele, con un solo obiettivo: uccidere il maggior numero possibile di noi. »
« … noi...? » le fece quasi eco, non tanto perché realmente allineata con quel fugace, e pur indubbiamente ricco momento di riepilogo, quanto e piuttosto perché, ancora, incuriosita dall’idea dell’esistenza di un qualche genere di rapporto fra loro, così come, in un angolo remoto della sua mente, qualcosa aveva immediatamente colto, al semplice confronto con la voce dell’altra… con la sua stessa voce.
« Il mio nome completo è Midda Namile Bontor. » sospirò, levando ancora una volta lo sguardo al cielo, ora chiaramente sospinta, in tal gesto, non dalla volontà di riservarsi occasione di riflessione, quanto, e piuttosto, da un evidentemente minimale livello di tolleranza nel confronto di determinate domande e, peggio ancora, dubbi in quel particolare momento « Ti dice nulla…? »

Maddie ci rifletté un istante. Di professione ella era una programmatrice: era abituata a un certo genere di pensiero logico e, ancor più, apprezzava molto svagarsi con riviste di enigmistica, nelle quali si divertiva a porre alla prova la propria concentrazione, non giudicando esistere particolare differenza fra individuare dei problemi nel codice e la risoluzione di quel genere di intrattenimento.
Così, dopo molto meno tempo rispetto a quanto l’altra donna avrebbe potuto attendersi, come risultò palese dall’espressione che le offrì in risposta, la giovane donna ebbe a sgranare gli occhi, fugacemente quasi perdendo le proprie nere pupille all’interno delle azzurre iridi, nel verificare mentalmente la correttezza di un’intuizione occorsa alla sua attenzione.

« Esatto. » annuì la mercenaria, non senza un sorriso di piacevole sorpresa per la rapidità di quel risultato « Madailéin Mont-d'Orb è un anagramma di Midda Namile Bontor… due diverse versioni dello stesso nome, così come tu e io siamo due diverse versioni della stessa persona! »

giovedì 12 gennaio 2017

RM 011


Se la sua terapista avesse potuto, in quel particolare frangente, domandarle che cosa, maggiormente, stava stupendo Maddie, ella sarebbe stata decisamente in difficoltà, divisa in maniera straordinariamente netta fra due contrapposte motivazioni. Da un lato, infatti, a lasciarla metaforicamente senza parole, giacché fisicamente avrebbe avuto a doversi ancora considerare la mano premuta ineluttabilmente sulla sua bocca, non avrebbe potuto non essere identificato il suo inatteso autocontrollo: laddove pur, solo poche ore prima, quella stessa giovane donna si era rifugiata in bagno a trattenere singhiozzi e lacrime, per l’ennesima, e purtroppo non sorprendente, frustrazione lavorativa; in quel momento, forse in conseguenza stessa dell’evento traumatico nel quale si era ritrovata catapultata, ella non stava provando la benché minima emozione, quasi il suo stesso sistema limbico, atavicamente preposto a sequestrare emotivamente il resto del suo cervello per difenderla da aggressioni e pericoli di ogni natura, fosse stato paradossalmente lì isolato, sconnesso da tutto il resto, garantendole, in tal maniera, una lucidità, una presenza di spirito mai provata prima nella propria vita, per quanto fosse in grado di rammentare. Sul fronte opposto, non di meno, a sconvolgerla era la sensazione del tutto folle, estranea a ogni raziocinio, che alle sue spalle, a bloccarla e a zittirla, non fosse un’estranea, una sconosciuta, quanto… e pazzesco persino a formularsi come banale ipotesi, ella stessa.
Possibile che, tutto quello, fosse un semplice sogno? Uno strano sogno, sicuramente, un incubo, a tratti, e pur, banalmente, una fantasia notturna che, come immancabilmente accade, stava confondendo per un dato di realtà?

« Non sono qui per farti del male... Madailéin. » riprese la sua interlocutrice, offrendole un tono quieto, pacato, sereno, forse persino affettuoso, per quanto, pur, ancora una volta, semplicemente insensato sarebbe stato attribuire simili aggettivi a una potenziale sequestratrice « Al contrario, spero di poterti salvare la vita. » sentenziò, con serietà assoluta e trasparente nel proprio incedere, tale da rendere difficile ipotizzare che quella potesse essere una menzogna o, quantomeno, potesse essere considerata al pari di una menzogna da chi la stava scandendo « Ma, per fare questo, prima di ogni altra cosa, ho bisogno di parlarti… e ho bisogno che tu mi possa vedere in viso per comprendere più facilmente quanto dovrò dirti. »

Fosse stata, Maddie, nel ruolo di spettatrice esterna di quella scena, magari comodamente acciambellata sul divano di casa, sotto una calda coperta e con una tazza di cioccolata bollente in mano, non priva di un pizzico di cannella, intenta a seguire quanto stava avvenendo sullo schermo del proprio televisore; immancabilmente avrebbe allora decretato che soltanto una sciocca avrebbe potuto stare ad ascoltare una simile richiesta e, ancor peggio, ubbidire alla stessa, dal momento in cui, in un qualunque genere di sceneggiatura, quanto sarebbe seguito a ciò non sarebbe sicuramente stato gradevole. Ciò nonostante, forse perché ancora incerta sulla natura stessa di quanto stava accadendo, dubbiosa sull’eventualità di un sogno, oppure perché dannatamente incuriosita dal comprendere se la sua mente le stesse giocando un assurdo scherzo nel farle credere che alle sue spalle, ad attenderla, sarebbe stata la medesima immagine speculare con cui, già nel pomeriggio, si era fugacemente sfogata; ella non riuscì a ipotizzare uno sviluppo diverso da quello di accettare, almeno estemporaneamente, i termini di quella richiesta e, in ciò, voltarsi a scoprire chi, effettivamente, l’avesse allora aggredita.
Così, sperando che tale potenziale errore non avesse a doversi annoverare come l’ultimo della sua vita, ella recuperò controllo sul suo corpo quanto sufficiente a permetterle di annuire.

« Ti ringrazio… » confermò l’altra il loro accordo, allentando di poco la presa e, pur, ancora non lasciandola « Ora ti libero. E, per favore, ti chiedo di non costringermi a tapparti ancora la bocca… »

Come esplicitamente promesso, a proseguo di quell’ultima dichiarazione d’intenti, la misteriosa sequestratrice di Maddie le restituì la libertà brevemente sottrattale, non soltanto nel movimento ma, anche e potenzialmente, nella propria voce, ritraendo tanto il braccio che l’aveva vincolata, quanto la mano che l’aveva zittita. E come silenziosamente concesso, in conseguenza di tale ritrovata autonoma sovranità, la giovane donna non si prodigò in alcun genere di grido, o altro suono, e neppure in qualche precipitoso tentativo di fuga, limitandosi, in un misto di brama e, forse, alfine, anche di timore, a voltarsi lentamente all’indirizzo della controparte.
Che fosse sogno o realtà, certo fu che quanto le si parò così innanzi allo sguardo avrebbe avuto a doversi riconoscere ben oltre a qualsivoglia genere di aspettativa il suo raziocinio avrebbe mai potuto riservarsi. Poiché davanti a Madailéin, nel suo stesso appartamento, al centro dell’ingresso, si stava allora proponendo un’altra Madailéin, o, quantomeno, un suo ideale allotropo, a lei indubbiamente affine e, pur, diversa.

« Oh… mio… » tentò di commentare, con un filo di voce che ebbe tuttavia a perdersi prima che potesse concludere quell’invocazione.

Malgrado gli identici occhi azzurri color ghiaccio, imprescindibile peculiarità in entrambe, molte altre avrebbero avuto a doversi elencare le differenze esistenti fra loro.
Dove Maddie portava i propri rossi capelli color fuoco ordinati in un corto taglio che, a stento, scendeva a sfiorarne le spalle, l’altra donna era contraddistinta da una disordinata massa corvina, a tratti arruffata, a tratti di difficile definizione, quasi mai avesse avuto occasione di utilizzare una spazzola o un pettine in tutta la propria vita. Dove il volto della prima si presentava, fortunatamente, illeso, segnato sulla propria liscia superficie soltanto da qualche spruzzata di efelidi; il viso della seconda risultava violentemente solcato, in corrispondenza al proprio occhio sinistro, da metà della fronte fino a metà della guancia, in una ben distinguibile cicatrice tutt’altro che recente. Dove il corpo della giovane donna, pur tonico e indubbiamente attraente, avrebbe avuto a doversi riconoscere caratterizzato da una corporalità comune, conseguenza dell’ordinarietà propria della sua quotidianità; le forme della controparte apparivano chiaramente forgiate da un ben diverso stile di vita, con vivaci muscoli guizzanti al di sotto della candida pelle, che pur non avrebbero avuto a dover essere equivocati, fraintesi nel pensiero della costante frequentazione di una qualche palestra, quanto ricondotti a un’esistenza contraddistinta da una fisicità ben più marcata di quella propria di un’impiegata.
Ma al di là di simili dettagli, non banali e che pur, paradossalmente, avrebbero potuto essere considerati persino trascurabili nell’insieme, quanto realmente avrebbe avuto a dover distinguere le due donne sarebbe stata l’evidente differenza d’età, dal momento in cui, fra la padrona di casa avrebbe potuto vantare, palesemente, almeno dieci anni in meno della sua inattesa ospite. Una maturità, quella, che non avrebbe avuto a doversi considerare, comunque, a discapito della versione più adulta, la quale nulla avrebbe potuto invidiare alla propria corrispettiva più giovane anche e soltanto sotto un profilo di ordine squisitamente fisico, a lei non seconda né in bellezza, né in sensualità.

« Chi… sei? » domandò, alfine, Maddie, sperando inconsciamente in una risposta utile a offrire un raziocinio a quanto, altrimenti, non avrebbe potuto minimamente possederne, a meno che ella non fosse pronta ad accettare l’idea di vivere all’interno di una qualche telenovela e, in ciò, di aver appena incontrato una propria prossima parente, contraddistinta da un patrimonio genetico straordinariamente privo di originalità.
« Il mio nome è Midda Bontor, donna guerriera per vocazione, mercenaria per professione. » si presentò la sua interlocutrice, offrendole addirittura un lieve inchino in un fugace gesto del capo « E, per quanto tutto questo ti potrà sembrare sconsiderato, io sono te. »

mercoledì 11 gennaio 2017

RM 010


Due occhi color ghiaccio.

Tali erano quelli intenti, in quel momento, a fissare con serio rimprovero, e un accenno di disprezzo, Maddie, e a farlo direttamente dal proprio riflesso nello specchio innanzi a lei, immersa nel silenzio che permeava, in un insolito, fugace intervallo di quiete, l’ambiente circostante.
Quante volte si era ripromessa di reagire con maggiore fermezza di fronte a tutto quello? In quante occasioni, anche a costo di apparire prossima all’isteria, si era sfogata con la propria terapista nel merito della propria passività sul lavoro, e dell’esigenza di individuare un modo per far valere, in maniera più decisa, la propria stessa identità, nonché l’incontestabile pregio del suo operato?
Eppure eccola… ancora lì. Rifugiatasi in bagno, con una velocità che difficilmente avrebbe potuto non essere interpretata, da chiunque, qual concreta espressione di un’adolescenziale volontà di fuga. Nascosta da tutto e da tutti, come probabilmente non sarebbe stato perdonabile per una quindicenne, e certamente non avrebbe potuto esserlo per lei, ormai in prossimità del doppio di quell’età lontana. Impegnata, ancora una volta, a trattenere le lacrime, e lacrime di rabbia, per non offrire ad alcuno gratuita occasione di sminuirla, nel ridurla, nel classificarla all’interno del banale stereotipo della nevrotica, appellativo che, probabilmente, avrebbe potuto rappresentare per lei davvero il colpo di grazia, spingendola, nel migliore dei casi, a gettare al vento oltre sei anni di lavoro così come, malgrado tutto, non desiderava ancor fare.
Rabbia, la sua. Rabbia contro l’intera società moderna, permeata di un terrificante maschilismo, tale da doverle continuamente ricordare che lei sempre sarebbe stata riconosciuta prima di tutto in quanto donna, e soltanto in secondo piano in qualunque altra caratteristica avrebbe avuto maggior piacere, e ragione, a essere identificata. Rabbia contro la stessa azienda nella quale lavorava, contraddistinta, non di meno, da un devastante patriarcato, ostacolo insormontabile, per lei, non soltanto per le proprie opportunità di crescita ma, ancor più, per le proprie stesse speranze di sviluppo professionale, giacché, immancabilmente, qualunque suo collega dotato di attributi maschili, avrebbe avuto accesso a un intangibile percorso preferenziale. Rabbia, ancora, contro l’immagine che, quello stesso specchio, le offriva innanzi allo sguardo: quella di una giovane donna nel pieno del suo sviluppo fisico, con un corpo che non avrebbe avuto nulla da invidiare, e mai aveva avuto di che invidiare, a qualunque sua amica… e che, ciò non di meno, si imponeva su di lei più qual una maledizione divina, ancor prima che una benedizione, perché, in tal senso, volto, ancora una volta, a richiamare alle menti dei suoi interlocutori la sua indubbia identità femminile e, con essa, una interminabile sequenza di pregiudizi e luoghi comuni a ciò associati. Rabbia, infine, contro se stessa che, malgrado un altro anno di buoni propositi buttati al vento, nonché più di sei mesi di terapia, ancora si stava dimostrando del tutto incapace ad agire come avrebbe voluto.

« Madailéin Mont-d'Orb… » scandì il suo stesso nome, rivolgendosi alla donna del riflesso innanzi a sé, sforzandosi, poi, di restituire al proprio respiro un ritmo diverso, più quieto e, in ciò, utile a tentare di calmarla « … sei irrecuperabile. » sentenziò poi, scuotendo il capo e chiudendo gli occhi, nel rendersi conto di quanto, tutta la rabbia che stava, ancora una volta, provando, avrebbe avuto a doversi considerare già evidenza del proprio fallimento sotto ogni punto di vista.

Erano trascorse quasi due stagioni da quando Jacqueline, la sua terapista, le aveva spiegato in maniera adeguatamente approfondita il funzionamento del cervello umano, la reale natura delle emozioni, l’esistenza del sistema limbico, la sua “scimmia”, e tutti i rischi relativi al cosiddetto sequestro emotivo. Ne avevano parlato a lungo, e, anche al di fuori dei loro incontri, Maddie non si era fatta mancare delle letture utili ad approfondire, ampliare il discorso, in maniera tale da offrire l’evidenza concreta di quanto ormai apprezzava, e apprezzava sinceramente, quelle stesse nozioni che, fino poco prima, avrebbe banalizzato come sciocchezze prive di fondamento.
Eppure eccola… ancora lì. La sua “scimmia” stava ancora vincendo. E stava vincendo in maniera per lei a dir poco umiliante.

« Dannazione! » imprecò a denti stretti, prima di levare lo sguardo dallo specchio e dirigersi verso l’uscita dal bagno, decisa a tornare in ufficio, indossare le cuffie e stordirsi con della buona musica da quel momento fino a fine giornata, quando, finalmente, avrebbe potuto uscire di lì e, forse, dimenticarsi di quella nuova, orrida giornata, in un posto che ancora si illudeva di amare ma nel quale, probabilmente, aveva ormai compiuto il proprio tempo.

Così fece: declinando ogni invito a successive pause caffè, ovviando a qualunque eventuale contatto umano con i propri colleghi, e persino rifiutandosi di offrire attenzione a qualunque comunicazione telematica. Dopotutto ella era certa di quanto il mondo, in generale, e l’azienda, in particolare, avrebbe sicuramente trovato il modo di persistere nel proprio stato di esistenza anche in assenza di una sua pronta risposta.
Quanto Maddie non avrebbe potuto allora immaginare, tuttavia, sarebbe stato come, di lì a breve, quelle violente tempeste emotive e gli stati d’animo da esse derivanti, le sue frustrazioni personali e professionali, e, più in generale, tutto ciò a cui aveva fino a quel giorno offerto importanza, avrebbero perduto repentinamente valore; nel ritrovarla costretta a riconcepire la propria idea di realtà e, obbligatoriamente, con essa, a ridefinire persino la sua stessa identità, al tutt’altro che banale scopo di poter ancora avere un’identità da definire. E non in qualche metaforica interpretazione psicologica della questione, quanto e piuttosto in termini pericolosamente concreti, almeno quanto pericolosamente concreta avrebbe potuto essere giudicata la demarcazione fra la vita e la morte… più precisamente, la sua vita e la sua morte.

Quando, alfine, giunsero le sei di sera, e, con esse, l’occasione di concludere quella sgradevole giornata lavorativa, Madailéin riordinò la propria postazione di lavoro prima di indossare il cappotto, la sciarpa, il cappello e i guanti, e, così protetta, incamminarsi verso l’uscita dall’azienda, e il freddo artico dell’inverno che, là fuori, attendeva pazientemente di poterle donare una nuova influenza stagionale.
Mantenendo lo sguardo di fronte a sé, appena rivolto verso il basso, con l’intento di ovviare a incrociare involontariamente quello di chiunque altro, ella raggiunse la propria automobile e, una volta lì rifugiatasi, si affrettò a porsi in viaggio verso una nuova destinazione.
Sebbene, in quella particolare sera, il suo unico desiderio sarebbe stato quello di ritornare, quanto prima, al proprio appartamento, indossare un pigiama pesante, infilarsi sotto le coperte e lì obnubilare ogni propria percezione immergendosi nella visione di una qualche serie televisiva, possibilmente consumando in rapida successione, uno dopo l’altro, tutti gli episodi di un’intera stagione; alcune commissioni pretendevano la sua attenzione, prima fra tutte le quali quella volta a rimpinguare le proprie personali scorte alimentari. Così, allorché intraprendere direttamente la direzione della propria bramata, ultima meta, ella fu costretta a una necessaria deviazione che la vide, per l’ora successiva, intenta a districarsi fra le corsie del mai desertico centro commerciale, fino a quando, con un carrello fin troppo colmo di spesa, poté fare ritorno alla propria automobile.
Un comunicato della direzione del centro commerciale, affisso sulle porte scorrevoli dell’ingresso del medesimo, le aveva voluto offrir nuovo promemoria di come, nell’area del parcheggio, non fossero mancati, spiacevolmente, alcuni furti, motivo per il quale tutta la clientela avrebbe avuto a doversi considerare caldamente invitata a prestare attenzione non soltanto ai propri effetti personali, ma anche alle proprie stesse persone: un messaggio, quello, che Maddie aveva sempre voluto considerare più retorico che pratico, volto a permettere, ai proprietari, di poter ovviare a qualunque assunzione di responsabilità per quanto lì fuori avrebbe potuto avvenire, ancor più che, realmente, a voler tutelare chicchessia a qualsivoglia genere di pericolo. E proprio alla luce di tale personalissimo giudizio, anche quella sera ella non avrebbe avuto ragione di avere di che temere, pur considerando la scarsa illuminazione e, soprattutto, quel genuino disinteresse tipico della società moderna, tale per cui, anche laddove fosse stata lì aggredita, probabilmente nessun altro cliente, in ingresso o in uscita dal parcheggio, se ne sarebbe minimamente interessato.
Quasi a volerle offrire ragione, comunque, nulla accadde in quel particolare contesto e soltanto mezz’ora dalle ore otto, ella poté finalmente fare ritorno al proprio appartamento, là dove era certa che, ad attenderla, sarebbe stata soltanto Teti, la sua gatta, la quale, prevedibilmente, si sarebbe fatta trovare più che contrariata dal suo ritardo e, soprattutto, dal ritardo nel rifornimento, per se stessa, dei propri croccantini preferiti.

Quella sera, inaspettatamente, non fu soltanto Teti a dimostrarsi in sua attesa. E, nello spavento che ebbe a seguire quella scoperta, Maddie avrebbe voluto volentieri esprimere tutto il proprio dissenso levando un alto grido e sperando che, qualcuno fra i suoi vicini, in contrasto a ogni suo pregiudizio, si sarebbe interessato di quanto lì potesse star accadendo: purtroppo per lei, però, chi la stava attendendo a casa non avrebbe avuto a doversi considerare del tutto una sprovveduta e, in ciò, agì con dovuta prudenza, attendendo che lei fosse entrata in casa e avesse chiuso la porta prima ancora di afferrarla, saldamente, da dietro e, peggio ancora, tapparle fermante la bocca, silenziando qualsivoglia genere di protesta.
Compresasi in trappola, nel proprio stesso appartamento, la giovane donna si scoprì pertanto così sconvolta da superare, paradossalmente, l’emozione stessa della paura, non cedendo, con buona pace dei consigli di Jacqueline, alla sua “scimmia” interiore, ma al contrario, scoprendosi del tutto capace di intendere e volere… se nonché del tutto inabile, per l’appunto, a tradurre qualunque volontà in azione. Dopotutto, per quanto appassionata potesse essere anche di serie televisive d’azione, il divario esistente da lì a potersi considerare ella stessa una donna d’azione avrebbe avuto a doversi obiettivamente giudicare incolmabile. Ed ella, così immobilizzata, si scoprì del tutto incapace a compiere un qualsivoglia gesto di ribellione verso il proprio ancora sconosciuto aggressore. O, per meglio dire, la propria sconosciuta aggreditrice, dal momento che una coppia di voluminosi seni, abbondanti quasi quanto i suoi, erano chiaramente distinguibili qual allora premuti contro la sua schiena.

« Non sono qui per farti del male… » esordì, dopo un istante, una voce che la fece rabbrividire, non tanto perché a lei estranea, ma, al contrario, perché straordinariamente familiare, quanto familiare avrebbe avuto a potersi dire la propria stessa, per così come avrebbe potuto esser udita tramite una registrazione.