11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 3 maggio 2017

RM 122


L’amor proprio di Ebano, comunque, avrebbe avuto a doversi considerare in salvo giacché, in simile contesto, in tale occasione, egli non fu il solo, o l’unico, a cader vittima di un tranello, fra i molteplici predisposti all’interno dell’intera oasi. Anche Salge, Duva ed Heska ebbero a rischiare la propria vita in maniera che, ognuno degli stessi, avrebbe potuto considerare qual estremamente stupida, benché, in tal frangente, assolutamente inapplicabile sarebbe stato parlare di intelligenza o meno da parte loro.
L’ex-capitano della defunta Jol’Ange, suo malgrado trasformata in un relitto destinato a vagare per sempre alla deriva, nello spazio siderale, ebbe a rischiare a sua volta il proprio futuro nel momento in cui, inavvertitamente, pose un piede sopra l’innesco di una rudimentale, ma assolutamente efficace, trappola assassina, che vide calare sopra la sua testa, da dietro le sue spalle, una pesante grata di metallo ornata, in tutta la propria superficie, da molteplici picche che, se solo avessero avuto occasione di raggiungere le sue carni, nella spinta loro imposta dalla medesima forza di gravità, e dal movimento rotatorio del loro supporto, rimasto legato sopra di lui su un fronte, lo avrebbero certamente trapassato da parte a parte, in una fine tanto cruenta, quanto macabra, che ben riflettere avrebbe avuto a dover spingere sulla possibile perversione di eventuali spettatori di simile trasmissione. Fortunatamente per lui, Salge, uomo dal fisico asciutto e incredibilmente agile, sinuoso e forte, con muscoli sicuramente più snelli e non per questo meno reattivi rispetto a quelli di Ma’Vret, ebbe a ovviare a quella sgradevole sequenza di pugnalate alla schiena nel percepire, più per istinto che per reale elaborazione mentale, la presenza di un pericolo incombente sulla propria vita, lanciandosi, di conseguenza, in avanti, in un balzo che ebbe a concludersi con una capriola e che, solo per pochi pollici, lo vide evitare il peggio, pur venendo parzialmente accarezzato, nell’ultima parte del proprio volo, dalla sequenza inferiore di quelle lame. Così, pur sopravvissuto, egli non poté dirsi, proprio malgrado, del tutto indenne, nel ritrovarsi un lungo taglio, fortunatamente non profondo, aperto lungo la parte inferiore della schiena, là dove una delle picche era stata in grado di dimostrargli la propria pericolosità.

« Tarth… » bestemmiò a denti stretti, nel bruciore conseguente a quel taglio, pregando in cuor suo affinché nessun veleno avesse a doversi considerare presente su quelle picche o, in tal caso, la sua fine sarebbe comunque sopraggiunta, e sopraggiunta anche in termini particolarmente spiacevoli.

Per Duva, la minaccia di morte ebbe a concretizzarsi, altresì, nella forma di un più moderno e sofisticato reticolo laser che, improvvisamente, ebbe a manifestarsi innanzi al proprio cammino, al centro di una piccola radura, attraverso la quale ebbe a ritrovarsi costretta a passare nell’impossibilità a prendere strade alternative, a scegliere soluzioni diverse, in quello che, in tal punto, più che un sottobosco naturale, ebbe a palesarsi qual una vera e propria barriera… e una barriera destinata, chiaramente, a non concederle altra possibilità fra proseguire dritto o rinunciare e ritornare, completamente, lungo i propri passi. Conscia che, necessariamente, in conseguenza a una simile situazione a contorno, soltanto un pericolo, e un pericolo letale, sarebbe lei stato destinato all’interno di quello spiazzo apparentemente tranquillo, ella iniziò ad avanzare, lungo il medesimo, con circospezione, non dando nulla per scontato e, anzi, commisurando ogni proprio singolo passo nel timore di porre un piede in fallo e, in ciò, di attivare qualunque possibile trappola lì fosse stata predisposta ad attenderla. Suo malgrado, ciò che, in un tale contesto artificialmente selvatico, non aveva preso in considerazione avrebbe potuto trovare, ebbe a dimostrarsi proprio la presenza di una minaccia più tecnologica, attivata, oltremodo, da un sensore a barriera, che ebbe a intercettare la sua presenza non appena ella oltrepasso il centro della radura. E lì intrappolata, ella ebbe a vedere, innanzi ai propri occhi, comparire un primo fascio laser che, iniziando a muoversi lungo una traiettoria apparentemente casuale, percorse l’intera superficie della radura, sperando, evidentemente, di attraversare, in ciò, anche le sue carni. E se ella ovviò alla spiacevole morte, o mutilazione, che in tutto quello le sarebbe stata garantita, in grazia a un agile salto, immediatamente al primo laser ebbe ad aggiungersene un altro, e poi altri due, e ancora tre, cinque, otto, crescendo rapidamente e altrettanto rapidamente impegnandosi a cercare di sancirne la fine. Come già per Salge, anche e ancor più per Duva, quanto in tutto quello ebbe a salvarla, a decretarne la vita allorché la morte, non avrebbe potuto essere considerato tanto una questione di raziocinio, quanto e piuttosto, una questione d’istinto: affidandosi, infatti e del tutto, ai propri sensi e al proprio allenamento, a quella formazione durata una vita intera e che in molteplici occasioni l’aveva veduta posta alla prova anche in situazioni peggiori rispetto a quella, ella iniziò letteralmente a danzare all’interno della radura, in un folle ballo per la propria vita, per il proprio avvenire, saltando, ruotando, scivolando fra quei raggi letali fino a quando, con un ultimo, atletico gesto, ella riuscì a fuoriuscire dai confini della radura e lì a porsi in salvo, rimettendoci, alfine, soltanto, e fortunatamente, una manciata di treccine… quietamente sacrificabili.

« Diamine… » ansimò, non appena si rese conto di essere in salvo e, in ciò, di potersi fermare « … questo genere di allenamento me lo devo segnare… » si ripromise, apprezzando l’idea, seppur, magari, declinata in una versione meno letale.

Anche Heska, proprio malgrado, ebbe a fare i conti con una minaccia di natura più elaborata rispetto a quelle nelle quali erano incappati Ma’Vret e Salge, seppur, in verità, meno tecnologica rispetto a quella con la quale Duva si era ritrovata ad avere a che fare, benché, ciò nonostante, forse ancor più devastante: una mina antiuomo. Mercenaria, al pari di tutti i propri compagni e compagne, anch’ella aveva egualmente acquisito le loro capacità di porsi a confronto con la guerra in tutti i propri aspetti molto prima di reinventarsi come fabbro. Così, nel momento in cui, nella quiete del proprio avanzare all’interno della foresta, ebbe a percepire il lieve suono di un interruttore sotto i propri piedi, non ebbe esitazione alcuna a riconoscere quello che, sgradevolmente, avrebbe avuto a dover essere considerato qual segnale di un possibile congegno esplosivo proprio sotto il suo piede, un congegno che, laddove avesse avventatamente sollevato il proprio piede, sarebbe allor detonato, sancendone ineluttabilmente la fine. Ovviando persino a imprecare, nel non voler perdere la concentrazione e il necessario autocontrollo di fronte a una situazione tanto grave, ella ebbe a flettersi, lentamente, delicatamente, in avanti, allo scopo di cercare, con la massima discrezione di sondare il terreno sotto il proprio piede con la punta del pugnale facente parte del proprio equipaggiamento. E non appena una lieve resistenza ebbe a confermare la sfortunata tesi così formulata, la sua mente cercò di elaborare una qualche soluzione a quello spiacevole problema. Purtroppo, ipotizzare di disinnescare quel congegno, ponendosi in piedi sopra di esso, avrebbe avuto a dover essere arbitrariamente escluso, giacché troppo complesso sarebbe necessariamente stato tentare di operare in tal senso. Forse, tuttavia, ella avrebbe potuto trovare il modo, con quanto fornitole attorno, di bloccare estemporaneamente il proprio pesante scarpone al suolo, in maniera utile a concedersi quel fuggevole istante di tempo utile a proiettarsi al di fuori del raggio d’azione di quel congegno, sperando in tal maniera di cavarsela o, quantomeno, di perdere non più di un piede, o una gamba, nel salto. Ma, anche in tal caso, la sorte non parve arriderle, almeno all’inizio, giacché, osservandosi attorno, ella non poté fare altro che cogliere, quanto a lei potenzialmente necessario, solo a una distanza superiore rispetto a quella che avrebbe potuto raggiungere dalla propria posizione obbligata: uno sgarro, quello apparentemente rivoltole dal destino, che ebbe tuttavia a essere immediatamente corretto nel momento in cui, poco distante da lei, fra il verde del bosco, ebbe a comparire la sagoma di Ja’Nihr, accompagnata, allora, da Howe, e diretta con passo deciso verso di lei.

« Attenzione! » li avvisò, sollevando ambo le mani a enfatizzare quel messaggio, volto al loro arresto « Ho messo il piede su una mina e non so se ve ne siano altre qui attorno… »
« Siamo arrivati al momento giusto, allora. » sorrise l’uomo, offrendo, in tal gesto, una rassicurazione indubbiamente superiore a quanto avrebbero potuto offrire allora mille altre parole, ennesima riprova di quanto, la loro forza, in null’altro avrebbe avuto a risiedere se non nella loro unione.

martedì 2 maggio 2017

RM 121


Benché il pianeta natio di Ja’Nihr fosse stato condannato alla desertificazione e, in questo, le foreste non abbondassero sul medesimo, ragione per la quale la cacciatrice era divenuta tale ponendosi alla sfida con un ambiente indubbiamente differente; il ritrovarsi all’interno di quell’oasi destinata a terraformare qualunque dannato pianeta, o satellite, sul quale, speranzosamente, presto o tardi avrebbero avuto occasione di comprendere fossero venuti a trovarsi, non ebbe a rappresentare per lei una ragione d’ostacolo. Al contrario, anzi, ella fu la prima che ebbe ad agire, e a reagire, non appena i giuochi ebbero allor inizio: balzando in avanti, in pochi istanti ella ebbe a scomparire, letteralmente, all’interno della vegetazione lì presentatale, quasi, neppure, fosse mai esistita. E anche laddove gli avanzati sistemi di registrazione ambientale lì presenti ebbero a tentare di seguirla, di registrarne ulteriormente le azioni, a nulla poterono innanzi a simile, straordinaria bravura, volta a scomparire innanzi a qualunque sguardo indiscreto, capacità che ella, non a caso, aveva affinato sin dalla più giovane età ponendosi alla prova in contrasto a ogni genere di creatura, potesse essere questa una preda o, piuttosto, un predatore.
In termini non dissimili, e in tempistiche quasi contemporanee, ebbe ad agire anche Lys’sh, la quale, sfruttando al massimo la propria natura ofidiana, ebbe a proiettarsi a sua volta all’interno della foresta, anch’essa scomparendo improvvisamente fra la vegetazione lì presente. Un risultato, il suo, che avrebbe avuto a doversi riconoscere, probabilmente, quasi ovvio, giacché, come da sempre dimostrato ella era capace di molto più di quello, arrivando, addirittura, a scomparire letteralmente nel nulla anche in condizioni meno favorevoli rispetto a quella, riuscendo a ingannare i sensi di chiunque, anche quelli pur estremamente allenati dei propri compagni d’arme. Così, in una situazione estremamente favorevole qual, in fondo, era quella, difficile sarebbe stato attendersi un risultato diverso da parte sua, salvo, ovviamente, un eventuale interesse in tal senso da parte della medesima.
Due fughe da ogni possibilità di percezione, quelle della cacciatrice e dell’ofidiana, che non avrebbero avuto a doversi frettolosamente giudicare qual mera casualità o, tantomeno, frutto di una scelta estemporanea da parte loro: quanto qualunque spettatore non avrebbe lì potuto sapere, e quanto, forse, anche Kah stava ignorando, nel credere che sarebbe stato sufficiente dividere quel variegato gruppo di mercenari per riuscire a sconfiggerli mantenendoli separati, avrebbe avuto a doversi considerare l’evidenza di come, comunque, quegli uomini e quelle donne non fossero fra loro uniti da una mera conoscenza superficiale, ma da un rapporto di cooperazione, e di complicità, pazientemente costruito nel corso di lunghissimi cicli, cicli nel corso dei quali tante avventure, e tante disavventure, tutti loro avevano vissuto, l’uno accanto agli altri, contribuendo, in tal senso, a dar vita non soltanto a un legame indissolubile fra gli stessi, ma, ancor più, a un’armonia di base, fra loro, tale da non prevedere neppure la necessità di un vero e proprio dialogo per agire, per coordinarsi reciprocamente. E a nulla sarebbe valsa l’idea dei dieci, lunghi anni di lontananza che li avevano visti divisi: tutto ciò, ormai, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un loro patrimonio inalienabile, quasi un’eredità genetica, per quanto non innata ma acquisita.
Così, tutti loro, in quel frangente, sapevano esattamente in che termini avrebbero avuto a dover agire e, in particolare, Ja’Nihr e Lys’sh, che fra tutte avrebbero potuto contare su abilità straordinarie in tal senso, sarebbero state coloro le quali, per prime, avrebbero avuto a doversi muovere, al solo scopo di riunificare il maggior numero possibile di loro: perché, come squadra, tutti loro erano perfettamente consapevoli di quanto la comune forza avrebbe avuto a risiedere principalmente nella loro aggregazione, nella loro unione. Di ciò, probabilmente, anche Kah avrebbe avuto a doversi considerare egualmente cosciente, giacché tanto si era comunque lì impegnato per dividerli e mantenerli separati, al di là di qualunque proclama di divina natura: una premura, la sua, che in effetti avrebbe avuto a doversi riconoscere di straordinario buon auspicio per tutti loro, giacché, chiaramente, al di là di ogni considerazione, egli avrebbe avuto a doversi considerare palesemente timoroso della straordinaria forza del loro gruppo o, in tal senso, non si sarebbe speso così come, pur, aveva fatto.
E se la cacciatrice e l’ofidiana, immediatamente, ebbero a porsi alla ricerca dei propri compagni, scomparendo dall’occhio delle telecamere, tutti gli altri si impegnarono di fare del proprio meglio per ottenere il medesimo effetto, pur, ovviamente, senza potersi spingere a conquistare il medesimo risultato, senza riuscire a sottrarsi completamente all’osceno giuoco posto in piedi da Kah. Quanto, tuttavia, tutti loro ebbero occasione di maturare consapevolezza, avanzando all’interno della vegetazione, fu come, chiaramente, eventuali dubbi sull’invincibilità del loro antagonista, per così come sfoggiata, avrebbero avuto ogni istante a doversi considerare più reali, più concreti, nel ritrovarsi confermati non soltanto dalla premura da lui posta a dividerli, ma anche, e ancor più, in quella dedicata a spargere, attorno a loro, una serie di trappole, e trappole preposte evidentemente a ucciderli, o quantomeno a indebolirli, ancor prima del confronto con lui: se soltanto, allora, tutta la presunzione di onnipotenza da lui sfoggiata avesse avuto a doversi giudicare giustificata, quale senso avrebbe avuto prendere tempo in quel modo, ovviare a un confronto più esplicito, più diretto, anche e comunque in diretta televisiva, ove per lui ciò avrebbe avuto a doversi considerare comunque importante, ma, più che in un ambiente simile, all’interno di una mera arena?
In questo, quando, per primo, Ma’Vret ebbe a rischiare di precipitare all’interno di una trappola letale, nel vedersi aprire il terreno sotto i propri piedi e nel vedersi precipitare verso una spiacevole sequenza di lame, soluzione probabilmente primitiva e, ciò non di meno, estremamente efficace per liberarsi di un avversario, ebbe sì ragione di imprecare, ma, al contempo, di apprezzare quanto, allora, il supposto dio Kah non avrebbe avuto a dover ritenere se stesso così certo delle proprie capacità o, allorché tentare di liberarsi di lui in tal maniera, avrebbe preferito affrontarlo in una sfida più aperta. A salvare Ebano, allora, furono la sua velocità e la sua agilità, ancor prima che la mera potenza della sua straordinaria muscolatura, giacché, al contrario rispetto a quanto i più avrebbero potuto mal giudicare nell’osservarlo, egli non avrebbe avuto a doversi considerare soltanto un uomo straordinariamente forte, ma anche estremamente atletico sotto diversi punti di vista, in misura sufficiente, nel momento in cui ebbe ad aprirsi quella potenzialmente fatale botola sotto i propri piedi, da riuscire a reagire, e a reagire con prontezza di riflessi utili a estrarre il proprio pugnale con la destra e a conficcarlo saldamente lungo la parete della piccola voragine entro la quale stava, lì, precipitando, a cercare di creare un punto di appoggio, un’ancora di salvezza nel mentre in cui, comunque, non affidandosi semplicemente a quella soluzione, il resto del suo corpo ebbe a distendersi repentinamente, e a distendersi in orizzontale, aprendo il braccio mancino, ed entrambe le gambe, a tentare di raggiungere le estremità di quel pozzo, per quantomeno rallentare, se non arrestare, in tal maniera, la propria caduta. Entrambe le soluzioni attuate, allor, ebbero a riportare il proprio giusto successo e, dei sei piedi di profondità di quella che avrebbe potuto essere la sua tomba, egli ebbe a percorrerne meno di tre prima di arrestarsi, e arrestarsi con lo sguardo rivolto alla morte certa promessa, in verità, a non più di un ulteriore piede più in basso, là dove, già, avrebbero avuto inizio le lame votate alla sua fine.

« Non male, vecchio mio… non male… » sussurrò, rivolgendosi a se stesso e in tal maniera riservandosi un piccolo, meritato complimento per non aver reso prematuramente orfani i propri figli con un solo, fugace istante di esitazione a fronte di quella trappola, in conseguenza dell’apertura, sotto i propri piedi, di quel trabocchetto « Ora, con un po’ di pazienza, cerca di tirarti fuori di qui… » si suggerì subito dopo, voltando leggermente il capo verso le proprie spalle, per valutare la distanza che avrebbe avuto a dover percorrere e, chiaramente, che avrebbe avuto a dover percorrere in quella tutt’altro che agevole posizione, giacché, un solo, semplice cedimento, avrebbe lì potuto comunque rappresentare il completamento di quanto allor iniziato.

Così, con cautela, pazienza e, indubbiamente, straordinario autocontrollo, il colosso ebbe a iniziare a impegnare la straordinaria potenza dei propri muscoli per riconquistare, mezzo pollice alla volta, la superficie del terreno sotto la quale, allor, era precipitato.

lunedì 1 maggio 2017

RM 120


« E infine… colei che alcuni ricordano quale una delle più terribili piaghe di questo secolo, colei che altri venerano come un’eroina, colei che, fin dalla più tenera età, ha fatto dell’omicidio un arte e della guerra la sua professione, tanto da essere ricordata, proprio con tale nome… » premesse, con termini volutamente enfatici, volti non tanto a risaltare la mercenaria, quanto e piuttosto se stesso, ossia colui che, presto, l’avrebbe abbattuta sotto l’attento sguardo di tutti « … Midda Namile Bontor, umana! »

Al pari di Desmair, anche Guerra non si fece trovare in quieta attesa davanti allo schermo della propria cella, lì intenta a seguire l’evolversi della situazione, l’inizio di quel folle spettacolo malato, per così come orchestrato, non tanto nell’intento di chiudere un chiudere un antico conto rimasto in sospeso, quanto, e piuttosto, di dare origine, in esso, a una nuova storia, a una nuova leggenda, la quale, almeno secondo gli evidenti propositi del loro anfitrione, avrebbe avuto a dover essere consacrata nel sangue di mito precedente, il mito da loro stessi rappresentato; ma ebbe a preferire aspettare innanzi alla soglia che si sarebbe allor dischiusa, a garantirle l’accesso all’arena. Ciò non di meno, quando questo avvenne, ella non si mosse, così come già compiuto dal flegetauno, immediatamente all’interno dell’oasi, quanto, e piuttosto, preferì attendere ancora qualche istante, quasi a voler silenziosamente dimostrare, allora, di non volersi concedere qual quieta pedina di quell’osceno giuoco, secondo le regole allor stabilite da Kah: ella avrebbe dovuto combattere, e avrebbe combattuto; avrebbe dovuto uccidere, e avrebbe ucciso; avrebbe dovuto forse morire, e sarebbe forse morte… ma, tutto ciò, ella lo avrebbe fatto in ubbidienza, unicamente, alle proprie regole, ascoltando solo il proprio cuore, così come aveva compiuto in ogni momento della propria vita.

« … Midda…? Non essere timida, mia cara… te ne prego. » la invitò Kah, con tono sornione, benché, probabilmente, disappunto avrebbe avuto a dover essere letto alla base di tutto ciò, il disappunto proprio di chi, troppo abituato a essere ubbidito, avrebbe ineluttabilmente mal tollerato ogni forma di insubordinazione… anche da un proprio antagonista « Stiamo trasmettendo questo evento in più di cinquecento sistemi diversi, per un totale di qualche migliaio di pianeti abitati e un numero imprecisato di spettatori… e tutti, ora, sono qui solo per te. »
« Fanatico esaltato… » commentò Duva, quasi fra sé e sé, benché, nell’immediata risposta da parte del destinatario di tal poco cortese espressione, ella comprese come, probabilmente attraverso un opportuno monitoraggio di quell’ambiente, la sua voce fosse stata perfettamente udita dal medesimo e, probabilmente, suo pari, da ogni spettatore remoto.
« In verità non ho mai amato tanta teatralità… » puntualizzò egli, replicando all’appunto rivoltogli « Ciò non di meno, mi è stato recentemente consigliato di cercare di valorizzare maggiormente la mia immagine pubblica. E quale modo migliore avrebbe potuto esserci se non questo…?! »
« … ti prego… taci. » sussurrò Carsa, pur egualmente udita, non più tollerate, rispetto a qualche giorno prima, nei confronti di quelli da lei ritenuti qual egocentrici deliri da parte del loro carceriere.

Prima che Kah, tuttavia, potesse intervenire anche in direzione di Carsa, fu Midda a pretendere la propria possibilità di parola, giacché, in fondo, quello avrebbe avuto a dover essere considerato il suo momento di gloria, l’occasione per lei di prendere voce e farsi udire, e farsi udire in buona parte dell’universo noto. Così, avanzando con passo quieto al di là della soglia sulla quale già a lungo si era trattenuta, ella violò i confini dell’arena e, osservando dritto davanti a sé, nella foresta lì coltivata, prese voce, per esprimere la propria versione della storia…

« Il mio nome è Guerra. » sancì, con meritata fierezza, priva d’ogni imbarazzo per le accuse implicitamente a lei destinate attraverso la descrizione di lei compiuta da parte di Kah « Dieci cicli fa, dopo aver combattuto più di quanto chiunque avrebbe mai sopportato fare, dopo aver ucciso più di chiunque altro avrebbe mai ipotizzato compiere, assieme all’uomo che amavo, decisi di ritirarmi a vita privata, per crescere i miei figli lontano dagli orrori nei quali, volontariamente, per troppo tempo mi ero immersa. E, con mio marito, con i miei figli, sarei rimasta lontano da tutto e da tutti sino al giorno della mia morte se non fosse stato per la follia di questa creatura autoproclamatasi dio. » precisò, evidenziando quanto, se fosse dipeso da lei, nulla di tutto quello sarebbe mai accaduto, perché ella sarebbe ben volentieri rimasta presso la propria dimora, a vivere la propria nuova vita, se solo le fosse stato concesso « Ma Kah ha deciso di voler la propria vendetta, e per ottenerla, per condurmi sino a qui, quasi un ciclo fa ha inviato alle porte di casa mia un gruppo di predoni, con lo scopo di uccidere mio marito e di rapire i miei figli, lì lasciandomi in fin di vita. »
« … sono stato comunque più misericordioso rispetto a te… tu mi hai ucciso! » replicò il flegetauno, non apprezzando quell’interpretazione dei fatti, per quanto, obiettivamente, inappuntabile.
« E ancora ti ucciderò! » promise, con fermezza « E se non ci riuscirò io, ci riuscirà Desmair. O Ja’Nihr, o Carsa, Duva, Salge. O Ma’Vret, Heska, Be’Wahr, Howe. O Lys’sh. » elencò, nuovamente, tutti i propri compagni, tutti i propri fratelli e sorelle d’armi, nell’ordine inverso rispetto a quello nel quale l’altro li aveva introdotti all’interno dell’arena « Perché dio o flegetauno, mortale o immortale, oggi, qui, tu hai radunato i guerrieri più straordinari la cui esistenza mai la Storia abbia avuto occasione di testimoniare… e, che tu lo possa accettare o no, oggi tu morirai. »

Di fronte a simile minaccia, probabilmente, ella sperava che, quantomeno, Kah avrebbe avuto motivo di perdere estemporaneamente il controllo, se non per timore, quantomeno per contrarietà nei confronti di tanto ardire a proprio discapito. Al contrario, però, egli non offrì la benché minima parvenza di irritazione e, piuttosto, reagì sorridendo, come ebbero a verificare le telecamere, tornate a inquadrarlo a metà schermo in contrapposizione alla propria antagonista: un sorriso non falso, non forzato, non simulato… un sorriso, altresì, onesto, sincero, soddisfatto, quanto avrebbe potuto esserlo quello di chi, finalmente, posto di fronte esattamente alla frase, all’asserzione la cui espressione tanto aveva desiderato, e pur mai avrebbe osato sperare.
Perché, che ella potesse gradirlo o meno, quella frase era esattamente ciò che egli bramava a giustificare ogni sforzo compiuto sino a quel momento, per organizzare tutto quello, e, ancor più, a legittimare l’indiscutibilità del proprio potere, laddove egli fosse uscito, come era certo, vittorioso da quel conflitto…

« L’avete sentita tutti: qui, attorno a me, sono radunati i guerrieri più straordinari della Storia. » volle ripetere, a evidenziare il senso ultimo di quella sfida « E, nel momento in cui tutti loro cadranno, per mano mia, per mano del dio Kah, alcuno, in qualunque angolo dell’universo, avrà più il potere di opporsi a me. »
« Morirai Kah! » insistette Guerra, rinnovando in tal senso la propria promessa.
« Oppure vivrò… e a morire sarete tutti voi. » ribadì egli, imperturbato e imperturbabile nella certezza dell’esito finale di quello scontro « Le regole sono semplici: nessuno uscirà di qui fino a quando una delle due parti non sarà annientata. O voi, o io. Fino alla fine. Senza esclusione di colpi. » annunciò, a conclusione di quella fase introduttiva, dell’inizio di quel capitolo finale, qual, necessariamente, sarebbe stato per qualcuno « Nell’assurda eventualità di una vostra vittoria, la Loor’Nos-Kahn cesserà di esistere: ogni prigioniero sarà liberato e ogni debito sarà estinto. » garantì, a ovviare a qualunque possibilità di fraintendimento « Ma, dal momento che sarò io a vincere, non mi starei a preoccupare più di tanto di cosa ciò potrà mai comportare, per il presente o per l’avvenire. » soggiunse, con ferma convinzione in tal senso, ove alcun altro futuro, al di fuori di quello, sarebbe stato  per lui accettabile « E ora basta chiacchiere… che lo scontro abbia inizio! »
« … e questa è la prima, e unica, cosa sensata che tu abbia detto… »  sussurrò Carsa, non risparmiandosi quell’ultimo, sarcastico commento.