11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

sabato 6 maggio 2017

RM 125


In quella nuova carica, una leggera variazione riuscì a sussistere rispetto ai due tentativi precedenti, giacché in questa occasione Guerra riuscì non soltanto a evitare la mano già destinata a rispedirla lontana dal proprio antagonista, a ricacciarla a terra, là dove violentemente e sgradevolmente avrebbe potuto vantare di star abituandosi a finire, ma, addirittura, con un agile salto, si concesse occasione di proiettarsi esattamente sopra all’enorme polso del dio flegetauno, da lì iniziando a risalire, velocemente, lungo il suo disarmonico braccio, verso l’alto, verso quell’osceno capo, contro il quale, se solo le fosse stata data la possibilità di arrivare, non avrebbe esitato a riversare tutta la sua ira, tutta la sua furia, in qualunque modo, con qualunque mezzo. E se, ancora una volta, in uno scossone repentino, atto a liberarsi di quell’incomoda presenza, Kah riuscì a rigettarla lontano da sé, lanciandola ad altri diciotto piedi da dove era riuscita finalmente ad arrivare, quel piccolo successo servì alla donna non soltanto per ritornare a credere in una possibilità di successo nei suoi confronti, nell’opportunità di coglierlo di sorpresa così come ancora non erano riusciti a fare, ma, soprattutto, ebbe a stuzzicare, nella parte più remota della sua mente, il principio di un’idea: non ancora un piano, non concretamente una strategia, quanto e piuttosto un’intuizione, un’ispirazione ancor non meglio definita e, ciò non di meno, utile a sperare, e a sperare non soltanto per la sconfitta di quel mostro ma, forse, anche per la loro vittoria. Ove, a considerare la loro qual una vittoria, necessariamente avrebbe contribuito la loro stessa sopravvivenza, giacché nella loro morte, nel loro sterminio, anche la fine di Kah non avrebbe avuto realmente il sapore di un trionfo.

« Non si può dire che tu non sappia incassare… » osservò il loro antagonista, non negandosi una certa ammirazione per la capacità da lei dimostrata di continuare a rialzarsi, indifferente a ogni violenza a suo discapito, così come, dopotutto, aveva comprovato in maniera più che chiara, più che palese, quando, ancora letteralmente a pezzi su un letto d’ospedale, aveva avuto qual unica premura, qual unico obiettivo, quello di recuperare posizione eretta per potersi riservare l’opportunità di tornare, subito, a combattere, senza alcun interesse all’idea di non aver più un braccio e una gamba, e di apparire più simile a un confuso mosaico che alla splendida donna che era stata un tempo, con un corpo piagato da troppe cicatrici per poterle contare « … tuttavia, per quanta ostinazione tu possa vantare, non potrai mai riuscire a sconfiggermi. Quante volte ancora dovrò ripeterti che sono divenuto immortale? Che anche la morte ha dovuto inginocchiarsi al mio cospetto?! »
« Tu non sei un dio… » intervenne la voce di Desmair, prendendo parola nella questione, nel riuscire, finalmente, a risollevarsi da terra, seppur ancora indolenzito, ancora confuso da quanto subito « Sei stato generato dalla tecnologia della Sezione I e, in questo, sei poco più di uno zombie. Uno zombie flegetauno, ma pur sempre uno zombie. » sancì, secco nel proprio tono, nelle proprie parole, a discapito del padre verso il quale, chiaramente, non avrebbe potuto provare alcun sentimento d’affetto.
« Taci, aborto mezzosangue… » reagì Kah, non meno impietoso nei confronti del figlio, storcendo immediatamente le labbra verso il basso, in un’espressione di palese disgusto nel doversi abbassare al confronto con il proprio erede e primo traditore, colui che tanto, troppo aveva agito a suo discapito, per la sua fine, in ciò forse ancor più colpevole di chiunque altro lì dentro « Con quale arroganza parli della nobile specie flegetauna, alla quale non hai mai appartenuto e alla quale mai apparterrai, al di là di quanto tu possa illuderti? »
« Se essere un flegetauno purosangue significa ridurmi a una grottesca imitazione di vita… francamente preferisco essere considerato un mezzosangue. » replicò l’altro.

Una frase, quella allor pronunciata, che molti spettatori di quella truce trasmissione avrebbero potuto considerare qual conseguenza dell’emotività del momento, qual originata semplicemente da un sentimento di rabbia, ma che, Midda, Lys’sh e qualunque altro fra i suoi commilitoni non avrebbe esitato a considerare qual straordinariamente significativa. E significativa nella misura nella quale atta, per la prima volta da sempre, a veder Desmair scendere a confronto con il proprio innato orgoglio, con quell’aura di egoismo ed egocentrismo dietro la quale da sempre si era celato, forse e proprio nel confronto con la difficoltà nel riconoscersi soltanto parzialmente legato a una specie, tanto antica quanto quasi estinta, e, forse, nel non riuscire realmente a provare un senso di reale appartenenza con essa, sicuramente anche in conseguenza a un rapporto tanto controverso con il proprio negativo genitore.
In quel momento, malgrado la crudele mutilazione che aveva subito, o forse proprio in grazia a ciò, Desmair, rinunciando al proprio ego, stava riuscendo paradossalmente a trasmettere molto più orgoglio, molta più forza d’animo, di quanto non ne avesse mai realmente dimostrato in passato; affermandosi, in tal maniera, non  tanto attraverso una qualche appartenenza di specie, quanto e piuttosto per la propria esclusiva individualità, come essere straordinario, unico in tutto l’intero universo.
E Kah stesso parve rendersi conto di ciò, percepì la straordinaria crescita interiore a cui, involontariamente, inavvertitamente, aveva sospinto il figlio proprio nel desiderio di ottenere l’effetto contrario, ragione per la quale egli ebbe a reagire duramente in risposta a quelle parole, non potendo accettare, non potendo tollerare che quel figlio ripudiato potesse arrivare realmente a considerarsi meglio di lui…

« Come mezzosangue, allora, qui tu morirai! » ruggì, lasciandosi infiammare dalla collera e, subito, scattando in avanti, in direzione di quel nuovo obiettivo… un obiettivo da colpire, un obiettivo da ferire, un obiettivo da distruggere.

Una carica potente, una forza devastante quella con il quale il dio flegetauno avrebbe sicuramente non soltanto raggiunto, ma anche ucciso, la propria designata vittima, la quale, tuttavia, non ebbe possibilità di incontrare alcun effettivo traguardo, giacché, quasi come fosse stato rinvigorito dalla propria stessa affermazione d’identità, da quella nuova presa di coscienza sul proprio stesso io, Desmair ebbe sufficiente autocontrollo, prontezza di riflessi e velocità d’azione, per rispondere a quel brutale attacco a sui discapito semplicemente accogliendolo e reindirizzandolo, in una mossa di indubbia resa che vide il colossale Kah essere slanciato, per effetto della propria stessa energia, di addirittura trenta piedi in là, rovinando rumorosamente al suolo. Un attacco vanificato nei propri letali effetti, quello del terrificante dominatore di quell’arena, nella caduta conseguente al quale, ovviamente, egli non ebbe a ricevere la benché minima ferita, se non, sicuramente, nell’amor proprio; ma che, ciò non di meno, non diversamente dall’ultima azione mai condotta a termine di Guerra, servì a rinvigorire emotivamente i suoi antagonisti, dimostrando loro una sua presunta fallibilità.
Una fallibilità, quella propria di Kah, che poco avrebbe avuto a poter trovare coerenza con la sua presunta e declamata condizione divina, e che, ciò non di meno, nulla di concreto avrebbe garantito ai suoi ospiti, ai suoi prigionieri, alle sue potenziali vittime, giacché, comunque, in quel letale gioco di morte, egli avrebbe ancor potuto vantare una potenziale immortalità che avrebbe, ineluttabilmente, nullificato qualunque sforzo in sua opposizione, a suo contrasto.

« Non qui. » negò Desmair, scuotendo fermamente il capo « Non oggi. »

Un’affermazione, una scommessa quasi, quella così scandita dall’orgoglioso mezzosangue, che avrebbe avuto a potersi considerare ancor retorica, nell’assenza di una qualche effettiva strategia risolutiva per quel conflitto, ma che, ciò non di meno, fu allor pronunciata con assoluta tranquillità, con consapevole serenità, alimentata dalla medesima energia che, in tutto quello, stava permettendo a Midda Bontor di non cedere, di continuare a rialzarsi e a riprovare ancora, e ancora un volta.

venerdì 5 maggio 2017

RM 124


Il primo impatto fu devastante.

Nella consapevolezza di essere in chiara inferiorità fisica contro un avversario come Kah, e come Kah era allor divenuto in grazia a quel folle connubio con l’oscena tecnologia della Sezione I; Midda, Lys’sh e Desmair cercarono di riservarsi un pur minimale fattore di sorpresa a suo discapito, ne ben comprendere quanto altresì minimali avrebbero avuto a doversi considerare le loro semplici occasioni di sopravvivenza nel momento in cui avessero agito altrimenti, nella ricerca di un confronto più diretto.
Evidentemente, però, gli stessi sistemi di monitoraggio che stavano permettendo a quella battaglia di essere trasformata in un evento mediatico, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali anche presenti a garantire al dio flegetauno un certo controllo sulle loro mosse, giacché, nel momento stesso in cui, per primo, Desmair provò a scagliarsi contro il padre, piombando in sua aggressione dall’alto, questi ebbe semplicemente a sorridere e a scartare, quasi senza il benché minimo impegno, l’irruenza del figlio, vanificando qualunque ipotesi di sorpresa. E prima che Desmair potesse maturare coscienza nel merito del proprio fallimento, un nuovo colpo, imposto dal gigantesco pugno di colui in confronto al quale anche un colosso suo pari sarebbe apparso in proporzioni infantili, ebbe a catapultarlo con violenza disumana contro un albero a non meno di nove piedi di distanza, mandandone il robusto tronco, di oltre due piedi di diametro, in frantumi. Una violenza, quella a cui il malcapitato si ritrovò sottoposto, nel confronto con la quale, chiunque altro, in sua vece, sarebbe necessariamente morto, e morto all’istante, nel ritrovarsi la spina dorsale spezzata e molteplici organi interni ridotti in poltiglia: Desmair, per propria fortuna, non avrebbe avuto a dover essere considerato chiunque altro e, in ciò, per quanto ciò che accadde non abbe a essere per lui piacevole, egli sopravvisse, e sopravvisse addirittura mantenendo le proprie ossa, e i propri organi, sufficientemente intatti da permettergli di gemere per il dolore così provato e da contorcersi sul letto di schegge che, improvvisamente, il tronco contro il quale era stato gettato, era divenuto.
Purtroppo, l’aggressione di Desmair dall’alto non avrebbe avuto a dover essere considerata l’unica azione supposta in contrasto a Kah in quel frangente, giacché, nel momento in cui il figlio avrebbe avuto a dover tentare di sorprendere il padre dall’alto, Guerra avrebbe avuto a doversi riservare opportunità di giungere a lui dal basso, impegnandosi, quanto più possibile, a colpirlo, a ferirlo, a smembrarlo, se possibile, con il limitante ausilio delle lame che aveva condotto seco, sicuramente di qualità inferiore alla propria spada bastarda, probabilmente ormai perduta. Ma così come Desmair non era riuscito a riservarsi particolare occasione di successo, parimenti neppure Midda poté vantare un risultato migliore, non riuscendo neanche a giungere sino al proprio obiettivo, ad affondare i propri pugnali nelle sue carni, nel ritrovarsi bruscamente respinta, quasi un moscerino fastidioso, da un movimento annoiato dell’enorme palmo della sua mano, tanto grande dall’essere impattata, da quel manrovescio, a partire dalle spalle scendendo, addirittura, a raggiungerne le ginocchia. E soltanto l’istinto di sopravvivenza, allora, permise alla donna di non concedere il pieno del suo busto all’avversario, nel voltarsi, pur di pochi gradi, un istante prima del colpo, il quale, in ciò, la raggiunse lungo il proprio fianco destro, là dove il braccio in freddo metallo e, più in basso, la sua gamba, avrebbero potuto, se non arrestare la violenza lì destinatale, quantomeno arginarne gli effetti più funesti.

« Thyres… » gemette la donna guerriero, nello scoprirsi a terra, a non meno di quindici piedi di distanza dalla propria ipotetica posizione iniziale.

Ritrovatasi per un momento con la vista annebbiata, in conseguenza all’impatto subito, Midda non perse tempo a domandarsi se, nel colpo o nel volo successivo, ella potesse aver riportato qualche danno, se qualche osso potesse essersi rotto: ritrovandosi repentinamente drogata dalla propria stessa adrenalina, il dolore e la paura ebbero a scomparire dietro la consapevolezza di dover agire, e di dover agire al più presto sia per non offrirsi al proprio antagonista, sia, e ancor più importante, per non dare la possibilità a Lys’sh, alla quale aveva richiesto di restare nelle retrovie, di affrontare autonomamente, o peggio ancora da sola, una simile creatura, un mostro così terrificante, nel confronto con il quale avrebbe potuto facilmente morire, in un fato per il quale ella non si sarebbe mai potuta perdonare, non nel legame profondo che la collegava all’ofidiana, non soltanto qual compagna, qual sorella d’arme, ma, quasi, qual una sorella minore, da lei adottata qual tale molti anni prima. Così, laddove ancora lo stesso Desmair faticava a riprendere il controllo di sé, della propria mente e del proprio corpo, Guerra si pose immediatamente in piedi, pronta nuovamente a lottare, e a lottare senza timore, senza esitazione, anche contro colui che si stava offrendo tanto simile a un dio, che con tanta alterigia stava autoproclamando la propria divina natura.
E Kah, non senza una certa sorpresa, osservo quella semplice donna mortale spingersi con tanta foga in propria opposizione, a propria condanna, così come soltanto chi estremamente coraggioso o estremamente folle avrebbe compiuto, nella consapevolezza che, malgrado ogni sforzo, malgrado ogni impegno, niente di quanto ella avrebbe potuto compiere le avrebbe mai garantito una qualche speranza di vittoria nei suoi confronti…

« Forse il colpo ricevuto ti ha scombussolato il cervello… » ebbe a osservare, nel mentre in cui, senza particolare impegno, mosse un proprio enorme braccio nuovamente a spazzarla, ad allontanarla da sé, con l’indifferenza di chi consapevolmente troppo superiore per aver ragione di preoccuparsi di quanto avrebbe potuto accadere, di quanto ella avrebbe potuto imporgli « … non puoi davvero credere di poter competere con un dio. Non puoi davvero credere di avere una qualche speranza contro di me. » evidenziò, sottolineò, ribadì, con tono quasi impietosito innanzi a tanta palese stolidità, a quell’autolesionismo ingiustificato da parte della donna.

E se indifferenza, in quel nuovo attacco, le era stata destinata, altrettanta indifferenza ella volle riservare a quelle parole, a quel monito a proprio supposto freno, a proprio ipotetico discapito, incassando così, per la seconda volta in pochi istanti, il terrificante colpo del proprio antagonista, ancor minimizzandone gli effetti soltanto in grazia dei propri arti meccanici, di quelle protesi metalliche allor adoperate più come scudi, più a scopo difensivo che, piuttosto, per intento offensivo, e, ciò non di meno, ritrovandosi nuovamente catapultata a non meno di dodici piedi di distanza, su quel manto erboso proiettata quasi bambola di pezza, oggetto inanimato in mano a un bambino troppo capriccioso per offrirle qualunque riguardo. E nell’ignorare quanto, in tal maniera, nuovamente subito, nell’ignorare non soltanto gli avvertimenti del proprio antagonista, ma anche quelli, più preoccupanti, del proprio stesso corpo, ovviamente non suo pari altrettanto indifferente alla violenza di quanto lì riservatole, ella tornò a sollevarsi, ansimante, gemente, ma nuovamente pronta alla pugna, nuovamente decisa a non concedergli occasione di tregua, intrattenendolo, se necessario da sola, nell’attesa dell’arrivo di tutti i propri compagni, nell’attesa di quei rinforzi che, era certa, presto sarebbero sopraggiunti. Certezza, la sua, non conseguente a una questione di fede… quanto e piuttosto per più importante, più concreta fiducia: fiducia verso i propri commilitoni, fiducia verso i propri fratelli e sorelle d’arme, fiducia verso coloro che a lei si erano affidati e ai quali, ora, ella non avrebbe potuto ovviare ad affidarsi.

« Arrenditi, folle! » insistette egli, scuotendo il capo, nell’osservarla precipitarsi nuovamente verso di lui, con un’ostinazione che avrebbe potuto considerare persino ammirevole se non fosse giunta da colei che, dopotutto, egli voleva distruggere e uccidere, scopo per conseguire il quale tanta preparazione aveva avallato in quei mesi, arrivando a dar vita a tutto quello, a quello straordinario spettacolo di morte attraverso il quale l’intero universo avrebbe potuto comprenderlo « … che senso ha tutto questo? Che senso ha continuare a soffrire in questo modo?! »

giovedì 4 maggio 2017

RM 123


Al di là del proprio atteggiamento sovente irriverente, soprattutto nei confronti del proprio fratello di vita Be’Wahr, al di là di quella superficiale patina di ipotetica indifferenza, seconda solo a quella che Desmair amava sfoggiare per ragioni, in fondo, non differenti, Howe avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, all’interno di quel gruppo, di quella famiglia, qual uno dei componenti in verità più legati alla stessa, più abbisognanti del conforto che solo da essa sarebbe sembrato in grado di derivare per lui. Motivo per il quale, paradossalmente, egli tanto spendeva tempo ed energie per sembrare emotivamente distaccato da tutto quello: per Be’Wahr, innanzitutto, e per ognuno fra loro, poi e comunque, egli sarebbe sempre stato disposto a fare il possibile e, anche, l’impossibile, così come ben dimostrato, tempo prima, nel giorno in cui, proprio malgrado e pur senza esitazione, ebbe a rinunciare al metà del proprio avambraccio mancino, per concedere a Midda Bontor possibilità di salvarsi altresì da morte certa. E, di simile decisione, egli non si era mai pentito, né avrebbe mai potuto pentirsi, neppure laddove ciò gli fosse costato molto più ancora. Per tale ragione, nel momento in cui Heska fu raggiunta in tali condizioni, in simile, pericolosa situazione, Howe non avrebbe potuto dimostrare la benché minima esitazione a compiere ciò che avrebbe dovuto essere compiuto, sacrificando nuovamente volentieri, e in tal occasione anche in maniera indolore, il proprio avambraccio sinistro per lei.

« Resta ferma… » suggerì, in maniera probabilmente retorica, alla compagna, mentre ebbe a inginocchiarsi innanzi a lei, ai suoi piedi, per poter studiare la situazione prima di agire, prima di lasciar affondare, con delicatezza, la propria mancina nel terreno vicino al suo piede, un maniera tale che il pollice restasse a emergere in corrispondenza della sua scarpa, mentre il resto della mano potesse raggiungere la mina posizionata sotto la stessa « … l’ho presa. » confermò quieto, iniziando a slacciarle le stringhe dello scarpone con la destra, a permetterle, in tal maniera, di poter estrarre il piede di lì e allontanarsi.
« Howe… » esitò la bionda, osservando con riconoscenza il proprio compagno d’arme per il sacrificio che, lì, si stava dimostrando pronto a compiere.
« Non ti preoccupare. » minimizzò egli, stringendosi fra le spalle, nel mentre in cui, afferrandole delicatamente la caviglia, la aiutò a sfilare lo scarpone « E’ un modello vecchio ormai… e avevo già deciso da un pezzo di sostituirlo. » mentì spudoratamente, in quella che tutti i presenti sapevano essere l’ennesima giustificazione volta a celare, dietro a motivazioni apparentemente futili, il suo grande affetto per tutti loro.

Non appena Heska si fu allontanata, accompagnata da Ja’Nihr, Howe si concesse un istante di respiro per prepararsi alla mossa seguente. E, quando si sentì pronto, agì con la destra sulla propria protesi al fine di sganciarla dal resto della propria carne, liberandosi il braccio che ancora gli era rimasto e, subito, allontanandosi, subito proiettandosi più lontano possibile da lì, nella consapevolezza di quanto, senza il suo diretto controllo, le dita della mano artificiale non avrebbero mantenuto la giusta pressione ancora per molto. In ciò, quindi, egli fece giusto in tempo a compiere non più di tre passi prima che la mina deflagrasse e, nell’irruenza di quell’esplosione, egli stesso si ritrovasse catapultato violentemente in avanti, contro un albero non distante, ritrovandosi un po’ contuso, in parte stordito, ma, fortunatamente, ancora vivo.
Conseguenza indiretta di quanto accadde, fu indubbiamente quella di offrire, in maniera indubbiamente chiara, un segnale, un riferimento spaziale per permettere a tutti di accorrere in direzione di quel punto, ovunque essi fossero all’interno dell’amplia oasi lì edificata. Così, in breve tempo, al gruppetto in tal maniera già riunificatosi composto da Ja’Nihr, Howe e Heska, ebbero ad aggiungersi, in ordine sparso, quasi tutti gli altri loro compagni, con la sola eccezione rappresentata da tre, fondamentali elementi: Lys’sh, che pur mai avrebbe potuto non udire la detonazione avvenuta, Desmair e, soprattutto, Midda. Un’assenza, la loro, di cui pur alcuno fra gli altri ebbe a sorprendersi, giacché tutti loro avrebbero avuto a doversi considerare perfettamente consapevoli della direzione verso la quale i tre si erano sicuramente già diretti e, in ciò, del luogo ove avrebbero potuto raggiungerli, ove avrebbero potuto trovarli. Se, infatti, in una situazione al pari di quella venutasi a creare, le abilità di cacciatrice di Ja’Nihr non avrebbero potuto ovviare a essere impiegate al fondamentale scopo di ritrovare e radunare tutti i propri compagni, guidandoli, poi, sino al conflitto; le sovrumane capacità di Lys’sh sarebbero necessariamente state spese, in tutto ciò, per individuare, nel dettaglio, i due elementi più coriacei della loro squadra per guidarli, poi, a intrattenere il loro antagonista, il loro avversario, per tutto il tempo che sarebbe stato utile, necessario, agli altri per raggiungerli. Un’azione di copertura, quindi, un diversivo, utile a garantire a tutti loro la possibilità di riunirsi, la possibilità di riorganizzarsi, e di farlo, ovviamente, nel minor tempo possibile, giacché, se pur, in tal maniera, la violenza di Kah sarebbe stata allor impegnata in altra direzione, difficile sarebbe stato, soltanto per tre fra loro, riuscire a intrattenerlo a lungo.
Nel mentre in cui, quindi, la maggior parte della squadra si riuniva attratta dal richiamo dell’esplosione; l’ofidiana, guidata dal proprio straordinario senso dell’olfatto, aveva già avuto successo nel ritrovare tanto Desmair, quanto Midda, e li stava allor guidando alla volta della posizione di Kah, là dove, almeno per loro, la battaglia iniziale avrebbe avuto luogo un po’ prima rispetto agli altri…

« Quel boato non promette nulla di buono… » osservò il flegetauno, in un filo di voce, in quella che, per quanto sicuramente egli lo avrebbe negato fermamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’evidenza di una certa preoccupazione da parte sua, in direzione dei loro compagni.

Nessuna rassicurazione, allora, venne spesa da parte di Lys’sh o di Midda nei confronti dell’interlocutore, laddove essa sarebbe risultata necessariamente retorica, e retorica non tanto perché priva di qualunque possibile fondamento, quanto, e piuttosto, perché eventualmente volta a esplicitare ciò di cui, tutti loro, erano già perfettamente a conoscenza, ossia che la loro squadra, la loro famiglia, avrebbe avuto a dover esser riconosciuta qual formata soltanto da membri semplicemente straordinari e che, in ciò, nessuna ragione di dubbio avrebbe avuto a doverli cogliere in quel momento, avrebbe avuto a doverli distrarre dal loro primario obiettivo, volto non tanto ad accertarsi di quanto potesse essere accaduto, quanto e piuttosto a raggiungere Kah e ingaggiare, con lui, un nuovo, e speranzosamente definitivo, confronto, onde ovviare all’eventualità che, da lì ad altri diciotto cicli, egli potesse tornare nuovamente a perseguitarli.
Guidati da Lys’sh, Midda e Desmair avanzavano rapidamente all’interno della foresta, ovviando a trappole e minimizzando l’impatto della propria presenza malgrado la colossale mole del flegetauno avrebbe suggerito l’eventualità di maggiore disturbo nel confronto con gli angusti spazi loro riservati da quella vegetazione, a tratti particolarmente fitta. E quando, alfine, l’ofidiana ebbe ad arrestarsi, ancora una volta non vi fu bisogno di alcuna comunicazione verbale per essere perfettamente consapevoli nel merito delle ragioni e di quanto, probabilmente, pochi passi avanti a loro, oltre l’ultima barriera di alberi lì presenti, li avrebbe attesi.
E se pur alcuna parola, in tutto quello, sarebbe stata loro necessaria, Guerra volle egualmente riservarsi un’ultima occasione di intervento verso i propri due compagni lì presenti, rivolgendosi loro quasi avessero a doversi considerare a rappresentanza anche di tutti gli altri, in quella che, forse, a posteriori, nell’eventualità in cui tutto quello non fosse volto al meglio, avrebbe avuto a dover essere ricordata quale la sua ultima frase…

« Grazie. »

Una sola parola, poche sillabe così scandite in un lieve sussurro, che qualcuno, al di fuori dei presenti, avrebbe potuto considerare forse e persino qual banale, ma che, ciò non di meno, né Lys’sh, né Desmair accolsero qual tale, nel comprendere quanto, dietro a quel volutamente conciso intervento avesse a doversi intendere molto più di quanto qualunque discorso, qualunque oratoria, avrebbe potuto comunicare.