11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 17 febbraio 2013

1855


« … woah! » ansimò, incapace a formulare un pensiero più complesso rispetto a quello, un’affermazione più elaborata di quel verso pur trasparente di tutte le proprie più recondite emozioni, di tutta la propria più viva eccitazione, così come alcun altro intervento avrebbe saputo riservarsi occasione di compiere, avrebbe saputo rendersi latore con eguale efficacia.
« Woah?! » lo volle scimmiottare la Campionessa di Kriarya, allora sorridendo con incedere volutamente provocante e, ciò nonostante, una certa vena di rimprovero per la particolare espressione da questi scelta a commento del proprio gesto, del proprio operato, non perché desiderasse, effettivamente, qualcosa di diverso da quell’attonito stupore, da quella sempre gradevole sorpresa che, malgrado tutto, era in grado di generare in lui, quanto e piuttosto per giuocare con il proprio uomo, così come, del resto, amava fare da sempre « E’ tutto qui quello che riesci a proporre a commento della mia voluttuosa offerta? » insistette, piegandosi appena in avanti, per meglio mostrare a lui l’abbondanza delle proprie forme, risaltandola, ove possibile, nel comprimere i propri seni fra le braccia, tese verso il basso a cercare un’occasione di appoggio in quella particolare postura « Evidentemente, l’avanzare degli anni sta iniziando a farmi apparire meno interessante rispetto a quanto non gradire ancora illudermi di poter essere… » concluse, simulando profondo dolore nel confronto con quella consapevolezza, benché consapevole di quanto, in tutto ciò, avrebbe dovuto essere inteso l’esatto opposto.

E dove anche, in quel momento, ella aveva già pianificato di lasciar sapientemente crescere la tensione erotica all’interno di quel loro santuario nel continuare a spogliarsi, nel continuare a denudarsi scherzosamente e pur sensualmente innanzi a lui, per arrivare a concedersi alle sue braccia completamente nuda, così come, era certa, sarebbe stata più che apprezzata; qualcosa di spiacevole e di imprevisto sopraggiunse a disturbarla, costringendola, allora, a mutare completamente espressione e a risollevarsi in posizione eretta, nonché inevitabilmente guardinga, tanto quanto sufficiente a spingerla a posare la propria mancina sul pomello della spada bastarda ancora presente al suo fianco, nell’attesa di individuare, con precisione, che cosa l’avesse effettivamente posta in allarme. Perché, colpevolmente distratta dal proprio sensuale giuoco con l’amato, nel considerarsi forse scioccamente al sicuro all’interno dell’abbraccio protettivo di quelle stanze riservate, di quegli alloggi privati, ella aveva abbassato la guardia quanto sufficiente a impedirle di poter cogliere immediatamente l’esatta ragione per la quale la parte più diffidente e paranoica della propria mente l’aveva allora costretta a dimenticare repentinamente quel senso di pace e di serenità nel quale si era lasciata sino ad allora crogiolare, riportandola all’ordine.
Un cambio d’atteggiamento tanto subitaneo che non poté non essere colto con inevitabile inquietudine anche dallo stesso Be’Sihl, la mente del quale, a differenza rispetto alla sua, non si era sino ad allora concessa alcuna occasione di agitazione, di allarmismo, obliando qualunque pensiero nella beatitudine propria di quel momento, di quella tanto attesa possibilità di intimo confronto fra loro.

« Che accade?! » domandò, sollevandosi a sedere sul letto con una semplice contrazione addominale, priva di sforzo e tale da dimostrare come, al di là della propria corporatura media, tale da lasciarlo apparire fisicamente inferiore rispetto a uno qualsiasi fra i colossali mercenari operanti in città, egli non avrebbe dovuto essere superficialmente classificato come un indolente oste, rallentato dal troppo cibo o dal troppo vino, nei quali, del resto, difficilmente eccedeva, quanto e piuttosto un uomo vigoroso ed energico, qual, del resto, aveva già dato riprova di essere nell’essere riuscito non solo a seguire la propria amata in qualche sua avventura ma, anche e ancor più, da essere riuscito a intervenire in suo soccorso, e a sua salvezza, quand’ella era rimasta catturata dalla propria gemella.
« Non lo so ancora… » ammise ella, restando in ciò immobile, con la mancina a contatto con l’impugnatura della propria spada, non soltanto dimentica, ma addirittura disinteressata alla propria parziale nudità, ove in quel momento avrebbe potuto essere anche priva dei pantaloni e del perizoma e nulla sarebbe in ciò mutato nel confronto con quella situazione, in quel particolare frangente, ormai tornata a essere soltanto la figlia della dea della guerra, qual l’avevano soprannominata nel momento in cui avevano iniziato ad associarla a Marr’Mahew, e, come tale, priva di qualunque emozione, di qualunque inibizione, lì come nel cuore di una battaglia, qual, del resto, non aveva mai evitato di combattere anche privata dei propri abiti, ove necessario.

Entrambi ormai dimentichi della passione che, solo un attimo prima, aveva animato le loro membra, aveva dominato i loro corpi, invitandoli a perdersi nel proprio amore, nella propria passione, in essa abbandonando ogni contatto con la realtà; per la coppia di amanti fu questione di un istante riuscire a focalizzare la propria attenzione su quanto, effettivamente, avesse da considerarsi sbagliato in ciò che stava accadendo, riconducendo la questione a un inquietante e pungente odore di legno bruciato nelle proprie narici.
Un odore che, nella mente del locandiere, richiamò immediatamente una sequenza di immagini terrificanti, quali quelle che avevano già visto coinvolto quell’edificio in un incendio, nel quale, tragicamente, aveva ritenuto perita anche la propria amata, la propria compagna ancor prima di avere la possibilità di arrivare a un punto di svolta nel proprio rapporto con lei. Così come, al ritorno in vita della stessa, che all’epoca sola responsabile di tale incendio nella volontà di inscenare la propria prematura dipartita, non aveva più rimandato di affrontare, in ciò conquistando la possibilità, finalmente, di poter godere di momenti come quello appena perduto insieme a lei.

« Dei… non ancora! » esclamò, balzando rapido dal letto accanto a lei e, da lei, alla porta alle sue spalle, per accertarsi di quanto stesse accadendo al di fuori delle loro stanze « Non può star accadendo nuovamente! » insistette, nel tentativo di esorcizzare, con quelle proprie parole, la realtà per così come temuta e, spiacevolmente e drammaticamente, per così come confermata non appena l’uscio venne dischiuso.

Perché, ancora una volta, la locanda, la sua amata locanda, appena rinnovata, appena ristrutturata e in parte ricostruita, stava andando a fuoco. E, in tale occasione, fu immediatamente chiaro, l’incendio non avrebbe risparmiato nulla ad eccezione delle pareti in muratura, dal momento in cui, a differenza di quanto già accaduto, stava mostrando tutta la propria violenza, tutta la propria dirompente forza distruttiva, in azione allo stesso livello del suolo, riservandosi, in tal modo, l’occasione di coinvolgere, e di coinvolgere completamente, l’intero edificio nelle proprie ardenti spire.

« Thyres… » gemette Midda Bontor, sguainando la propria lama e, subito, avvolgendo con il proprio braccio destro, privo di estremità, il corpo dell’amato, per trarlo indietro dalla porta nel timore che il fuoco potesse sottrarglielo, potesse coinvolgerlo nella propria indiscriminata azione di morte « Dobbiamo uscire di qui! »
« Dobbiamo anche fare evacuare tutti quanti! » replicò Be’Sihl, a lei stringendosi con amore, in un gesto quasi sofferto ove, proprio malgrado, compreso qual potenzialmente l’ultimo che sarebbe loro stato concesso di vivere insieme « Non possiamo permettere che la gente bruci nel sonno. » soggiunse, cercando le labbra di lei in un gesto necessariamente fuggevole, quasi disperato, qual solo avrebbe potuto essere quello di un uomo costretto a rivivere nuovamente un incubo già vissuto, con il timore, in questa occasione, di non poter godere, ancora una volta, della fortuna che già lo aveva benedetto la prima volta.
« Be’S… » cercò di protestare ella, sufficientemente egoista da poter considerare accettabile l’idea di qualche altra morte sulla coscienza, a patto di non perdere l’uomo tanto amato.
« Occupati di Arasha, di Seem e di tutti gli altri garzoni… » comandò tuttavia egli, scuotendo appena il capo, a escludere qualunque possibilità di contrattazione in quel momento « Io mi preoccuperò dei clienti ai piani superiori, nonché dei nostri amici. » soggiunse, rendendo in ciò, istintivamente, qual proprio il compito più pericoloso « Ti amo, Midda Bontor. Ti amo e ti amerò per sempre! »

sabato 16 febbraio 2013

1854


Ma egli non le permise di concludere tale frase, non le concesse l’occasione di definire quell’impegno al quale ella avrebbe allor voluto vincolarsi, avrebbe allora voluto legarsi; nel riconoscerla, invero, sospinta in tal senso più dalla necessità di forzare le proprie azioni, di violentare la propria stessa natura, ancor prima di concedergli quella serenità, quella felicità che avrebbe voluto riconoscergli, che avrebbe voluto tributargli, in tal senso, in effetti, agendo proprio animata dalla lodevole volontà di essere migliore per lui, di donarsi a lui in maniera più piena, più completa, più assoluta, benché, oggettivamente, così facendo ella non avrebbe fatto altro che negargli ciò che egli aveva lottato per divenire nella sua vita, nella sua quotidianità: non un blocco, non una barriera, non un ostacolo insormontabile, innanzi al quale, presto o tardi, ella avrebbe avuto ragione di cessare la lotta, di deporre le armi e di allontanarsi, alla ricerca di qualcosa di meno frustrante verso cui rivolgere la propria attenzione; quanto e piuttosto un alleato, un complice, un amico sincero, un confidente sicuro, al quale offrire affidamento, e con il quale ritrovarsi a proprio agio in qualunque situazione, in qualunque condizione, in qualunque momento, come donna, come guerriero e… come amante.
Per questa ragione, per la difesa di tutto ciò per cui, sino a quel giorno, egli aveva lottato, si era impegnato a conquistare nel loro complesso rapporto, l’uomo non le concesse di terminare quella frase, non le permise di concludere quella promessa, zittendola nell’unico modo nel quale mai avrebbe osato zittirla, non con la prepotenza dell’irruenza della propria voce, non con la violenza dei propri gesti, quanto e piuttosto con la delicatezza e la tenerezza infinita di un proprio bacio, un bacio fuggevole e pur premuto a sufficienza sulle labbra amate per imporle un freno, per negarle la possibilità di proseguire nelle vie che avrebbe voluto rendere proprie. O, piuttosto, che aveva ritenuto necessario dover rendere proprie, per accontentarlo, per donargli quanto credeva egli avrebbe desiderato ottenere da lei.

« No… » sussurrò, flebile come un sospiro e pur, in quel momento, intenso come un urlo  « … non farlo. »
« Cosa…?! » esitò ella, non riuscendo allora a decifrare le ragioni alla base di quella proibizione, né il fine ultimo della stessa, in quel momento, in quel frangente, meno intellettualmente reattiva rispetto a quanto non avrebbe avuto piacere a considerarsi abitualmente, proprio malgrado meno confidente con l’amore di quanto non avrebbe potuto vantarsi di essere con la guerra, meno a suo agio con la vita rispetto a quanto non avrebbe potuto dire di esserlo con la morte.

E Be’Sihl, innanzi a quella dolce ingenuità, a quell’inesperienza altresì impossibile da considerare associata a una donna tanto straordinaria, capace di affrontare qualunque antagonista, qualunque minaccia, e pur paradossalmente inerme nel confronto con un momento di tenerezza, con una parentesi animata da dolcezza e amore, non poté evitare di avvertire di amarla, e di amarla, quasi non ne fosse stato sino a quel momento consapevole, con una forza, con una passione, ma anche con una dolcezza tanto straordinarie, tanto intense, tali da sconvolgerlo, da atterrirlo, imponendogli, proprio malgrado, di restare sol inerme innanzi a lei e a tutto quello, nel desiderio, stolido e irrealizzabile, che quel momento non potesse conoscere fine, non potesse incontrar conclusione. Ma una conclusione avrebbe dovuto essere necessariamente propria di quella parentesi di sentimento tanto soffocante. Una risposta avrebbe dovuto essere riconosciuta alla domanda di lei, affinché, da parte propria, non potesse esserci ambiguità alcuna in merito a quali emozioni animassero il suo cuore, caratterizzassero le sue azioni.
Motivo per il quale, al termine di uno smarrimento perdurato per un’eternità intera, o forse per solo pochi istanti, impossibile per lui a dirsi, riprese voce, offrendole la spiegazione da lei richiesta, le ragioni da lei invocate, sul perché di quell’interruzione quasi sopraggiunta a tradimento, a contrasto dell’impegno, da parte sua, a offrirsi in maniera assoluta e completa a lui, e a qualunque capriccio egli avrebbe potuto da lei pretendere, a dimostrazione di quanto quelle parole d’amore così pronunciate fossero per lei vissute qual reali, qual oneste e sincere, e non ipocrita risposta priva d’anima da presentare qual replica istintiva in conseguenza alla prima dichiarazione, alla prima espressione in tal senso, dalla quale tutto ciò aveva avuto origine, era stato generato.

« Non promettere. » la invitò egli, lasciando fremere le proprie labbra contro quelle di lei, e in esse cercando di lasciar risuonare tutto il proprio amore, un amore vissuto non soltanto con il proprio cuore, qual emozione, ma anche dalla propria mente, qual appagamento, dalla propria anima, qual serenità, e dal proprio corpo, qual eccitazione « Non desidero vincolarti a me in grazia a parole alle quali non potrai tenere fede. Non desidero legarti a me in conseguenza a un impegno che negherebbe la tua stessa natura. Perché, in tal caso, mio non sarebbe amore, ma soltanto egoismo… soltanto stolida brama di possesso, destinata semplicemente ad allontanarti da me ancor prima che a me mantenerti vicina, qual sei ora. »

Parole forti, quelle in tal modo a lei riservate, che avrebbero potuto essere fraintese se solo fossero state pronunciate da altri, se solo fossero state scandite da una voce diversa da quella di Be’Sihl, ma che, nel ritrovarsi definite da quella cadenza, da quell’inflessione che ella aveva imparato non soltanto ad amare, ma ancor più a desiderare, non avrebbero potuto mai esserlo, non avrebbero mai potuto essere associate a un messaggio meno che positivo. E così, infatti, fu…. sebbene volontà della donna, forse anche utile a celare l’eccessiva emozione per lei derivante nel confronto con tutto ciò, e, di conseguenza, al non gestito imbarazzo, fu quella di dissimulare la propria soddisfazione, il proprio compiacimento, in un gesto energico, in un atto che, per un fugace istante, apparve simile a un attacco, a lui rivolto.
Un attacco in conseguenza al quale lo shar’tiagho, sorpreso e disorientato, si ritrovò sdraiato sul loro letto, inerme innanzi alla figura di lei, ancora in piedi e ancora a distanza da lui, fiera e maestosa qual la statua di un antico regnante, vestigia di un’epoca dimenticata nella quale tutto sarebbe apparso necessariamente epico, più prossimo al divino che all’umano, all’immortale che al mortale.

« Ehy… » tentò di obiettare, più per lo sbalordimento di quanto accaduto, e della repentinità di come accaduto, che per una qualche ragione di reale contrasto in sua opposizione, a lei da sempre pronto a votarsi con cuore, mente, anima e corpo in misura tale da non temerla neppure laddove, con un pugnale, avesse cercato di aprirgli il petto per cavargli il cuore… e non che in passato non fosse accaduto.

Anticipando, tuttavia, qualunque ulteriore genere di protesta, ella non gli permise di concludere tale frase, anch’ella scegliendo un metodo per zittirlo diverso dall’imposizione derivante dalla propria voce, così come quella eventualmente conseguente a una propria nuova, e dolce, aggressione a suo discapito; nel preferire, altresì, il ricorso a un espediente che, era certa, avrebbe saputo non solo tranquillizzarlo, quietarlo, ma, ancor più, lo avrebbe privato di ogni ulteriore possibilità non soltanto di protesta, quanto, più in generale, di interazione verbale con lei, senza, per ottenere ciò, far propria neppure la necessità di spingersi a sfiorarlo con l’unica mano rimastale o in altro modo. Anche perché quell’unica mano, la mancina, allora, venne da lei impiegata in un altro genere di azione, in un altro genere di intervento, qual quello utile a scoprire le generose, quasi imponenti, forme dei propri seni, liberandoli non solo dall’oppressione della pelliccia di sfinge, nella quale abitualmente erano avvolti, ma anche da quella della lunga fascia di stoffa, entro la quale erano volontariamente costretti, per cercare di contenerne l’altrimenti eccessiva esuberanza, che avrebbe potuto rivelarsi particolarmente scomoda nel corso di un combattimento, di una battaglia.
Così posto innanzi a quelle forme già abitualmente intuibili qual straordinarie, e da lui ben note quali persino superiori al concetto stesso di straordinarietà, all’uomo non poté allora restare altra reazione se non quella di un gemito soffocato, nel temere, con sincero imbarazzo, il rischio di dimostrare in maniera allora persino troppo affrettata tutto il desiderio sinceramente vissuto per lei…

venerdì 15 febbraio 2013

1853


Be’Sihl Ahvn-Qa non avrebbe saputo dire in quale esatto momento si fosse innamorato di Midda o in quale giorno, a quale ora, avesse deciso che non avrebbe potuto desiderare di trascorrere il resto della propria vita se non con lei, se non accanto a lei, anche ove questo avrebbe invero significato spendere gran parte del proprio tempo in sua attesa, in attesa del suo quasi sempre insperato ritorno al termine di una qualche missione priva di possibilità di vittoria, priva di ipotesi di successo.
Forse egli, vittima del suo fascino, del suo carisma, si era infatuato di lei sin dall’istante stesso in cui il suo sguardo si era posato su quel corpo meraviglioso e, apparentemente, proibito e irraggiungibile. Probabilmente egli, vittima delle proprie folli emozioni, si era innamorato di lei sin dall’istante stesso in cui quello stesso suo sguardo aveva incontrato gli occhi di lei, perdendosi irrimediabilmente in essi. Sicuramente egli aveva perso completamente il senno per lei, in misura tale da permettergli di rendere possibile quel sogno, lottando faticosamente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, per addirittura quasi quindici anni, prima di riuscire non solo a far breccia nel suo cuore, ma anche, e soprattutto, lì a insidiarsi comodamente, beandosi in esso così come per troppo tempo aveva soltanto sperato di poter fare, non senza fugaci occasioni di umano timore alla prospettiva di essersi completamente sbagliato.
Timori, i suoi, che pur erano stati completamente fugati nel momento in cui, per la prima volta aveva goduto delle labbra di lei contro la propria pelle, lungo il proprio corpo, intenta non soltanto a baciarlo, ma addirittura a divorarlo, con non minore voracità di quanto egli stesso non gliene avesse riservata, a tentare di saziare quell’incredibile appetito, quella fame incolmabile cresciuta in tanto tempo, in tanta attesa. Timori, i suoi, che pur continuavano a essere completamente fugati, anche laddove non più esistenti, in qualunque occasione loro concessa di stare insieme, fosse anche per una manciata d’istanti, così come per una notte intera. E quella notte, dopo una lunga serata trascorsa in locanda, a servire avventori e a torturarsi intimamente per la costretta lontananza da lei, sarebbe ancora stata la loro notte, la loro occasione di gioiosa e giocosa condivisione, nel corso della quale ogni esigenza di riposo sarebbe stata dimenticata, sarebbe stata obliata in favore del loro amore, nella passione del quale avrebbero atteso la nuova alba, il ritorno del sole a oriente, fra le vette dei monti Rou’Farth.
Una notte che, fosse stata per Be’Sihl, non avrebbe dovuto conoscere fine, così come, non senza un certo imbarazzo quasi fanciullesco, benché dimenticati, ormai, fossero per entrambi gli anni della loro giovinezza, egli si spinse a suggerire, fra un bacio e l’altro…

« Fuggiamo… » le propose, con il cuore sulle labbra, non semplice scherzo, non banale gioco, ma intento sincero, quanto sincero avrebbe dovuto essere riconosciuto il suo amore per lei, il suo sentimento puro e assoluto per quella donna, in attesa della quale era sempre vissuto e in attesa della quale avrebbe continuato a vivere sino all’ultimo dei propri giorni, se solo ella glielo avesse domandato « Fuggiamo insieme, questa notte. Partiamo per il nord, per Shar’Tiagh. O per qualunque altra destinazione. Fuggiamo, amor mio… fuggiamo e dimentichiamo tutta questa follia. Questa follia che finirà per separarci… o peggio, per ucciderti, negandoti per sempre al mio abbraccio! »
« Sciocco… » scosse il capo ella, sorridendogli in quell’unica parola, in quell’unico termine scelto per indicarlo, pur senza rimprovero, pur senza intenzione d’offesa o d’aggressione, ove animata, in quelle sillabe, soltanto da un trasporto, da un amore, così forte che ella stessa ebbe ragione di spavento, ebbe motivo di timore, laddove, benché confidente con la guerra e la morte, meno a proprio agio avrebbe dovuto essere riconosciuta con l’amore e la vita, valori da lui stesso rappresentati nella propria quotidianità « Non esiste luogo al mondo, né fuori dal mondo, entro il quale potrei rifugiarmi per sottrarmi alle mie responsabilità. La fenice è stata chiara… e lo sai. Ne abbiamo già parlato. » si sforzò di ricordargli, o, forse, si sforzò di ricordare a se stessa, per convincersi di quanto quell’intento non avrebbe potuto essere attuato, non avrebbe potuto essere tradotto in realtà, così come, indubbiamente, una parte del suo pur tormentato, pur irrequieto, pur irrefrenabile spirito avrebbe desiderato compiere, disinteressandosi a qualunque responsabilità, a qualunque impegno, e sol offrendo importanza a quella felicità, a quanto era consapevole avere l’occasione di vivere insieme a lui, accanto a lui.

Chiusi entro i confini sicuri delle loro stanze, di quell’alloggio riservato al locandiere nel quale ella si era stabilita sin dalla ricostruzione della locanda, del tutto ignorando quella che formalmente era a lei riservata qual propria camera, per inciso la seconda migliore di tutto l’edificio; al sicuro in quel loro santuario privato, eretto in onore al loro amore, entro il quale alcuna preoccupazione, alcuna ansia, alcuna minaccia avrebbe potuto raggiungerli; i due innamorati, i due amanti, avrebbero potuto smarrirsi reciprocamente uno nello sguardo dell’altra, una nel corpo dell’altro, null’altro desiderando se non tutto quello. E, con esso, il loro stesso amore.
Una verità, una certezza, nel negare la quale lo shar’tiagho non avrebbe mai speso un solo istante, non si sarebbe mai minimamente sforzato, preferendo anzi porre il maggiore risalto possibile attorno a simile interesse, a tale brama, così come, in risposta alla puntualizzazione dell’amata non mancò di riservarsi occasione di compiere.

« Non fraintendermi… ma sarei pronto a condannare l’intero Creato per salvarti, amor mio. » definì, privo di enfasi e di enfatizzazione nel merito di un tale concetto, di un simile proposito, nell’esprimersi con trasparenza assoluta, con totale onestà, più che disposto, malgrado la propria indole pacifica, malgrado il proprio spirito quieto e abitualmente rivolto alla pace e all’edificazione, ancor prima che alla guerra e alla distruzione, a porre in scacco la stessa realtà per così come nota, pur di salvaguardare il loro amore, in un’eventualità tutt’altro che remota, tutt’altro che rara nel confronto con quanto a ella era stato richiesto di compiere « Io… ti amo… » soggiunse poi, quasi in tale affermazione, in simile dichiarazione, cercare di giustificare le proprie ultime parole, quella propria egoistica deviazione, a discapito di ogni cosa estranea al loro rapporto, al loro sentimento, al loro amore.

E Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, che nella propria vita aveva sempre agito offrendo ascolto unicamente al proprio cuore, alla propria mente e al proprio spirito indomabile, rifiutando qualunque compromesso, negando qualunque limite, fosse esso stato posto da uomini o da dei; non avrebbe mai potuto ipocritamente condannare il proprio compagno per quanto appena asserito, per l’intento così proclamato, ove consapevole di quanto, a ruoli inversi, probabilmente, ella non si sarebbe neppure presa la briga di annunciare tale proposito prima di attuarlo, prima di porre in essere quanto necessario per condannare il Creato, con tutte le sue creature, al solo fine di preservare quella loro felicità. Quella felicità che, con lui, e solo con lui, dopo tanti anni, dopo troppi anni, si era concessa occasione di riscoprire, a discapito di quanti folli orrori potessero, nel frattempo, aver affollato la sua quotidianità… a partire da un semidivino marito dalle demoniache fattezze; per concludersi con lo spirito di una folle regina e strega del passato, incarnato nelle membra della propria sorella gemella, da sempre sua nemesi.

« Ti amo. » rispose pertanto ella, senza esitazione, senza inibizioni, nel non volersi negare un solo istante di più l’occasione di proclamare il proprio sentimento per lui, il proprio amore per quell’uomo, quell’unico uomo attorno al quale tutta la sua esistenza quotidiana, tutte le sue mirabolanti imprese, sembravano contemporaneamente perdere significato e assumere un nuovo valore, nell’incanto e nella meraviglia propria del miracolo del passaggio dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce, dalla luna al sole, e con essi, forse, dalla morte alla vita… la morte alla quale aveva condannato la propria quotidianità e la vita che, al contrario, egli le aveva permesso di riscoprire e di ritornare ad amare e desiderare, per sé « E ti prometto che, quando tutto questo sarà finito, io… »