11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 17 febbraio 2010

768


« E
da quando la famosa Midda Bontor si crea problemi nel merito di ciò che altri potrebbero pensare a suo discapito?! » domandò Be’Sihl, non celando sincero stupore, dove pur non avrebbe potuto evitare di accogliere tale sentimento, simile imbarazzo da parte della donna, qual una dimostrazione di concreto interesse per la loro relazione, per il loro rapporto, laddove, altrimenti, mai avrebbe potuto riservare spazio a timori di sorta né nel suo stesso merito, né, tantomeno, in quello della sua famiglia « Devo forse credere che tu sia realmente innamorata di me? » incalzò, con un tono accennatamene scherzoso, per quanto non sarebbe dovuto essere considerato suo interesse farsi scherno di lei in tal modo.

Per alcun’altra ragione, in effetti, avrebbe potuto altresì trovare giustificazione lo stato d’animo della mercenaria in quel momento, la reale ansia dominante nel suo cuore alla prospettiva di quel confronto ormai imminente: evidentemente, là dove pur, all’origine, la proposta di quel viaggio sarebbe potuta essere considerata innocente e priva di ogni complicazione, le settimane, i mesi trascorsi insieme in quel lungo cammino, in una quotidianità costante, in una parvenza di normale vita di coppia della quale pur mai avevano avuto, in passato, occasione di godere insieme e reciprocamente, erano stati utili a rafforzare il legame già esistente fra loro al punto da generare simile agitazione nel profondo dell’animo della donna, qual mai, in effetti, aveva avuto occasione di provare in passato, neppure negli anni della sua fanciullezza e della sua prima grande storia d’amore con l’ormai perduto capitan Salge Tresand.
Nel porsi consapevole in maniera assoluta di sé e delle proprie emozioni, abituata a un controllo completo su di esse necessario al fine di poter, in tal modo, dominare anche l’ambiente attorno a sé in ogni circostanza, per quanto drammatica e mortalmente pericolosa, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto sopportare di buon grado le proprie pur naturali reazioni a tutto quello, all’idea di quell’incontro, e in questo non avrebbe potuto evitare di darsi della stupida sciocca per tanta debolezza, arrivando, paradossalmente, persino a odiare il proprio attuale compagno, in quanto parzialmente responsabile di tale situazione, di aver creato tale vistosa breccia nelle sue difese, salvo, suo malgrado o per sua fortuna, immediatamente rifiutare ogni idea di allontanamento da lui, di fuga dalle sue braccia, nel semplice incontro con quello sguardo e con l’idea stessa di pace che egli, da sempre, incarnava innanzi ai suoi occhi. Forse, se non probabilmente, al termine di quel viaggio, fatto ritorno a Kofreya e alla loro consueta vita, temporaneamente così sospesa, ella avrebbe alfine ceduto a quell’istinto tanto distruttivo per ogni sua relazione, per ogni suo impegno sentimentale, allontanandosi da lui, abbandonandolo al pari di tutti gli altri prima di lui, ma per ora, nel mentre di quella lunga avventura insieme, alcun pensiero in tal direzione sarebbe riuscito a perdurare per più di pochi istanti, non diversamente da un effimero capriccio.

« Ti ho già detto quanto io ti odii? » sussurrò la donna, tutt’altro che credibile in tale affermazione, dal momento in cui le sue iridi di ghiaccio, normalmente sinonimo di morte per tutti i suoi avversari, si stavano invece offrendo qual trasparenti di un sentimento ben diverso dall’odio verso il proprio compagno.
« Da questa mattina almeno una dozzina di volte. Anche se, ammetto, di non essermi impegnato a mantenere un conteggio preciso a simile proposito… » confermò l’uomo, cercando poi con rinnovata dolcezza le labbra della compagna, per un secondo gesto d’incitamento a lei donato con tutto il proprio amore, con tutta la pienezza del proprio sentimento.
« Mmm… » commentò ella, concedendosi remissiva a quello stupendo contatto con lui, non più predatrice qual solitamente si sarebbe imposta, ma semplice preda, non più dominatrice, ma dominata, tale non in virtù di una qualche incredibile dimostrazione di forza da parte del proprio compagno, quanto, semplicemente, per qualcuno banalmente, da una meravigliosa riprova di dolcezza da parte sua, capace in questo di risvegliare, in lei, la donna normalmente celata dietro al guerriero « Forse avrei dovuto dirtelo qualche volta in più… per apparire maggiormente convincente nella mia posizione. »
« Ti amo, sciocca che non sei altro. » esplicitò egli, accarezzandole ancora le labbra con le proprie, prima di separarsi, ora, maggiormente da lei, a volgere, nuovamente il capo verso il loro obiettivo, verso il villaggio non distante dinnanzi a loro « E così come io ti amo, e ti ho amata fin dal primo giorno in cui sei giunta nella mia locanda a propormi quello che definisti un grande affare, sono certo che anche tutta la mia gente, se non l’intero regno di Shar’Tiagh, non potrà evitare di essere conquistata da te: concedi loro, e a te stessa, almeno una possibilità e vedrai che non ne resterai delusa. Cred… »

Parole sincere, quelle che Be’Sihl volle proporre alla propria compagna, dinnanzi alla quale era rimasto effettivamente ammaliato, rapito nel proprio desiderio e nei propri sentimenti sin da un’epoca decisamente più remota rispetto al recente punto di svolta proprio della precedente estate, alle quali, però, non fu concessa possibilità di trovare conclusione, dove il proporsi della sua voce scemò in maniera naturale non in conseguenza di un qualche gesto da lei offerto al suo indirizzo, a richiedergli silenzio, quanto più per una strana luce improvvisamente denotata nello sguardo amato, un bagliore, conseguente alla fugace contrazione delle pupille nere all’interno del ghiaccio di quegli occhi, con il quale, già in molte occasioni, egli si era ritrovato a confronto nel corso di quel cammino e che, per questo, aveva imparato a interpretare in maniera univoca, riassumendolo in tre semplici parole: guai in vista.

« Continua a parlare… » ordinò sottovoce la mercenaria, tornata a essere assolutamente seria nei propri modi, nei propri gesti, già dimentica delle tenerezze scambiate con lui fino a quel momento e, altresì, concentrata nel confronto sfida imminente « Sono almeno in sei… forse sette. Sai cosa fare… »

Qual sola risposta all’amata, il locandiere offrì, allora, la ripresa del proprio discorso, come nulla fosse accaduto o, anche, potesse star per occorrere, al contrario della certezza pur offertagli da parte di lei nel merito dell’ennesimo, ineluttabile scontro, speranzosamente ultimo di quel viaggio d’andata, ove ormai lo stesso sarebbe dovuto essere giudicato qual concluso data la prossimità alla meta.
Numerose, dopotutto, erano già state le occasioni di confronto armato proposte alla coppia nel corso del loro variegato itinerario, tutte prevedibili nella propria offerta a loro ipotetico discapito, là dove assurdo, paradossale, sarebbe risultato un qualsiasi caso contrario, il completamento di un tragitto tanto lungo senza incorrere in ostacoli di sorta e, proprio in conseguenza di tanta generosa proferta, mai venuta meno soprattutto nelle tratte percorse in solitario come quella propria di quell’ultima e conclusiva tappa, egli non avrebbe ormai potuto negare di aver maturato una perfetta conoscenza nel merito del proprio ruolo, così come suggerito dalla mercenaria. In ciò, all’uomo non sarebbe dovuta essere riconosciuta una qualche partecipazione attiva in quella che difficilmente sarebbe potuta mai essere definita quale battaglia, quanto, più semplicemente, un incarico quasi da scudiero, nella custodia dei loro beni, dei viveri e delle loro, eventuali, cavalcature: un compito che, probabilmente, molti esponenti del sesso maschile avrebbero considerato svilente per il proprio orgoglio, quasi d’insulto per la propria virilità, ma al quale Be’Sihl si era tranquillamente adattato, non desiderando del resto negare alla compagna la possibilità, se non, addirittura, il piacere, qual lei non avrebbe mai cessato di considerare tale, di potersi dilettare in simili opportunità di combattimento, in contrasto a qualche sciagurato ladrone, il quale, ignorando l’identità della propria sperata vittima, non avrebbe avuto alcuna alternativa al di fuori della sconfitta per mano di lei.
Per tal ragione, in quel particolare momento, nel mentre delle nuove parole da lui ormai pronunciate quasi a caso, ancor prima che nella volontà di formulare effettivamente un discorso di senso compiuto come pur era stato fino a quel momento, con discrezione egli colse fra le proprie mani anche le redini del cavallo di Midda, per mantenerne il controllo accanto al proprio e, in questo, lasciare la stessa mercenaria libera di balzare a terra nel momento che ella avrebbe più preferito per dare il via a quella nuova occasione di distrazione.

« Per dovere di cronaca, ci tengo a sottolineare che è esattamente in momenti come questo che mi ricordo, di preciso, quanto io ti ami… » sussurrò ella, ora con divertita malizia, accarezzando, con la propria destra, le mani di lui, tanto prontamente accorse in perfetta esecuzione del loro onere « Lasciami sistemare questi disgraziati e, poi, andremo a rendere omaggio a tutta la tua famiglia. » promise, sorridendo verso di lui con sentimento sincero.

martedì 16 febbraio 2010

767


A
l di là di ogni possibile desiderio, forse infantile e pur giustificabile, di giocoso scherzare con il proprio compagno e amante, Midda non avrebbe comunque mai potuto negarsi, in quel momento, una reale, concreta, agitazione per la prova dinnanzi alla quale si stava suo malgrado ponendo prossima, nel ritrovarsi di fronte all’immagine di quel villaggio ormai non lontano da loro. Difficile, naturalmente, sarebbe stato abbandonare tale confronto, rinnegare simile meta, proprio in quel momento, dopo quasi due intere stagioni trascorse in viaggio, via mare, via terra e via fiume, attraverso l’intero continente di Qahr, soprattutto non dimenticando come l’investimento in termini di tempo, di denaro e di risorse fosse stato tale da rendere assurda qualsiasi ipotesi di rinuncia a un passo dalla conclusione di tutto, improponibile la vanificazione di tanto investimento. Ciò nonostante, potendo scegliere, effettivamente, sinceramente, ella avrebbe preferito ritrovarsi ad affrontare nuovamente le insidie proprie di quel territorio maledetto conosciuto con il nome di palude di Grykoo, all’interno del quale non solo la vita, ma addirittura la morte, erano negate a chiunque, così come citato dal proprio compagno, piuttosto che porsi costretta, qual purtroppo ormai era, al confronto con la famiglia di Be’Sihl Ahvn-Qa.

« Non ritieni di essere lievemente fuori tempo massimo per concedere spazio a simili recriminazioni? » domandò l’uomo, osservandola con dolcezza, dopo essersi appena separato da lei, dal suo volto ancor trattenuto vicino al proprio « In fondo, non sono stato io a proporti di attraversare l’intero continente, praticamente mezzo mondo conosciuto, solo per incontrare la mia famiglia… o vorresti negarlo? »

Ultimo amante della mercenaria, attuale termine di una serie sufficientemente ricca e variegata e, ciò nonostante, pur meritevole di riguardo in quel ruolo, là dove egli stava riuscendo a restare tale da molto più tempo di quanto avessero avuto mai occasione di fare tutti i suoi ultimi predecessori, unito a lei addirittura dallo scorso mese di Phau, ultimo della stagione estiva, Be’Sihl non avrebbe potuto, effettivamente e paradossalmente, essere ritenuto qual mente pianificatrice di quel viaggio, di quella missione, qual tale ella non avrebbe potuto evitare di considerarla, destinata a concedergli un ritorno alle proprie origini, alla propria terra d’origine, alla propria casa natale, dal momento in cui, in verità, proprio colei che ora tanto stava piangendo se stessa avrebbe dovuto essere ritenuta la sola causa del proprio male. Proprio dalla voce della donna guerriero era stata infatti scandita, in una tranquilla notte di fine estate, la proposta di simile esperienza comune, da lei giudicata un’ottima occasione per occupare il tempo necessario alla ricostruzione della locanda posseduta dall’uomo all’interno di Kriarya, una delle capitali del regno di Kofreya meglio conosciuta con il nome di città del peccato, e in questo, approfittare per restare serenamente insieme come mai, in altri contesti, in altre situazioni, essi avrebbero potuto permettersi di fare, addirittura lontani, isolati, dal loro mondo abituale, quotidiano, consueto.

« Io non ho nulla contro la tua famiglia… lo sai. » asserì ella, sforzandosi a spiegare, a meglio esplicitare la propria posizione, per quanto tanto sforzo sarebbe dovuto essere ritenuto addirittura retorico, dal momento in cui simile confronto, tale dialogo, si era ripetuto in maniera puntuale negli ultimi sei giorni, dalla maturata consapevolezza di essere sempre più prossimi alla conclusione del loro lungo cammino « Ma sono certa che saranno loro ad avere molto contro di me! E questo non per cattiveria, sia chiaro, ma solo perché… beh… mi hai vista, no?! »

Con sguardo malizioso, probabilmente, un ipotetico osservatore esterno alla coppia, avrebbe potuto ipotizzare come simile decisione da parte di lei, fosse stata praticamente forzata dagli eventi dei quali ella stessa si era resa protagonista nei giorni antecedenti alla formulazione di tale idea, fatti nel corso dei quali la precedente amicizia esistente fra i due era stata posta in serio dubbio giustappunto in conseguenza di spiacevoli, ed evitabili, azioni da lei condotte in involontario contrasto al valore del loro legame.
In un violento incendio da lei stessa appiccato, e che aveva visto sacrificata, al calore delle fiamme, oltre metà dell’intera locanda di proprietà dell’uomo, la Figlia di Marr’Mahew aveva infatti colto l’occasione per simulare la propria morte, il proprio triste e tremendo decesso a seguito dell’opera di un sicario, senza però premurarsi, in tutto ciò, di avvisare l’uomo delle proprie intenzioni, di informarlo della propria esistenza in vita al di là di ogni apparenza, non perché lo avesse ritenuto in qualche modo coinvolto nel reale tentato omicidio del quale sarebbe potuta restare vittima entro quelle stesse mura, quanto più, banalmente, per semplice non curanza, dove non si era stolidamente riservata alcun interesse verso i sentimenti propri del cuore dell’amico e, in questo, dell’incredibile dolore che con tale giuoco, con simile macabro scherzo, gli avrebbe potuto provocare. E, se anche, purtroppo, al termine di tutta la vicenda conseguente a simile scelta, a tale improvvisato e, tutt’altro che perfetto, piano, ella non aveva avuto occasione di raggiungere l’obiettivo prefissato con tale messa in scena, là dove sarebbe dovuta essere considerata stata sua speranza quella di riservarsi un’occasione di tranquilla indagine nel merito dell’identità di colui o colei che tanto l’aveva desiderata morta, e che in due diverse occasioni aveva per questo attentato alla sua vita attraverso l’ingaggio di assassini professionisti, il patimento che ella era riuscita altresì a imporre con incredibile efficacia al proprio fedele e affezionato amico era stato tale da lasciarle temere la conclusione definitiva di ogni rapporto fra loro: destino che, per fortuna di entrambi, era stato altresì scongiurato da un improvviso, inatteso per quanto tutt’altro che imprevedibile, salto di qualità nella loro relazione, mutata con foga, con ardore, da autentica e sincera amicizia a sfrenata complicità amorosa, in negazione a ogni limite, a ogni vincolo precedentemente autoimposto da parte di entrambi sui rispettivi cuori, sui propri sentimenti, nel timore di quanto avrebbero potuto perdere nel momento in cui, sciaguratamente, tutto quello non fosse riuscito a funzionare, la loro opposta natura li avesse sospinti in direzioni incompatibili.
Giustappunto al fine di scongiurare una stupida possibilità di rivolta del suo stesso animo in contrasto all’idea di una vita tranquilla, di un futuro erroneamente giudicato qual privo di libertà nel ritrovarsi sentimentalmente legata a qualcuno, probabilmente e pertanto, l’idea stessa di quel viaggio, di quell’intensa esperienza comunitaria fra loro, aveva avuto occasione di ritrovare ragion d’essere nel cuore di lei, quale una sorta di ideale compromesso fra l’esigenza propria della donna guerriero di spingersi, continuamente, oltre nuovi confini, in contrasto a ogni genere di pericoli, e, parallelamente, quella di non rinunciare tanto presto, con tanta leggerezza, alla compagnia, alla presenza nella propria vita di quell’uomo, al quale pur si sentiva realmente legata, come in poche, rare occasioni, si era concessa di essere con qualcuno, senza alcun valore voler privare alle proprie precedenti relazioni. E così, nel mentre in cui, dall’altra parte del continente, a Kriarya, lo scudiero della mercenaria si sarebbe fatto carico di dirigere e supervisionare i lavori necessari per la ricostruzione dell’edificio danneggiato, attività finanziata interamente da parte della stessa Midda qual necessario risarcimento per quanto occorso, ella si sarebbe piacevolmente intrattenuta con il locandiere lontano non solo da quella città, ma addirittura da quella stessa provincia, da quel regno e da quell’angolo di mondo, in una sospensione temporanea della propria attività professionale, un periodo di riposo che pur avrebbe dovuto considerare qual meritato, dove pur le sue finanze non avrebbero dovuto essere considerate prive di risorse, di risparmi accumulati nel corso del tempo, e che, per qualche mese, forse un anno intero, le avrebbe riservato il diletto derivante della presenza di Be’Sihl al proprio fianco.

« Sì… in questi ultimi tempi penso di aver avuto occasione di osservarti veramente bene e, giuro, non ho trovato neppure un angolino del tuo corpo che fosse meno che perfetto. » osservò egli, sornione nel proprio tono e nel proprio sguardo verso di lei, per tutta risposta ai tentennamenti da lei proposti « Ti sei fatta attendere a lungo, ma ne è proprio valsa la pena. Davvero! »
« Dai… sii serio! » sbuffò ella, imbronciandosi per un istante, simile a una bambina scontentata in un proprio desiderio, in un proprio capriccio, nello spingere le labbra verso il basso e nel corrugare la chiara pelle del mento, in un’espressione di evidente disappunto nei confronti dell’assenza di attenzione da parte del proprio interlocutore verso i propri problemi, le proprie esigenze « Mi conosci, dannazione… non sono il genere di donna da presentare con fierezza alla propria famiglia. »

lunedì 15 febbraio 2010

766


U
n lieve sussurro, un sospiro quasi, fu quello che venne proposto da una voce abitualmente colma di sicurezza, ricca di carisma, e in quel momento, al contrario, capace di trasmettere solo incertezza, considerabile addirittura tremante nelle proprie note, ormai roca nei propri toni, nel mentre in cui un leggero scuotimento del capo della stessa proprietaria di tale accento, estraneo a quelle terre prossime ai deserti dei regni centrali, si impegnò a offrire maggiore enfasi, a sottolineare in maniera più decisa, la triste rassegnazione per lei propria in quel frangente, dal momento in cui anch’ella, suo malgrado, si era ritrovata alfine costretta a accettare i propri limiti, i confini tipici della propria innegabile natura umana e, in questo, ad ammettere, non senza evidente fatica, non priva di un sincero contrasto interiore, una resa altrimenti improponibile, impossibile da ritenere effettivamente propria di una figura tanto importante, sì leggendaria qual, dopotutto, ella era doverosamente ritenuta nei lontani territori sud-occidentali del continente di Qahr.

« Io… non credo di farcela. »

Midda Bontor, donna guerriero, un tempo marinaia, poi mercenaria, negli oltre tre decenni di vita che fino ad allora le erano sì stati concessi dagli dei, ma che, certamente, da lei erano stati ampiamente meritati quali propri in virtù di un animo straordinariamente ardimentoso, di un cuore incredibilmente coraggioso, di una mente eccezionalmente, mai si era ritrovata, prima di allora, a cedere allo sconforto come in quel momento, ad ammettere una possibilità di sconfitta come nel confronto con quella nuova disfida. Ella, impavidamente, sino a quel giorno, aveva affrontato ogni genere di prove, ogni sorta di conflitti, emergendo nel cuore delle battaglie più improbe quale indomita e indomabile dominatrice, riuscendo a imporsi contro ogni genere di avversari, fossero essi semplici umani o, persino, creature mitologiche, mostri ritenuti quali figli di divinità, frutto dell’estro creativo dei più disparati dei e dee, vincendo su ogni difficoltà in virtù della propria forza, della propria tenacia, nonché del freddo metallo della propria lama bastarda. La sua fama, in conseguenza a tante gloriose vittorie, di successi presto entrati nella leggenda, si era spesso sospinta oltre i confini dei regni da lei normalmente frequentati, facendola, in questo, apparire più prossima a un personaggio che a una semplice persona, più simile a un’eroina di natura semidivina che a una comune combattente, qual, in fondo, ella era e sempre sarebbe rimasta. In tutto questo, i suoi occhi azzurri color ghiaccio, i suoi capelli neri corvini, lo sfregio che ne deturpava il volto sul lato mancino, la protesi in nero metallo dai rossi riflessi che ne sostituiva il braccio destro amputato oltre dieci anni prima, erano diventati tutti segni inconfondibili della sua stessa figura, marchi inequivocabili non meno di quanto avrebbero già potuto esserlo le sue abbondanti forme, la generosità delle sue curve femminili in netto contrasto con quella che sarebbe dovuta essere giudicata la sua natura primordiale, là dove, in lei, la donna aveva già da tempo ceduto il passo al guerriero.

« Dico sul serio… è troppo anche per me. »

Difficile, impossibile, sarebbe stato per chiunque la conoscesse, anche solo di fama, se non addirittura, ovviamente, di persona, dove tale nomea mai avrebbe potuto essere giudicata meno che meritata, riuscire ad attribuire simili parole, colme di sconforto, di rassegnazione, a colei che, solo poco tempo prima, vittima di una temporanea ma assoluta amnesia, aveva pur offerto tanta audacia da guadagnarsi, a clamor di popolo, un titolo semidivino, nell’essere da allora indicata quale Figlia di Marr’Mahew, in riferimento alla dea della guerra propria del pantheon di alcune isole a ponente del regno di Kofreya, territorio centrale della sua abituale attività mercenaria. Dove, infatti, il concetto stesso proprio di resa mai era stato presente nella sua vita, nella sua natura, incapace qual sempre si era dimostrata persino a concepire una ritirata, se non da confronti da lei non desiderati, non ricercati, e considerati, in questo, assolutamente vani, privi di ragion d’essere, accoglierne l’immagine offerta in quella spiacevole situazione sarebbe apparso probabilmente qual una paradossale blasfemia, un insulto per il quale neppure ella stessa sarebbe potuta esser perdonata, essere giustificata, nel porsi costretta, in conseguenza della leggenda ormai a lei saldamente intrecciata, obbligatoriamente vincolata, a non poter violare la gloria della propria popolarità, a non privare le folle dell’idolo, pur lontano dalla sua vera persona, che era dopotutto divenuta.
Nonostante tanta difficoltà, simile impossibilità, tali parole sarebbero, però, dovute essere considerate, giudicate, quali drammaticamente reali, sincere, oneste, trasparenti, nel mentre in cui, non senza un assoluto e personale avvilimento, anche ella avrebbe di gran lunga preferito riuscire a dimostrare il proprio solito valore, il proprio eccezionale coraggio, invece di essere costretta, qual pur si stava ponendo a essere dal fato, a simile ammissione, a quella capitolazione in contrasto a ogni suo consueto principio.

« Non puoi chiedermi di farlo. Posso anche comprendere le tue ragioni, posso anche giustificare i tuoi desideri in tal senso… ma non costringermi a proseguire oltre in questa direzione. Te ne prego. »

E dove anche difficile, addirittura impossibile, sarebbe allora potuto essere accolto il suo desiderio di ritirata, di rinuncia a quell’impegno, di abbandono nonostante la prossimità, ormai conquistata, all’obiettivo finale di un viaggio estremamente lungo e impegnativo, qual solo sarebbe potuto essere quello che le aveva richiesto di attraversare l’intero continente da un estremo a quello praticamente opposto, necessariamente frutto di un’allucinazione, forse effetto di qualche droga, sarebbe dovuta essere ritenuta quella sua supplica, quella sua implorazione troppo indegna di lei, del suo nome, della sua fama. Midda Bontor, donna guerriero, mercenaria, Figlia di Marr’Mahew, colei che aveva abbattuto chimere e ippocampi, tifoni e fenici, colei che mai aveva indietreggiato neppur posta di fronte all’oscena condanna rappresentata da un destino di non morte qual solo avrebbe potuto esserle offerto da orde di zombie, mai avrebbe potuto piegarsi in maniera tanto umile nell’invocare pietà, qual, altresì, pur stava facendo, pur stava chiedendo con totale sincerità, con assoluta trasparenza, nei confronti di colui che a tal fato l’aveva accompagnata, e verso il quale, ora, ella non avrebbe potuto mancare di provare un sentimento quasi di disprezzo, per la costrizione a cui la stava ponendo, per la violenza che non stava rifiutando in suo contrasto. Un’immagine impietosa, quella da lei sì proposta in quel momento, della quale, per sua fortuna, nessuno, a eccezione del suo stesso interlocutore, del destinatario di simili parole, avrebbe mai avuto notizia, avrebbe mai accolto cronaca, risparmiandole, in questo, l’ignominia di tanta pena, il pubblico ludibrio conseguente a simile quadro, dal momento in cui soli, entrambi, si stavano ora confrontando con la presenza non lontana del termine di quel cammino.
Ma egli, qual crudele tiranno, sadico torturatore, non si lasciò allora cogliere da sentimenti di umana misericordia, di commiserazione per quella figura pur praticamente prostrata innanzi a sé nel domandargli un qualunque ripensamento, un condono in quel triste destino apparentemente segnato per lei: e, ancor peggio, restando fedele al proprio ruolo, dopo un lungo silenzio, utile a giudicare la sincerità di quelle parole, di quella postulante richiesta, l’uomo non mancò di esplodere in una fragorosa risata, nella quale offrire sfogo all’ilarità naturalmente suscitata nel suo cuore da quel contesto tanto assurdo, privo di ogni senso logico, di ogni possibilità di raziocinio nel coinvolgere una figura sì forte qual quella di Midda Bontor.

« Non credi di star leggermente esagerando in questa sceneggiata? » osservò l’uomo, aggrottando la fronte nel rivolgersi a lei con fare divertito « Neppure nel confronto con i non morti della palude di Grykoo hai mostrato tanta ritrosia, tanto timore. E lì, in giuoco, avrebbe potuto anche essere il tuo fato per l’eternità… »
« Ma… quella era una situazione diversa! » cercò di difendersi ella, scuotendo ancora il capo, mostrando sguardo sempre implorante verso di lui, verso una controparte tanto insensibile alla sua pena « Con gli zombie, per lo meno, so come comportarmi. Ma ora è tutto così… »
« Se non ti conoscessi da anni, potrei anche giudicare questa tua ritrosia qual un’offesa verso la mia famiglia… te ne rendi conto, vero? » sorrise egli, dolcemente sornione nei suoi confronti, nell’accarezzarne delicatamente il collo per, poi, guidarne il volto ad avvicinarsi al proprio e, così, poter depositare un leggero bacio di incoraggiamento sulle labbra tanto adorate.
« Sei malvagio, Be’Sihl. » rispose ella, sospirando e arrendendosi all’evidente ineluttabilità del fato, nel confronto con quel meraviglioso contatto subito ricambiato « E io ti odio tantissimo per tutto questo… sappilo! »