Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
giovedì 17 febbraio 2011
1128
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
Umanamente angosciante sarebbe dovuto essere ritenuto tale pensiero, simile immagine, in ogni sua eventuale e contrapposta alternativa, anche per chi, come lui, già da anni, da lustri, abituato avrebbe potuto definirsi a vivere una simile vita, godendo della meravigliosa presenza di lei quando a sé concessa, in tanto rari, quant'ancor più preziosi, fuggevoli e sempre memorabili momenti, e sforzandosi di restare quieto nella restante e predominante frazione della propria quotidianità. Umanamente angosciato sarebbe dovuto essere giudicato il locandiere, nel non poter, proprio malgrado, evitare una simile, intima riflessione nel merito del proprio pur desiderato, ricercato, bramato rapporto con la propria tanto amata compagna, colei con la quale avrebbe sicuramente sognato di poter trascorrere la restante parte delle loro già mature esistenze in tranquillità, lontano da tutto e da tutti, isolati dal mondo e impegnati, in tutto ciò semplicemente a vivere il loro reciproco sentimento, e, ciò nonostante, colei nel merito della quale era perfettamente consapevole, conscio, di come mai avrebbe rinunciato alla propria attuale vita, al proprio modo d'essere, non per lui, non per alcun altro. Non che egli, invero, avrebbe potuto gradire un tale cambiamento.
Midda, dopotutto, era la donna che era, e che era sempre stata, anche e soprattutto in virtù di quella mentalità, di quel suo spirito irrequieto e incapace a permanere per troppo tempo entro una stessa città, di quella sua irrefrenabile necessità di porre se stessa e il mondo intero in costante sfida: negarle la possibilità di essere tutto ciò, pertanto, sarebbe equivalso semplicemente a negarle la possibilità di essere se stessa, trasformandosi, di conseguenza, in un'altra donna, sicuramente dotata del suo sensuale corpo, dei suoi generosi seni e fianchi e di quegli occhi color ghiaccio, ma, per il resto, a lei del tutto estranea, quasi una sorta di imitazione malriuscita o, forse, di semplice maschera indossata da attore del tutto incapace di gestire un tanto importante ruolo. Per tale ragione, da sempre, Be'Sihl aveva dovuto convivere, e imparare a convivere, con il necessario e inalienabile timore per la prematura privazione di lei dalla propria vita, ben sapendo come qualsiasi sforzo, riuscito o no, a cercare di evitare l'occorrenza di un tale rischio avrebbe avuto qual sola conseguenza la stessa e reale perdita fonte di tanto male.
« … ora… »
Una sola parola, quella allora nuovamente pronunciata da parte di El'Abeb, che dalle sue labbra emerse senza alcun reale controllo da parte della sua mente, non dissimile, in ciò, da una sorta di eco di quello stesso intento già dichiarato, della condanna precedentemente promessa, e pur, dopo un lungo, interminabile, istante, ancora non condotta a termine, in quell'esitazione, in quell'incertezza che, chiunque avrebbe potuto comprenderlo, sarebbe potuta rivelarsi persino letale per il capo dei predoni.
Nello sguardo di lei, diretto a sé e ambasciatore di un inequivocabile messaggio che non poté ignorare, trascurare, l'uomo con il volto da teschio ebbe infatti modo di comprendere quanto, in quel momento, la propria nemesi, qual tale da lui medesimo decretata, stesse incredibilmente, paradossalmente, assurdamente impegnandosi al solo scopo di favorire la sua vittoria, di concedergli l'occasione di trionfo da lui tanto invocata. Trattenendo ancora a sé la propria lama, ella avebbe potuto riservarsi ampie possibilità di difesa, se non, addirittura, di rivalsa nei suoi confronti, vanificando ogni suo possibile sforzo così come già avvenuto sino a quel momento, e, volendo, imponendogli triste fato di morte allo stesso modo in cui, ne era certo e non desiderava considerarsi tanto sciocco da negarlo, avrebbe pur potuto compiere in numerosi e distinti momenti nel corso di quella loro competizione, di quella loro sfida. Ciò nonostante, come già dimostrato e come lì, ancora, riprovato, la mercenaria aveva evidentemente deciso, almeno sino a quel momento, di non privarlo della vita, e, con quel silenzioso avviso, ella aveva persino accettato l'idea di non rifiutargli neppure il proprio onore, la propria dignità, nel replicare altrimenti quanto già avvenuto in due loro incontri passati, scontri dai quali, solo frutto maturato, era stato quello stesso terzo combattimento.
Nel frangente in tal modo da lei delineato, pertanto, se egli si fosse sforzato di portare a compimento il proprio attacco, nulla avrebbe potuto realmente guadagnare, nulla avrebbe potuto effettivamente conquistare, allo stesso modo in cui, e solo in quel momento gli risultò chiaro, sarebbe anche avvenuto nel caso in cui quello stesso tentativo gli avesse concretamente concesso la testa della propria avversaria. Nel migliore dei casi, e più improbabile, infatti, El'Abeb sarebbe stato semplicemente ricordato come l'uomo che era riuscito a imporre la morte sulla Figlia di Marr'Mahew, mentre nel peggiore, e più realistico, sarebbe stato ancor più banalmente dimenticato quale uno dei troppi folli che contro di lei avevano ricercato occasione di gloria. Ma se, al contrario, egli avesse lì accettato il tacito consiglio della propria antagonista, lì potenzialmente di nuovo alleata, l'uomo non avrebbe solamente guadagnato l'onore degli altari nel ruolo di chi aveva avuto successo nel vincere la più famosa donna guerriero di quell'angolo di mondo, ma, ancor più, avrebbe persino potuto essere citato come colui che, privo d'ogni considerazione per un'avversaria tanto importante, non l'aveva ritenuta neppur degna di sporcare, con il proprio sangue, il metallo della sua lama.
« … ora… » balbetto nuovamente, vittima di necessaria e umana confusione.
Per quale assurda ragione, tuttavia, ella avrebbe potuto accettare l'onta di una sconfitta in maniera sì gratuita?
No… non gratuita e stolido sarebbe stato nel ritenere una tanto straordinaria concessione quale effettivamente tale. Midda Bontor era, dopotutto, una mercenaria professionista, una delle poche, al mondo, capace di condurre una simile professione con assoluta dignità e incredibile coerenza, e, come già avvenuto in occasione degli eventi della piana di Kruth, che tanto lo avevano amareggiato e, ancora, non lo avevano abbandonato nel proprio tormento, ella non avrebbe accettato di ritirarsi da quella battaglia senza ottenere il necessario tornaconto personale per il quale aveva accettato quello stesso scontro. Perché, se pur egli si era lì sospinto principalmente nella volontà di combatterla, l'altra aveva iniziato a lottare in tal tenzone senza alcun interesse a tal riguardo, nel porsi altresì animata da un intento ben diverso rispetto a quello della sfida da lui ricercata. E se ella, garantendogli quel personale momento di gloria, avesse potuto vedersi riconosciuto, in cambio, il successo nel solo incarico per lei rilevante, assolutamente accettabile sarebbe da lei stato da lei giudicato il prezzo così pagato in termini di prestigio.
« … ora… » sussurrò per la terza volta, incerto fra accettare la realtà di ciò che lui stesso era divenuto, o insistere, ciecamente e sordamente, a opporsi a essa.
Il presente come il passato: quella battaglia come l'altra, divenuta una fra le maggiori ragioni di risentimento per l'uomo ora conosciuto con il nome di El'Abeb, il quale, pur odiandosi profondamente per tale ragione, non avrebbe potuto evitare di iniziare a comprendere il percorso mentale alla base del proporsi di quell'attuale, suggerito e ricercato risultato, non dissimile da quello passato.
Innegabile avrebbe dovuto essere considerato come, in quegli anni, sorgendo al ruolo di antagonista, di nemesi, la donna dagli occhi di ghiaccio fosse stata da lui accolta qual principale riferimento nella propria vita, identificata quale un traguardo e, in ciò, trovandolo costretto a impegnarsi con tutto se stesso, mente, anima, cuore e corpo, al solo scopo di tendere a lei, allo stesso modello da lei incarnato ed espresso con la propria stessa vita, con la propria quotidianità. In conseguenza di tanta seria dedizione da parte dell'uomo verso di lei e i suoi esempi, soprattutto quelli da lui appresi per esperienza diretta, non vi era stata, però, solo la conquista di un'innegabile perizia nell'uso della spada, sconosciuta in passato: divenuta più prossima a un mentore ancor prima che a un nemico, così come solo tardivamente apparve chiaro anche all'attenzione di chi, volontariamente, e pur inconsapevolmente, si era candidato qual suo imprevedibile allievo, una forte influenza aveva ella inconsapevolmente esercitato su di lui, permettendo, alfine, persino a chi da lei tanto si era sentito tradito, di riuscire, persino, ad apprezzarne le ragioni.
« … tu vivrai! »
mercoledì 16 febbraio 2011
1127
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
« No… non può essere… »
Sgranando gli occhi e gemendo per il terrore il giovane B'Reluc sentì le forze venirgli meno nell'istante stesso in cui vide la propria salvatrice, colei ormai considerata più prossima al divino che all'umano, rovinare al suolo e presentarsi, in conseguenza di ciò, apparentemente inerme innanzi a ogni possibile violenza del proprio avversario.
Sebbene estremamente poco, in maniera necessariamente superficiale, egli avrebbe potuto farsi vanto di conoscere quella mercenaria, in lei, forse per il proprio debito di gratitudine e di vita, egli aveva voluto riversare ogni propria fiducia, ogni propria speranza per il futuro. Per tal ragione, al termine di quel lungo e intenso combattimento nel corso del quale egli quasi non aveva avuto il coraggio di respirare, costretto a tale atto unicamente nella necessità di non soffocare, tanto era stato il trasporto emotivo che lo aveva visto lì coinvolto, quasi fosse, ancora una volta, appeso a testa in giù su un pozzo ricolmo di dipse ed ella incarnasse la sua sola speranza di sopravvivenza, giungere a una tanto incredibile, e, ancor più, inaccettabile conclusione venne giudicato da lui folle, insano, esterno a qualsiasi legge di natura.
« Dei. Non deve finire così… »
Per quanto la decisione espressa in favore dell'assunzione di quella straniera allo scopo di assicurare una possibilità di difesa per il villaggio e per i suoi abitanti fosse stata valutata e votata in forma collegiale, T'Rereh non poté evitare di sentirsi personalmente e principalmente responsabile per ciò di cui, proprio malgrado, si stava ritrovando a essere inerme testimone, forse, correttamente o, forse, vilmente, nascosto nella propria abitazione, con la propria famiglia, nel mentre in cui colei a cui tanto aveva accettato di riconoscere fiducia stava per essere uccisa. Accanto alla necessaria incredulità nel confronto con simile conclusione, obbligatoriamente ritenuta assurda, paradossale, per un nome famoso qual quello di lei, più egoisticamente il fabbro non avrebbe potuto evitare di vivere un sincero timore, allora, per le conseguenze che da quella stessa morte sarebbero inevitabilmente conseguite per tutti loro, i quali, malgrado ogni possibile sforzo, necessariamente poco, probabilmente nulla, avrebbero potuto fare al fine di garantirsi un'occasione di sopravvivenza.
Aveva davvero, egli, tanto errato nell'incitare i propri compaesani in favore di quella soluzione? Avevano davvero, tutti loro, tanto errato nell'accettare l'idea di poter delegare a una sola figura, per quanto professionista della guerra, ogni sforzo rivolto ad assicurare la loro stessa salvezza? Avrebbe e avrebbero, forse, piuttosto che attendere un intervento superiore in propria protezione, agire in prima persona al fine di conquistare il proprio diritto a essere ed esistere in nome del proprio coraggio e della propria forza?
Questioni difficili da discriminare a posteriori. E impossibili da questionare in un momento tanto critico quale quello attuale, caratterizzato da quell'oscena promessa di morte levata verso il cielo e pronta a calare sulla Figlia di Marr'Mahew e, dopo di lei, su tutti loro.
« Lo sapevo… lo sapevo che sarebbe andata così! »
Prossimo all'isteria, con occhi colmi di lacrime, il podestà da subito dimostratosi avverso alla semplice presenza di Midda Bontor all'interno dei confini del loro villaggio, in quello spiacevole frangente non poté evitare di dimostrarsi diviso fra due emozioni antitetiche e pur entrambe vissute tanto intensamente da farlo apparire prossimo alla follia: accanto alla necessaria soddisfazione esplicitata anche con quelle tremende parole di condanna, utili a ribadire la propria ragione, tanto posta in dubbio dai propri compaesani e, ciò nonostante, rivelatasi in tutto ciò qual corretta nella propria formulazione, egli non avrebbe infatti potuto evitare di disperarsi per quanto quella propria assurda vittoria avrebbe tragicamente segnato la fine per tutti loro, se stesso incluso. Malgrado ogni iniziale, e ancora attuale, inimicizia per quella donna dagli occhi di ghiaccio, egli non mancò, nel profondo del proprio cuore, di invocare, istintivamente, tutti gli dei a sé più cari, nell'assurda speranza che tutto quello non avesse realmente a compiersi, che quanto, in tal modo, apparentemente ineluttabile, potesse comunque essere ovviato, non diversamente dalla conclusione di un brutto sogno, di un incubo, nell'improvviso, inatteso, agitato e pur sempre gradito ritorno alla realtà, a distanza di sicurezza da ogni orrendo pericolo.
« Non posso… non devo intervenire. Diverso è il mio incarico… diverse sono le mie priorità! »
F'Rahab, per ragioni di prudenza ancora non presentatosi alla stessa mercenaria che tanto si stava lì impegnando nell'assolvimento di quella che avrebbe dovuto essere sua premura, nella difesa, a prezzo della propria stessa vita, del tesoro più prezioso di Urashia, nell'osservare la sconvolgente evoluzione di quel combattimento che pur, per tutta la propria durata, per tutto il proprio sviluppo, era parso volgere in favore della propria sconosciuta alleata, fu, proprio malgrado, posto in seria difficoltà, diviso fra il senso del dovere, tale da imporgli di restare immobile al proprio posto, ultimo baluardo in difesa dei segreti della propria nazione a lui allora affidati, e il senso dell'onore, altresì tale da spingerlo a impugnare le proprie armi e a slanciarsi all'esterno del proprio rifugio, nel tentativo di porsi in aiuto, in sostegno di colei che sola aveva accettato di affrontare un intero esercito, così come lui stesso mai avrebbe accettato di fare neppur ubriaco. Purtroppo, però, ed egli ne era tristemente consapevole, tardivo avrebbe dovuto considerarsi tanto dubbio, tanta incertezza, tale dicotomia fra dovere e onore, ove, avesse anche egli agito al fine di mantenere intatto il proprio onore, mai sarebbe riuscito a impedire il compiersi di quel terribile fato di morte: in ciò, pertanto, non solo quel presunto valore ne sarebbe uscito sconfitto, ma, parimenti e ancor peggio, anche sul fronte opposto egli avrebbe compromesso tutto, nell'ipotesi, non retorica, che vi potesse essere ancora, effettivamente, qualche speranza che tutto non fosse già stato pregiudicato.
Immobile, pertanto, la guardia scelta lì inviata qual sola scorta per il tesoro, fu costretta a permanere, costringendosi, per lo meno, a non distogliere lo sguardo, a continuare a osservare quella tragica scena, per rendere omaggio a colei della stessa protagonista.
« Midda… »
Diversamente dalla totalità degli abitanti del villaggio, quieti spettatori a debita distanza di quegli eventi, non sgomento, non sorpresa, non stupore ebbe occasione di provare Be'Sihl nel confronto con quell'immagine, con quello sviluppo tutt'altro che inatteso, quant'anzi persino previsto e forse addirittura auspicato nella propria stessa occorrenza. Ciò nonostante, sebbene sì prossimo alla propria amata, in assoluta empatia con lei, al punto da potersi concedere una simile coscienza allora negata ai più, nonché la cognizione di quanto la lama bastarda della stessa, mai abbandonata, avrebbe potuto riservarsi il tempo sufficiente a ovviare al fato di morte a lei promesso, anch'egli non poté ovviare, nel profondo del proprio intimo, a provare un'emozione di timore, di paura, di ansia innanzi allo spiacevole quadro così loro proposto, e all'idea da esso comunque rappresentata.
Se non in quel giorno, se non in conseguenza di quello scontro, infatti, non sarebbe potuto essere rimosso dalla sua mente il pensiero del futuro ed eventuale, o forse inevitabile, confronto nel quale ella non sarebbe stata in grado di mantenere il controllo, di orchestrare un'efficace strategia, e, per questo, sarebbe rimasta realmente vittima del proprio avversario, della propria controparte, umana o no che avrebbe potuto essere.
Ma dove sarebbe stato egli in quel tragico giorno? Quale posizione, quale ruolo avrebbe potuto riservarsi in simili eventi? Sarebbe stato presente, come in quel momento, quale testimone di simile battaglia, magari persino illudendosi che ella avrebbe comunque trovato un modo per trionfare e che mai nulla di male le sarebbe potuto essere imposto… oppure sarebbe stato assente, come di consueto, impegnato nella quotidianità della gestione del proprio locale, della propria attività, e del tutto inconsapevole di quanto sarebbe avvenuto?
martedì 15 febbraio 2011
1126
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
« … due… » ricordò immediatamente, non negandosi l'ennesimo, necessario e quasi rituale sorriso.
Falso rovescio. Determinato a prevalere su quell'avversaria apparentemente invincibile, nel proprio terzo, invero ennesimo, nonché ultimo tentativo, il nuovo El'Abeb volle porsi completamente in giuoco, non che sino a quel momento si fosse risparmiato, nella consapevolezza di come, proprio malgrado, non avrebbe potuto riservarsi un'ulteriore occasione di movimento in contrasto alla medesima mercenaria, non dopo la sua promessa, quella definizione giudicabile qual estrema intimazione di resa: per tale ragione, simulando una fugace ritirata, egli impegnò altresì tutte le proprie forze, tutte le proprie energie in un nuovo tentativo d'offesa, avanzando rapido verso di lei e lasciando roteare la propria lama da sinistra a destra, nella speranza di poter, alfine, ottenere breccia nella sua inviolata, e forse inviolabile, difesa.
Parata media dritta. Ancora gelida nel proprio agire, quale specchio di quanto presente nel profondo del suo stesso animo, Midda non gli concesse nuovamente alcuna speranza di successo, nel lasciar roteare, nuovamente, la lama dall'alto verso il basso, e dalla propria sinistra verso la propria destra, al fine di erigere, in simile gesto, una nuova, solida barriera a protezione del proprio corpo, vanificando tanto sforzo e, in tutto ciò, purtroppo per l'altro, sancendo anche la conclusione del loro incontro, della loro competizione, non diversamente da come avrebbe potuto essere prerogativa propria di un maestro con il proprio discepolo. E, in ciò, in immediata conseguenza alla parata del colpo, la gamba mancina della donna si levò da terra, portando a impattare il tallone contro l'addome dell'altro, con tutto l'impeto concesso dai suoi muscoli, a respingerlo con violenza, con energia, da sé e a meglio evidenziare come il tempo concesso a quel tafferuglio avesse da ritenersi terminato.
« … e tre! » esclamò, nel mentre dell'occorrenza di quell'ultimo gesto, di quell'atto incredibilmente colmo di significati, valori nettamente superiori a quelli potenzialmente impliciti in un semplice calcio e, piuttosto, simili a un'ormai incontestabile dichiarazione di superiorità e, in ciò, a una condanna a morte a discapito del proprio nemico.
Tale volle ella far apparire simile movimento. Tale volle ella che tutti, dal suo stesso antagonista sino all'ultimo degli spettatori lì schierati, potessero ritenerlo. Tale effettivamente venne giudicato, nel diffondersi di un evidente sentimento di ansia fra tutti gli uomini e le donne lì presenti. Tale, tuttavia, non avrebbe ella mai desiderato potesse essere, nella speranza che, dopo una sì realmente sorprendente dimostrazione di maturità, di incredibile crescita all'interno del proprio nuovo ruolo, colui un tempo da lei noto semplicemente come guercio tranitha e ora divenuto El'Abeb, fosse in grado di terminare in maniera adeguata quanto iniziato, non deludendola proprio nel momento più critico: con un simile, intimo desiderio, la Figlia di Marr'Mahew tornò allora e alfine a muoversi, levando la propria spada al cielo e preparandosi, a propria volta, per un fendente, in un'offensiva che, il qualunque modo fosse allora stata condotta a compimento, sarebbe stata risolutiva.
In conseguenza del calcio ricevuto, egli venne sbilanciato all'indietro e sospinto a ruzzolare a terra in prossimità del proprio stesso scudo, quella efficace, e pur pesante, protezione, nel dubbio dell'effettiva efficienza della quale egli aveva preferito liberarsi all'inizio di quella competizione, mantenendo per sé semplicemente la spada. In conseguenza di tale volo, egli venne lì costretto qual inerme bersaglio per qualsiasi rivalsa della propria nemica, di colei che aveva voluto ricercare quale propria nemesi ma che, per affrontare la quale, non si era proprio malgrado dimostrato ancora realmente pronto. In conseguenza della propria caduta, effettivamente egli ebbe a credere, per un istante, che la propria vita sarebbe finita in quel giorno e che, in ciò, il retaggio da lui reso proprio, nel raccogliere la maschera del precedente El'Abeb e nell'indossarla, sarebbe dovuto essere allora dovuto passare a qualcun altro o, forse, a qualcun'altra, magari persino la propria dolce e amata Shu-La, che, era certo, non avrebbe mancato di giurare a tutti gli dei del cielo, della terra e del mare, la propria futura vendetta in contrasto a quella donna. In conseguenza di tutto ciò, tuttavia, egli si ritrovò non entusiasta, quanto, piuttosto, nauseato e orrendamente spaventato, dall'idea che la sua meravigliosa compagna potesse rinunciare per sempre al proprio volto e alla propria vita in nome di un suo sciocco capriccio, di quello stupido orgoglio che già a lui sarebbe costato un prezzo eccessivamente caro: con una simile, intima consapevolezza e paura, l'uomo con il volto da scheletro si scosse, costringendosi a reagire e, in ciò, ad afferrare saldamente quello stesso scudo prima scartato per levarlo a propria difesa, a propria protezione in contrasto all'attacco a sé destinato.
Una… due… tre volte la spada bastarda ricadde con forza su di lui, venendo, però, in ogni occasione puntualmente respinta dalla tempra di quel grande scudo metallico, sul quale non mancò di incidere profondi solchi ma che, ciò nonostante, non riuscì a violare o a ovviare. Il braccio destro dell'uomo, che rapido si era rivestito di tale presenza, in conseguenza di tanto impeto, di simile foga, fu posto a dura prova, mostrando sotto la pelle fittamente tatuata tutta la sua muscolatura, dall'avambraccio alla spalla, tendersi oltremodo nel tentativo di non cedere, di non piegarsi, o spezzarsi, di fronte a lei. E quando un terzo, tremendo, rintocco venne scandito da tale sequenza di colpi, quasi egli volesse restituire l'attenzione a sé rivolta, con incredibile sforzo di volontà egli riuscì a spingere la propria gamba destra a sollevarsi da terra e, in ciò, a proiettarsi in contrasto all'addome della mercenaria, al suo ventre scoperto, e dolcemente e lievemente convesso, al di sotto della pelle di sfinge da lei resa quale suo primo indumento, ricacciandola all'indietro non con l'impeto abitualmente proprio della disperazione, quanto, piuttosto, con il controllo di una mente sufficientemente e paradossalmente quieta, malgrado quanto avvenuto.
« Thyres… » gemette in un alito di voce soffocato la donna guerriero, a definire in tal maniera la propria necessaria contrarietà a tale riscossa, a simile offensiva avvenuta allora in violazione di quanto da lei precedentemente sancito, in una intollerabile dimostrazione di tenacia da parte di colui che avrebbe dovuto essere, per lei, già vittima.
Occorse un solo istante a El'Abeb per porsi di nuovo in piedi, in grazia di una vigorosa contrazione addominale che riportò il suo intero corpo a una posizione eretta, stringendo ancora a sé tanto lo scudo, con il braccio destro, quanto la spada, con la mano mancina, e, in questo, dimostrandosi più che pronto a completare quanto sarebbe dovuto essere compiuto, a concludere quanto avrebbe dovuto essere condotto al proprio naturale finale, quello scontro non da lui iniziato, o forse sì… difficile ormai da ricordarsi, e pur da lui necessariamente da terminare onde evitare il riprendere di un conflitto altrimenti eterno, non di meno rispetto all'interminabile guerra esistente fra Kofreya e Y'Shalf, regni tanto vicini, nazioni tanto simili, e pur, senza alcuna concreta e argomentabile ragione, da tempi immemori nemiche giurate.
« E… ora… » iniziò a scandire egli, balzando verso di lei e levando la spada per menare il colpo di grazia, per scrivere, nel sangue e nella morte, l'ultimo atto della gloriosa vita della famosa Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew.
Occorse un solo istante a Midda per condurre il proprio sguardo di ghiaccio a fissarsi nella direzione delle vuote orbite di quell'osceno volto, presentandosi alla sua attenzione, in un momento tanto critico, in quello che, potenzialmente, avrebbe potuto essere l'ultimo della propria vita, l'essenza più intima del suo stesso animo, e mostrando, in ciò, non le emozioni che avrebbero potuto essere attese in una donna sconfitta, in una guerriera sopraffatta da un nemico rivelatosi più temibile di ogni previsione, quanto, piuttosto, l'inalterata sicurezza, forza, vitalità, di chi tanto aveva combattuto e tanto, ancora, era certa avrebbe ancora lottato.
E proprio in quel fugace momento, in quel pur effimero e laconico contatto fra i loro spiriti, ella volle allora confidare per la riuscita della strategia precedentemente formulata, restando sì pronta a porre in essere quanto necessario ove la medesima non avesse avuto successo, ma, ciò nonostante, sinceramente sperando di non essere delusa dal proprio avversario.
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