Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
domenica 19 agosto 2018
2643
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Fu questione di un istante e, a dimostrare la propria ritrovata libertà, e con essa il termine di quell’impropria schiavitù, di quell’ingiusto servilismo al quale era stato costretto nel confronto con la propria ingannevole e fedifraga sposa, Desmair ebbe a divertirsi ad afferrare la piccola Liagu, a sollevarla sopra la propria testa e a spezzarla in due, ripiegando la sua schiena su se stessa come neppure in una bambola sarebbe stato allor possibile compiere e lasciando orrendamente entrare in contatto il retro della sua nuca, delle sue spalle, con i talloni della medesima, un cartoccio umano privo di vita, un ammasso di carne morta nelle distorte forme della quale difficile sarebbe stato anche solo immaginare l’energia per lei propria soltanto pochi istanti prima. E rigettandola sul tavolo, nel rovesciare tutti i piatti lì presenti, sol una cacofonia di grida di orrore e di raccapriccio fu quelle che egli ottenne, da parte di Tagae, di Be’Sihl e della povera Thaare, proprio malgrado inerme innanzi a tanto orrore.
« Ecco la mia modesta opinione su questa tua assurda idea di famigliola felice, mia cara sposa… » sorrise sornione il semidio, necessariamente sarcastico nel proprio intervento, malevolo, malvagio in quel proprio operato, a rinnovare ogni negativa opinione a suo discapito, ogni rancore, ogni odio da parte di colei che, forse, impropriamente, aveva iniziato a considerarlo pari a una sua possibile risorsa, a un proprio forse restio alleato, e che pur, al di là di qualche malumore, di qualche brontolio, avrebbe alfine sempre agito secondo i suoi comandi, nel non potersi permettere altro « … spero che tu non ti fossi illusa che, veramente, ti avrei permesso di vivere quest’illusione di serenità, solo perché, talvolta, i nostri interessi sono coincisi. »
Eccezione a quella cacofonia di grida d’orrore, solo Midda Namile Bontor si trattenne dall’urlare, dal commentare quegli eventi, in uno sforzo non banale, non scontato, allor coadiuvato dalla morsa nella quale ebbe a serrare la mandibola contro la mascella, sino quasi a sentir scricchiolare i denti all’interno della propria bocca. E se tutto il suo corpo, ancora una volta, non poté che fremere innanzi a quell’orrore, ella, con un impegno disumano, ebbe a negarsi qualunque azione, qualunque reazione o intervento innanzi alla morte della propria figlioletta, innanzi all’orrido spettacolo così offerto da quel cadavere ripiegato innanzi a lei, da quegli occhi improvvisamente vitrei e da quelle labbra rosse del sangue esploso da esse al momento della sua condanna, costringendosi a ricordarsi quanto, allora, tutto ciò non avrebbe avuto a doversi considerare reale, non avrebbe avuto a doversi giudicare effettivamente occorso, giacché Desmair avrebbe avuto a essere presente soltanto nella propria mente, soltanto innanzi ai propri occhi, e, in ciò, del tutto incapace a interagire con il mondo a sé circostante.
Ma dopo tanti anni trascorsi dall’ultima volta di una tanto crudele dimostrazione da parte del proprio sempre odiato sposo, quell’immobilismo, per lei, non le impose una straziante pena mentale, ma, anche e addirittura, fisica, laddove, in quell’istante, in quella situazione, a confronto con quello spettacolo e con le sue parole, tutte le membra del suo corpo, ogni singolo muscolo presente sotto la sua candida pelle, non poté che tendersi fino allo spasmo, nella volontà di avanzare verso di lui, nella volontà di strappargli la testa dal collo a mani nude, se necessario, per vendicare anche e soltanto l’idea della morte di Liagu. Un’idea, purtroppo, espressa in maniera estremamente veritiera innanzi al suo sguardo, per opera dell’insano potere per lui proprio sulla sua mente…
« Lo so cosa stai pensando. » insistette l’odiosa voce di lui, nel mentre in cui quell’enorme capo ebbe a muoversi in segno di diniego, nell’evidente volontà di minare quella sua ferma convinzione « “E’ solo un’illusione.”, “E’ come quella volta a Shar’Tiagh.”, “Sta soltanto giocando con la mia mente.”, “Liagu è viva innanzi a me.”… » le fece il verso, parlando in falsetto in una volutamente, e provocatoria, mal riuscita imitazione della voce della stessa « Ma ti sbagli… e ti sbagli di grosso. » volle correggerla, continuando a scuotere il capo « Dimentichi i miei spettri. Dimentichi il mio reale potere. E dimentichi quanto io sia in grado di sterminare l’intero equipaggio con un semplice schiocco delle mie dita… »
La Figlia di Marr’Mahew non desiderava rispondergli, non desiderava concedergli la benché minima soddisfazione in una qualunque replica. Ma lo sforzo fisico e psicologico al quale, in quel momento, ella si stava ritrovando posta, fu eccessivo per permetterle di tacere.
E, sol dischiudendo le labbra, ma ancor trattenendo serrati i denti, la donna dagli occhi color ghiaccio, con le nere iridi al loro centro ridotte a due invisibili capocchie di spillo per la tensione del momento, ebbe a ringhiare, verso di lui, una replica, e una replica volta a tentare di smontare quell’assurdo teatrino da lui messo in piedi…
« I tuoi spettri sono a miliardi di anni luce di distanza da qui… il tuo potere è solo un’illusione. » argomentò, in quello che, ancor più che un effettivo tentativo atto a sbugiardarlo, apparve essere prossimo a uno sforzo volto ad autoconvincersi di ciò, a obbligare la propria mente a rifiutare, razionalmente, l’orrore lì presente davanti a lei.
« Due anni fa, non avrei potuto che darti ragione… » sostenne egli, annuendo appena nell’incrociare le braccia al petto in quieta attesa per l’evolversi degli eventi « … ma, appunto, sono passati più di due anni da quando siamo arrivati fra le stelle. E, per quanto possiamo essere distanti da casa, i miei spettri viaggiano veloci… » contestò la sua tesi, in termini che, effettivamente, avrebbero avuto a poter creare dubbi nella mente della donna, non potendo ella vantare alcuna confidenza nel merito dell’effettiva velocità di quegli spiriti attraverso il cosmo « … ah… ecco che inizia! » esclamò Desmair alfine, apparendo in ciò quasi distratto dall’interazione con la propria sposa, solo per potersi osservare quietamente attorno e, in tal senso, cogliere l’evidenza degli effetti indiretti del proprio operato.
Costretta a portare l’attenzione all’ambiente a sé circostante, Midda Bontor non poté che rendersi conto di quanto due fra i presenti all’interno della mensa avessero, allora, iniziato a sbiancare, sforzandosi a trattenere piccoli colpi di tosse, e, ciò non di meno, ritrovandosi sempre in maggiore difficoltà sotto tale punto di vista. Fra le dita della mano di Be’Sihl, subito corse alla sua bocca, a celarla in un gesto di istintiva educazione, ebbero ad apparire dei rigoli di sangue, e di sangue di colore incredibilmente scuro, tendente al nero, che egli non ebbe possibilità di celare. Così come non ebbe possibilità di celare identici sintomi anche Thaare, colta, proprio malgrado, da un violento spasmo all’altezza dell’addome, che la costrinse a piegarsi in avanti, vedendola sputare nero sangue a terra, incredibilmente pallida in volto a dispetto della propria scura carnagione, in tonalità abitualmente competitive con quelle dello shar’tiagho.
E prima che alcuno fra i due potesse esprimere un qualunque genere di commento su quanto lì stava accadendo, entrambi ebbero a ritrovarsi distesi a terra, soffocanti nel proprio stesso sangue e, dopo un solo istante, ormai cadaveri.
« Mamma… che succede?! » piagnucolò il piccolo Tagae, non riuscendo a comprendere l’orrore a sé circostante, ritrovandosi accompagnato, in tal senso, dalle crudeli risate di Desmair, che, in quello scenario di morte non avrebbe potuto ovviare a gioire, e a gioire del dolore che, in tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a causare.
« Lo hai capito, vero, cosa sta succedendo…? » domandò il semidio verso la propria sposa, nel desiderio che ella non equivocasse il senso di tutto ciò, non fraintendesse le cause di quelle ulteriori due morti e di tutte le altre che, presto, si sarebbero diffuse a bordo dell’intera nave « La frugoletta è morta. E con lei è venuto meno anche il suo potere immunizzante nei confronti della piaga intrinseca nel corpo di questa simpatica creaturina… » sottolineò, facendo esplicito riferimento a Tagae, alle spalle del quale avrebbe avuto ancora a doversi riconoscere presente, con le braccia incrociate innanzi all’enorme petto nudo.
sabato 18 agosto 2018
2642
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
Nel merito dell’esistenza e della natura di Desmair, tutti erano informati a bordo della Kasta Hamina. E, in conseguenza ai recenti eventi nel tempo del sogno, qualcuno, fra i membri dell’equipaggio, aveva avuto anche spiacevole occasione di un confronto diretto con il medesimo: Tagae e Liagu, innanzitutto, ma, anche, Lys’sh, tutti presenti, accanto a Midda e Be’Sihl, in quella folle avventura.
Ma, benché quel nome non avrebbe avuto a dover essere considerato inedito per alcuno, inedito avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il fatto che Desmair potesse manifestarsi liberamente così come, in quel momento, la reazione della Figlia di Marr’Mahew sembrò voler suggerire. Sino a quel momento, sino quel giorno, infatti, un principio fondamentale che aveva permesso a tutti di scendere a patti con l’idea della presenza della coscienza di un semidio immortale all’interno della mente di Be’Sihl, e di un semidio immortale particolarmente violento ed egocentrico, nonché del tutto privo di qualunque genere di rispetto o, più semplicemente, di considerazione, per la vita altrui; era stata l’idea, la certezza di quanto, comunque, egli non avrebbe potuto essere libero di agire, o di interagire con il mondo a sé circostante, sino a quando il collare inibitore presente al collo dello shar’tiagho avesse continuato a funzionare. Una minaccia, sì, e una minaccia terrificante, potenzialmente letale per chiunque lì presente, e, ciò non di meno, una minaccia inerme, in fondo non dissimile da quella rappresentata da Tagae e Liagu in conseguenza alla manipolazione loro imposta da parte della Loor’Nos-Kahn, con la quale potersi concedere di convivere, nell’apprezzamento che, altresì, tutti avrebbero avuto a provare per l’uomo innanzi al mostro. Ma nel momento in cui il mostro si fosse dimostrato capace di agire, e di agire in libertà, a discapito di ogni volontà dell’uomo, del controllo dell’uomo e, in particolare, di quella tecnologia, la situazione non avrebbe più avuto a poter essere considerata sotto controllo, e la minaccia non avrebbe più avuto a poter essere giudicata inerme… anzi.
Ma ancor prima di chiunque a bordo della Kasta Hamina, ancor prima di Lys’sh o Tagae e Liagu e ancor prima persino dello stesso Be’Sihl, colei che avrebbe avuto a doversi considerare meno soddisfatta di quella novità, di quell’apparizione, ovviamente, avrebbe avuto a doversi considerare colei che, sola, avrebbe avuto a dover necessariamente interagire con essa: Midda Bontor.
In conseguenza infatti a una stolida idea di molti anni addietro, e a un’idea che l’aveva veduta sostituirsi a una propria cara amica nel corso di blasfeme nozze con quell’essere immondo, la Figlia di Marr’Mahew non soltanto aveva acquisito lo stato di moglie del medesimo, e di novecentoundicesima moglie nel dettaglio, ma, anche e ancor peggio, si era vista spiacevolmente legata a livello mentale a lui, e legata in termini tali per cui egli avrebbe potuto riservarsi occasione, in qualunque momento, in qualunque situazione, di manifestarsi innanzi al suo sguardo, riuscendo persino a manipolare, in ciò, la sua percezione della realtà a proprio piacimento: un potere, quello che Desmair avrebbe, e aveva, potuto vantare sulla mente della propria sposa, in conseguenza al quale Midda si era addirittura ritrovata prossima a uccidere il proprio amato Be’Sihl, in conseguenza di un perverso giuoco posto in piedi dal semidio nell’unica volontà di tormentarla. Era stato proprio nel corso di tanto drammatici, e potenzialmente tragici, eventi, che lo stesso figlio di Shar’Tiagh aveva fatto dopo alla sua amata di un potente talismano, un bracciale che, per anni, l’aveva protetta dalla malvagia influenza del suo sposo. Purtroppo, però, quello stesso bracciale le era stato sequestrato al suo arrivo su Loicare, e, da allora, non lo aveva più veduto, avendo a doverlo considerare necessariamente perduto. Solo il collare inibitore, pertanto, involontario dono della loro antagonista Anmel Mal Toise, era rimasto a garanzia della possibilità, per lei, di vivere la propria vita senza avere a domandarsi, in ogni momento, se quanto presente innanzi al proprio sguardo avrebbe avuto a doversi considerare realtà o immaginazione, e la perversa immaginazione di Desmair… e se, ora, tale garanzia avesse a doversi considerare perduta, ella non avrebbe avuto a potersi riconoscere particolarmente serena.
« Io. » confermò Desmair, visibile e udibile solo alla Figlia di Marr’Mahew, immagini e suoni proiettati direttamente nella sua mente e, pur, atti a interagire con l’ambiente circostante, così come avrebbe avuto occasione di dimostrare la presenza di quell’enorme colosso dalla pelle simile a cuoio rosso e dalle smisurate corna bianche, accomodato quietamente al loro stesso tavolo « Immagino di esserti mancato, moglie mia… » commento, non privo di una certa ironia, di un palese sarcasmo, e di un sarcasmo allor volto a sottolineare quanto, sicuramente, così non fosse stato.
« Come la peste. » commentò per tutta risposta la donna guerriero, storcendo le labbra verso il basso, a confermare le aspettative dello sposo « Come è possibile che tu sia qui…?! »
« E’ una domanda che richiede una risposta un po’ complessa… » osservò egli, per tutta risposta, levandosi in piedi e muovendosi alle spalle dei due bambini, suscitando, in ciò, un fremito in tutta la vigorosa muscolatura della donna guerriero, che pur ella cercò di mistificare per non concedergli soddisfazione alcuna, nello sforzarsi di ricordare quanto egli non avrebbe potuto nuocere direttamente loro in quella forma… non, per lo meno, senza servirsi dei suoi spettri, spettri che, tuttavia, avrebbero avuto a doversi considerare a un’incolmabile distanza da loro « Diciamo che, molti secoli or sono, negli anni successivi a quelli in cui una misteriosa straniera casualmente identica a te ha aiutato mia madre a prendere il posto di suo padre, l’ultimo faraone, qual sovrana di Shar’Tiagh, ella ha iniziato a dimostrare di non volersi accontentare solo del potere in tal maniera per lei derivante. E, in ciò, ha iniziato a cercare di trovare nuove occasioni utili ad accrescere il proprio stato, arrivando a offrirsi qual concubina per il primo dio abbastanza stupido da piegarsi ai suoi desideri sessuali… anche se, in effetti, non mi è mai stato esattamente chiaro come abbia potuto sopravvivere all’atto. » commentò, con aria volutamente meditabonda, nel riferirsi in maniera decisamente priva di qualunque, del resto immeritato, rispetto verso i propri genitori, la regina Anmel Mal Toise e il dio minore Kah, un bruto a confronto con il quale egli stesso avrebbe potuto apparire persino attraente.
« Ti prego. » esclamò Midda, levando le mani a imporgli silenzio, nel tentare di interrompere quella cronistoria della sua vita, risposta del tutto inopportuna alla sua domanda in tal maniera completamente travisata nelle proprie ragioni « Non è questo che ti stavo domandando… e lo sai perfettamente! »
In silenzio, attorno a lei, attorno a loro, tutti gli altri stavano allor restando in silenzio, intenti a seguire quanto, in qualunque altra situazione, per qualunque altra persona, avrebbe avuto a dover essere soltanto interpretato qual evidenza di follia e che, invece, in quel momento, nel confronto con colei così coinvolta, non avrebbero potuto in alcun modo fraintendere se non qual metà di un dialogo, e di un dialogo non frutto della follia, non frutto della perdita d’assennatezza nella donna, quanto, e piuttosto, conseguenza della presenza di un terzo elemento a loro estraneo, a loro invisibile e inudibile, e, purtroppo per tutti loro, comunque lì orrendamente presente.
Be’Sihl e Thaare, ritornata lì dalla cucina in conseguenza dei toni improvvisamente mutati, non avrebbero potuto, quindi, ovviare a cercare di comprendere, di intuire, di immaginare, cosa stesse accadendo, cosa stesse venendo pronunciato nella metà del dialogo per loro assente: un impegno tutt’altro che banale, tutt’altro che semplice, dal momento in cui le frasi pronunciate dalla donna guerriero non avrebbero avuto a doversi considerare sufficientemente esplicative nel merito delle repliche dell’altro, benché, nel conoscere il soggetto in questione lo shar’tiagho, in particolare, non avrebbe potuto ovviare a essere certo di quanto, in quel frangente, Desmair avrebbe avuto a dover essere considerato impegnato a tentare di provocare la sua sposa. Tagae e Liagu, altresì, non avrebbero potuto ovviare a cercare di dimostrare tutto il proprio coraggio, tutta la propria forza d’animo, nel non spaventarsi, nel non turbarsi innanzi a quella scena, soprattutto nel momento in cui apparve sufficientemente chiaro che, quell’invisibile mostro dalla pelle rossa, avrebbe avuto a dover essere giudicato qual collocato esattamente alle loro spalle: una prova di coraggio, tuttavia, la loro, forse eccessiva per due bambini di nove anni circa, e che, in ciò, non avrebbe potuto ovviare a coglierli tremanti, e tremanti di giustificabile timore all’idea di quanto, di lì a breve, avrebbe potuto avvenire se le cose fossero alfine degenerate.
venerdì 17 agosto 2018
2641
Avventura
052 - L'uomo incapace a morire
« D’accordo… d’accordo. » annuì la Figlia di Marr’Mahew, dovendo riconoscere almeno una vittoria a quei pargoli e, in ciò, decidendo che, fra tutte le possibilità alternative, certamente quella avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la più indolore, qual la soluzione meno impegnativa da abbracciare, almeno nell’immediato « Vorrà dire che, per non essere da meno rispetto a Maddie, tornerò ad avere i capelli lunghi… » annunciò, con tono di solenne promessa, in un impegno al quale avrebbe allor mantenuto fede, non essendo solita riservarsi più di una parola nelle proprie decisioni.
« Ciò non di meno, vorrei sottolineare quanto, comunque, mantenere i capelli corti sia una straordinaria comodità sotto molteplici punti di vista, sia di ordine marziale, sia di ordine quotidiano… » soggiunse immediatamente, senza offrire ad altri la possibilità di prendere voce a tal riguardo, a volersi riservare, malgrado tutto, almeno la possibilità dell’ultima parola e, con essa, l’occasione utile a esprimere le motivazioni, assolutamente razionali, di quella sua scelta: una decisione forse antiestetica, qual quella volta a non permettere ai propri rossi capelli, da poco più di due anni, di crescere oltre il pollice di lunghezza, e, ciò non di meno, estremamente pratica « … non avete idea di quanto possa essere spiacevole avere a lavare le incrostazioni di sangue dai capelli lunghi! » commentò, tutt’altro che ironica in tale asserzione, in quella che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una mera provocazione da parte sua.
« Ehy… attenta al linguaggio, di fronte ai bambini! » protestò Thaare, non approvando la violenza esplicita propria di quell’ultima frase, tornata fra loro proprio in quel momento nel condurre seco tre nuovi piatti di spezzatino e patate, per i tre nuovi arrivati.
« Oh… non ti preoccupare. » minimizzò Tagae, andandosi a sedere al suo posto e subito impugnando le posate, nel non voler negare l’evidenza propria di un certo appetito « Liagu e io abbiamo già visto la mamma all’opera… e sappiamo bene di cosa può essere capace quando è arrabbiata. » dichiarò, in un’affermazione purtroppo, o per fortuna, estremamente vera, nell’essersi dovuti confrontare con tale aspetto di lei sin dal loro primo incontro, incontro in sola grazia al quale entrambi avevano avuto una possibilità di riappropriarsi della propria libertà perduta.
« Già… » confermò Liagu, muovendosi a propria volta sino alla propria seggiola e lì accomodandosi per accogliere, non senza un certo entusiasmo, quel pasto « … ma se lo sono meritati tutti: erano cattivi. » decretò la bambina, in una visione sicuramente sommaria della realtà, ma, ciò non di meno, dal proprio punto di vista, assolutamente corretta, nel non aver a poter facilmente dimenticare quanto male la Loor’Nos-Kahn avesse loro imposto.
Oltre ad averli rapiti, ad averli privati delle loro vite e delle loro memorie e, in buona sostanza, persino delle loro identità, identità delle quali l’unica cosa che erano stati in grado di salvare avrebbero avuto a dover essere considerati proprio i loro nomi, per trasformarli, attraverso complessi esperimenti, in una coppia di armi di distruzione di massa da vendere al miglior offerente; la Loor’Nos-Kahn, infatti, li aveva indirettamente condannati a dover trascorrere il resto delle proprie esistenze uniti l’una all’altro, e viceversa, nel non voler scatenare, involontariamente, un devastante e letale morbo, capace di spazzare in poco, pochissimo tempo, la vita da un intero pianeta.
« Ciò non di meno, una brava madre non dovrebbe parlare di incrostazioni di sangue fra i capelli a tavola. » protestò Thaare, cercando di non apparire stupita dalla freddezza con la quale, in quel momento, i due pargoli stavano affrontando la discussione e, in ciò, servendo loro i primi due piatti, per poi posizionare l’ultimo innanzi a Be’Sihl, nel contempo sedutosi alla sinistra della donna amata, animato dalla speranza di non avere a ricevere qualche spiacevole calcio al di sotto della linea del tavolo « Sbaglio…?! » domandò, rivolgendosi proprio in direzione di quest’ultimo e nel cercare, almeno da lui, un po’ di manforte, nel non potergli negare una certa assennatezza, benché, limitatamente al discorso alimentare, i due avrebbero avuto a dover vantare qualche incomprensione passata, conseguenza dell’intromissione dello stesso ex-locandiere nella gestione della mensa che, da sempre, avrebbe avuto a doversi considerare soltanto un suo dominio.
E se Be’Sihl era riuscito, neppur sapendo bene in che maniera, a cavarsela nel confronto precedente, vedendo fortunatamente sfumare l’argomento prima che la propria colpa potesse risultare conclamata; a confronto con quell’interrogativo preferì fingere un’improvvisa sordità, nel desiderio di salvaguardare non soltanto la salute del proprio rapporto con Midda, quanto e piuttosto la propria stessa salute, giacché lo sfidare due volte la sorte a distanza di tempo così ravvicinata avrebbe potuto necessariamente condurre a risultati quantomeno spiacevoli.
« Altro che shar’tiagho… pavido: ecco cosa sei. » brontolò, tuttavia, Thaare, scuotendo il capo e decidendo fosse giunta l’ora di lasciare la sala, a concedere un po’ di intimità alla famigliola in tal modo riunitasi a tavola « Buon appetito a tutti. E, per ogni cosa, gettate un grido… » soggiunse, prima di rientrare entro i confini della propria cucina e lì scomparire.
« Non ci fare caso… » suggerì con un dolce sorriso la donna guerriero verso il proprio amato, annuendo appena a offrire il proprio beneplacito alla sua scelta, a quella salubre strategia volta a restare in quieto silenzio a confronto con quell’ultimo interrogativo « … non sei pavido: semplicemente non ti è ancora venuta a noia la vita, oltre al nostro rapporto. » puntualizzò, allungandosi appena a offrirgli un bacio sulla linea inferiore destra del viso, a sottolineare la propria più sincera approvazione per quanto da lui in tal maniera così compiuto.
Il quadro felice di una famigliola perfetta: tale avrebbe avuto a doversi considerare quello in tal maniera lì così formatosi attorno a Midda Namile Bontor all’interno della sala mensa della Kasta Hamina. Il suo amato Be’Sihl alla propria sinistra, impegnato a osservarlo con lo sguardo del loro primo giorno insieme, i loro due splendidi bambini seduti innanzi a loro, intenti a divorare con voracità il pasto loro fornito, e un clima di apparente pace, di quieta serenità, che difficilmente avrebbe potuto trovare ragione di turbamento, laddove nessun nemico, nessuna minaccia, avrebbe potuto minare tutto ciò…
… nessun nemico…
… nessuna minaccia…
… o quasi.
« Thyres! » gridò la Figlia di Marr’Mahew, levandosi di scatto in piedi con foga tale da lasciar spingere a terra la sedia sulla quale era rimasta seduta sino a quel momento, scattando indietro e portando, istintivamente, la mancina alla ricerca della propria spada bastarda, quell’arma che, tuttavia, avrebbe avuto a doversi riconoscere correttamente custodita all’interno dell’armeria della nave, insieme a ogni altra risorsa bellica lì presente a bordo « Tu…?! » esclamò sorpresa e, forse, persino irritata, nel confronto con quanto, allora, si stava proponendo innanzi al suo sguardo.
E se i due pargoli ebbero a osservare la madre con fare confuso, non comprendendo a chi ella potesse star volgendo la propria attenzione e quelle proprie parole, laddove nessuno avrebbe avuto a dover essere considerato visibile nella direzione da lei contemplata; Be’Sihl, proprio malgrado, non avrebbe potuto ovviare a comprendere immediatamente quanto stesse accadendo, benché, in verità, meno chiaro avrebbe avuto a doversi considerare come ciò potesse star accadendo, nel considerare quanto il collare da lui indossato, quella tecnologia di inibizione del suo “inquilino”, avrebbe avuto a doversi considerare ancora, ipoteticamente, attivo…
« … Desmair… » sospirò l’uomo, levando gli occhi al cielo e non potendo ovviare a esprimere una certa assenza di entusiasmo per quel tutt’altro che gradito ritorno.
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