11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

martedì 18 settembre 2012

1704


Atto V


Scena I

(Si alzi il sipario. Vengano mostrati in scena Mu’Rehin e due guardie a sua sorveglianza. Il primo appaia seduto in terra, sul fronte destro del palco, con .braccia e gambe vincolate da pesanti catene. Gli altri due in posizione eretta, a non meno di tre piedi da lui. Fra loro, infatti, deve essere presentata l’evidenza di una solida parete, un limite invalicabile entro il quale è stato imprigionato il traditore figlio di traditore, colui verso il quale alcuna pietà o comprensione dovrà mai essere provata.)
(In tal contesto, Mu’Rehin non offra evidenza di particolare desiderio di ribellione. La sua appaia qual la quieta rassegnazione di chi ben in grado di comprendere i limiti impostigli dalla carne e, ancor più, dal metallo e dalla pietra rappresentanti, in quel momento, la propria prigione. D’altro canto, le guardie, non ritrovando in lui evidenza di una qualche brama di ribellione, non gli offrano particolare attenzione: è presente e imprigionato, certo, ma non osteggiato da alcun comportamento denigratorio nei suoi confronti, forse e anche qual forma di necessario rispetto per la posizione da lui stesso, sino a poche ore prima, occupata qual loro diretto superiore, loro riferimento e condottiero.)
(Entra da sinistra Ah’Reshia.)
(Ella cammini con passio deciso, portamento fiero e testa alta, palesando tutta la propria nobiltà e il proprio principesco retaggio. Lì non giunge qual ospite, ma qual padrona di casa. E alcuno, attorno a lei, dovrà permettersi l’ardire di levare voce in sua direzione o, peggio, a suo freno.)
(Così facendo, giunga quindi sino innanzi alla cella, fra le due guardie, e lì si soffermi, osservando il prigioniero innanzi a sé.)
Ah’Reshia – Lasciateci soli… (Comanda verso la coppia di secondini, con tono privo di dolce questione, e altresì carico di assoluta predominazione.)
Prima guardia – Ma gli ordini del principe…. (Esita, non desiderando contravvenire al signore del palazzo.)
Ah’Reshia – E quelli della principessa sua figlia?! (Replica, riferendosi a se stessa e pur, lì, offrendo un’immagine di sé necessariamente esterna a quella che chiunque avrebbe potuto abitualmente attendersi da lei.) Volete davvero scontentare i miei desideri? Contrariare la mia volontà? (Insiste, battendo la lingua su quell’unica, dolente nota in grado di suggerire a chiunque un approcciò meno prepotente con lei, al di là di ogni comando pregresso.) Avanti, procedete pure. E presto, di voi, resterà solo il ricordo entro queste mura. Il ricordo di quanto stolidi siete stati a perdere la solidità derivante da un incarico certo.
Seconda guardia – Credo… credo che qualche istante di requie possiamo concedercelo. (Interviene, in reazione alla prospettiva da lei paventata.) E’ già da molto che non separiamo lo sguardo dal prigioniero. E una pausa, un intervallo, non potrà solo che aiutarci a rendere in misura maggiore, a essere più efficienti nel nostro mestiere. (Suggerisce, dimostrando una maggior affezione al proprio incarico rispetto all’altra guardia, suo compare di turno in quel momento.)
Ah’Reshia – Esattamente…. (Annuisce, offrendo la propria benedizione a quell’idea, per così come appena formulata dal proprio ultimo interlocutore.) Sono lieta di constatare come, fortunatamente, esistano ancora persone capaci di intendere in quale direzione abbia da estendersi la propria autodeterminazione e in quale, altresì, è meglio che venga mantenuto un comportamento meno… arbitrario, e più arbitrato.
Prima guardia – Perdonami, mia signora… (China il capo, ben comprendendo quanto una frecciatina abbia da considerarsi rivolta a proprio discapito, in quanto colpevole di aver reagito con minore disponibilità rispetto al proprio compagno, al proprio collega.
Ah’Reshia – Andate. (Insiste, non desiderando affrontare ulteriormente la questione.)
(Escono le due guardie, allontanandosi sul fronte sinistro del palco.)
Ah’Reshia – E, ora, a noi due… (Riprende voce, in direzione dell’unico interlocutore rimasto, sempre rinchiuso davanti a lei, in uno spazio a cui non ha modo di accedere.) Dovrei dimenticarti qui a marcire, qual giusta ricompensa per le tue bravate!
Mu’Rehin – Hai dismesso le vesti da delicata figliuola nei quali ti eri così ben avvolta… cugina?! (Questiona, non privo di rimprovero per lei, per quella sua ambiguità che egli ancora non sopporta e non giustifica.)
Ah’Reshia – Per colpa tua, e della tua stupida impazienza, la mia migliore amica, nonché mia sorella di latte, è morta, sacrificatasi per un amore neppure riconosciutole nel mentre del proprio ultimo sospiro. (Commenta, duramente, storcendo le labbra verso il basso e mostrando i denti con disprezzo e aggressività.) Fossi al tuo posto, eviterei di muovere accuse di sorta… non, quantomeno, nel voler sperare ancora di offrire un senso alla tua ormai inutile esistenza, un significato a una vita difficile da riconoscere qual tale.
Mu’Rehin – Oh… come si vede che sei figlia di tuo padre. (Esclama, scuotendo il capo con trasparente commiserazione per colei che, in tali parole, desidera insultare.) Nulla ti divide da Mu’Sah… nulla ti differenza da lui, dall’uomo che affermi di odiare ma che, in realtà, altri non è che il tuo genitore e, come tale, prototipo di ciò che presto o tardi anche tu diverrai.
Ah’Reshia – Oh… come ti sbagli. Come ti inganni, soldatino. (Esclama ella, scuotendo il capo con altrettanta commiserazione, per colui che, proprio malgrado, non sa di cosa stia parlando.) In verità ti dico che, se solo tu mi fossi mai interessato, nulla ci potrebbe legittimamente impedire di unirci, tanto in matrimonio, quanto nel talamo nuziale.
Mu’Rehin – Di cosa stai parlando, cugina?! (Sgrana gli occhi a quelle parole, sinceramente sorpreso, stupito e, forse, persino incuriosito, eccitato, certamente in misura maggiore rispetto a quanto dimostrato in occasione della dichiarazione d’amore da parte di Kona, in punto di morte.) La salute sta completamente abbandonando la tua mente?!
Ah’Reshia – Forse… (Annuisce.) Probabilmente… (Riconosce.) E non potrebbe essere altrimenti, nel giorno in cui ti viene concesso di scoprire quanto sangue innocente è stato versato attorno a te, indirettamente per colpa tua, da colui che sino a quel momento hai considerato un padre e che, alla fine, nujll’altro è che un nemico e un impostore, da combattere e uccidere con tutte le proprie energie, con tutta la propria brama di vendetta… e di giustizia.
Mu’Rehin – Non comprendo… (Nega, onestamente.)
Ah’Reshia – E come potresti? Tu che, mio pari, sei cresciuto sin dalla più tenera infanzia convinto di una verità tutt’altro che tale, convinto di una certezza che sol oggi si ha a scoprire qual menzogna?! (Sospira, socchiudendo gli occhi.) Io non sono tua cugina, Mu’Rehin. Il tuo sangue non scorre nelle mie vene. Il mio sangue non è il sangue del padre di tuo padre, né quello del padre di mia madre.
Mu’Rehin – C-c-c-osa?! (Quasi grida, balzando in piedi malgrado le pesanti catene.)
Ah’Reshia – Io sono la figlia senza nome di chiamava Kolna Anloch e di Carsa Le’egah, un mercante e una mercenaria assassinati a tradimento dal principe Mu’Sah, geloso del loro amore e, soprattutto, della nascita di loro figlia, evento che mai avrebbe potuto allietare la sua casa, costringendolo, a conti fatti, a riconoscere il figlio di suo fratello qual proprio legittimo erede. (Spiega, nei termini più concisi possibili.) Tu dovresti essere il futuro principe, erede dell’attuale, Mu’Rehin. Tu… non io.
Mu’Rehin – Tu… io…. Mu’Sah… (Balbetta, cercando di ricostruire, più lentamente, con maggiore incertezza, quanto appena comunicatogli.) Noi… noi non siamo cugini?!
Ah’Reshia – No. Non lo siamo mai stati né mai potremo esserlo. (Conferma, cercando di trasmettere un messaggio il meno ambiguo possibile, laddove già, per la sua mente, tutto è troppo sorprendente e confuso per potersi permettere di giuocare attorno a simile verità.) Mu’Sah, Ah’Leshia, Sha’Maech, Reja e, probabilmente, persino tuo padre, il nobile Mu’Reh, ci hanno ingannato, ci hanno cresciuti con una convinzione volutamente mistificata e fondata, nella propria stessa origine, sul sangue di innocenti, versato a tradimento…

lunedì 17 settembre 2012

1703


Ah’Reshia – Madre! Madre!!! (Esclama, tentando di arrestare l’allontanamento della figura materna, quella sua silenziosa fuga, verso l’oblio dal quale, per lei, per aiutarla e sostenerla, aveva deciso di riemergere.) Non andartene… non andartene, madre! Ho ancora bisogno dei tuoi consigli, dei tuoi insegnamenti, della tua forza. (Ammette, sinceramente.) Non mi lasciare… ti prego!
(La nutrice, senza comprendere, si volti a cercare una qualche eventuale interlocutrice della fanciulla, senza però, ovviamente, trovarne. Ragione per la quale, a placarne l’animo turbato, si stringa maggiormente a lei, sperando di poter, in tal modo, concedere una qualche ragione di conforto.)
Reja – Calmati… calmati, bambina mia. (Tenta di tranquillizzarla.) Disgraziatamente tua madre se ne è andata molto tempo fa, a pochi mesi dalla tua stessa nascita. E non è cosa saggia disturbare il riposo dei morti, così come, con le tue grida, tenti di fare…
Ah’Reshia – Mia madre è stata con me in tutti questi mesi! (Protesta, cercando di condividere quanto, purtroppo, può essere intesa qual mera follia.) E’ stata lei ad aiutarmi e a proteggermi mentre sono rimasta lontana da casa, addestrandomi per divenire una guerriera qual anch’ella era. (Narra, del tutto indifferente al fatto di quanto, tali parole, potrebbero farla apparire furoi di senno.) Solo che io non avevo compreso che fosse lei. Non avevo compreso che fosse mia madre. Non avrei potuto, del resto, dal momento che non la conoscevo, che non ero stata neppure informata della sua esistenza. E così l’ho assimilata a Midda Bontor, alla protagonista di tutte le cronache che amo leggere e seguire. L’ho accolta come fosse ella e, malgrado ciò, di ciò, ella non mi ha mai mosso rimprovero. Al contrario… mi è sempre stata vicina. Sostenendomi e aiutandomi, guidandomi e formandomi, per divenire ciò che avevo bisogno di divenire, per accogliere il retaggio che, dagli impostori, mi era stato negato.
Reja – Mi spaventa sentirti parlare così, Ah’Reshia. (Dichiara, non riuscendo ora a minimizzare quelle parole quali conseguenza di un semplice momento di eccitazione o di depressione.) Quasi mi domando se sia giusto dirti quanto sto dicendoti, informarti nel merito di eventi propri di un passato troppo lontano per essere modificato e, pur, ancora capace di modificare il presente e l’avvenire, quali ripercussioni per sangue innocente versato allora come ora.
Ah’Reshia – Non solo è giusto, mia amata nutrice, ma, da parte tua, ora, ha da considerarsi addirittura obbligatorio, in quanto non sono solamente io a domandarti di donare giustizia ai morti, né, parimenti, sono soltanto i miei genitori. (Scuote il capo.) E’ tua figlia Kona a chiedertelo. E’ lei che te lo domanda, che ti supplica di mettermi a conoscenza di questi eventi, affinché la sua morte possa essere vendicata insieme a quella di tutte le altre vittime della follia del principe sanguinario, Mu’Sah.
Reja – E sia. (Annuisce, ritrovando, nella memoria della figlia morta così rievocata, una solida ragione per proseguire, per giungere sino in fondo alla faccenda.) Che si chiuda oggi quella triste parabola di morte incominciata quattordici anni fa. E che, la figlia vendicatrice, possa compiere il proprio destino, offrendo morte all’assassino dei propri genitori.
Ah’Reshia – Come sono morti? (Le domanda, pertanto, nel ricollegarsi alla questione e alla narrazione rimasta in sospeso.) Perché sono morti?!
Reja – Perché tuo padre era un uomo benestante e innamorato di sua moglie; perché tua madre era una donna forte e innamorata di suo marito; ma, soprattutto, perché sei nata tu. (Spiega, in effetti restando sufficientemente critica in questa prima asserzione.) Mu’Sah non poteva sopportare l’idea che una coppia potesse essere tanto felice, tanto benedetta dagli dei, non solo nel loro reciproco amore ma, ancor più, nella nascita di un’erede, un’erede fatta nascere dalle mani che avrebbero dovuto prendersi cura dei suoi figli, se solo egli avesse avuto modo di avere dei figli.
Ah’Reshia – Vuoi… vuoi dire che…?!
Reja – Sì. (Annuisce, ora con malcelata soddisfazione nel potersi concedere un simile annuncio.) Il principe è impotente. E tutto il suo potere, tutta la sua nobiltà, nulla può in contrasto a questo limite che gli dei, dall’alto della loro saggezza, gli hanno imposto.
Proprio a causa di tale limite, tuttavia, egli non ha accettato l’idea che i tuoi genitori potessero avere una figlia e, così, non appena si ha avuto l’evidenza del tuo ottimo stato di salute, egli ha convocato a corte Kolna e Carsa, invitandoli entro le spire di una trappola mortale.
(Ah’Reshia trattenga quasi il fiato a quelle parole, come se un suo semplice prendere voce possa distrarre i suoi genitori da quegli eventi già passati e, ciò nonostante, per lei mai così presenti.)
Reja – Hanno combattuto. A glorificazione della loro memoria va ricordato quanto abbiano combattuto, impegnandosi con le unghie e con i denti per la loro sopravvivenza e per la tua salvezza.
Ma il numero di guardie mobilitate in loro offesa era schiacciante… e, alla fine, per quanto accompagnati da almeno un paio di dozzine di avversari, essi sono caduti. Tua madre per prima, offrendo il proprio corpo qual scudo per tuo padre, ed egli subito dopo, invero troppo sconvolto per potersi concedere di combattere ancora e, malgrado ciò, ancora combattendo, per la tua salvezza.
Ah’Reshia – No! (Geme, soffocata per il dolore di quella perdita, di quella cronaca già nota nella propria conclusione e, tuttavia, non più pietosa.)
Reja – Così è stato. (Annuisce, semplicemente.) E tu, coperta da capo a piedi dal sangue di tutti coloro in quel giorno caduti, ultimi dei quali i tuoi genitori, sei stata affidata nuovamente alle mie cure, come nel giorno della tua nascita. E in quel giorno, a tutti gli effetti, tu sei nata una seconda volta, qual figlia del principe Mu’Sah Ul-Geheran e di sua moglie Ah’Lashia. La figlia che entrambi non avrebbero mai potuto avere e che, al costo della vita dei tuoi genitori, hanno avuto.
Ovviamente quanto è avvenuto non è passato del tutto inosservato agli occhi del popolo e, in breve tempo, i fatti hanno assunto tratti a dir poco epici. E se sentirai questa storia narrata da altri, ti verrà riferito che sono morti due nobili d’Y’Shalf, e la loro figliola, di una casa opposta a quella del principe… o altre idiozie simili, utili sovente più a confondere le idee che a riportare la memoria degli eventi.
Ah’Reshia – … nata… due volte… (Ripete, sconvolta all’idea della morte dei suoi genitori, di quei genitori che non ha mai conosciuto e che sono morti a causa sua, nel cercare di difenderla da chi desiderava sottrarla loro.) Due nomi. Due famiglie. Due vite. Due retaggi. (Riflette, ad alta voce, confusa, sempre più confusa.) Ho vissuto una vita intera credendo di essere qualcuno. E nel sangue di coloro che reputavo miei parenti mi sono risvegliata alla mia vita precedente. La vita dalla quale mi ero allontanata, ancora una volta, attraverso il sangue. Sangue di vita e sangue di morte.
Il sangue che mi dona la vita, è il medesimo che conduce altri alla morte. E’ come fossi una vampira… una vampira che si nutre, inconsciamente, della vita di coloro che le sono vicini, arrivando persino, magari, a commettere l’imprudenza di amarla.
Per quanto dovrà ancora continuare? Quanto altro sangue dovrà essere versato prima che tutto questo termini? E, soprattutto… chi sarò io, domani?
Sarò l’ultima degli Ul-Geheran, principessa di Y’Shalf? Oppure l’ultima degli Anloch, mercenaria infallibile? O, forse, nessuna delle due, privata di qualunque identità o retaggio?
(Domande retoriche, le sue, che non possono prevedere un’effettiva risposta, laddove alcuna risposta potrebbe mai esserle sostanzialmente riservata. Ciò nonostante, Reja non l’abbandoni in questo momento di difficoltà, di smarrimento, per lei unico punto fermo fra la vita che avrebbe dovuto essere e la vita che è stata… e quella che, forse, un giorno sarà.)
Reja – Sarai semplicemente te stessa, bambina mia. Sarai colei che vorrai essere, aiutata dalla consapevolezza di quali siano effettivamente le tue origini. (Commenta, abbracciandola con dolcezza.) E nulla, al di là del nome che adotterai, cambierà l’amore che Kona ti ha sempre rivolto, qual sorella e amica. Così come l’amore che anch’io ti ho sempre rivolto, qual mia figlia non di meno rispetto a colei che ora, purtroppo, giace ai nostri piedi.
Ah’Reshia – Anche io l’ho amata, Reja. E amo te… (Conferma, ricambiando l’abbraccio.) E proprio per questo amore, ora so di dover procedere così come ho detto, così come ho già giurato che avrei fatto. (Sospira profondamente, ritraendosi appena da lei.) Ucciderò Mu’Sah. E con tal atto di giustizia porrò fine a questa orrida spirale di morte che dura da già troppo tempo… che dura, ormai, da quattordici anni.
(Un lungo momento di silenzio segua il rinnovo di tale promessa alla fine di questo penultimo atto.)
(Cali il sipario.)

domenica 16 settembre 2012

1702


(Nel mentre in cui Ah’Reshia si dimostri sufficientemente sconvolta dal non saper come pronunciarsi nel merito di quanto appena riferitole, Reja renda proprio un istante di silenzio, a introdurre, psicologicamente e praticamente, quanto andrà presto a spiegare, a raccontare.)
Reja – Il tuo vero nome non l’ho mai conosciuto. (Riprende voce, cercando ora un ordine mentale nel proprio discorso.) Il nome di tuo padre, invece, lo rammento bene. Si chiamava Kolna Anloch. Mentre tua madre si chiamava Carsa Le’egah.
Ah’Reshia - … Anloch… Carsa… (Sussurra, ripetendo parte delle informazioni che le stanno venendo comunicate, in maniera quasi meccanica.)
Reja – Le tue origini non sono nobili, qual i principi poi ti hanno resa. (Prosegua, non permettendole di interromperla.) Tuo padre era un commerciante tranitha e tua madre una mercenaria mes’eriana.
Ah’Reshia – Intendi dire che era una prostituta…?! (Soffoca un gemito, sconvolta all’idea di essere frutto di amor mercenario.)
Reja – Intendo dire che era una mercenaria. (Ripete e puntualizza.) Non crederai, forse, che la tua tanto adorata Midda Bontor sia stata la prima donna al mondo a intraprendere simile carriera?!…
Ah’Reshia - … una… mercenaria…?! (Sgrana gli occhi, se possibile ancor più sconvolta a quell’idea rispetto a quella della prostituta, benché, ora, sorpresa in positivo.)
Reja – Sì. Una mercenaria. (Annuisce, sorridendole ora pacatamente.) E forse è proprio il suo sangue, che ribolle nelle tue vene, a spingerti con tanta ostinazione a sognare un certo stile di vita, che ben poco ha a che vedere con il tuo futuro da principessa. (Osserva, aggrottando la fronte.)
Ah’Reshia – Come si sono conosciuti…? (Domanda, ora dimostrando vivo interesse affinché la nutrice prosegua nella propria narrazione.)
Reja – I tuoi genitori, Kolna e Carsa, si sono incontrati per la priva volta oltre i confini mes’eriani, là dove tuo padre si era spinto a capo di un convoglio mercantile per acquistare prodotti tipici locali. Il liquore mes’eriano, probabilmente ancora lo ignori, è uno dei più pregiati esistenti in quest’angolo di mondo… un vero affare per ogni mercante che si voglia considerare realmente tale e che operi in quest’area. (Puntualizza, nella volontà di facilitare la comprensione delle proprie parole da parte della giovane.) E’ stato allora che, aggrediti da un gruppo di banditi locali, è comparsa per la prima volta nella vita di tuo padre colei che sarebbe poi divenuta tua madre.
(Nel mentre di tali parole, l’ombra di Midda Bontor, rimasta immobile in un angolo, inizi a rassettarsi i capelli, spazzolandoli con cura affinché possano assumere una postura più ordinata.)
Reja – Ella, con la forza di una dozzina di uomini, sconfisse tutti i nemici di tuoi padre. Non per un qualche personale interesse in ciò, non per un tornaconto economico, ma, semplicemente, per pur divertimento. (Quasi ridacchia, malgrado la tragedia della morte della figlia, lì distesa ai suoi piedi.) Era una donna straordinaria tua madre… e, di ciò, ebbe subito a comprenderlo anche tuo padre, il quale se ne innamorò immediatamente.
(Ordinati i capelli, Midda Bontor inizi a ripulirsi il viso con un panno umido e, in sua grazia, si privi del trucco che, fino a un istante prima, creava l’effetto di una profonda cicatrice in corrispondenza al suo occhio sinistro.)
Reja – Non so bene i particolari… ma mi piace pensare che in quella stessa notte tu fosti concepita, nell’amore e nella passione più puri fra un uomo che sentiva di aver trovato finalmente colei che lo avrebbe completato e una donna che, parimenti, sentiva di aver trovato finalmente una ragione per non combattere più senza una reale motivazione, per non vendersi più qual semplice desiderio di appagamento, o di speranza di appagamento.
(Pulito il viso, Midda Bontor ora si sfili il braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi, e mostri, in sua vece, un normalissimo braccio di carne e ossa. E con il suo ausilio, pulisca anche il proprio braccio sinistro, privandolo di quei complessi tatuaggi che, pocanzi, l’avevano lì decorata.)
Reja – Passarono i mesi e fu allora che tuo padre e tua madre, qual sposi, giunsero entro i confini del dominio di tuo padre, decidendo, non per semplice caso, come presto capirai, di far qui tappa per concedere a tua madre occasione di partorire. (Prosegue.) E fu proprio in quel malaugurato giorno che tuo padre si presentò alla porta del principe, domandando la possibilità di godere della mia assistenza al momento del parto di sua moglie, tua madre. Egli, per tale servigio, si dimostrò disposto a pagare una quantità d’oro oltremisura, tanto al principe, per ammansirlo, quanto a me, per invogliarmi a compiere quanto sarebbe stato necessario compiere affinché tua madre non morisse dandoti alla luce.
Devi sapere, infatti, che la sua gravidanza, forse anche in conseguenza allo stile di vita che aveva condotto, non fu delle più semplici e il timore che ella potesse essere costretta a donare la propria vita per la tua affliggeva tuo padre da lungo tempo, non permettendogli quasi di dormire…(Sospira, scuotendo il capo.) Per questa ragione, pertanto, egli volle giungere proprio qui, a Y'Lehan, là dove gli era stata indicata la presenza di una donna, una nutrice, che sarebbe stata in grado di offrire a tua madre l’aiuto che le occorreva. E, non per vantarmi, quella donna ero proprio io, a mia volta gravida, in quel periodo, della mia povera Kona.
(Ripulitasi anche dei tatuaggi, Midda Bontor si spogli delle proprie vesti logore e, restando coperta solo da una fascia per contenere i suoi seni, più modesti rispetto a quanto concessole prima da forme posticce, e per celare i suoi fianchi, si rivesta con altri abiti, più eleganti, seppur di foggia modesta, non da principessa, ma , comunque, da signora benestante.)
Ah’Reshia – Quindi… non vi è menzogna nel fatto che tu mi hai aiutata a venire al mondo…? (Domanda, cercando un qualche appiglio al quale appoggiarsi, per tentare di non impazzire, travolta qual altresì potrebbe essere dall’incredibile carico di informazioni così su di lei imposte.)
Reja – No, bambina mia. Non vi è menzogna. (Nega, rassicurandola con dolcezza.) Sono state le mie mani ad accompagnarti in quel breve, ma pericoloso, cammino attraverso il ventre di tua madre. E sono state le mie mani che, per prime, ti hanno costretta a emettere il primo vagito, aprendo i tuoi polmoni all’aria di questo assurdo mondo. (Sorride, quasi ritrovando, innanzi al proprio sguardo i ricordi di quel giorno lontano.) Eri così piccola, Ah’Reshia… così piccola che potevi restare comodamente sdraiata in una mano di tuo padre. Ed egli, per questo, quasi si spavento nel vederti, temendo di poter essere inadeguato a te, alla delicatezza che dimostravi.
Fu allora che tua madre disse…
Midda Bontor (o, per meglio dire, Carsa Le’egah, qual il pubblico avrà ormai compreso essere.) – “Non temere, amore mio. Questa bambina, che or ti appare tanto fragile, presto crescerà e, accanto alla bellezza di suo padre, avrà la forza di sua madre, che la renderà capace di mirabolanti imprese…” (Si cita.) “Ella è nostra figlia, e sarà capace di renderci orgogliosi a ogni suoi singolo passo. Perché non sarà un semplice passo, ma il continuo inizio di una nuova, …”
Reja – “…straordinaria avventura. La vita.” (Concluda, avendo offerto coro, sino a quel momento, alla voce di Midda Bontor/Carsa Le’egah.)
(E Ah’Reshia, che sino a quel momento non aveva offerto eccessiva attenzione all’ombra di Midda Bontor, maturi consapevolezza di quanto, in verità, ad averla accompagnata e cresciuta sino a quel momento non fosse stato il ricordo di una mercenaria mai conosciuta, quanto, e più probabilmente, quello di una madre non ricordata, e poi dalla sua mente rielaborata nelle fattezze della mercenaria da lei idolatrata.)
Ah’Reshia - …madre… (Geme, con un nodo alla gola, osservando Midda Bontor/Carsa Le’egah e, in tale sguardo, rimproverandosi per le incomprensione e l’ingratitudine alfine dimostratele, in occasione del loro ultimo confronto diretto.) Madre… io…
Midda Bontor/Carsa Le’egah – Shhh… (Le sorride, levando l’indice della destra innnanzi alle labbra, per suggerirle il silenzio.) Vivi la tua straordinaria avventura, bambina mia. Vivi la tua vita… e ricordati che i tuoi genitori ti amano. (E, con tali parole, arretri discretamente al di fuori del palco, scomparendo alla vista.)
(Esce da destra Midda Bontor/Carsa Le’egah.)