Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 19 maggio 2012
1582
Avventura
033 - Guerra
Privato della testa, della mano e dell'avambraccio destro, e con questi della spada sua estensione; per quanto ancora e inevitabilmente pericoloso; l'oni si propose innanzi a Guerra qual una minaccia di entità inferiore a quella rappresentata un istante prima. Una minaccia che ella non avrebbe potuto ancora sottovalutare, e che avrebbe dovuto, al più presto, eliminare; ma che, con una ventata di positività, e di speranza verso il futuro, non avrebbe potuto essere enfatizzata oltremodo, non, per lo meno, dal considerare qual disperata la posizione della donna. Dopo una sequela particolarmente negativa di eventi, tali da minimizzare il ruolo di protagonista abitualmente per lei proprio in qualunque situazione, finalmente qualcosa sembrava essere cambiato, migliorato, non solo al punto tale da permetterle di tornare a sperare nel futuro, ma anche, e soprattutto, a sperare in se stessa e nelle proprie capacità, che in Hyn, forse complice anche l'età avanzata, sembravano ogni giorno poste in ridicolo.
Per chi, spinta in parte dall'orgoglio, in parte dal desiderio di avventura, ma, soprattutto, dalla volontà di dimostrare a se stessa e al mondo intero di essere la sola padrona del proprio destino, si era spinta sin da bambina ad affrontare ogni genere di pericolo, di sfida, arrivando a dichiarare guerra anche a chi, quasi, pari a una dea, qual Anmel dopotutto era divenuta; sol spiacevole, sol svilente, avrebbe dovuto essere considerata la condizione di chi tanto spiacevolmente incapace di contrastare un qualunque zotico villano, con ogni dovuto rispetto per gli zotici villani. Guerra non apprezzava l'idea di dover essere riconoscente a qualcuno, non perché disturbata all'idea di dover ricambiare il favore, quanto piuttosto per il concetto stesso di dipendenza da un altro. Possibilmente, ella preferiva aiutare volontariamente qualcun altro, invece di ritrovarsi costretta a farlo da un qualche, reale o sol da lei considerata qual tale, ripicca nei suoi confronti, nella richiesta di saldare il debito contratto.
Nonostante ciò, falso sarebbe stato supporre che ella, nel proprio passato, non avesse collaborato con altre persone, non avesse accettato alleati al proprio fianco. Al contrario molteplici e numerosi erano stati coloro che, per una singola avventura, o per un certo periodo di tempo l'avevano affiancata, a volte per semplice fatalità, altre persino per sua esplicita richiesta: non era lo spirito di gruppo a mancarle, dove nata figlia del mare e cresciuta marinaio, quanto, e più banalmente, quel pizzico di umiltà tale da permetterle di riconoscere un'impresa qual al di là delle proprie possibilità, un nemico qual realmente imbattibile. Poche, infatti, erano state le occasioni in cui ella si era ritirata di fronte a una battaglia. E quando ciò era avvenuto, quella battaglia non era stata tale per sua volontà, per suo piacere, né ella vi aveva preso parte per tali ragioni, venendo, magari e altrimenti, coinvolta per l'arroganza di altri, capaci di arrivare a considerarla interessata in una battaglia senza neppure interrogarla a tal riguardo.
Rinfrancata nella propria autostima, Guerra si precipitò nuovamente in contrasto all'oni, ora direzionando i propri colpi in opposizione al suo braccio sinistro.
Un arto, il mancino, che non poté evitare di seguire la via tracciata dal primo, ove ancor più indifeso rispetto al medesimo, ancor privo di quel controllo che solo la presenza di una testa integra avrebbe potuto offrirgli. E per quanto, in verità, l'oscena rigenerazione di quell'essere si fosse già posta all'opera nel tentare di ricostruire il collo e, addirittura, parte di un orecchio con il materiale lì presente, ancora a lui attaccato, il resto del suo capo non avrebbe potuto ritornare sino a quando non si fosse messo d'impegno a raccogliere tutti i numerosi frammenti sparsi lì attorno, il risultato di un tremendo macello da lei orchestrato a suo discapito. Così il braccio cadde. E cadde letteralmente, rotolando a terra privo di ogni possibilità di sostegno, dimostrazione di come, probabilmente in conseguenza alle sin troppo numerose ferite, la rigenerazione di quel mostro fosse necessariamente rallentata, allungando i tempi di reazione e permettendo un'amputazione che forse, senza gli altri danni a contorno, non sarebbe stata possibile.
Tagliato sopra al gomito, sì, ma non ancora privato di vitalità, il braccio dell'oni avrebbe potuto cercare di arrampicarsi rapidamente verso la propria sede naturale. Tuttavia, ancora una volta, ella non lo permise, lasciando precipitare vigorosamente la propria spada su quel braccio ancor animato, per quanto probabilmente impossibile da definire vivo, per ben due volte, spezzandolo, mutilandolo, all'altezza del polso e a quella del gomito, per disarticolarlo, nel desiderio, e nel bisogno, di impedirgli macabri movimenti. E la mano, l'estremità che, ancora, avrebbe potuto avere motivo di muoversi e di ribellarsi, fu la prima a essere afferrata dalla sua destra, e scaraventata con tutta la forza concessale dalla medesima ben oltre i limiti del proprio campo visivo. Azione nella quale, in breve, furono coinvolti anche gli altri due pezzi del mostro, riducendone sempre più le possibilità offensive.
Una valutazione, quest'ultima, che suo malgrado si volle rivelare qual prematura, nel momento in cui l'oni, ora senza testa e senza braccia, non si negò, comunque, la speranza di un ultimo riscatto, saltando agilmente in aria e ricadendo su di lei nel momento in cui ella si offriva ancora distratta da quel suo impegno disseminatore. Ragione per la quale le gambe del mostro, uniche estremità ancora integralmente concessegli, si chiusero con prepotenza attorno al corpo di lei, non solo schiacciandola sotto al proprio peso ma, ancor più, tentando di stritolarla in una morsa forse priva di qualunque speranza di evasione. Una morsa che, in verità, la stessa Guerra aveva applicato in diverse occasioni passate, rivolgendola, invero, attorno al collo di un avversario piuttosto che attorno al suo torso, per banali ragioni di coerenza fra la propria forza e la resistenza dei medesimi. Problema entro i termini del quale l'enorme oni non avrebbe mai potuto ricadere.
Piegata sotto il peso di quel corpo ancor colossale, malgrado quanto già negatogli, e quasi soffocata nella morsa imposta attorno al proprio busto, da gambe di dimensioni sgradevolmente maggiori a esso, Guerra si ritrovò per un terribile istante privata della possibilità di elaborare una qualunque idea nel merito di come sopravvivere a tutto quello, e, peggio, privata persino ella possibilità di comprendere cosa effettivamente fosse occorso, per ridurla in una simile condizione.
« … Thyres… » gemette, fra labbra già tendenti verso una colorazione bluastra in quello che, per l'ennesima volta nella propria esistenza, avrebbe potuto essere l'ultimo loro spasmo di vita.
Forse, proprio perché tanto confidenti con una simile, terribile condizione; forse, proprio perché già in intima relazione con la morte stessa, così come solo sarebbe potuto essere per chi proclamatasi qual Guerra; ella a differenza di chiunque altro non si concesse ragione di panico, non sprecò un solo, banale ma vitale momento nello sconvolgersi per quanto lì in atto, preferendo dedicare quell'infinitesimale eternità ancora concessale a riflettere su come evadere da tutto quello, su come estraniarsi da quella letale prospettiva, da quel destino apparentemente ineluttabile.
Schiacciata, ormai, sotto il peso dell'oni, praticamente seduto sulla sua schiena, ella mise all'opera tutte le proprie ultime forze, e con esse tutta l'adrenalina allora presente nel suo corpo, per rigirarsi all'interno di quella morsa, in modo tale da poter essere posta a confronto con l'addome del proprio avversario. E una volta lì sopraggiunta, ella trasferì la spada ancora stretta nella mancina alla propria destra, quella destra che, per quanto ancora insensibile, ora era dotata di una forma più elegante, finalmente idonea al confronto con il mondo a lei circostante e, ancor più, con le sue armi; destinando in ciò a quella propria ultima risorsa utile il compito di guidare la lama a trafiggere il corpo del mostro dal basso verso l'alto, e a squartarlo in due, longitudinalmente, innanzi al proprio sguardo. Perché se anche tentando di amputare le gambe del mostro, egli avrebbe potuto avere ancora modo di comprimerla con le proprie cosce; dividendolo in due, almeno nella parte terminale del proprio corpo, nulla le avrebbe potuto impedire di attraversarlo letteralmente, da parte a parte, esplorando non piacevolmente il suo intestino, le sue budella, ma liberandosi dalla sua morsa prima di non avere più energie per farlo.
E nel mentre in cui egli stava ancora cercando di richiudere l'enorme squarci da lei prodotto, e tale da impedirgli qualunque occasione di movimento, ella fece calare rapidamente la propria spada su quell'enorme schiena, nella volontà di concludere quanto iniziato e di dividere, definitivamente, quel corpo in due parti speculari.
venerdì 18 maggio 2012
1581
Avventura
033 - Guerra
Su un fronte i passi del gigantesco demone, ipoteticamente pesanti, ingombranti almeno quanto lui, ma, al contrario, incredibilmente leggeri. Sull'altro i passi della donna guerriero, forse non condotti a due piedi dal suolo, così come, chissà, Fu-Nahn avrebbe preferito che fosse, ma egualmente rapidi ed egualmente leggeri, qual solo ci si sarebbe potuti attendere da parte di una tale, elegante figura. Al centro la distanza esistente fra loro, ogni istante sempre inferiore, ogni attimo sempre più risicata, destinata a una drammatica conclusione, a una tragica scomparsa. E nulla di tutto ciò, non il timore dell'imminente scontro, non la preoccupazione per ciò che avrebbe potuto animare i movimenti dell'avversario, sembrò importare ai due contendenti, ai due sfidanti, vedendoli sempre più decisi a ricercare il reciproco annichilimento.
Il primo a sperare di colpire fu l'oni. Egli, roteando la propria lama attorno al proprio corpo, con l'eleganza di un guerriero esperto di Hyn, condusse quell'abnorme arma in direzione delle gambe della propria antagonista, ora deciso, evidentemente, a cercare di immobilizzarla ancor prima di finirla, con un movimento ipoteticamente inatteso che, da parte dell'altra, avrebbe potuto ottenere solo stupore, sorpresa e, soprattutto, dolore. La prima, altresì, a colpire fu Guerra. Ella, cogliendo la traiettoria della spada nemica, non si fece sorprendere dalla medesima, e sebbene non in grado di saltare sulla sua parte piatta così come il monaco si sarebbe certamente divertito a compiere, saltò oltre la medesima e, da lì, verso il possente corpo avversario, tendendo la propria destra in avanti, a cercare una qualunque presa, e la propria sinistra indietro, a caricare il colpo. E se la destra trovò quanto desiderato all'altezza delle spalle dell'avversario, aggrappandosi in prossimità al collo del medesimo e affondando all'interno delle sue carni con violenza sovrumana, con la forza che solo la tecnologia le avrebbe potuto offrire; la mancina non si sottrasse al proprio compito e, con non meno decisione, mosse la spada bastarda a cadere perpendicolare sul cornuto cranio avversario, senza la benché minima remora nei confronti di un'azione tanto distruttiva. Un fendente, quello da lei in tal modo guidato, che fece letteralmente esplodere la testa dell'oni, aprendola in due sino al collo.
Per quanto immortale, e capace, come già verificato, di un'incredibilmente rapida rigenerazione dei propri tessuti feriti, o, addirittura, mutilati, un colpo come quello non riuscì a compiacere l'oni, il quale, necessariamente, arrestò la propria furia, il proprio furore, nella necessità di ritrovare l'integrità perduta prima di impegnarsi in nuovi azzardi. Integrità, tuttavia, che Guerra non volle concedere, non volle permettere, mantenendosi ben salda alla spalla sinistra dello stesso con la propria mano destra e, rapida, lasciando ricadere più e più volte la propria spada su quel capo già martoriato, al punto da ridurlo, effettivamente, nella carne trita promessa e, peggio, dal dividerlo completamente dal proprio collo. E troppo tardi l'oni si rese conto di quanto ella stava compiendo, lasciando perdere la propria esitazione e cercando, allora, di strapparla via da sé con l'ausilio delle proprie enormi mani: quanto ella desiderava, era ormai compiuto.
« Sì. Per Thyres! Sì! » esclamò, quasi gridò, ella con aria indubbiamente soddisfatta nella propria lingua natia « Questa è la cara, vecchia Figlia di Marr'Mahew che mi mancava! »
Parole, quelle allora pronunciate, che sarebbero risultate prive di significato all'attenzione di qualunque autoctono, non tanto per la lingua da lei adoperata, quanto più per i termini da lei utilizzati, primo fra tutti quel Figlia di Marr'Mahew che ella aveva chiaramente rivolto verso se stessa.
In verità, tale nome non avrebbe dovuto poi essere considerato tanto diverso da quello che aveva adottato nelle terre di Hyn per mantenere un minimo di riservatezza, ove in alcune isolette estremamente lontane da lì, dall'altra parte del mondo conosciuto, Marr'Mahew era venerata qual dea della guerra. E, con un tanto stretto riferimento alla medesima, ella era stata rinominata quasi vent'anni prima per indubbi meriti bellici, qual soli sarebbero potuti derivare da una sfida fra lei stessa, sola e armata della propria attuale spada e del martello da fabbro che probabilmente l'aveva forgiata, e ottanta pirati, testa in più, testa in meno, che ella aveva completamente sterminato.
Esaltante era stata, quindi, quella sua rivalsa contro l'oni, così come sottolineato, enfatizzato dalle proprie parole invocanti, in maniera più che trasparente, una giovinezza troppo spesso rimpianta qual perduta. Perduta, tuttavia, essa non era ancora: non, quantomeno, ove ella era ancora capace di dimostrarsi tanto combattiva, tanto agguerrita qual in quel momento si era dimostrata. E nel momento in cui l'oni cercò la sua carne, e con essa una vendetta, ella non si offrì inerme, non si offrì stanca o demotivata, avendo, al contrario, ritrovato tutta l'energia prima apparentemente dimenticata, tutta la forza e tutta l'agilità che nella propria rabbia, nella propria ira, era stata precedentemente obliata e che, in quelle azioni, e nel salto che le concluse, e che le evitò la spiacevole violenza del proprio antagonista, era stata ritrovata, era stata riconquistata e, soprattutto, palesata al mondo.
Con una capriola all'indietro, ella sfuggì all'abbraccio mortale dell'oni, e con una capriola in avanti, ella tornò a lui, agendo nella medesima direzione da lui progettata a suo discapito. Ragione per cui, con un ampio tondo roverso, china al suolo al punto tale da essere quasi lì sdraiata, ella colpì e spazzò le gambe del mostro suo antagonista, amputandole di netto poco sopra le caviglie e negandogli, in conseguenza, ogni possibilità di equilibrio, ogni speranza di mantenere posizione eretta. O, per lo meno, tale sarebbe realmente stato se avesse impedito, in qualche modo, una speranza di rigenerazione; saldo motivo per il quale non volle limitarsi a quella singola azione ma, non appena conclusa, fece perno sul proprio piede sinistro al fine di roteare sul medesimo e, con la gamba destra, andare a colpire il nemico, sperando di gettarlo a terra e, in tal modo, di separarlo dai propri piedi. Ma ciò non avvenne. Non, in effetti, nei termini in cui ella aveva sperato, dal momento il cui, pur riuscendo a raggiungerlo, egli non perse l'equilibrio e, soprattutto, le gambe si offrirono già rinsaldate ai corrispettivi piedi.
« D'accordo… sono stata troppo ottimista ora. » commentò ella, ancora nella propria lingua madre, rotolando all'indietro prima che l'oni potesse avere occasione di afferrarla, pur muovendosi alla cieca nell'assenza di un capo sopra il suo collo per direzionarlo a colpo sicuro « Questo te lo permetto… »
Un fallimento in conseguenza al quale ella non volle perdere la fiducia nelle proprie possibilità, ormai completamente dimentica non solo della fatica, ma anche di tutti i troppi colpi già incassati. E così, prima che qualunque altro fattore potesse restituire al suo avversario la testa perduta, ella scattò nuovamente verso di lui e con non poca incoscienza, ancor più che audacia, allungò la propria mano destra ad afferrare saldamente l'enorme lama nemica per far cadere sul suo braccio, nel contempo, la propria bastarda, amputandolo al di sotto del gomito e trascinando, rapidamente, l'avambraccio lontano dal resto del corpo per ovviare a qualunque possibilità di rigenerazione.
Un'azione temeraria che, tuttavia, non si dimostrò vana, non si presentò qual priva di un proprio giusto fine ultimo quale, innanzitutto, il negare al proprio avversario una pericolosa risorsa, quella smisurata spada e, poi, non meno importante, infliggergli un nuovo danno, un danno che, speranzosamente, non avrebbe potuto riparare tanto rapidamente. Non, per lo meno, mutilando nuovamente quella frazione di braccio separando la mano, ancora stretta attorno all'impugnatura, dal resto all'altezza del polso e lanciando le due parti in direzioni antitetiche, nel folto della foresta.
Prima o poi, certamente, l'oni sarebbe riuscito a ritornare intero… ma se ella fosse riuscita a dividerlo in tanti, piccoli, frammenti, il tempo in cui tale mostro avrebbe potuto recuperare la propria integrità sarebbe stato più che sufficiente ad allontanarsi di lì, lasciando alle proprie spalle solo l'epica di quello scontro.
« Ottimo… » commentò dopo aver scaraventato, in grazia alla potenza dell'idrargirio, la mano verso est e l'avambraccio verso ovest « Testa e braccio destro andati… ora a chi tocca?! » domandò, forse canzonando il proprio avversario o, forse e più semplicemente, enfatizzando quel proprio successo per concedersi la carica utile a proseguire l'opera così iniziata.
giovedì 17 maggio 2012
1580
Avventura
033 - Guerra
« "Io desidero che tu sia mia allieva, affinché tu possa vincere ogni battaglia… del tuo corpo e, soprattutto, del tuo spirito." » ripeté la donna, fra sé e sé « … tsk… »
Fu-Nahn, il monaco guerriero propostosi qual maestro per Guerra, non aveva voluto lasciar dubbi nel merito delle proprie motivazioni. Motivazioni che, a ben vedere, ella sarebbe dovuta mostrarsi ben lieta di abbracciar qual proprie, nella necessità di rimediare ad alcuni errori del passato, le cui conseguenze stava ancora subendo nel tempo presente. Tuttavia, forse per orgoglio, forse per anzianità, ella non si riuscì a considerare tanto lieta all'idea che chi, potenzialmente, sarebbe potuto essere suo figlio, o suo nipote addirittura, si volesse prodigare per insegnarle nuovi modi nei quali combattere.
Dopotutto, il suo stile di combattimento, per quanto ovviamente facente proprie alcune pezze, si era sempre dimostrato più che idoneo a concederle quanto da lei desiderato, a permetterle di ottenere vittoria nel confronto con qualunque insidia per il raggiungimento di qualsiasi traguardo. Eppure, al di là di simile certezza, tale inappellabile verità, altrettanto vero avrebbe dovuto essere considerato come da quanto ella aveva messo piede in Hyn, già troppi erano stati i pugni e i calci che aveva dovuto subire da parte di troppe persone, gente che, se non si fosse prodigata in troppe pirolette, ella sarebbe stata certamente in grado di affrontare, ma al confronto delle quali, suo malgrado, i propri movimenti sembravano estremamente lenti, nonché privi di qualunque eleganza.
Ella, che in passato aveva potuto concedersi di beffare i propri avversari perché goffi e impacciati a suo confronto, ora aveva dovuto abituarsi a essere a sua volta derisa per eguale ragione, per quanto, ovviamente, sgradevole tutto ciò avrebbe dovuto essere considerato. Ma se tanto sgradevole era non riuscire a dimostrare competitiva con i combattenti locali, l'occasione a lei concessa da Fu-Nahn avrebbe dovuto essere accolta addirittura con entusiasmo, in quanto forse unica speranza, per lei, di poter riguadagnare un minimo di serenità, potendo competere finalmente alla pari con qualunque controparte.
Ma il monaco, non contento di averla già sufficientemente umiliata, l'aveva voluta porre un'altra spiacevole situazione, nel dubitare, nuovamente, delle sue concrete capacità. Motivo per il quale il completamento della missione di Guerra, per così come propostale dal molto onorevole Yu-Hine, avrebbe rappresentato, all'attenzione del suo nuovo, volontario maestro d'arme, la riprova di quanto, effettivamente, ella avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una donna colma di potenzialità non pienamente sfruttate. Quasi come se ella avesse da dover rendere conto a qualcuno.
Purtroppo, per quanto sgradevole, quel gioco avrebbe dovuto essere condotto a compimento, laddove non era mai stata sua abitudine quella di abbandonare una missione senza forti ragioni a giustificare una tale scelta. Ragioni che, nonostante la presenza di un monaco ventenne desideroso di divenire suo maestro, ella non avrebbe potuto ravvisare nella propria situazione attuale.
« E' assurdo… » dialogò con se stessa, sottovoce « Dovrei essere più che lieta di aver trovato qualcuno desideroso di insegnarmi a volare, come sembra andar di moda in queste terre… e, invece, sono più arrabbiata che altro. » commentò, analizzando onestamente il proprio stato d'animo.
« Certo… » proseguì « Non si può negare come quel ragazzo sia arrivato con sin troppa fiducia in sé e nelle proprie capacità a impormi, ancor più che offrirmi, una tale opportunità. E questo, inevitabilmente, può compromettere le cose. »
« Che poi… da quando i segreti di un guerriero sono desiderosi di essere condivisi con dei perfetti estranei? Addirittura stranieri… » contestò, sempre meno convinta dal proprio presunto maestro « In genere, dovrebbe essere prioritario mantenere i propri segreti per sé. Non raccontarli al primo che passa. »
« Ovviamente io non sono la prima che passa. » si corresse, storcendo le labbra verso il basso « Ma lui che ne può sapere? Mi ha trattata pressoché come una bambina… Thyres… io una bambina! »
« Una bambina che parla da sola… » osservò, scuotendo il capo e imponendosi di tacere, prima di riservarsi il ruolo della pazza, per quanto all'interno di quella foresta non vi sarebbero dovuti essere troppi spettatori bramosi di giudicarla in un modo o nell'altro.
La vecchiaia, dal momento che dall'alto dei propri cinque decenni di vita solo di ciò ella avrebbe potuto parlare, non si stava rivelando così come l'aveva temuta. In verità, anzi, giunta a un'età che in Kofreya, regno di sua abituale residenza, avrebbe dovuto essere giudicata addirittura veneranda, ella non si sentiva per alcuna ragione al mondo giunta alla fine della propria esistenza, anche ove, talvolta, avvertiva di poter contare su energie minori rispetto a quelle di vent'anni prima. O anche solo di dieci anni prima.
L'idea di porsi, a mezzo secolo, nuovamente nel ruolo dell'allieva, la eccitava e la imbarazzava al contempo, quasi Fu-Nahn gli avesse fatto un altro genere di proposta, decisamente più intima. E, anzi, se il monaco avesse espresso qualche brama di tipo sessuale nei suoi riguardi, ella avrebbe probabilmente reagito con minor esitazione e sorpresa di quella che, oggettivamente, in quel momento la dominava.
Non che avesse desiderio di un nuovo amante, più che soddisfatta dal proprio attuale… seppur lì necessariamente non a lei prossimo.
« Così imparo a lasciare la mia casetta bella per avventurarmi in giro per il mondo a questa età… » sospirò ella, a conclusione di quel monologo. O, per meglio dire, di quel dialogo fra sé e sé.
Prim'ancora che nuovi pensieri in merito al proprio viaggio in Hyn, o a quella propria attuale avventura, potessero concederle occasione di distrazione psicologica, un sibilo alle proprie spalle la pose in guardia e la costrinse a gettarsi a terra, in ubbidienza a un mai obliato spirito di sopravvivenza. E nel momento stesso in cui il suo corpo si pose nuovamente a contatto con la terra e il sottobosco al di sopra della medesima, una grossa, gigantesca spada di Hyn attraversò l'aria sopra di lei, là dove un attimo prima sarebbe stata la propria schiena, spinta contro di lei da una forza disumana.
Una gigantesca spada, e una connessa forza disumana, che ella non poté avere dubbio alcuno nel riconoscere e che, in ciò, la trovò giustamente stupita…
« Dannazione! » esclamò, voltando lo sguardo verso il proprio avversario e, rapida, recuperando una postura eretta « Credevo che ne avresti avuto per un po'! »
Destinatario delle sue parole fu, allora, lo stesso oni che ella aveva precedentemente supposto di aver sconfitto e che, per nulla timoroso in conseguenza alle parole rivoltegli, era ritornato a lei, desideroso di una possibilità di riscatto, di una rivincita che Guerra, dal proprio punto di vista, avrebbe ben volentieri evitato, non bramando la vana dispersione delle proprie energie.
Purtroppo, al di là dei suoi desideri, la donna guerriero fu costretta a rendere conto ai propri sensi per ciò che essi le stavano comunicando, per l'enorme figura che, nuovamente integra, risanata da ogni precedente mutilazione, la stava ora raggiungendo, carica di una forza che difficilmente avrebbe potuto gestire, ma che, come già in passato in contrasto ad altri avversari, avrebbe dovuto trovare il modo di contrastare. Pena, la dichiarazione in tragici termini della propria inferiorità non solo innanzi all'oni e ai propri attuali mecenati, quanto e ancor più davanti al proprio quasi maestro, a cui mai avrebbe voluto riconoscere una tale soddisfazione.
« D'accordo! » esclamò a denti stretti, iniziando ad avanzare a sua volta verso il nemico ed estraendo la propria lama dal suo fodero « Se vuoi proprio essere ridotto in trita… ti accontenterò! »
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