Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 3 giugno 2017
RM 153
« Purtroppo… temo di no… » scosse il capo Pacioccone, in apparenza sinceramente dispiaciuto di dover offrire una tanto spiacevole notizia « Per quanto ne sappiamo, c’è anche un’indagine della polizia in corso… » sottolineò, a voler comprovare, in tal maniera, la veridicità di quanto dichiarato, come se il semplice asserire nel merito dell’esistenza di un’indagine in corso avrebbe potuto rendere, tutto ciò, meno che uno scherzo innanzi all’attenzione della loro interlocutrice.
Ancora silenzio fu quello che Midda, quindi, si impose, sia perché, nel ruolo da lei allor interpretato, ella avrebbe necessariamente abbisognato di qualche istante per meglio elaborare la questione, sia perché, ancora, al di là di quell’improvvisazione estemporanea, per il quale avrebbe avuto a dover necessariamente chiedere un qualche riconoscimento agli Academy Awards, effettivamente ella abbisognava, in quel frangente, di un attimo di tempo utile a chiarirsi le idee e a chiarirle, in particolare, nel merito di come poter procedere in quella farsa: se da un lato ella avrebbe potuto facilmente scadere nell’isteria, nel rifiuto della notizia così offertale e, successivamente, in una violenta ribellione nei confronti della stessa, parimenti tale reazione non le avrebbe concesso possibilità di raccogliere alcuna informazione utile per così come, al contrario, ella aveva desiderato compiere quella sera.
Così, cercando di dimostrarsi forzatamente razionale nel confronto con il dolore in quel momento impostole da un annuncio tanto sconvolgente, quando ella riprese voce si impegnò, tuttavia, a dimostrarsi adeguatamente confusa in maniera utile a sperare, in tutto ciò, di riuscire comunque a ingannare i suoi interlocutori…
« … indagine… in corso…? » ripeté, a dar prova di aver effettivamente ascoltato quando suggeritole e, soprattutto, di star anche riflettendo sulla cosa, pur non senza difficoltà « … io… non capisco. Come? Quanto? Perché…? » rantolò, osservando con misto di disperazione e di paura i propri interlocutori.
« La prego… si calmi… » la invitò YogiTea, appoggiandole con delicatezza una mano sull’avambraccio, a concederle in tal maniera un pur minimo contatto umano, nella speranza che, in ciò, ella avrebbe potuto trovare ragione utile a tranquillizzarsi, come se, in un tal frangente, il mero tocco di una mano avrebbe mai potuto far miracoli « Posso chiederLe il Suo nome, ms…? » soggiunse poi, dimostrando, in ciò, forse la prima idea sensata nella volontà di ricondurla a uno stato di maggiore serenità, nel costringerla, in tal maniera, a distrarsi per un momento e, soprattutto, a interrompere il crescendo emotivo nel quale, evidentemente, si poneva coinvolta.
« Mont-d'Orb… Madailéin Mont-d'Orb… » rispose l’investigatrice, senza esitazione alcuna, facendo ricorso a uno dei propri consueti pseudonimi, già impiegati in altri contesti, quando, come in quel momento, all’occorrenza le fosse servito evitare di presentarsi con il proprio vero nome e cognome « Ma potete chiamarmi Maddie… » puntualizzò, a ovviare a ulteriori formalismi fra loro.
In un’epoca in cui la quasi totalità della popolazione avrebbe avuto a doversi considerare autonomamente schedata attraverso dozzine di diversi social media, infatti, Midda Bontor non avrebbe potuto permettersi il lusso di inventarsi, estemporaneamente, un qualunque nome e cognome, con il rischio, in tutto ciò, non soltanto di non essere sufficientemente spontanea nella definizione di qualcosa di così semplice ma, ancor più, nel non concedere alcun genere di riscontro pratico nel merito dell’alter ego in tal maniera creato. In ciò, quindi, a tempo debito, ella si era preparata una mezza dozzina di identità alternative, con tanto di profili in internet, non propriamente iperattivi nei propri aggiornamenti, e pur comunque sufficienti a dar riprova della sua esistenza, e della sua esistenza con tanto di prove fotografiche e di brevi note biografiche adeguate.
Una risorsa, quella, che, al pari di ogni altro proprio trucco, l’utilità della quale ella aveva appreso banalmente sul campo, nel modo più diretto possibile: sbagliando. E sbagliando, nella fattispecie, la prima volta che, ritrovandosi costretta a dichiarare un nome a caso, aveva riutilizzato stupidamente il nome di una propria cara e vecchia compagna delle superiori, Duva Nebiria, la quale, con lei, non avrebbe potuto essere confusa neppure per sbaglio, nel offrire sfoggio di una meravigliosa carnagione afroamericana in triste e totale antitesi al candido pallore della sua pelle ornata di efelidi. Un errore che, per poco, non aveva rischiato di mettere nei guai la stessa Duva e che, in ciò, si era ripromessa di ovviare a ripetere.
Per tale motivo, quindi, ella aveva dato vita a Madailéin Mont-d'Orb e ad altri alias, quasi tutti creati, non senza un certo divertimento, anagrammando le lettere dei propri nomi e del proprio cognome, studiandosi, per ogni nome, per ogni identità, una serie di dettagli utili a dar un senso al personaggio: così, Madailéin, avrebbe avuto a dover essere considerata figlia di madre irlandese e di padre francese, cresciuta in Italia e successivamente trasferitasi negli Stati Uniti durante gli anni dell’università, salvo poi lì chiedere permesso di soggiorno, trovare occasione di lavoro come traduttrice per una casa editrice, e vivere felice l’inizio del proprio Sogno Americano. Una biografia complicata? Forse. Probabile. Ma, nei propri primi tentativi in tal senso, si era resa conto di quanto dar corpo a qualcosa di troppo lineare, paradossalmente, avrebbe reso il suo sforzo meno credibile rispetto a qualcosa di più complesso, giacché nessuno, sano di mente, volendosi inventare un’identità alternativa avrebbe creato qualcosa di tanto macchinoso.
« Piacere, Maddie. » annuì l’altra, sorridendole con fare confortante « Il mio nome Anne-Marie… lei è Keira e lui è Jacob… » ebbe a presentarsi, e a introdurre anche i propri compagni, tendendole la mano.
« Piacere… » ricambiò il gesto ella, per poi dimostrare, comunque, di non essersi dimenticata della questione centrale, ritornandoci subitaneamente « Ora… per cortesia… potreste dirmi cosa è successo a Carsa?! »
Nel vedere Faccia D’Anatra continuare a trafficare con il proprio cellulare, Midda non ebbe dubbio alcuno nel merito di quanto, ella, stesse probabilmente lì impegnandosi al solo scopo di verificare la veridicità delle sue affermazioni, del nome loro offerto, cercando maggior informazioni a suo riguardo in rete.
Fortunatamente, il fatto che nessuno dei suoi alter ego avesse riportato, in chiaro, informazioni nel merito del proprio stato sentimentale avrebbe allora evitato di crearle problemi di sorta, giacché, l’idea che ella potesse essere effettivamente la compagna segreta della scomparsa avrebbe potuto reggere a quel controllo e, ancor più, avrebbe potuto risultar persino coerente con quanto da loro stessi suggerito, nel merito di una particolare discrezione, da parte della stessa Carsa, nel merito delle proprie relazioni e, soprattutto, delle proprie relazioni omosessuali.
« In verità non ne sappiamo molto… » spiegò Pacioccone, storcendo le labbra verso il basso, a dimostrare la propria contrarietà nel confronto con ciò « Tre settimane fa non è venuta al lavoro e, sul momento, non ci siamo preoccupati: è vero… è sempre stata una persona estremamente puntuale, ma, per carità, una giornata no può succedere a chiunque e, in questo, avevamo dato per scontato che fosse tutto a posto. » cercò di giustificare la loro apparente indifferenza iniziale, obiettivamente comprensibile e condivisibile « Purtroppo, però, poi suo padre ha telefonato per cercarla… e, a quel punto, abbiamo capito che doveva esserle successo qualcosa. » sospirò, chinando appena il capo verso il basso, con fare contrito « Purtroppo, malgrado siano trascorse già tre settimane, non abbiamo avuto più alcuna notizia. E, per quanto ci è dato di sapere, anche la polizia non ha ancora trovato alcuna traccia… »
« Ma sono passate tre settimane! » protestò l’investigatrice, sgranando gli occhi e alzando il tono della propria voce, nell’enfatizzare quell’ovvietà e, in essa, nell’esprimere tutta la propria più viva contrarietà a quanto lì narratole « Come è possibile che non si sappia nulla dopo tre settimane?! »
venerdì 2 giugno 2017
RM 152
« Dici a me…? » domandò alfine l’investigatrice, voltandosi in direzione dei tre e fingendosi sorpresa da quel richiamo, come se lì stesse giungendo del tutto inaspettato.
La reazione che i tre ebbero innanzi al suo viso, e alla cicatrice lì presente, prima non vista o, comunque, evidentemente non colta nella propria presenza, non fu nulla di nuovo per la donna, benché, ovviamente, per rispetto nei suoi riguardi, essi tentarono di dissimulare la sorpresa e un certo, pur lieve, ribrezzo che da tale confronto ebbe a derivare: se per lei, infatti, quello sfregio avrebbe avuto a doversi considerare qual uno spiacevole promemoria, e pur sempre un promemoria, utile a ricordare un errore commesso e che mai avrebbe avuto nuovamente a dover commettere in futuro; per chiunque altro, attorno a lei, quella cicatrice avrebbe avuto a doversi considerare un’oscenità totalmente contraria a ogni senso del buon gusto e dell’estetica, ossia, in un mondo basato, nella quasi totalità delle proprie interpretazioni, per lo più dall’estetica e da, sovente difficili da comprendere, variegati sensi del buon gusto, un vero e proprio abominio, incomprensibile e ingiustificabile nella propria stessa natura.
Non che, pagando il giusto prezzo, un buon chirurgo estetico non sarebbe stato in grado di restituirle il proprio volto come nuovo e non che, tale giusto prezzo, fosse mancato, in passato, di essere volontariamente, e ripetutamente offerto dalla sua generosa gemella, la quale sarebbe stata soltanto lieta di poter ristabilire la loro indistinguibile uguaglianza fisica. Ciò non di meno, però, quella cicatrice, per lei, non sarebbe mai stata letta come un semplice sfregio, quanto un monito preposto a imperitura memoria di un semplice, ma fondamentale insegnamento, con la piena e indiscussa approvazione della sua insita paranoia: mai abbassare la guardia.
« S-sì. » esitò YogiTea, salvo poi riuscire a riprendere il controllo di sé e, ancor più, sforzarsi di non offrire troppa importanza a quello sfregio, cercando di eluderne l’attenzione senza, in questo, risultare scortese nei suoi riguardi « Io... noi,… senza volerlo, L’abbiamo udita parlare di una nostra collega… amica: Carsa Anloch. » cercò conferma, non potendo mancare, allora, a provare un certo imbarazzo, così come, sicuramente, non avrebbe mai provato in assenza di quella cicatrice a richiamarne l’interesse, l’attenzione, e dal quale, pur, doversi impegnare a evadere « Abbiamo udito male…? »
« Assolutamente… » negò ella, scuotendo vigorosamente il capo e mostrandosi, allor, più che interessata a tal riguardo, subito levandosi da dove era accomodata per avvicinarsi meglio a loro « Conoscete Carsa… quindi? Come sta…? E da giorni che non la riesco a contattare… » argomentò, simulando una certa ansia per il destino della propria supposta amica « Sta bene, vero…? »
Un silenzioso momento di confronto visivo coinvolse i tre, i quali, chiaramente, avrebbero avuto a dover essere considerati incerti su come approcciare il discorso, tutt’altro che gradevole, della scomparsa della giovane, con una perfetta estranea che, pur, lì stava loro offrendo evidenza di tenere a lei.
Quanto, tuttavia, ebbe allora a domandare Faccia D’Anatra, invero, sorprese non poco l’investigatrice privata, in termini nei quali, allora, sarebbe stata proprio ella a doversi ammettere impreparata, giacché, nel merito di un piccolo particolare che, allora, indirettamente ebbe a emergere, ella, francamente, non aveva avuto la benché minima informazione pregressa, non dal padre di lei, non dai propri ex-colleghi interpellati a tal riguardo, non da ogni altra fonte consultata, in quello che, chiaramente, avrebbe avuto lì da essere riconosciuto qual un piccolo, ma forse fondamentale, segreto della scomparsa…
« Mi perdoni l’indiscrezione, ms… » scandì Faccia D’Anatra, dimostrandosi ancor maggiormente in imbarazzo per spingersi a una domanda tanto personale e, pur, attorno a una questione che, chiaramente, per loro avrebbe avuto a dover essere chiarita immediatamente, onde meglio valutare in che misura offrirle la spiacevole novella « … ma… quanto… intimo ha a doversi considerare il Suo rapporto con Carsa? »
Midda soffocò, nella propria gola e nella propria mente, una gratuita imprecazione: premesso quanto ella odiasse lasciarsi sorprendere da una notizia che avrebbe avuto a doversi considerare, né più né meno, qual il proverbiale elefante nella stanza; alla luce di quella domanda, e dell’implicazione che da essa avrebbe avuto necessariamente a derivare nel merito delle preferenze sessuali della giovane, il suo precedente, e pur fittizio, dialogo telefonico avrebbe avuto, troppo facilmente, a poter generare fraintendimenti a tal riguardo, offrendo quieto spazio a quell’ipotesi. Un’ipotesi l’avvallo della quale, allora, non avrebbe certamente turbato la sua pur convinta eterosessualità, e che, al contrario, avrebbe potuto rivelarsi sorprendentemente utile ai fini della sua indagine, giacché, laddove essi fossero stati convinti dell’esistenza di qualcosa di tenero fra loro, sicuramente avrebbero potuto avere maggiori ragioni di confidarsi con lei.
Con buona pace di quanto avrebbe potuto pensare sua madre, allora, nel sentirla dichiararsi omosessuale, l’investigatrice privata non si negò di approfittare di quella situazione per confermare, immediatamente, la cosa e, senza concedere agli interlocutori la benché minima tregua, incalzare sull’argomento…
« Abbastanza intimo, direi, benché non credo che questo abbia a doversi considerare affare vostro, con rispetto parlando… » sancì ella, palesando un lieve disappunto per la mancanza di discrezione dimostrata dai propri interlocutori « … si può sapere che accade? Cosa c’entra tutto questo con la mia domanda…? Carsa è forse sposata e non mi ha detto nulla…?! E’ per questo che non risponde alle mie telefonate e ai miei messaggi…? » ipotizzò, spingendosi volontariamente lontano dalla verità per meglio offrire corpo alla propria interpretazione e, in ciò, volgere la propria curiosità, il proprio interesse, or più verso della primordiale gelosia ancor prima che della pura e semplice preoccupazione per la sua salute.
« Sposata…?! » quasi rise Pacioccone, scuotendo il capo « No no. Assolutamente! Anzi… » escluse fermamente la questione, ancora negando con il movimento continuo della propria testa « Carsa… beh… Lei la conosce… non è esattamente una persona che potrebbe andare in giro vantandosi del proprio orientamento. Anzi… anche in ufficio, il nostro è più un pettegolezzo che una vera e propria certezza. » spiegò, a volerla in tal maniera tranquillizzare « E in questo non può farci che piacere incontrarLa, finalmente, benché il momento non sia proprio dei migliori… »
« Sono sempre più confusa… » ammise l’investigatrice, nel voler spingere qualcuno fra i tre a giungere all’annuncio della scomparsa della giovane, possibilmente senza continuare a girarci inutilmente attorno, e sperando, parimenti, di non arrivare a scoprire di aver imposto impropriamente un momento di pubblica dichiarazione delle proprie preferenze sessuali all’obiettivo delle sue ricerche, il quale, per quanto così asserito, avrebbe potuto comunque confermarsi quietamente eterosessuale.
« Non credo ci sia un modo delicato per dirlo… » tentò di introdurre YogiTea, mordicchiandosi poi il labbro inferiore nel timore della reazione che ella avrebbe potuto avere nel confronto con quella notizia, non recente e pur, per quanto a loro noto, per lei ancor ignorata « .. Carsa… è scomparsa da qualche giorno… »
Un obbligato, e fugace, istante di silenzio fu quello a cui si ritrovò costretta la donna, a dover interpretare, in tutto ciò, le emozioni che avrebbero potuto attraversarle la mente a confronto con la notizia, del tutto imprevista e imprevedibile, della scomparsa di una persona amata, forse conosciuta da poco, forse ancor non frequentata a lungo, e pur già amata, almeno per così come si era sino a quel momento presentata essere. E, in ciò, non poté ovviare, subito dopo quella prima, necessaria, parentesi riflessiva, a tentare di negare quella verità, troppo sgradevole per poter essere considerata vera…
« E’ uno scherzo, non è vero…?! » ipotizzò, fingendosi improvvisamente ancor più in ansia a confronto con tutto quello « E’ uno stupido scherzo, vero?! » ripeté, dando riprova di un pensiero, allor, non propriamente lineare « Carsa ha voluto farmi uno scherzo. O, forse, non le piaccio e vuole lasciarmi… e si è inventata questa baggianata per prendersi gioco di me! E’ così, non è vero?! » cercò conferma negli sguardi a lei lì rivolti, per quanto, allor, non trovandone.
giovedì 1 giugno 2017
RM 151
Alfine stanca e annoiata da tutto quello, Midda valutò potesse essere occasione per prendere contatto con i tre, sfruttando la propria tattica numero sette, con una leggera variazione. La tattica sette, generalmente, era infatti da lei adottata più che altro in casi particolarmente complicati al fine di approcciare coniugi infedeli, soprattutto uomini, fingendosi un’amica della loro ancor non meglio confermata amante e, in questo, ritrovarsi a poter ottenere informazioni di prima mano direttamente da coloro che, se solo avessero saputo chi ella realmente fosse, si sarebbero altresì impegnati al solo scopo di allontanarla da sé.
Così, attraverso un’apposita applicazione, facendo suonare il proprio telefono esattamente come se stesse allora ricevendo una chiamata, ella si impegnò a simulare una vera e propria conversazione con un non meglio precisato interlocutore, mantenendo un tono di voce sufficientemente moderato da non apparire qual grottescamente forzato e, parimenti, prestando ben attenzione a far sì che, almeno nelle proprie parti più interessanti, quel monologo fosse ben udito dai propri vicini…
« Pronto…? » rispose, portandosi il cellulare all’orecchio destro e tappandosi il sinistro con l’indice della mancina, al fine di poter meglio ascoltare il silenzio assoluto della propria non-comunicazione « Sì, scusa… c’è un po’ di rumore ma ti sento! » confermò, sorridendo « Ciao splendore… come stai? »
« Io…? Io tutto tranquillo, dai. » ebbe a dichiarare dopo un istante, nell’impegnarsi a mantenere i giusti tempi di quel dialogo simulandolo all’interno della propria mente, non concedendo ad alcuno la possibilità, in tal maniera, di sospettare di quella piccola recita « Sono passata nuovamente al “Kirsnya” a vedere se, magari, stasera Carsa si degnerà di farsi viva… ormai sono giorni che non la sento e, non lo nego, sono un po’ preoccupata! »
« Carsa… Carsa Anloch. » ripeté, scandendo bene il nome della scomparsa, a non rischiare di non essere udita dai tre, i quali mai avrebbero potuto allora ovviare a udirla, per quanta indifferenza, ovviamente, avrebbero potuto prima prestare nei suoi riguardi « Non ti ricordi? La tipa di cui ti ho parlato... quella che sembra uscita da un catalogo di Victoria’s Secret. »
« No… non si è più fatta sentire e, sinceramente, non so neppure che cosa pensare. » ammise, scuotendo appena il capo « Comunque senti… io, per intanto, sono qui. Se riesci a passare entro la prossima oretta, magari ci beviamo qualcosa insieme. Che ne dici? »
« D’accordo, dolcezza! » esclamò con soddisfazione « A più tardi allora…! » e, detto questo, chiuse la falsa telefonata e, con fare distratto, tornò a dedicarsi al proprio analcolico, iniziando, tuttavia, a tenere il conteggio dei secondi dentro la propria testa “Mille e uno… mille e due… mille e tre…”
Nella propria esperienza, l’investigatrice privata aveva infatti sperimentato come, se qualcosa avrebbe avuto a dover accadere, sarebbe allor occorsa non prima di trenta secondi e non dopo sessanta: una finestra temporale sufficientemente ristretta e circoscritta, nel proprio limite inferiore, dal tempo sufficiente al suo pubblico per elaborare mentalmente le informazioni ascoltate e reagire di conseguenza, e nel proprio limite superiore, dal tempo massimo oltre il quale, alla fine, eventuali ritrosie avrebbero potuto impedire ai medesimi di impicciarsi di questioni evidentemente non loro.
“Mille e trentuno… mille e trentadue… mille e trentatré…”
In genere, tuttavia, quella sua tattica, pur ampiamente collaudata, era da lei applicata non su gruppi di persone ma su singoli individui: singoli individui i cui percorsi mentali avrebbero avuto a doversi considerare di un ordine di complessità inferiore rispetto a quanto non avrebbero potuto essere quelli propri, altresì, di un gruppo, e, in quel caso, di un gruppo di tre persone. Ella, in quel momento, non poteva arrischiare a osservarli e, ciò non di meno, avrebbe potuto considerarsi certa del fatto che i tre suoi obiettivi avrebbero avuto a doversi considerare in quieto, reciproco confronto, in termini tali da tentare di comprendere se intervenire o meno, se prendere voce o meno nei suoi confronti, per comprendere di più nel merito del perché di quel pur palese riferimento a un nome anche a loro noto.
“Mille e trentanove… mille e quaranta… mille e quarantuno…”
Probabilmente, si ritrovò a supporre l’investigatrice, in quel mentre YogiTea avrebbe avuto a doversi considerare qual la più interessata a interagire con lei, nella propria brama di nuovi pettegolezzi, di novità sfiziose utili a concederle di che parlare il giorno seguente, al mattino, in ufficio o, magari, la sera, in quello stesso locale. Faccia D’Anatra, dal canto suo, avrebbe potuto tranquillamente aggiungere quanto udito alla sicuramente interminabile lista di cose nel merito delle quali non avrebbe potuto volgere neppur fugacemente il proprio interesse, la propria attenzione. Mentre Pacioccone, possibile ago della bilancia, avrebbe presumibilmente offerto ragione alla prima, piuttosto che alla seconda, non per un qualche, effettivo, interesse, quanto e piuttosto per semplice complicità, nella sola e semplice volontà di dimostrare, al soggetto delle proprie brame, quanto egli fosse in sintonia con lei.
“Mille e quarantasette… mille e quarantotto… mille e quarantanove…”
E se si stesse sbagliando? E se, alfine, la sua tattica non avesse condotto ad alcun risultato? Ipotesi pericolosa, azzardo spiacevole, il suo, laddove, in tal senso, ella avrebbe rischiato di bruciarsi l’opportunità di sfruttare nuovamente quella pista, almeno dal punto di vista di un confronto diretto con loro, giacché difficile sarebbe stato, per lei, cercare nuovi approcci, in altri momenti e in altri contesti, con qualcuno di loro, dopo che, quella sera, l’avevano udita riferirsi tanto apertamente alla loro collega scomparsa, in quella che, difficilmente, avrebbe potuto essere banalizzata come semplice coincidenza. Forse giusto con Faccia D’Anatra ella avrebbe potuto riservarsi una qualche possibilità, giacché, disinteressata a qualunque altra persona al di fuori di sé, ipoteticamente non avrebbe avuto ragione per ricordarsi di lei: ciò non di meno, anche in tal senso, tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare comunque rischioso, dal momento in cui, altresì, ella avrebbe potuto ben ricordarsi di lei, forse e persino più rispetto ai propri compagni, nel proprio particolare gusto per l’estetica a confronto con il quale, difficilmente, un viso come il suo, un corpo come il suo e dei vestiti come i suoi avrebbero, lì, potuto essere trasparentemente ignorati.
“Mille e cinquantacinque… mille e cinquantasei… mille e cinquantaset…”
« Mi scusi… » apostrofò verso di lei, a tre secondi dal termine, YogiTea, non tradendo la fiducia in tal maniera riposta in direzione della sua più completa mancanza di discrezione, per così come ampliamente dimostrato sino a quel momento, nell’aver parlato, e sparlato, di tutti e di tutto.
Midda, ovviamente, evitò di cogliere immediatamente quell’accenno nei suoi confronti, benché, con un enorme, e pur solo psicologico, sospiro di sollievo, ella ebbe a rallegrarsi per la riuscita, ancora una volta, della propria tattica numero sette, la quale, anche in quella variazione di gruppo, fortunatamente, non l’aveva tradita, non l’aveva lasciata priva di soddisfazione per così come, altresì, ella non soltanto sperava, ma addirittura necessitava in quel particolare frangente.
« Mi scusi… ms… » insistette l’altra, con qualche frazione di decibel in più nella propria voce, a tentare di attrarre la sua attenzione, per così come, al primo tentativo, non era subito riuscita « Ms… » incalzò, motivata, dal suo silenzio, a riprovarci con maggiore impegno.
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