Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
martedì 23 luglio 2019
2980
Avventura
058 - Insieme
Il capitano Lange Rolamo aveva vissuto una vita intensa. Più di quanto non potesse avere piacere a vantare, per molti, tristi capitoli della propria esistenza.
Ancor giovane, giovanissimo, Lange si era imbarcato come mozzo su una grande nave mercantile, una nave di classe leviatano, e lì era cresciuto, aveva fatto carriera, meritata carriera, sino a giungere, addirittura, al ruolo di primo ufficiale. In questo, proprio in Ragazzo, il giovane mozzo della sua attuale nave, la Kasta Hamina, egli non avrebbe potuto ovviare a rivedere se stesso, ritrovando l’uomo che egli era stato e, quasi, riconoscendolo qual il proprio designato erede, per quanto, all’interno del pur compatto equipaggio della Kasta Hamina, questi avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual, propriamente, la proverbiale ultima ruota del carro.
Proprio nel periodo di maggior realizzazione della propria vita, quando, appunto, egli era assurto al ruolo di primo ufficiale, Lange aveva conosciuto una donna meravigliosa, della quale immediatamente si sarebbe innamorato, a lei legandosi nel ruolo di sposo. Kasta, sua moglie, la sua prima moglie, sarebbe rimasta per sempre priva di possibilità d’eguali nel cuore del proprio sposo, ammantata di una mistica aura di perfezione sicuramente meritata ma anche, proprio malgrado, conseguente ai tragici eventi dei quali ella si ritrovò a essere protagonista, e a essere protagonista, purtroppo, proprio a pochi mesi dalla nascita del loro primo erede: perché durante un brutale attacco a discapito della nave a opera di un gruppo di pirati spaziali, Kasta venne uccisa… e Lange si ritrovò a precipitare nelle tenebre più oscure della propria esistenza, cadendo dall’alto di quelle stelle fra le quali era sì abituato a navigare ma, ancor più fra le quali si sentiva ormai essere, a livello psicologico, a livello emotivo, nel confronto con la gioia propria della sua vita, e quella gioia che, allor, gli venne così negata.
Ovviamente Lange si allontanò dalla propria vita, da quanto era rimasto della propria vita, ipotizzando, anche e addirittura, di porvi fine, non trovando altra ragion d’essere nella propria quotidianità e in quella quotidianità avvelenata, giorno dopo giorno, dal rancore per la perdita subita, e da un rancore che, in maniera sicuramente pregiudiziosa, e pur forse umanamente comprensibile, lo vide arrivare a odiare, e a odiare letteralmente, ogni creatura non umana, ogni specie aliena comunemente, e volgarmente, definita qual chimera. Perché se proprio un gruppo di chimere gli aveva sottratto la felicità, facile sarebbe stato giungere all’equazione che ogni chimera avesse a dover essere riconosciuta qual malvagia, e che, in quanto tale, null’altro avrebbe potuto meritare se non la morte.
A salvarlo, in quegli anni, da una qualche piega estremista, e da una qualche piega estremista alla quale, troppo facilmente, avrebbe potuto cedere, magari lasciandosi coinvolgere da qualche fazione estremista in difesa della specie umana, fu l’inatteso, e inattendibile, ingresso in scena di Duva, colei che, di lì a breve, sarebbe divenuta la sua seconda moglie.
Duva Nebiria, donna forte, coraggiosa, audace e indomabile, si contrappose immediatamente, in maniera quasi assoluta, all’aulica immagine adornata di santità che, ormai, nella sua mente e nel suo cuore, caratterizzava il ricordo di Kasta. E, in tale contrapposizione, ella non avrebbe potuto che essere la donna migliore per restituire un significato alla tormentata esistenza di Lange, senza, in questo, rischiare di rappresentare un surrogato della perduta Kasta.
Nei primi anni della loro relazione, Lange e Duva furono una coppia meravigliosa, capaci di una meravigliosa sintonia, una straordinaria complementarietà, e un’irrefrenabile passione, e una passione capace di offrire un pieno appagamento per entrambi, e di caratterizzare, in maniera positiva, anche la propria relazione professionale, nel momento in cui proprio Duva ebbe a convincere Lange a riprendere le vie proprie delle infinite distese siderali e di riprenderle a bordo di una nuova nave, una piccola nave in grazia alla quale poter vivere le proprie avventure, la propria vita, in compagnia di un compatto, ma affiatato equipaggio che, attorno a loro, non avrebbe mancato di caratterizzarsi qual una famiglia. E famiglia la loro fu, venendo riunirsi, uno alla volta, elementi a volte stravaganti, a volte peculiari, e pur tutti desiderosi di essere parte di quella realtà, e di quella realtà non qual espressione di una semplice professione, quanto e piuttosto di uno stile di vita.
La prima a unirsi a loro fu Thaare Kir Flann, la matriarca: donna forte non meno di Duva, moglie di un numero imprecisato di mariti e madre di un numero egualmente imprecisato di figli, ormai tutti in età adulta, Thaare, pur a bordo della Kasta Hamina nel ruolo di semplice cuoca, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il cuore pulsante di quella realtà, una madre per tutti loro, tanto amorevole quanto, all’occorrenza, severa. E se Thaare ebbe a coprire il ruolo della matriarca, un’ingombrante suocera tanto per Lange, quanto per Duva, a non favorire o scontentare alcuno fra loro, il secondo acquisto del loro equipaggio sembrò volersi riservare il ruolo di anziano, eccentrico, e sovente imbarazzante, zio: il medico di bordo Roro Ce’Shenn. Contraddistinto da un’età non meglio definita, e, a sua volta, da un non meglio definito numero di mogli, e probabilmente di figli, sparsi in giro per l’universo; a differenza di Thaare, che tanto era solita parlare dei suoi figli e poco dei suoi mariti, egli sembrava ovviare tanto a far riferimento alle moglie, quanto all’eventuale progenie, preferendo, piuttosto, non perdere occasione per riservarsi qualche occasione di approcci con nuove, possibili, fiamme, sovente contraddistinte da età tali per cui, ancor più che figlie, probabilmente avrebbero potuto essere per lui prossime a delle nipoti.
Accanto a loro, a quei primi quattro elementi base per popolare la piccola nave di classe libellula, a coprire i ruoli di ufficiale comandante, ufficiale tattico, cambusiere e ufficiale medico, non mancò poi di subentrare la figura propria di un ufficiale tecnico, il meccanico di bordo Mars Rani, il quale, a non tradire la tanto variegata ed estrosa composizione di quell’equipaggio, ebbe a presentarsi, forse, nel peggiore dei modi possibili: perché se un’ora dopo egli ebbe a presentarsi a colloquio innanzi all’attenzione dei due proprietari della nave, soltanto un’ora prima egli aveva avuto l’incauto ardire di approcciare in maniera un po’ troppo insistente proprio in direzione della medesima Duva Nebiria, ovviamente inconsapevole di quanto, di lì a breve, ella avrebbe deciso della sua assunzione. Ma benché, a margine di tutto ciò, egli avrebbe avuto a dirsi certo di aver escluso categoricamente ogni possibilità di entrare a far parte di quella famiglia, fu proprio Duva a insistere per accoglierlo, ma non per alimentare le sue più perverse fantasie, ma soltanto per avere occasione di divertirsi a vederlo sgobbare, e a vederlo sgobbare dietro alla manutenzione di una nave non propriamente giovine qual, in verità, la Kasta Hamina avrebbe avuto a dover essere riconosciuta.
Purtroppo, presto o tardi, arriva il giorno in cui, ogni idillio ha a giungere alla propria, ineluttabile conclusione. E se, nei primi anni del loro rapporto, e del loro matrimonio, il forte carattere di Duva avrebbe potuto anche accettare di buon grado l’ossessivo attaccamento del proprio sposo al ricordo della perduta moglie, acconsentendo, anche, a permettergli di battezzare la loro nave con il nome della stessa; iniziò a giungere il tempo in cui, giustamente, ella non avrebbe potuto ovviare a pretendere maggiore considerazione, e maggiore considerazione per se stessa non semplicemente qual la seconda moglie, quanto, e più semplicemente, qual la moglie… l’unica e sola moglie che, in quel frangente, egli avrebbe potuto vantare di avere. Ma ove pur legittima avrebbe avuto a dover essere considerata la richiesta di Duva, il non aver mai, realmente, affrontato la perdita di Kasta, e il non averla mai affrontata per così come avrebbe dovuto, non permise a Lange di comprendere cosa avrebbe perduto non riconoscendo alla propria sposa la dignità da lei domandata. E così, i due sposi della Kasta Hamina, i due comproprietari di quella nave, nonché ufficiale comandante e ufficiale tattico della medesima, ebbero a iniziare a vivere da separati, prima, e da divorziati, poi, senza pur rinunciare, a margine di ciò, al proprio ruolo a bordo della nave… né, tantomeno, alla nave e a quell’equipaggio che, in fondo, era divenuto la loro famiglia.
Un equipaggio che, ancora, ebbe ad ampliarsi, con l’acquisizione di un mozzo di nome Baraka Polio, da tutti ribattezzato, semplicemente, come Ragazzo e, di lì a breve, di una giovane di ben poco meno giovane rispetto allo stesso Ragazza: la terza, e nuova, moglie di Lange, Rula Taliqua. E Rula, del tutto priva di colpa, se non quella dell’essersi innamorata di un uomo decisamente più maturo di lei, ebbe ineluttabilmente a essere presa di mira da Duva Nebiria, la propria predecessora, la quale, a scanso di equivoci, accanto al ruolo di ufficiale tattico, ebbe quindi a pretendere, non a torto seppur per ragioni sbagliate, anche quello di primo ufficiale, nel timore che, in caso contrario, il proprio ex-marito potesse essere tanto indelicato da riservarlo alla propria nuova sposa.
A bordo della Kasta Hamina, e nella vita propria di Lange Rolamo, così, inizio a esservi un clima decisamente teso… un clima del quale egli avrebbe dovuto riservarsi possibilità di facile presunzione e nel merito del quale, al contrario, fu sufficientemente ingenuo da nulla prevedere. E un clima che, di lì a qualche tempo, non ebbe assolutamente a migliorare, nel crescendo di azioni sempre più scapestrate a opera della propria ex-moglie. Un crescendo di azioni che, alla fine, ebbe addirittura a vederla porre in arresto dalla giustizia di Loicare, venendo condannata ai lavori forzati in una consueta miniera lunare di idrargirio.
E se, forse, una parte di Lange avrebbe potuto anche considerarsi soddisfatta all’idea di quella condanna, con la speranza che tale esperienza di villeggiatura potesse, in qualche maniera, stemperare l’irrequietezza di Duva; quella parte di lui ebbe sicuramente a essere sconvolta nel momento in cui, allorché fare ritorno placata nel proprio animo e nei propri modi, ella ebbe a rientrare a bordo in compagnia di due nuove amiche, e due amiche forse e persino peggio di lei: la barbarica Midda Bontor, da lei promossa a loro nuovo ufficiale tattico, nonché e ancor peggio, la giovane ofidiana Har-Lys’sha.
Ofidiana: esemplare femminile della specie ofidiana, una delle specie non umane con maggior diffusione nell’universo accanto alla specie umana. Ofidiana a bordo della Kasta Hamina: una blasfemia, soprattutto innanzi al giudizio di Lange Rolamo.
Ma se la presenza di una chimera sulla sua nave avrebbe avuto a rappresentare, per Lange, la quintessenza di un incubo, la rivoluzione a bordo della sua nave avrebbe avuto allora a dover essere riconosciuta qual appena iniziata. Una rivoluzione che vide, dopo qualche tempo, aggregarsi anche Be’Sihl Ahvn-Qa, ex-locandiere nonché compagno di Midda e, di lì a breve, Tagae e Liagu, due orfani che Midda aveva avuto piacere di accogliere nella propria vita quali figli adottivi. E una rivoluzione che, ancor peggio, ebbe a coinvolgere, e sconvolgere, anche la dolce Rula Taliqua, la sua ultima e attuale sposa, vedendola appianare ogni questione in sospeso con Duva nel decidere di abbracciare uno stile di vita a lei decisamente simile… troppo simile per poter essere quietamente accettato da Lange.
Ma a quel punto cosa avrebbe mai potuto fare…?! La situazione gli stava purtroppo sfuggendo di mano. E se, ancora, egli avrebbe avuto piacere di illudersi di poter avere ancora un minimo di controllo sulla propria nave, e sul proprio equipaggio, malgrado un mandato di cattura contro tutti loro emesso dallo stesso omni-governo di Loicare, l’evidenza della più totale anarchia gli fu concesso soltanto qualche tempo dopo… quando, improvvisamente, a bordo della Kasta Hamina, ebbero a comparire ben sei nuovi ospiti.
lunedì 22 luglio 2019
2979
Avventura
057 - Un bagliore di speranza
Così, fra i tanti, imperdonabili errori da lei commessi, avrebbe avuto a dover essere sicuramente citata la distruzione di una delle più importanti biblioteche del proprio mondo, una biblioteca contenente un inestimabile patrimonio di conoscenza, e un patrimonio che ella, senza esitazione alcuna, aveva destinato alle fiamme nel solo intento di salvare la vita a sé e ai propri amici, ai propri alleati, a coloro i quali, in quel momento della propria storia, per lei erano la propria famiglia. E se, certamente, a posteriori il peso della propria colpa, e della colpa di aver privato per sempre l’umanità di quel patrimonio incommensurabile, non aveva potuto ovviare a presentarsi a confronto con la sua coscienza, la consapevolezza, la certezza di aver agito in quel modo per quello scopo le aveva permesso di perdonarsi: non di dimenticare il proprio errore, non di ignorare il peso della propria responsabilità, e della responsabilità di un crimine terrificante, e, ciò non di meno, di perdonarsi.
Ma se per la salvezza dei propri cari ella era stata in grado di radere al suolo una delle più importanti meraviglie del proprio mondo, una biblioteca priva d’eguali, negando all’umanità quel patrimonio… in nome di quale coerenza, in nome di quale raziocinio, avrebbe mai potuto condannare i propri cari per la salvezza dell’umanità tutta?!
Quando ella aveva accettato di lasciare il proprio mondo, e di lasciarlo sulle ali della fenice, ella aveva accolto con serenità quell’ingrato compito mossa dal pensiero, dall’idea, in tal maniera, di mantenere distante la minaccia su di loro altrimenti imposta, e, ancor più, di star sacrificando la propria vita per la loro stessa salvezza, laddove facile per lei, in fondo, sarebbe stato anteporre la salvezza dei propri cari alla propria. Ma, nel compiere tutto ciò, ella non aveva preso in considerazione l’idea, l’eventualità che, fra le stelle, una nuova famiglia avrebbe potuto attenderla, nuovi amici avrebbe potuto incontrare, e, addirittura, accanto a essi, anche due figli, due bambini stupendi, due pargoli straordinari che tanto amore si erano dimostrati in grado di donarle.
Era stata forse ingenua nell’avere a immaginare se stessa, ancora una volta, come una sorta di eroe solitario, e un eroe solitario che, in maniera tanto epica quanto tragica, può arrivare a sacrificarsi per un bene superiore, per l’amore della propria famiglia, così come, quattro anni prima, era dopotutto stata in grado di compiere sua sorella Nissa. Ma così come, già in gioventù, ella aveva cercato di rifuggire ai propri affetti, alla propria famiglia, nell’abbandonare gli amici della Jol’Ange, la sua nave, e con essi il suo primo grande amore, Salge Tresand, sperando di garantire loro, in tal maniera, una vita prospera e felice, allontanando da loro la minaccia altrimenti loro imposta dalla cupa ombra della vendetta della sua gemella; e così come, malgrado tale impegno, tale rinuncia, altra occasione ella non si era riservata se non quella di offrirsi a nuove possibilità di amicizia, a nuove possibilità di affetti, quali poi erano stati tutti coloro che l’avevano affiancata in quella seconda parte della propria esistenza; allo stesso modo vano era stato anche quel nuovo tentativo di abbandono, di distacco, di rinuncia… vano laddove, fra le stelle, ancora altri amici, ancora un’altra famiglia si era presentata in sua attesa. Una famiglia che ora, mai, avrebbe potuto porre in pericolo per così come, altresì, la sorte sembra da lei esigere andasse compiuto.
« … Midda… io… » esitò Be’Sihl, non potendo ignorare la profondità di quel momento di condivisione e, nel profondo del proprio cuore, non potendo ignorare l’esigenza, allora, di offrire altrettanto rispetto, altrettanto amore, altrettanta fiducia verso di lei in misura quindi utile a permetterle di essere posta al corrente di quanto accaduto, essere posta al corrente di quanto egli fosse sceso in basso in quegli ultimi mesi, e di quanta oscurità, in tutto ciò, fosse penetrata nel suo cuore, cambiandolo più di quanto egli non avrebbe mai potuto prevedere accadesse.
Prima, tuttavia che lo shar’tiagho potesse proseguire in quella propria replica, e in quella replica che, in un tale frangente, si sarebbe dimostrata forse utile a permettergli di riavvicinarsi a lei, a colmare quella distanza che, nel proprio silenzio, nella propria omissione, egli era consapevole aver posto fra loro; qualcosa accadde. E accadde proprio lì, all’interno del container nel quale, alla ricerca di una qualche risposta, Midda Bontor si era andata a isolare, con la scusa di effettuare i propri consueti controlli di rito sul carico della Kasta Hamina. In quell’ultimo container di coda, là dove ella era andata a cercare un momento di intimistica solitudine in quello che, altrimenti, avrebbe avuto a doversi riconoscere, comunque, qual un ambiente troppo piccolo, e troppo affollato, qual quello proprio di una nave stellare di classe libellula, e una nave stellare di classe libellula già sovrappopolata rispetto ai comuni canoni propri del suo equipaggio tipo, un equipaggio che avrebbe avuto a dover essere inteso qual esclusivamente tecnico, e non, altresì, contornato da altre figure, fossero anche e soltanto semplici familiari, per così come, pur, in quegli ultimi anni, l’equipaggio della Kasta Hamina era andato via via crescendo.
A interrompere, allora, le parole di Be’Sihl, fu la comparsa improvvisa e inattesa di una colonna di fuoco, e di una colonna di fuoco che, a pochi piedi da loro, bruciò con straordinaria intensità senza, tuttavia, nulla lì attorno ardere, senza nulla lì attorno consumare, fossero anche e soltanto le etichette proprie delle grandi casse di merci là dentro stipate. Un fuoco, una colonna di fuoco, quella così lì apparsa, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual inedita agli occhi di entrambi i presenti…
« Ma cosa…?! » si interruppe bruscamente lo shar’tiagho, sorpreso non soltanto da quell’immagine, ma ancor più dal riproporsi di quell’immagine, e di quell’immagine che, francamente, non si sarebbe potuto attendere di rivedere… né tantomeno di rivedere in tempi sì stretti.
« … di nuovo lei?! » esitò la Figlia di Marr’Mahew, non meno spiazzata rispetto al proprio amato, necessariamente spiazzata all’idea del ritorno di quella giovane versione alternativa della propria sorella gemella.
Erano trascorse solo poche settimane, poco più di un mese, infatti, da quando un’identica immagine aveva già posto tutto l’equipaggio della Kasta Hamina in allarme, nel fare la propria comparsa all’interno della sala mensa, là dove, una buona parte di loro, si era riunita nel turno di propria pertinenza per consumare quietamente una sempre deliziosa cena preparata da Thaare. E da quella colonna di fuoco, là dove già tutti si attendevano il peggio, aveva fatto la propria apparizione, la propria inattesa, imprevista e imprevedibile comparsa, Nóirín Mont-d'Orb… una versione alternativa della gemella di Midda che ella, insieme a Be’Sihl, a Tagae e Liagu e, anche, a Lys’sh, aveva già avuto occasione di incontrare, seppur fugacemente e in termini sufficientemente concitati, all’inizio dell’anno precedente, durante la loro assurda avventura all’interno di quanto era stato ribattezzato qual il tempo del sogno.
In verità, a Midda, Rín piaceva. Rín le era piaciuta sin dall’inizio, sin da quel primo incontro nel tempo del sogno, là dove aveva dimostrato una straordinaria capacità di adattamento alla situazione, arrivando, per prima, a dominare la situazione stessa e a offrire loro la giusta chiave di lettura di quella bizzarra realtà in termini utili a contrastare secondo-fra-tre, un nuovo vicario di Anmel, responsabile di quanto, allora, era accaduto e, in tal direzione, mosso ovviamente e prevedibilmente soltanto dal desiderio di distruggerla… e di distruggerla, addirittura, in ogni propria versione alternativa, in ogni universo nel quale mai, una Midda, avrebbe potuto star esistendo. E, ancora, Rín le era tornata a piacere quando, appunto poco più di un mese prima, aveva fatto la propria apparizione, e la propria apparizione in una maniera tanto plateale e, inizialmente, necessariamente allarmante all’interno della loro sala mensa.
A Midda, quindi, Rín piaceva. E, probabilmente, piaceva nell’ordine di misura nella quale, in lei, le era stata concessa la tanto agognata occasione di ritrovare la propria perduta gemella, e di ritrovarla in una versione diversa, in una versione non corrotta dal risentimento e dall’odio verso di lei, o, più propriamente, verso la propria effettiva gemella, Maddie, quanto e piuttosto alimentata, nel proprio agire, in ogni propria parola, in ogni propria azione, soltanto dall’amore per lei, e da quell’amore che, in maniera egualitaria, le era ricambiato dall’altra. In Maddie e Rín, quindi, alla Figlia di Marr’Mahew era stata concessa la malinconica, dolce e triste al tempo stesso, occasione di contemplare quello che ella e Nissa avrebbero potuto essere se soltanto avessero compiuto scelte diverse. E per quanto, ovviamente doloroso, non avrebbe potuto che essere il pensiero della perdita della propria gemella, e della vita in armonia che non era stata loro così concessa; l’evidenza di quanto, comunque, in un altro universo, in un’altra realtà, una Midda e una Nissa potessero essere cresciute in maniera diversa da loro non avrebbe potuto che rallegrarla… e non avrebbe potuto che rallegrarla in maniera forse difficile da comprendere, e pur straordinariamente sincera.
Ovviamente, nell’immediato, Midda non aveva avuto occasione di riconoscere Rín. Impossibile, per chiunque, sarebbe stato farlo… soprattutto a confronto con l’idea di un multiverso popolato da infinite versioni alternative di sé e della propria gemella. E, altrettanto ovviamente, nell’immediato, Midda non aveva neppure voluto accettare facilmente l’identità della nuova arrivata. Stolido, per chiunque, sarebbe stato farlo… soprattutto a confronto con l’evidenza di quanto, in quegli ultimi tempi, la loro vita era stata ulteriormente sconvolta dall’ingresso in scena di una diabolica creatura mutaforma. Ma a confronto con l’evidenza concreta delle prove da lei addotte, e, soprattutto, con una storia che troppo assurda avrebbe avuto a dover essere giudicata per essere inventata, Rín era stata riconosciuta e accettata in quanto tale, e in quanto tale era stata ben accolta da tutti loro, sia da coloro che già l’avevano incontrata in passato, sia da coloro i quali, di lei, avevano soltanto sentito riferire attraverso i racconti dei propri compagni, e quei racconti attraverso i quali non avevano mancato di condividere, con tutta la loro famiglia a bordo della Kasta Hamina, quanto accaduto.
Tuttavia, Rín non era giunta sino a lì per lei, per loro. E non appena vi era stata occasione di chiarire l’intento della giovane, e quell’intento volto a permetterle di ricongiungersi alla propria gemella, Midda aveva cercato di fornirle tutte le indicazioni utili a raggiungerla, parlandole del proprio mondo natale, e di quel mondo nel quale, per bizzarri intrecci del destino, ella sapeva essere finita proprio Maddie. E così, dopo essersi riposata a sufficienza per compiere un nuovo salto dimensionale, in una nuova colonna di fuoco Rín era ripartita.
Ed era ripartita, ipoteticamente, per non fare più ritorno…
« Forse non l’ha ancora trovata… » suggerì Be’Sihl, attendendo che le fiamme scemassero per avere occasione di tornare a confrontarsi con la loro amica, la loro ospite, e scoprire qualcosa di più nel merito delle ragioni proprie di quel suo inatteso ritorno.
Ma, a dispetto di quanto così ipotizzato, Rín aveva ritrovato Maddie… e non soltanto lei.
domenica 21 luglio 2019
2978
Avventura
057 - Un bagliore di speranza
« E tu hai voglia di parlarmene…?! » rispose ella, sorridendo dolcemente verso di lui e aggrottando appena la fronte, a rigirargli quello stesso invito, e quell’invito che, allora, avrebbe avuto eguale valenza anche per lui, nel confronto con troppe cose che dovevano essere avvenute in sua assenza, durante il suo ultimo periodo di prigionia, e di prigionia mentale, e delle quali, ancora, egli non aveva dimostrato evidenza di voler condividere nulla, decisione che ella stava invero rispettando, nell’amore che provava per lui.
Un lungo momento di imbarazzato silenzio fu quello che offrì, per tutta replica, il buon ex-locandiere, volendo sinceramente trovare occasione di confrontarsi con lei su quanto accaduto in quei lunghi mesi nei quali ella era rimasta intrappolata all’interno della propria mente, vittima dei complotti del loro avversario, e pur sovente alleato, Desmair. Ciò non di meno, pur non rinnegando nulla di quanto egli aveva scelto di compiere nel corso di quei mesi, quel cammino di corruzione della propria stessa anima che pur aveva coscientemente abbracciato nel nome dell’amore che provava per lei, Be’Sihl non avrebbe neppure potuto esserne fiero, consapevole di aver superato un limite oltre il quale, probabilmente, non avrebbe dovuto mai sospingersi. E un limite non rappresentato, tanto, dalle uccisioni delle quali si era reso artefice, né, eventualmente, dalla propria stessa morte, seppur poi riscritta a opera di un’incomprensibile nanotecnologia in grado di restituirgli quanto stolidamente perduto… quanto e piuttosto un limite psicologico, un limite morale: quel limite morale utile a discernere l’individuo stesso, a separare, nell’animo di ogni persona, la propria interpretazione di bene rispetto a quella di male, e, in tal senso, a definire il proprio stesso io.
Egli, ritrovandosi a essere privato della donna da lui amata, e temendo il peggio, temendo l’eventualità di non poterla più stringere a sé, di non poter più avere occasione di confronto con lei, di non poterne più udire la voce, aveva rinunciato, più o meno coscientemente, a ogni idea di bussola morale, divenendo la versione peggiore di se stesso, divenendo quell’uomo che, più volte, nel corso della propria vita, avrebbe potuto essere, e che pur non aveva mai voluto essere, per quanto, sovente, avrebbe potuto rendere più facili determinate strade, più ovvie talune soluzioni. E per quanto, ora che ella aveva fatto ritorno, egli avrebbe potuto anche far finta che nulla fosse mai accaduto, vantando la complicità di un’amica sincera qual aveva scoperto essere l’ofidiana Lys’sh, e per quanto, ora che ella era rientrata a far parte della sua quotidianità, egli avrebbe potuto anche ignorare gli errori compiuti; il limite da lui superato non avrebbe potuto essere scordato. E a poco, e a nulla sarebbe valsa l’illusione di aver compiuto tutto per il bene di lei… di aver agito soltanto per la sua salvezza: non ove, proprio malgrado, egli non avrebbe potuto ovviare all’evidenza di quanto, purtroppo, ogni propria scelta, ogni propria violazione dell’integrità della propria persona, avrebbe avuto a doversi riconoscere, alfine, vana, giacché, agendo in maniera diversa, rispettando il proprio codice morale, egli avrebbe avuto occasione di raggiungere il medesimo risultato. Realtà impietosa con la quale confrontarsi, anche e soprattutto nell’idea di quanto, alfine e in buona sostanza, non fosse stato realmente egli a riportarla indietro… né, tantomeno, a permettere che ciò avesse ad avvenire.
Per sua fortuna, Midda Namile Bontor, oltre a essere una straordinaria guerriera, avrebbe avuto a doversi riconoscere, innanzitutto, una straordinaria donna. E in quanto tale, ella non avrebbe potuto prescindere dal comprendere, e dall’accettare, il proprio uomo in misura persino maggiore a quanto egli non fosse in grado di comprendere, e di accettare, se stesso. Midda amava Be’Sihl. Lo amava da tempo. Sicuramente lo amava da prima di essere in grado di realizzare di amarlo. E in quel proprio amore, e nella consapevolezza di quanto, dopotutto, ella stessa non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual una persona semplice accanto alla quale aver a essere, ella non avrebbe mai voluto forzargli la mano, facendolo comportare in maniera diversa da quanto egli non fosse o non potesse o volesse essere. Così, laddove il suo bel shar’tiagho non avesse voluto parlare, ella non avrebbe mai compiuto nulla per obbligarlo, pur non mancando di ovviare a essere pronta ad ascoltarlo, laddove, invece, egli avrebbe potuto decidere, alfine, di esprimersi.
Per questa ragione, dopo quella facile provocazione, e quel momento di silenzio utile a garantirgli occasione di espressione, ella riprese voce, a rinnegare la propria ultima richiesta, nella volontà di non imporgli ragione di difficoltà…
« Non siamo pronti a questo genere di scontro. » escluse quindi la Figlia di Marr’Mahew, ricollegandosi alla di lui richiesta e offrendogli la risposta da lui domandata « L’altra volta, dalla propria, Anmel aveva un regno di pirati: una realtà sì violenta e pericolosa, ma, al contempo, controversa. E questo ci ha aiutato a radunare in suo contrasto molte risorse, concedendoci tutto l’aiuto del quale avremmo mai potuto abbisognare, per quanto, comunque, alla fine, non fummo noi a sconfiggerla, quanto Nissa stessa, con il proprio ammirevole sacrificio, e quel sacrificio derivante da un gesto di amore, un atto d’amore verso di me e verso la propria stessa famiglia, quelle figlie che già aveva privato di un fratello e che, allora, non avrebbe voluto privare anche delle proprie stesse anime. » esplicitò, rievocando frammenti di passato, e di quel passato ormai sufficientemente remoto per poter essere anche analizzato con una certa razionalità.
« Ben diverso, probabilmente, sarebbe stato se, allorché scegliere la mia gemella, Anmel si fosse accontentata di restare in lady Lavero, ammesso ma non concesso che, effettivamente, da lei abbia avuto inizio il suo risveglio… » continuò, nella propria riflessione a voce alta, condivisa con il proprio amato « Lady Lavero, esponente della nobiltà kofreyota, ultima erede di antica famiglia, avrebbe potuto garantirle accesso a un ben diverso genere di risorse. Forse e addirittura avrebbe potuto condurla alla famiglia reale, e, da lì, a rivoltarmi contro l’intera Kofreya, pur con ogni limite e distinguo di quella complicata nazione. » osservò, nel ben giudicare quell’approccio sbagliato, quell’errore strategico all’epoca commesso dalla propria antagonista, e quell’errore strategico che, al tempo presente, ella doveva aver chiaramente compreso, nel non aver più a ripeterlo, nel non aver più a riproporlo « E, proprio in tal senso, ora ella si sta muovendo. Anzi. Si è mossa sin dal primo giorno, sin da quando, allorché lasciarmi nel più quieto anonimato, ella si è impegnata a promuovere la mia immagine anche in questa nuova realtà, impegnandosi al solo scopo di lasciarmi emergere, in maniera negativa, all’attenzione dell’omni-governo di Loicare. »
« A questo giro Anmel non ha scelto di prendere possesso di qualche figura sì carismatica, e pur emarginata, agli angoli del mondo conosciuto. A questo giro Anmel ha voluto mirare dritta al cuore della più grande potenza di quest’angolo di galassia… e si è voluta assicurare che chiunque, in essa, avesse ben chiaro il mio volto e il mio nome, e fosse consapevole della mia pericolosità, al fine di ovviare al rischio che qualcuno potesse volermi parlare prima ancora di aprire il fuoco contro di me. » concluse, con un lieve sospiro e con un movimento di negazione offerto dal proprio capo « E noi…? Noi cosa abbiamo per poterci muovere a suo contrasto…?! Una rete criminale al servizio di Desmair, e pochi, valorosissimi membri di un meraviglioso equipaggio, quella che è stata la nostra famiglia in questi ultimi quattro anni…?! »
« Ho già perso tanti amici, ho già perso tanti membri della mia famiglia, nel corso di questa guerra, prima contro Nissa e poi contro Anmel… » definì, storcendo le labbra verso il basso « … e non sono sicura di poter essere in grado di perdere ancora qualcuno senza, in ciò, impazzire definitivamente. »
Un breve, ma intenso, monologo, quello con il quale Midda si era in tal maniera confidata con il proprio uomo, con il proprio compagno, con il proprio amato, che non avrebbe potuto ovviare a colpirlo, e a colpirlo nel profondo, per l’inconsueta fragilità con la quale ella, in quel frangente, si stava presentando innanzi a lui.
Forse vittima della propria stessa fama, Midda Bontor non si era mai concessa occasione di incertezza, di dubbio, sul come agire, o, ancor prima, sul senso stesso dell’agire: sovente sbagliando, come ineluttabile nel confronto con la propria umana natura, ella aveva pur sempre agito con determinazione, con fermezza, animata da una lucidità di pensiero straordinaria, e atta a escludere qualunque possibilità di recriminazione preventiva sul proprio operato. All’occorrenza, ella avrebbe domandato scusa, ella si sarebbe pentita… ma lo avrebbe fatto solo dopo aver agito, e aver agito, eventualmente, secondo strade, secondo vie che alcun altro, al suo posto, avrebbe avuto la forza, o il coraggio, di rendere proprie, in tal direzione muovendosi animata da una ferma volontà di rispettare i propri valori, di rispettare la propria natura e il proprio credo, non tanto in un dio o in una dea, quanto e piuttosto in se stessa.
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