Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
venerdì 20 gennaio 2012
1462
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Tante, troppe domande nel confronto con le quali mai ella avrebbe potuto sperare di raggiungere una qualsivoglia, concreta consapevolezza. Non, per lo meno, lasciandosi dominare da sentimenti d'indolente autodistruzione, quali, in quel periodo, complice la convalescenza impostale, si erano dimostrati prepotentemente presente nel suo cuore e nella sua mente, anche qual umana reazione, comprensibile risposta a una sconfitta tanto incisiva, quale da troppi anni, lustri addirittura, non era più abituata a considerare qual propria, a ritenere qual ammissibile nella propria esistenza, pur sì ricca di sfide al di là di ogni consueto umano ambire, non per eccessiva sopravvalutazione delle proprie capacità, non per eccessiva sottovalutazione del pericolo a sé circostante, quanto, e più semplicemente, per un'incredibile successione di trionfali vittorie tali da assuefarla, proprio malgrado, a simile, pur meritata, condizione.
« Sei maturato, Av'Fahr… » riprese alfine voce la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, rivolgendosi al proprio interlocutore con la consueta sincerità e trasparenza che era solita riservare a chi considerato a sé alleato, se non, addirittura, amico « Ti avevo lasciato ragazzo e ti ritrovo uomo. E anche incredibilmente saggio, se mi posso concedere l'ardire di osservare. » sorrise, passandosi poi la mancina fra i capelli, quasi l'ordine nel quale si stavano disponendo incredibilmente disposti non le fosse gradito e preferisse mantenerli più simili a un intrico irrisolvibile, a un dedalo privo di uscite.
« Credo che sia una delle conseguenze comuni a tutti coloro che perdono qualcuno d'amato. » commentò l'uomo, aggrottando la fronte « O, forse, sto solo cercando di dimostrarmi più appetibile al tuo sguardo… non sia mai che tu ti stanchi del tuo locandiere shar'tiagho, prima o poi. » soggiunse, concedendosi una facile ironia a non permettere al discorso di continuare in note tanto serie, qual, alla lunga, sarebbero risultate persino sgradevoli e sgradite.
« Shh… silenzio… non farti sentire. » replicò ella, portandosi l'indice della destra, in nero metallo dai rossi riflessi, davanti alle labbra, per imporre all'interlocutore un momento di quiete « E' estremamente geloso e, per quanto tu possa pensare che sia fuori combattimento, potrebbe improvvisamente destarsi dal sonno al solo scopo di trasformarti in stufato, da servire stasera a cena. » argomentò, ovviamente scherzosa, in quanto, di Be'Sihl, tutto si sarebbe potuto dire ma nulla in merito a una qualche sua possessività sentimentale, dopotutto incompatibile con le loro particolari abitudini relazionali, per così come necessaria conseguenza della sua vita in costante viaggio, alla continua ricerca di nuove avventure, di nuove sfide.
Così come poc'anzi aveva anche insistentemente ricordato e sottolineato lo stesso Av'Fahr, a seguito del rocambolesco volo compiuto dal locandiere suo amato al solo fine di concederle salva la vita, di definire, per lei, una speranza di fuga, qual effettivamente poi era stata anche confermata dalla scelta di Nissa, Be'Sihl non aveva ancora ripreso coscienza, e, in tal senso, al di là di ogni scherzoso giuocare, ella non avrebbe potuto che essere sinceramente e tremendamente preoccupata per lui e per il suo destino, la sorte del medesimo coraggiosamente abbracciata, sola conseguenza della propria volontà, della propria autodeterminazione e di alcun altro fattore, e che pur avrebbe, in ciò, potuto anche condurlo alla morte.
In verità, entro i limiti di quanto Masva e Noal avevano potuto constatare in assenza di un cerusico professionista abile a esprimersi in termini più approfonditi e corretti, fortunatamente l'uomo non sembrava aver riportato danni irreversibili: una brutta botta in testa, una manciata di costole incrinate, un avambraccio e una gamba fratturate, una spalla e un'anca lussate… per non parlare di polsi e caviglie. Nulla di piacevole, ovviamente, e pur un vero e proprio miracolo, nel considerare da quale altezza egli si era gettato e, ancor più, la posizione in cui era ricaduto, offrendosi qual protezione per la propria amata e lasciandosi impattare di schiena sul legno della nave. L'unico, reale, problema, a conti fatti, avrebbe dovuto essere considerato proprio l'insolito sonno nel quale egli sembrava essere sprofondato. Un sonno malato che, comunque, avrebbe dovuto essere probabilmente giudicato più che naturale dopo quanto accaduto, addirittura ritenuto non dissimile da un meccanismo di difesa elaborato dal suo stesso corpo allo scopo di impedirgli di soffrire e, persino, di peggiorare la propria condizione con qualche tentativo di movimento, laddove, certamente, se egli fosse stato cosciente la situazione sarebbe stata meno gradevole, nel dover fare i conti con il dolore conseguente a tali danni, nonché agli sforzi compiuti da Noal, Av'Fahr, Masva e, persino, il giovane Ifra per riposizionare ogni osso nella giusta posizione prima di consentirgli un'erronea guarigione. Ciò nonostante, a quel sonno, a quel sonno ristoratore tanto sgradevolmente prossimo al sonno della morte, nessuno a bordo della Jol'Ange avrebbe saputo obiettivamente associare pensieri positivi, speranze volte al futuro, per quanto, sicuramente, egli avrebbe dovuto essere riconosciuto qual in una condizione migliore di quella propria di Berah… condizione nella quale, a sua volta, sarebbe potuto facilmente riversare se, anche solo e semplicemente, la botta alla nuca fosse stata più violenta.
« Lungi da me il desiderio di attrarre le sue ire. » esclamò Av'Fahr, sollevando le mani a dichiarare la propria resa in tal gesto « Non so se in spezzatino o in cos'altro, ma sono sicuro che quell'uomo sarebbe capace di ascendere sino alla casa degli dei per bussare alla loro porta, se solo ne avesse l'esigenza, soprattutto se ciò fosse necessario per salvarti. » spiegò, a metà fra l'ironia e la sincerità, fra il giuoco e la seria constatazione, conseguente a quanto aveva avuto modo di verificare in prima persona nel corso di quello stesso viaggio « Tu non hai idea di quanto già abbia compiuto sino a oggi, per te. »
« Credo di poterlo immaginare… » annuì la mercenaria, effettivamente conscia di quanto il proprio amato si fosse impegnato per giungere sino a lei, e, ancora, per tirarla fuori dal cuore della nave di Nissa, la Mera Namile, come aveva scoperto chiamarsi, unendo il nome di loro madre, Mera, a quello della loro nonna materna, Namile, quest'ultimo anche suo secondo nome per amor di cronaca.
« Per te, sebbene nato e cresciuto sulla terraferma, ha affrontato il mare… imparando a rispettarlo e a confrontarsi con esso. » sottolineò l'uomo, non volendo permettere a tale impresa di passare in sordina, facendosi testimone di evidente rispetto per il soggetto di tale asserzione, suo ultimo compagno di viaggio, quasi fratello così come, ormai, aveva iniziato meritatamente a considerarlo « E, sempre per te, è giunto a porsi a contatto diretto con il mare, e il mare aperto, nel nuotare fin… »
« Lo so. » sorride Midda, sollevando la propria mancina per lasciarla posare sulle labbra del proprio interlocutore, a domandargli in ciò di non proseguire oltre « So bene quanto ha fatto e, ancora, so bene quanto sarebbe stato ancora disposto a fare se solo ve ne fosse stata la necessità. » sospirò, concedendosi successivamente a ciò un istante di laconico imbarazzo al confronto con l'evidenza di un sentimento tanto forte da parte del proprio compagno, un sentimento per essere degna del quale non sentiva di aver compiuto nulla di particolare, non credeva di aver fatto alcunché di speciale « Dopotutto, concedimi sufficiente intelligenza utile ad aver scelto solo il meglio presente sul mercato… » concluse, strizzando l'occhio sinistro verso l'interlocutore con fare complice.
In tal gesto, in quell'atto pur giocoso, ancora una volta desideroso di stemperare un clima che, troppo facilmente, sarebbe potuto degenerare in dramma, se non tragedia, ella non poté però evitare di rivolgere il proprio sguardo nella direzione della soglia aperta e, da lì, dello stretto corridoio e della porta altresì chiusa al di là dello stesso, la porta dietro la quale, era conscia, stava riposando Be'Sihl.
E insieme a quel pur fugace sguardo, accanto a tale rapida occhiata, qual solo sarebbe potuta essere per chi facente proprio, e gravante sul proprio animo, un incommensurabile senso di colpa, non poté essere ovviata una rapida preghiera, una supplica non solo rivolta a Thyres, sua dea prediletta e pressoché unica interlocutrice di ogni propria invocazione, ma agli dei tutti, agli dei del pantheon tranitha, con i quali ella era nata e cresciuta, così come agli dei di qualsiasi pantheon, a lei già noto o ancora ignoto, chiedendo a tutti loro una sola, semplice e pur importante concessione, a prescindere da quale pegno simile favore avrebbe potuto esigere in cambio. Quell'uomo, l'uomo giacente al di là di quell'uscio chiuso, l'uomo che lei amava e che tanto, troppo aveva dimostrato di amarla a sua volta, non avrebbe dovuto aggiungere il proprio nome alla già troppo ricca lista di vittime per le quali ella si sentiva responsabile: qualunque prezzo, da parte sua, sarebbe stato riconosciuto qual accettabile per garantirgli simile speranza di vita, l'occasione di poter godere, e godere realmente, ancora una volta della calda luce di una nuova alba.
giovedì 19 gennaio 2012
1461
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Il colosso nero, a quelle parole, sollevò le proprie braccia e compì un semplice gesto che in alcun altro momento, in alcuna altra situazione avrebbe supposto di poter compiere verso quella specifica figura, riprendendo voce e suggerendole quanto mai avrebbe supposto di poterle suggerire: « Lo so che probabilmente non sei abituata a farlo… ma… » esitò, stringendola delicatamente a sé, non con lussuria, non con malizia, ma con incedere fraterno, quasi ella fosse la fiera Ja'Nihr purtroppo perduta cinque anni prima « … ma ora faresti meglio a piangere. » proseguì, con tono non più di sfida, non più volto a suscitare una qualche reazione in lei, ma semplicemente carezzevole, in misura non inferiore ai propri stessi gesti così come lì compiuti « Parlo per esperienza. »
E Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, che pur non era così estranea alle lacrime, pur senza concedersi con eccessiva facilità di cedere al pianto, spinse il volto contro petto perfettamente scolpito dell'uomo, quasi a voler affondare in esso e poter essere, lì nascosta, lì celata, libera di dar sfogo a tutto il proprio dolore, a tutta la propria ira: dolore per la morte di Berah e per, forse, la condanna imposta tanto su Camne e questo ancor sconosciuto Hui-Wen, quanto sullo stesso Be'Sihl; ira verso se stessa, unica reale responsabile per quanto accaduto, per quanto successo, nell'essersi dimostrata più debole della propria gemella, nell'aver ceduto innanzi a lei e, in questo, nell'aver permesso che tutto ciò accadesse, succedesse, lasciandosi trascinare dagli eventi invece di dominarli. Ella, che mai aveva voluto accettare l'idea di un destino preordinato, di un fato scritto nelle stelle dagli dei ancor prima della propria stessa nascita, non avrebbe potuto trovare alcun sollievo, alcuna discolpa morale all'idea di essere stata, a propria volta, vittima di qualcosa di più grande di sé, vittima di una sorte a sé contraria e, in ciò, priva di qualunque responsabilità per quelle morti e quelle condanne. Prima di qualunque responsabilità per Berah, per Camne, Hui-Wen, Be'Sihl… e, forse, anche, per i suoi compagni di ventura Howe e Be'Wahr, e il suo scudiero Seem. E molti altri ancora. Troppi altri ancora.
Un pianto amaro, quello che ella riversò contro l'addome muscoloso, quasi marmoreo nella propria solidità, del buon Av'Fahr, che da questi non venne giudicato, non venne condannato, ritrovandosi, anzi e al contrario, perfettamente riconosciuto nelle proprie ragioni, nella propria utilità ove già, come da lui stesso asserito, a tempo debito sperimentato in prima persona, quando in proprio colpevole contrasto si era posto a rimproverarsi non solo per la morte della sua adorata, idolatrata sorella, Ja'Nihr, quant'anche per quella del proprio capitano, Salge Tresand.
« P-perdonami… » esitò ella, ancora lasciando trasparire, in un lieve tentennamento, tutta la propria fragilità, tutta la propria debolezza, così come mai era solita concedere spettacolo in pubblico « Io credo di essere ancora… frastornata… per via delle droghe. » tentò di giustificarsi, quasi a scusarsi per quanto appena avvenuto, per il pianto che ancora le lasciava splendere d'umidità gli occhi « Non pensare male di me, per carità. » gli richiese, sforzandosi di lasciar apparire quasi scherzoso il proprio tono, a non imporsi maggiore umiliazione di quella che temeva essere già divenuta propria.
« Non ho ragione per pensare male di te… » sorrise l'uomo, per tutta risposta, aprendo il proprio abbraccio per non imporglielo forzatamente là dove non richiesto e, ormai, non più necessario « Ne avrei se non avessi pianto. Ma ora no. Ora so che sei una persona comune. Un essere umano come me… e come Ja'Nihr, pace all'anima sua. »
« Ja'Nihr… » ripeté la donna guerriero, rievocando nella propria mente le immagini di quella splendida cacciatrice figlia dei regni desertici centrali, la qui esotica bellezza era seconda solo alla propria forza e al proprio coraggio « Thyres… non ho mai avuto occasione di invocare il tuo perdono per quanto accaduto. » prese consapevolezza, asciugandosi il volto con il dorso della mano e lasciandosi nuovamente sedere sulla branda, là dove, ancora, era rimasta in piedi sulla medesima « Mi dispiace. Mi dispiace davvero tanto per quanto è accaduto. Ella era… »
« … straordinaria. » concluse egli, con un sorriso sereno in volto « Sì. Lo so. Come so che, per quanto tutti noi possiamo avere ragione di rimproverarci per quanto accaduto, nessuno fra noi è responsabile per la sua morte. Nessuno, per lo meno, fatta eccezione per tua sorella Nissa. » definì, lasciandosi sedere accanto alla propria interlocutrice, per non costringerla a restare con il capo reclinato all'indietro per osservarlo.
A quelle parole, ella restò per un lungo momento in silenzio, osservando il volto di colui che aveva lasciato cinque anni prima qual un ragazzone troppo cresciuto, un omaccione dal corpo ipertrofico e, ciò nonostante, dall'emotività e dalla psiche di un fanciullo, lì ora presentatosi nuovamente a lei qual un uomo maturo, non solo per un lustro in più sulle proprie spalle, quanto, e piuttosto, per il proprio modo d'essere e di relazionarsi con il mondo a sé circostante. In tutto ciò un meraviglioso senso di sollievo la pervase, insieme alla certezza di non essere poi sì indispensabile al mondo, al Creato tutto, per proseguire nel proprio consueto cammino, non che mai avesse avuto dubbi in senso contrario: ella era solo una persona, una persona comune, così come anche sottolineato dallo stesso Av'Fahr, e in ciò, piacevolmente, ella avrebbe potuto concedersi di allentare, seppur di poco, la tensione emotiva che la stava affliggendo sin dal momento in cui aveva veduto la corona della regina Anmel materializzarsi fra le mani della propria gemella.
Poco o nulla, in verità, si ricordava di quanto occorso dal momento della fallita trappola a discapito di Nissa sino al momento del suo risveglio a bordo della Jol'Ange. Le era stato spiegato come fosse stata mantenuta prigioniera per lunghe settimane, incatenata e drogata a testa in giù per non concederle alcuna possibilità di fuga. Le era stato poi anche spiegato come tanto l'equipaggio della Jol'Ange, quanto il suo amato Be'Sihl, avevano avuto occasione di incontrarsi, sospinti in tal senso da diverse forze ultraterrene e sovrannaturali, e pur animati da un'unica, comune volontà di soccorso nei suoi riguardi. E, ancora, di come ella stessa fosse addirittura riuscita a concedersi un'estemporanea fuga dalla prigionia impostale, salvo, successivamente, essere ancora una volta catturata. Narrazioni, quelle a lei offerte, che avrebbero potuto essere proprie di una canzone, di una leggenda, tanto alle sue orecchie e alla sua attenzione, più in generale, esse risuonarono del tutto inedite, poste in riferimento a una realtà a lei del tutto sconosciuta.
Proprio in conseguenza a tale personale estraneità da eventi che l'avevano vista altresì protagonista, e che avevano visto ritornare in circolazione una corona già legata a troppi spiacevoli ricordi, quali, innanzitutto, i tentativi di lady Lavero, ultima proprietaria di tale reliquia, per eliminarla dalla circolazione, nonché ai sospetti relativi a una misteriosa entità all'interno della Terra di Nessuno, presentatasi con l'appellativo di primo-fra-tre e autoproclamatosi vicario di una importante e potente figura, probabilmente la medesima regina Anmel, seppur morta secoli, forse millenni prima; Midda Bontor non aveva potuto ovviare a un'incredibilmente sgradevole sensazione, quella di essersi ritrovata al centro di dinamiche estremamente più grandi di lei e in conseguenza alle quali il destino di troppe persone a lei care, se non dell'intera umanità, per come evolutasi sino a quel giorno, sarebbero potute dipendere dal suo successo o dal suo fallimento nella personale e decennale guerra con sua sorella Nissa. Un pensiero sicuramente assurdo, privo di qualunque fondamento, e che pur non aveva potuto evitare di essere rafforzato dall'insolita brama dimostrata dalla sua gemella verso gli scettri che aveva condotto seco dalla lontana Shar'Tiagh, scettri ipoteticamente appartenuti all'ultimo dei faraoni dell'epoca di massima ascesa, o di massimo declino, della storia di quel regno, scettri per il possesso dei quali già molte persone, troppe persone attorno a lei avevano ancora una volta rischiato di morire.
Per quale ragione Nissa Bontor, già ascesa al ruolo di sovrana di una nazione da lei stessa fondata, avrebbe potuto desiderare il possesso di quegli antichi scettri in immediata conseguenza alla non meglio compresa conquista di un tesoro non meno importante, non meno prezioso, quale la corona perduta di una delle più importanti, o terrificanti, regine del mondo antico? Possibile che alla base delle azioni di sua sorella avesse da essere ancor e solamente identificato il desiderio di nuocerle, così come era sempre stato in passato? O, forse e drammaticamente, qualcosa era mutato? Qualcosa che, fra l'altro, avrebbe potuto giustificare le ultime parole di Berah, per così come a lei riferite?
mercoledì 18 gennaio 2012
1460
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Nel corso della propria vita, Midda aveva veduto fin troppe persone morire attorno a lei. Un gran numero di esse, un'agghiacciante maggioranza, avrebbe dovuto ovviamente essere riconosciuta qual costituita da tutti coloro che ella stessa aveva contribuito, direttamente o indirettamente, a uccidere: avversari, in un'ancor, fortunatamente, predominante quota; alleati e amici in una mai troppo esigua quantità. E per quanto mai in contrasto a questi ultimi fosse stata la sua mano a levarsi, mai ella avesse tradito in maniera esplicita un legame di amicizia, di fiducia, di affetto, su di lei non avrebbe potuto che essere giudicato qual sgradevolmente riverso il loro sangue, là dove senza una sua corresponsabilità, fosse stata anche la mera conoscenza della medesima, essi non sarebbero mai morti.
Fra tutti coloro i cui volti, i cui nomi, stringevano come in un'asfissiante morsa il cuore della mercenaria, già troppi avrebbero dovuto essere giudicati qual appartenenti a quella che era stata la grande famiglia della Jol'Ange, famiglia che in un lontano passato lei stessa aveva contribuito a edificare, sebbene dei membri originali solo ella stessa avrebbe potuto vantar di essere ancora in vita. Nessuno, fatta eccezione per Salge Tresand, aveva avuto modo di sopravvivere a un terribile contagio contratto in terre lontane, epidemia che aveva decimato la prima generazione di figli della goletta in un'epoca successiva all'abbandono della medesima da parte di colei che di lì a breve sarebbe divenuta una celebre mercenaria, una straordinaria combattente. E nel considerare come anche Salge Tresand fosse venuto meno cinque anni prima, nell'intimo della Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto mancare un senso di disagio, di profonda inadeguatezza, nello scoprirsi unica ancora in vita malgrado la morte di tutti i propri fratelli e sorelle, di quella che aveva imparato ad amare come una famiglia dopo l'abbandono della propria reale famiglia, quella fuga da casa che, del resto, aveva dato origine all'odio nel cuore di sua sorella Nissa, ancora bambina. Una sensazione che, purtroppo, non avrebbe potuto essere resa meno gravosa nel confronto con il suo animo al pensiero di come, senza falsa retorica, Salge fosse effettivamente morto solo per propria colpa, perché a lei vicino, tanto emotivamente quanto fisicamente: se solo ella non avesse mai fatto ritorno alla Jol'Ange, se ella non avesse mai stolidamente ipotizzato di poter ignorare, dopo oltre dieci anni, il monito della propria gemella, il suo divieto a mantenersi lontana dal mare, pena la morte di coloro a lei più cari, il buon capitano sarebbe stato ancora in vita, avrebbe ancora potuto veleggiare insieme al suo straordinario equipaggio verso meravigliose avventure, quali solo il mare avrebbe saputo offrire loro.
Probabilmente complice tale disagio, simile intima pena, quando violentemente separata dalla Jol'Ange, Midda Bontor non si era subito impegnata nella ricerca della medesima, preferendo, addirittura, fuggire il più lontano possibile dal mare, sperando di poter trovare, a tale distanza, occasione di serenità e di pace. E quando poi, realmente dedicatasi alla ricerca del fato della Jol'Ange e della sua protetta lì abbandonata a bordo, Camne Marge, nel momento in cui ritrovatasi consapevole di quanto, comunque, in salute avesse da considerarsi l'intero equipaggio, il quale, ovviamente, aveva dovuto apprendere come proseguire, in autonomia, la propria quotidiana esistenza, ancora una volta ella aveva preferito ovviare a una qualche pur possibile occasione di nuovo incontro con essi, celandosi dietro la scusante propria della difficoltà a ottenere un qualche contatto con la goletta e i membri del suo equipaggio, e pur dimenticandosi volutamente di quanto semplice sarebbe stato lasciare un messaggio per gli stessi presso una qualunque capitaneria di porto, la quale avrebbe provveduto senza particolari difficoltà a recapitarlo a destinazione appena possibile.
Talvolta, ovviamente, ella non aveva potuto ovviare a riflettere su quanto sarebbe alfine avvenuto un nuovo incontro con la Jol'Ange e con il suo equipaggio, uomini e donne con i quali aveva solo iniziato a stringere un rapporto e ai quali, per lo più, avrebbe dovuto considerarsi legata attraverso la figura di Salge: venuto meno questi, probabilmente nessuno lì a bordo avrebbe avuto ragione per considerarsi vicino a lei, e, in questo, avrebbe definitivamente scoperto di esser divenuta straniera a bordo della medesima nave che aveva contribuito a porre nuovamente in mare quando ormai condannata a marcire in un cimitero come molti altri lungo le coste tranithe. Ciò che, pertanto, mai avrebbe potuto osare immaginare, e temere, sarebbe stata l'eventualità di ritrovarsi a essere soccorsa proprio dalla Jol'Ange in un momento di difficoltà, in pericolosa vicinanza con la morte, lasciando, in tal gesto, pagare un nuovo, caro prezzo a quegli uomini e a quelle donne che alcun debito avrebbero dovuto considerare esistente nei suoi riguardi e, anzi, che solo il credito derivante dalla vita di Salge e di Ja'Nihr avrebbero dovuto esigere da lei.
Per simile ragione, nel momento in cui non solo recuperò coscienza in quella che riconobbe essere una delle cabine della Jol'Ange, ma, peggio, venne informata nel merito di quanto avvenuto dalla voce affranta della brava Masva, la donna guerriero più famosa di quell'intero angolo di mondo, la mercenaria che aveva reso possibile l'impossibile un numero sì elevato di volte da rendere impossibile mantenere un conteggio aggiornato, colei che aveva conquistato il titolo di Figlia di Marr'Mahew per la propria terribile affinità con il concetto stesso di guerra, si ritrovò priva di ulteriore volontà di viva, precipitando, come poche altre volte le era accaduto nel corso della propria esistenza, in una baratro di depressione dalla quale, probabilmente, sarebbe volentieri uscita uccidendosi, se solo le fosse stato concesso.
Ma a prevenire tale possibilità, nella quale, pur, non mancò di pensare di impegnarsi, intervenne fortunatamente la figura di Av'Fahr, il quale, cogliendola in eccessiva contemplazione della propria stessa lama, la spada che Nissa aveva utilizzato, impossibile ancor dire come, per uccidere Berah, comprese quali lugubri pensieri stessero attraversando la sua mente in quel frangente…
« Sarebbe estremamente sgradevole da parte tua… » commentò, incrociando le braccia al petto, non senza un certo impegno data la sua imponente mole, i suoi muscoli incredibilmente gonfi, e lasciandosi appoggiare contro l'ingresso alla cabina da lei occupata « … spero che tu te ne renda conto e ti possa rimproverare per certi, pessime idee. »
« Cosa sarebbe sgradevole? » domandò ella, confusa, sollevando lo sguardo dalla propria arma per potarlo a confrontarsi con l'immagine di quell'uomo, decisamente più giovane di lei e pur, in quel momento, estremamente più saggio di quanto non si stesse sforzando di apparire lei stessa « Sarebbe sgradevole ovviare al rischio che qualcun altro possa lasciarci la pelle per causa mia?! »
« Qualcun altro ci lascerà la pelle per causa tua se tu morirai… » la rimproverò egli, scuotendo il capo e storcendo le labbra verso il basso, a esprimere visivamente la propria condanna a tal riguardo « Camne e Hui-Wen sono ancora suoi prigionieri, se te lo fossi dimenticato. »
« Non me lo sono dimenticato… » negò, evadendo il suo sguardo quasi non fosse in grado di sopportarlo, lei che, con i propri occhi color ghiaccio, era solita dominare chiunque attorno a sé anche senza necessità di un sol gesto, di una semplice parola.
« Allora, forse, ti sei scordata di come Be'Sihl non si sia ancora risvegliato da dopo la caduta… e di come, senza di te, probabilmente non potrebbe avere ragione di riaprire gli occhi. » insistette l'uomo, serio verso di lei, ricorrendo a termini e toni che mai avrebbe potuto immaginare di adoperare verso di lei ma che, ben riconoscendo il suo stato d'animo, sapeva sarebbero stati i soli che avrebbero potuto avere effetto in quella particolare situazione « E' un brav'uomo, sai? E non merita che tu ti comporti da codarda dopo tutto ciò che ha fatto e ha rischiato per salvarti la pelle… »
« Lo so… » annuì, stringendo i denti in un evidente segnale di scarsa sopportazione per tanti, troppi rimproveri, soprattutto ove compresi più che corretti nelle proprie motivazioni « Dannazione… lo so! »
« E allora perché non provi a pensare a utilizzare quella spada per strappare il cuore dal petto di quella cagna di tua sorella, invece che dal tuo? » la provocò, avanzando verso di lei con maggiore agilità e rapidità di quanto chiunque gliene avrebbe mai potuta attribuire in conseguenza della sua mole, andandosi a parare innanzi a lei senza timore alcuno per chi, comunque, avrebbe potuto ucciderlo in un sol gesto se solo lo avesse desiderato « Perché non provi a dirigere il dolore e il rancore che ora provi a discapito della tua nemica invece che di te stessa?! »
« Perché… perché… » esitò la donna, sollevando poi la spada e scagliandola, con violenza, lontana da sé, non nella volontà di colpire l'uomo a lei prossimo ma, solo, nel desiderio di allontanarla dalle proprie stesse mani che si erano ritrovate a stringerla con tanta cupidigia « Perché io non ce la faccio più, Av'Fahr… non ce la faccio più! » gli gridò contro, sollevandosi in piedi sul proprio giaciglio per porsi allo stesso livello del proprio interlocutore e per tentare di sfogare, in quel grido, tutte le proprie emozioni sino ad allora represse nel profondo del proprio animo « Non ce la faccio più! »
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