Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
mercoledì 20 luglio 2011
1281
Avventura
027 - Discordia fraterna
« Mi stai dicendo che potrò godermi la visione del tuo corpo nudo ancora per un po', almeno sino a quando non troveremo una fonte d'acqua utile allo scopo… e che lì sopraggiunti, ti farai anche il bagnetto davanti a me?! » sorrise nuovamente lo shar'tiagho, palesando una lunga, lunghissima fila di denti bianchi in conseguenza a un tanto piacevole pensiero.
In verità, come anche egli aveva avuto immediata occasione di acquisire consapevolezza, ancor prima di formulare quella stessa proposta falsamente disattenta per sole ragioni di intrattenimento con lei, particolarmente breve avrebbe dovuto essere riconosciuto il cammino ipoteticamente loro richiesto prima del raggiungimento di una fonte d'acqua, così come domandato dalla donna guerriero e così come da lui appena ribadito. Breve, per amor di dettaglio, nella misura di una trentina di piedi: quello, infatti, era la distanza allora esistente fra loro e un concreto canale, realizzato al centro dell'area da loro conquistata, e sino a quel momento ignorata, trascurata nel confronto con priorità di natura più pressanti, dai loro sguardi solo dopo tanto penare ritornati finalmente liberi di esplorare quello stesso contesto. Ed estremamente complesso, improbabile, se non impossibile, sarebbe stato per chiunque, salvo addurre a propria discolpa assoluta cecità e sordità, non prendere in esame tale presenza né rendersi conto della medesima ancor prima di volgere in tal direzione il proprio sguardo, in conseguenza tanto delle proprie proporzioni, quanto, e ancor più, dell'inconfondibile armonia prodotta dal continuo e incessante scorrere dell'acqua.
Se, così come auspicato da parte dello stesso Howe nella scelta di quella particolare via d'accesso al tempio, i due erano effettivamente riusciti a conquistare il proprio diritto d'ingresso diretto al cuore del santuario, nella propria area celebrativa principale, o presunta tale; l'ambiente che venne in tal modo lì loro presentato non volle tradire alcuna ipotetica fantasia sulla magnificenza propria della prima e più importante cattedrale dedicata a quello specifico dio, se pur, necessariamente, concretizzando simile ricercata esaltazione nella lì classica e imperante architettura tranitha, con le proprie fantasiose e spesso caotiche proporzioni e forme. Nessuna sconfinata volta sostenuta da colossali colonne scolpite nella roccia più solida, fu quanto lì si impose immediatamente all'attenzione dei due estranei conquistatori, quanto, piuttosto, una serie di straordinarie superfici, ovviamente ricoperte da mosaici smaltati, a propria volta ricoperti dalla polvere dei secoli, che dall'alto dei cieli garantivano, in meravigliosi riflessi multicolore occasione alla medesima luce del sole per raggiungere ogni anfratto lì ricavato, non sminuita nella propria intensità ma, anzi, se possibile persino posta in risalto, enfatizzata nel proprio potere. Soffitto sì alto, e pareti sì alfine vertiginose nelle proprie inclinazioni, che pur non sembravano rinunciare, nonostante tutto, a una mai rinnegata armonia naturale, quasi a voler lì rappresentare non un edificio così come concepibile da mente umana, ma una sorta di radura così come sol realizzabile a opera della medesima natura, con alti alberi e ricche e irregolari fronde sopra di loro. Al centro di simile quadro, poi, non una classica ara e un consueto collegato spazio di ritrovo per i fedeli, che lì avrebbero potuto rivolgere le proprie preghiere e le proprie offerte votive al dio prediletto, era presente, quanto, e piuttosto, la migliore rappresentazione che sarebbe mai potuta essere ricercata a esaltazione del potere, e della competenza, propria di Thatres. In dimensioni di oltre quindici piedi di larghezza per una trentina di altezza, infatti, si mostrava un'imponente rappresentazione a mezzobusto del dio delle acque dolci del pantheon tranitha, ritratto con le mani tese innanzi a sé, a offrire al proprio popolo un ricco, incessante, abbandonante riflusso d'acqua, probabilmente sorgente stessa del fiume Lymiha, che da lui, dalla sua generosità, si riversava all'interno di un ampio canale e, lungo tale percorso, simile tracciato, attraversava l'intera sala per dirigersi verso l'esterno, verso quella stessa facciata principale rimasta ancor inesplorata all'attenzione di Howe, per quanto, altresì, più che nota a quella di suo fratello Be'Wahr: una commistione fra natura e intervento umano, fra presenza divina e manifattura mortale, quella lì realizzata, indubbiamente notevole, degna d'attenzione e di lode, nel saper fondere le sorgenti di un sì importante fiume con quella imponente rappresentazione del dio, senza, tuttavia, in ciò violentare la natura, o il profilo naturale della montagna stessa, così come, probabilmente, altre culture non solo avrebbero compiuto, ma avrebbero considerato necessario, giusto e legittimo compiere.
Uno spettacolo, quello in tutto ciò offerto alla coppia, che pur, entro una certa, e forse blasfema, misura, rimase privo di dovuto apprezzamento, ove non in termini di brama reverenziale si accostò a tal canale di fresca acqua sorgiva la donna guerriero, quanto, e piuttosto, nella più prosaica volontà di tergere le proprie forme, pulire il proprio corpo, nella specifica direzione del quale, in tutto ciò, era allora concentrato in maniera spudorata l'interesse dell'uomo, tutt'altro che desideroso di riservarle occasione di pudica riservatezza ove, tanto esplicitamente, ella non ne aveva mai ricercata…
« Inizio a credere che il concetto, per quanto semplice, risulti particolarmente ostico nel confronto con le tue ridotte capacità d'intendimento, Howe… » commentò la Figlia di Marr'Mahew, nell'accostarsi, con i propri abiti e la propria spada, ancora posta nel fodero, in braccio, al margine di quel corso d'acqua, superando la breve distanza che li separava dal medesimo « Il fatto che io abbia una relazione con uno shar'tiagho, non comporta, per estensione, che qualunque shar'tiagho si debba sentire in diritto di compiacersi delle mie grazie. » lo rimproverò, con tono che pur non cedette mai a note di eccessiva serietà, nel voler ancora concedersi di giuocare in tal senso con lui per allontanare, psicologicamente ed emotivamente, la sgradevole tensione precedente.
« Ma io non mi sento in diritto… » negò l'uomo, seguendola, non più vestito rispetto a lei, facendosi a propria volta carico dei propri beni e raggiungendola sul bordo del canale « Non mi pare di aver espresso la benché minima richiesta o pretesa in tal senso. Anzi: hai fatto tutto da sola, se ben ricordi. » puntualizzò, ovviamnte mantenendosi a propria volta su registri verbali particolarmente ludici « E, per amor della cronaca, sei stata tu ad abusare di me, costringendomi con la violenza a spogliarmi, per offrirmi ignudo a ogni tuo capriccio. Il tuo buon locandiere, alla luce di tutto ciò, dovrebbe probabilmente iniziare a farsi qualche conto in tasca… » la provocò, ridacchiando.
« Disgraziato che non sei altro… » scosse il capo la donna, appoggiando il proprio fagotto a terra e prendendo, dopo di che, in esame il corso d'acqua presente innanzi a sé, ad assicurarsi dell'assenza di eventuali rischi celati, trappole nascoste in un ambiente nel quale non sarebbero dovute più essere loro riservate altre particolari minacce, nel confronto con la natura di tali spazi, di simili architetture.
Con movimenti eleganti, incredibilmente sensuali, nel confronto con i quali difficilmente un qualunque uomo sarebbe potuto restare indifferente a lei, malgrado ogni suo pur indubbio difetto, Midda Bontor si accinse, al termine di tali parole, a conquistare il contatto desiderato con quell'acqua, non negandosi prudenza, non rifiutando di prestare massima cautela nel confronto con quanto pur non giudicato arbitrariamente innocuo qual pur la ragione avrebbe potuto suggerirle essere, e, al contempo, neanche trattenendosi da tale ricerca, da simile esplorazione, non solo in virtù di un pur sincero e intimo desiderio di pulizia per il proprio corpo sin troppo vittima di terra, polvere, sudore, sporcizia e, anche, ragnatele in quantità superiori alla norma, quanto, piuttosto, in onesta conseguenza della consapevolezza di quanto, tutto ciò, avrebbe sol potuto aiutare le sue membra, offese dall'azione dei vermi, a ritrovare la pace loro attualmente negata, e, col tempo, a rimarginarsi, affidando alla sola memoria il ricordo di tanta sofferenza.
Uno spettacolo, quello pur involontariamente offerto della donna, che, al di là di ogni negativa considerazione adducibile a quel particolare contesto, tutt'altro che accomodante per determinati pensieri, oltre che a quella specifica protagonista, parimenti tutt'altro che disponibile per simili fantasie, prevaricò alfine ogni possibile limite di sopportazione da parte del suo compagno. Ed egli, per tal ragione, non ebbe reali alternative rispetto all'obbligarsi a cercare distrazione, mentale e fisica, da tutto quello, oltre che, a propria volta, un rapido ingresso in acque speranzosamente gelide, per celare la propria pur naturale, umana e comprensibile, intima eccitazione per tutto ciò…
« Piuttosto… » fu, pertanto, lo stesso Howe a riprendere voce in termini diversi da quelli del dialogo sino a quel momento così condotto fra loro, ora cercando di concentrarsi sul proprio mancino e sulle sue terribili condizioni, ancor prima che sulle forme della propria interlocutrice « … che diamine erano quei vermi?! »
martedì 19 luglio 2011
1280
Avventura
027 - Discordia fraterna
Al di là del concreto valore della propria più o meno vivace intelligenza, spesso posta in risalto soprattutto nel confronto con il meno acuto Be'Wahr, Howe al pari della predominante maggioranza dei mercenari, nonché dell'intero genere umano, non avrebbe mai potuto vantare un particolare livello istruzione. Qualche rudimento sul far di computo, ovviamente, non era loro mai mancato, nella necessità di non farsi buggerare dal primo mecenate di passaggio nelle loro vite, ma, in effetti, solo negli ultimi anni, e solo in conseguenza al confronto con figure quali quelle di Midda Bontor e di Carsa Anloch che suo fratello e lui, in un moto di lieve orgoglio maschile, avevano deciso di sforzarsi, in minima misura, ad apprendere l'arte della lettura, prima di allora giudicata del tutto superflua, inutile, vana, al pari di quella ancor peggiore della scrittura. In ciò, per lo shar'tiagho, concetti quali quelli relativi all'uso del condizionale non avrebbero potuto far proprio particolare valore, non sotto aspetti formali propri della medesima lingua da loro pur parlata quotidianamente, se pur, inevitabilmente, compresi e utilizzati sotto un profilo meramente pratico. Per tal ragione, Howe non avrebbe mai potuto dimostrare ignoranza nel merito della formulazione di periodi ipotetici, sentenze quali quelle che non mancarono di affollarsi nella sua mente al termine del lungo, e pur percepito qual incredibilmente breve, intervallo necessario a se stesso, e alla propria compagna, per liberarsi della minaccia imposta sulle loro carni da quei vermi affamati delle loro stesse vite.
Se solo la loro stessa sopravvivenza non fosse stata posta in dubbio da un pericolo tanto subdolo quanto apparentemente ridicolo qual quello derivante da piccoli bacherozzi privi d'ogni dignità, quel particolare momento della propria stessa esistenza sarebbe potuto essere ricordato quale uno dei più straordinari di sempre, e sicuramente meno probabile in una propria nuova occorrenza. Se solo i loro medesimi corpi non fossero stati straziati dalle invisibili lame delle quali quei terribili avversari erano armati, quel singolo giorno sarebbe dovuto necessariamente entrare nel mito, o, per lo meno, nel mito della sua storia personale, per l'occasione lì non solo concessagli, ma addirittura impostagli dal fato. Se solo la sua mente non fosse stata distratta dall'urgenza di estrarre dalle carni della propria compagna ognuno di quei piccoli, maledetti figli d'un cane, e al tempo stesso non fosse stata sconvolta dal dolore derivante dall'azione dei medesimi, e delle dita della propria stessa compagna, sulle proprie, Howe non avrebbe potuto trascurare l'evidenza di come, indiscutibilmente, si trovasse solo, in compagnia di Midda, con le mani sulle nude curve di lei mentre ella spingeva reciprocamente le proprie alla scoperta della sua figura.
Purtroppo, l'abuso di così tanti periodi ipotetici, di così tante sentenze condizionali, non poté ovviare a rovinare quel particolare momento, non concedendo occasione alcuna all'uomo di godere del medesimo. Non, per lo meno, sino a quando l'emergenza vermi non fu superata, fino a quando, a mezz'ora di distanza dall'inizio di quell'incubo, anche l'ultimo fra quegli invasori non venne estirpato dai loro corpi, concedendo loro una meritata occasione utile a tirare un lungo sospiro di sollievo.
« Thyres… è finita… » sussurrò, sinceramente spossata, la Figlia di Marr'Mahew, terminando l'ennesima verifica su tutte le piaghe del proprio compagno nel mentre in cui egli compiva egual controllo sulle sue, a ovviare a qualche successiva, e letale, sorpresa « Non dovrebbero esserne rimasti. »
« Neppur io ne colgo… » confermò l'uomo, accorgendosi, solo in quel preciso istante, in conseguenza dell'immediata distensione conseguente alla lieta novella così loro offerta, di essere praticamente abbracciato al corpo della propria interlocutrice, nel chiudere le braccia attorno alle spalle della medesima per offrire attenzione ad alcune ferite aperte dietro il collo della medesima « Oh… » non poté ovviare a soggiungere, nel maturare coscienza di tal contesto, di simile situazione, sino a quel momento vissuta in negazione a qualunque malizia.
« Che accade?! » domandò l'altra, restando immobile, e palesando chiaro nervosismo nel tendere tutta la propria atletica muscolatura, sotto la pallida pelle ornata da dolci spruzzate di efelidi un determinati punti strategici, atti ad esaltare in lei una frivola fanciullezza apparentemente impropria per chi abitualmente distante da qualunque concetto di frivolezza e, ancora, più prossima all'età utile per divenire nonna ancor prima che madre, nel confronto con le aspettative di vita della propria realtà quotidiana « Hai forse trovato delle uova? » incalzò, preoccupata, sgradendo l'idea di terminare la propria avventurosa vita in maniera tanto priva di dignità, qual solo sarebbe allora stato offerto da parte di quei vermi « Se necessario prendi un pugnale e incidi la carne… ma levale di lì prima che… »
« No… no. Calmati. » replicò Howe, ritraendosi appena e sorridendole, per tranquillizzarla e chiarire l'equivoco così rapidamente degenerato fra loro « Nessuna infestazione. Davvero… sei libera. Straordinariamente libera, se posso concedermi l'osservazione… » specificò, imponendo alla propria voce in tono trasparentemente sornione, tale da definire come il suo sguardo, in quello specifico contesto disceso dal volto di lei alle generose forme dei suoi nudi seni, non stesse più riservandole la stessa professionalità da cerusico prima rivoltale, disinteressato, ormai, a qualunque vermiciattolo carnivoro in favore di pensieri più gradevoli, probabilmente lussuriosi.
Intonazione, quella da lui resa propria in quelle ultime parole, che la donna guerriero non mancò di cogliere e di comprendere nelle proprie motivazioni, reagendo di fronte alle medesime con ritrovata freddezza, rinnovato controllo, nell'aggrottare la propria fronte e nell'incrociare le braccia sotto ai propri seni, forse a volergli riservare un'espressione scocciata e, pur, in tutto ciò, ottenendo qual ovvio risultato quello di porre in maggiore evidenza quella propria mai rinnegata femminilità, allora sinceramente apprezzata anche da chi, abitualmente, non annoverabile alla testa delle schiere dei propri sostenitori.
« A volte mi dimentico di quanto sia tutt'altro che complessa la mente di voi uomini… » commentò, apparentemente in sua condanna, e pur, in simile sentenza, non negandosi una certa nota di divertimento, di scherzo, nel necessitare, dopotutto, anch'ella di un momento di evasione dall'ultima, assolutamente non entusiasmante, mezz'ora « Riuscite a concentrarvi su un solo pensiero alla volta e, salvo priorità rivolte alla vostra stessa sopravvivenza, che si traduce quasi sempre in una forte attenzione al vostro stomaco, l'unico, concreto e forte interesse che vi resta è sempre e solo uno. »
« Chiamaci stupidi… » sorrise Howe, annuendo sollazzato alle parole di lei o, forse, in tal gesto, approvando la scelta da lei compiuta nell'incrociare in tal modo le braccia e nel sospingere maggiormente verso l'alto la pienezza dei propri seni.
« Stupidi! » confermò ella, così invitata, reagendo, subito dopo, spintonando giocosamente il proprio interlocutore per allontanarlo da sé.
Da un punto di vista a loro esterno, nel confronto con lo sguardo di un muto testimone di quelle vicende, probabilmente poche avrebbero potuto essere, per loro, ragioni utili a rallegrarsi o, ancora, per dedicarsi a simile ludico svago qual quello al quale, in tale rapido scambio di battute, sembravano essersi entrambi votati. Dopotutto, il braccio sinistro dell'uomo, in parte dilaniato dai vermi, in parte dilaniato dalle dita della propria compagna all'inseguimento degli stessi, sembrava più prossimo a uno straccio di carne maciullata che a un arto degno di tal nome, e in non migliori condizioni riversavano varie aree, se pur più circoscritte, dei corpi di entrambi.
Tuttavia i due erano ancora, e indubbiamente, vivi. E, se solo non fossero incappati in altre spiacevoli trappole qual quella lì occorsa, in un lontano futuro avrebbero potuto ricordare quei momenti quali persino gradevoli, ammantati di quel nostalgico aroma del quale ogni memoria si impregna con il passare degli anni, acquisendo sapore, e pregio, quasi un ottimo liquore durante la stagionatura.
« Tornando seri… » riprese la voce della mercenaria, scuotendo appena il capo e, per la prima volta dal loro ingresso in quel nuovo ambiente, lasciando correre lo sguardo a prendere in esame il medesimo « … è meglio dare una bella sciacquata alle nostre piaghe, prima che possano infettarsi in conseguenza di quanto occorso. » osservò « Quindi raccogli le tue vesti e la tua roba e diamoci una mossa: prima ci laveremo, prima potremo fasciare queste ferite; e prima ci fasceremo queste ferite, prima potremo riprendere la tua missione. »
lunedì 18 luglio 2011
1279
Avventura
027 - Discordia fraterna
In un diverso contesto, in una situazione differente da quella nella quale entrambi si erano volontariamente sospinti, sebbene una con maggiore consapevolezza e decisionalità rispetto all'altro, il tremore loro trasmesso dalla struttura della fontana sotto i loro piedi avrebbe potuto, forse, essere confusa per un'avvisaglia di terremoto, una scossa sismica di non modesta entità di fronte alla quale essere pur autorizzati a far proprio legittimo timore per l'immediato futuro. Nel particolare frangente proprio, invece, della condizione della quale si erano promossi protagonisti, i due non avrebbero mai potuto confondere la vibrazione conseguente all'azionamento di un qualche dispositivo di natura meccanica con un moto di subbuglio della terra, atto ad avallare, nel bene o nel male, come in conseguenza del gesto della Figlia di Marr'Mahew qualcosa stesse alfine accadendo.
Ancora una volta, tuttavia, nulla di quanto paventato dalla tutt'altro che illegittima fantasia del biondo mercenario avvenne. E, anzi, il fato parve voler ricompensare l'audacia dimostrata dalla donna guerriero, dandole ragione e svelando, in conseguenza dello svuotamento della vasca e dell'attivazione di quel meccanismo rimasto celato per secoli, un passaggio segreto, un accesso prima impossibile anche solo da immaginare e pur, allora, indubbiamente presente innanzi ai loro occhi, alla base dello stesso surrogato di montagna sul quale, insieme, si erano arrampicati per innescare tutto ciò.
« D'accordo… credo di essermi appena conquistato un paio di schiaffi. » commentò Be'Wahr, tirando un profondo sospiro di sollievo nello scoprirsi ancora in vita, e, in conseguenza di ciò, non mancando di riconoscere fede alle parole appena rivoltegli dalla propria interlocutrice, a suggellare, in tal senso, il suo pieno diritto a procedere in tal senso « Spero solo che non sarai tanto sadica da usare la mano destra… » soggiunse, non negandosi un giocoso accenno a quella particolare estremità metallica, nel confronto con la quale anche solo due scapaccioni quali quelli promessigli avrebbero potuto imporgli notevole danno, più di quanto sarebbe certamente per lui conseguito da una qualunque rissa in una taverna o in un'osteria.
Per un lungo istante, malgrado i toni scherzosi da lui resi ancor propri, alcuna replica seguì le parole così appena scandite da parte dell'uomo, nel ritrovare la donna, sua unica e possibile referente, qual chiaramente distratta da qualche pensiero, da qualche particolare analisi.
Nel cogliere tale distanza psicologica da sé e dalle proprie asserzioni, incredibilmente trasparente nello sguardo di ghiaccio di lei in tutto ciò concentrato non tanto nella sua direzione, così come neppur in quella del nuovo passaggio dischiusosi, egli le concesse tutto lo spazio che ella volle così tacitamente domandare qual proprio, non tentando di insistere verso di lei, né per semplice ludo, né per ragioni più serie. Stolido, del resto, sarebbe stato sottovalutare un simile momento, una tale serietà da parte di una professionista suo pari, ove, se qualcosa, in quell'intero contesto, non era in grado di convincere Midda Bontor, indubbiamente quel dettaglio, per pur minuscolo particolare, avrebbe potuto rivelarsi mortale per entrambi loro, magari un istante dopo, così come, eventualmente, dopo qualche tempo. Cercare, tuttavia, di comprendere cosa potesse aver imposto una simile condizione su di lei sarebbe stato difficile per chiunque, probabilmente impossibile, così come, del resto, fu per lui.
Ragione per la quale, sola, possibile reazione lì riservatagli, fu quella di restare in tesa attesa, rifiutando ogni pur desiderata possibilità di distensione tanto fisica, quanto, e maggiormente, mentale.
« … per questa volta te li abbuono. » rispose la mercenaria, al termine di un lungo, apparentemente interminabile, intervallo di riflessione, riprendendo esattamente, dalla questione rimasta in sospeso fra loro, quasi nulla fosse occorso nel mentre di quella parentesi.
Una replica, ormai del tutto inattesa e inattendibile, innanzi alla quale all'uomo non poté essere riservata alternativa a quella di un sincero, e totale, smarrimento, tale da costringersi a domandare, con poca eleganza e totale, e pur giustificabile, rifiuto d'acume: « Eh?! »
« Gli schiaffi… » puntualizzò la donna, scuotendo il capo, quasi ad allontanare da sé pensieri avversi, dubbi irrisolti malgrado il proprio pur trasparente impegno a raggiungere una soluzione in tal senso « Per questa volta mi dimostrerò generosa e farò finta di nulla. Ma cerca di impegnarti maggiormente a mantenere le giuste distanze… o la prossima non sarò tanto comprensiva. » commentò, ancora tanto distratta da non concedere, a tali argomentazioni, la benché minima intonazione ludica, al punto da far apparire quell'intervento necessariamente scherzoso qual tremendamente serio, prossimo a una minaccia, e a una terribile minaccia trattandosi di lei, ancor prima che a una facezia.
« C'è qualcosa che non va? » insistette Be'Wahr, del tutto disinteressandosi alla faccenda degli schiaffi nella volontà di comprendere, piuttosto, per quale ragione ella potesse essersi estemporaneamente smarrita, e con essa per quale ragione egli si fosse costretto a quella mai piacevole ansia, qual solo sarebbe potuta essere quella conseguente a un pericolo ignoto e incompreso, la misura fisica del quale sarebbe stata necessariamente affidata all'immaginazione del singolo e, con essa, enfatizzata potenzialmente oltremodo.
« No… niente. » minimizzò la Figlia di Marr'Mahew, evidentemente nel desiderio di non imporre al proprio compagno maggior nervosismo rispetto a quanto non gli fosse già proprio in quel particolare frangente « E' solo una sensazione. Probabilmente conseguente a un po' di stanchezza… »
« Che genere di sensazione? » richiese, imperterrito, non volendo, al contrario, sottovalutare il valore di un'intuitiva percezione da parte sua, attribuendo alla medesima maggiore importanza rispetto alle possibili certezze di molte altre persone.
« Non lo so. » commentò ella, ancora scuotendo il capo, sincera in tale ammissione « Mi pare che qualcosa sia fuori luogo, fuori posto… ma non riesco sinceramente a comprendere cosa. » spiegò, animata dalle stesse ragioni precedenti, nel comprendere come solo riconoscendogli un minimo di eloquio avrebbe concesso al proprio interlocutore ragione di quiete « Come ho detto, probabilmente inizio a essere un po' stanca e, in questo, eccessivamente paranoica. »
In verità, Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew, non sarebbe mai potuta giungere a ottenere gli straordinari risultati in grazia dei quali era divenuta una leggenda vivente; a compiere le incredibili imprese che tante canzoni e ballate le erano valse; a far proprie le grandiose vittorie per le quali ipotizzare di batterla a duello sarebbe stato, per qualunque guerriero mercenario suo pari, l'occasione di raggiungere l'apice del proprio successo, associando il proprio nome a quello della sua sconfitta; in assenza della propria proverbiale paranoia, che di pochi, o di nessuno, le concedeva occasione di fidarsi, arrivando a porre sempre in dubbio qualunque condizione, qualunque situazione, per non permettersi eccessiva distensione, pericolosa distrazione in conseguenza alla quale sarebbe potuta morire ancor prima di acquisire coscienza dell'esistenza di un pericolo.
In ciò, pertanto, quasi ridicole avrebbero dovuto essere giudicate quelle sue parole, le sue ultime affermazioni volte a screditare, in apparenza, il valore intrinseco di tale condizione di intima sfiducia nei riguardi del destino e degli dei tutti. Ma, malgrado ciò, ella parve volersi dimostrare effettivamente convinta delle proprie stesse parole, non portando la mancina alla propria arma, non sguainando la propria consueta lama, innanzi a una non meglio apprezzata sensazione di disturbo, forse di pericolo, ridiscendendo, altresì disarmata, quella piccola vetta per raggiungere il fondo svuotato della vasca e, con esso, l'accesso al passaggio segreto.
Una scelta, da parte sua, che non poté ovviare a preoccupare Be'Wahr, invece di imporgli eventualmente ragione di rilassamento, ove una tale superficialità da parte di colei da lui tanto intensamente ammirata non avrebbe potuto evitare di disturbarlo in misura ancor maggiore rispetto all'idea di una minaccia non completamente colta, non pienamente riconosciuta qual tale.
« Se ti stai comportando in questo modo per cercare di farmi sentire più a mio agio, ti prego di non farlo. » non riuscì a tacere, riprendendo voce verso di lei « Sinceramente preferisco sopravvivere come paranoico che essere ucciso per eccessiva fiducia in me e nelle mie potenzialità… » definì, parafrasando, se pur con termini necessariamente diversi da quelli originali, un insegnamento proprio della sua stessa interlocutrice.
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