Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 20 luglio 2019
2977
Avventura
057 - Un bagliore di speranza
Vi era stato un tempo lontano della sua vita in cui Midda Bontor amava giocare a chaturaji, detto anche gioco dei quattro re.
In quel gioco, infatti, ella aveva sempre trovato squisitamente applicate le dinamiche proprie della vita vera, con un giusto equilibrio fra strategia e tattica, fra la necessità di pianificare e quella di rispondere a più o meno fortuiti eventi dell’ultimo minuto, e, soprattutto, con una squisita morale propria della figura stessa del re, la morte del quale non avrebbe posto fine alla battaglia fino a quando anche soltanto l’ultimo fra i suoi pedoni non fosse a sua volta morto. Anche perché, in qualunque istante, quell’ultimo pedone avrebbe potuto assurgere al ruolo stesso di sovrano. Il tiro dei dadi, in particolare, era sempre stato quello che più aveva stuzzicato l’interesse proprio della donna, laddove, in conseguenza di tale tiro, ogni strategia precedentemente pianificata avrebbe potuto vedersi completamente cancellata, costringendo, in ciò, il giocatore a dover rivalutare completamente ogni propria mossa, ogni propria iniziativa, a volte nel male, altre, e perché no, nel bene.
Era da tanto che Midda Bontor non giocava più una partita a chaturaji. In effetti, da quando la sua avversaria preferita, la sua cara amica Nass’Hya, era stata brutalmente assassinata da Nissa, una fra le tante, troppe vittime della sua gemella nel corso di quella trentennale faida fra loro. Midda aveva amato sinceramente N’Hya: era una sua amica, era la moglie di uno dei suoi più cari amici, nonché del suo primo e principale mecenate, ed era una ragazza straordinaria, dotata di una bellezza, tanto interiore quanto esteriore, priva d’eguali. Il loro rapporto non era iniziato in maniera semplice, non aveva avuto una storia scontata, ma aveva avuto comunque occasione di svilupparsi in qualcosa di bello… bello ed effimero, purtroppo, tanto quanto una farfalla.
Ma per quanto tempo fosse passato dall’ultima partita a chaturaji, per Midda la vita quotidiana continuava a sembrare svilupparsi come un’infinita partita, e una partita nel corso della quale molti si erano alternati nel ruolo di propri antagonisti, cercando di sconfiggerla, cercando di escluderla per sempre da quella piccola, metaforica, scacchiera colorata. Bugeor, Desmair, Lavero, Carsa, El’Abeb, Nissa, Anmel: tutti nomi che nella propria vita, in alcuni momenti, si erano schierati in sua opposizione, salvo poi, come talvolta accade nella confusione propria del chaturaji, e di un giuoco che si sviluppa fra quattro diversi antagonisti, decidere di cambiare schieramento e, in favore della lotta contro un antagonista comune, schierarsi accanto a lei. Ovviamente, per tanti nomi di avversari che contro di lei avevano voluto proporsi, altrettanti avrebbero avuto a doversi riconoscere i nomi di coloro i quali, al contrario, al suo fianco avevano voluto assumere un ben diverso ruolo, e un ruolo da amico, un ruolo da compagno: Salge, Ma’Vret, Brote, Be’Sihl, Howe, Be’Wahr, Seem… e molti, moltissimi altri, ultimi fra i quali coloro che, in quel momento, la stavano circondando, coloro i quali, in quel particolare capitolo della propria vita erano al suo fianco, a bordo della Kasta Hamina.
Nel corso degli anni, e di quell’interminabile partita chiamata vita, Midda aveva così visto alternarsi molte persone nel ruolo di antagonisti, così come aveva visto presentarsi molte persone nel ruolo di alleati. E per quanto in molti fossero andati perduti su entrambi i fronti, in molti altri non avevano quindi mai mancato di ripopolare le fila. Addirittura, quasi ridicolo a pensarsi, una nuova se stessa aveva scoperto essere impegnata nel proprio mondo, nel proprio pianeta, accanto ai propri antichi alleati. E se, tale notizia, in parte non avrebbe potuto ovviare ad animare nel suo cuore una certa nostalgia, e forse, e persino, una certa gelosia, all’idea di quanto, in tal maniera, ella potesse essere stata rimpiazzata da una propria versione alternativa, e una propria versione alternativa persino più giovane e più integra di lei; al tempo stesso ella non avrebbe potuto ovviare a essere felice per tutto questo, felice per i propri antichi alleati che aveva, proprio malgrado, dovuto abbandonare per intraprendere quel viaggio fra le stelle, un viaggio in conseguenza al quale, probabilmente, ella non avrebbe più fatto ritorno a casa, lasciando, in tal maniera, un vuoto dietro di sé e un vuoto che, probabilmente, era giusto potesse essere riempito da qualcun altra…
Dopotutto, ora, ella avrebbe avuto altre questioni su cui concentrarsi, altri dettagli a cui volgere il proprio interesse, giacché, ancora una volta, come già era accaduto in passato, la guerra contro Anmel stava andando a intensificarsi, e presto, molto presto, sarebbe giunta, ancora una volta, l’ora dello scontro finale. E come in passato Anmel si era assicurata il controllo di un intero regno, e di un vasto e potente regno di pirati, il regno fondato dalla propria gemella Nissa; ora quel dannato spirito immortale, l’Oscura Mietitrice, si era circondata di una delle più straordinarie potenze di quell’angolo di galassia, infiltrandosi nel cuore dell’omni-governo di Loicare e, in tal senso, riservandosi l’accesso a risorse praticamente illimitate, con le quali sconfiggerla, con le quali estirparla dal mondo… lei che sola, in fondo, le stava dando la caccia, e le stava dando la caccia in ubbidienza a quell’antico mandato del quale era stata investita per mezzo della fenice.
Ora più che mai, quindi, a Midda Bontor sarebbero serviti alleati. Ora più che mai, quindi, ella avrebbe avuto a dover riscuotere favori, come già in passato, per riuscire a reclutare quell’esercito che, al momento giusto, avrebbe avuto a dover schierare in opposizione all’infinito potere proprio dell’omni-governo di Loicare, e, ancor più, della regina Anmel Mal Toise.
Ma se, quando in passato si era ritrovata ad affrontare una simile prova, ella aveva avuto la possibilità di contare su trent’anni di favori, trent’anni di alleati a cui far riferimento, riunificando in tal maniera forze provenienti da metà del proprio mondo, e schierandole in opposizione alla propria gemella; a confronto con questa nuova prova ella non avrebbe potuto ovviare ad accusare, purtroppo, un più flebile rapporto con la realtà a lei circostante, in conseguenza a soltanto quattro anni di permanenza in quella realtà, e a quattro anni, in verità, vissuti sovente ai confini di quella stessa realtà, fra molteplici periodi di prigionia, fisica e mentale, che troppo spesso l’avevano esclusa dai giuochi. E anche quando, allora, ella aveva tentato di portare, dalla propria, colui il quale avrebbe avuto a doversi giudicare un proprio avversario, e pur uno di quegli avversari che, adeguatamente motivati, avrebbero potuto rivelarsi degli straordinari alleati, ella si era ritrovata, proprio malgrado, a fallire, e a fallire miseramente, per colpa, probabilmente, dell’ennesimo complotto orchestrato da Anmel, e un complotto nel quale, addirittura, era stata coinvolta un’inedita creatura mutaforma.
Insomma… sulla propria scacchiera, in quel momento, Midda si stava ponendo con ben pochi pezzi. Pezzi valorosi, sia chiaro, pezzi straordinari nella propria intrinseca importanza all’interno della sua vita, e pur, allora, pochi pezzi… troppo pochi per poter reggere il confronto con l’incommensurabile potere proprio della regina Anmel Mal Toise. E, in questo, difficile sarebbe stato ipotizzare un finale positivo per quella partita.
Per carità: nel corso della propria vita, ella, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, aveva già compiuto sovente gesta prima ritenute impossibili. Aveva affrontato ogni qual genere di avversario, umano o divino, ed era sempre sopravvissuta, era sempre riuscita a portare a casa la pelle. E, in questo, probabilmente, anche nel confronto con questa nuova sfida, alla fine, in qualche maniera sarebbe riuscita a cavarsela… ma a quale prezzo? Quanti altri nomi avrebbe dovuto incidere sul proprio cuore, nella colpa propria della loro perdita?! Tanti, troppi, infatti, erano coloro che ella aveva perduto. E, ad affrontare quella sfida, e quella sfida impossibile, ove anche fosse riuscita a sopravvivere, molti altri avrebbe ineluttabilmente veduto cadere attorno a sé. E sul proprio cuore, ben poco avrebbe avuto a doversi riconoscere lo spazio ancor utile a ospitare altri nomi… forse, addirittura, nullo.
No… ella non sarebbe riuscita a sopportare nuove perdite. Ella non sarebbe riuscita a sopportare nuovi lutti. Be’Sihl, Duva, Lys’sh, Rula, Lange, Mars, Roro, Thaare, Ragazzo, senza ovviamente scordare Tagae e Liagu, i propri figli: chi di loro avrebbe dovuto perdere? Ma, soprattutto, nel nome di cosa?!
« Hai voglia di parlarmene…? »
A rivolgersi a lei, con tono dolce e amorevole, ovviamente, non poté che essere il suo amato Be’Sihl, quell’uomo che tanto aveva rinunciato per seguirla, per amarla, e che in più di un’occasione era stato prossimo a morire per lei… quell’uomo che, in verità, a sua insaputa, era addirittura morto per lei, salvo poi essere riportato in vita attraverso una tecnologia maledetta, e una tecnologia che, a tempo debito, l’avrebbe tramutato in una sorta di zombie, ma che, fino ad allora, gli avrebbe permesso, comunque, di restarle al fianco, di continuare a combattere per lei, insieme a lei, fino alla fine.
venerdì 19 luglio 2019
2976
Avventura
057 - Un bagliore di speranza
« E bravo il mio fratellino! » annuì H’Anel, rallegrata dalla duplice buona notizia derivante dalla conferma che M’Eu non avesse perso il senno, come per un istante avrebbe potuto apparire, e, al contempo, che la nostra missione potesse essersi alfine sviluppata nei giusti termini, e nei termini utile a poterla condurre a compimento « Ora, però, non distaccarti più dal gruppo… o, la prossima volta, una bastonata in testa non te la risparmierò! » minacciò scherzosamente, ma non troppo, la figlia di Ebano, dimostrando di non aver poi apprezzato il fatto che egli potesse aver agito in quei termini, e in termini tali per cui, probabilmente, se non me ne fossi resa conto, avremmo potuto esserci già allontanati parecchio da lui, lasciandolo involontariamente indietro.
« Sì, mamma… » replicò egli, per tutta risposta, non risparmiando alla sorella quella facile ironia e pur, al contempo, riconoscendole sincero affetto per la premura che, come al solito, ella gli aveva voluto riservare.
« Andiamocene! » incalzò Howe, riprendendo solo allora voce da quando il bacio di mia sorella lo aveva obbligato a tacere, e, in tal senso, esprimendosi con apparente indifferenza verso quanto pocanzi avvenuto, forse provando troppo imbarazzo per essersi lasciato cogliere di sorpresa da un gesto così semplice e inoffensivo al punto tale da preferire ignorare completamente l’occorrenza di quell’evento ancor prima che lasciarsi distrarre dal medesimo, soprattutto in un frangente tutt’altro che accogliente qual quello.
Un nuovo colpo dell’arma sonica di Rín ci assicurò, ancora una volta, la possibilità di un quieto cammino innanzi a noi, scardinando la compattezza della nuova orda di gula in arrivo e permettendoci di gettarci, a testa bassa e a passo spedito, nel cunicolo dal quale eravamo riemersi per sopraggiungere a quell’ampia grotta, e quel cunicolo che, pur, pocanzi, avevamo percorso in maniera decisamente diversa.
Del silenzio, della discrezione, della leggerezza dei movimenti precedenti, ormai, non restava che un flebile ricordo, e un ricordo lì vivacemente sovrastato dall’ingresso in scena di Rín, e da tutto quello che, da quel momento in poi, era accaduto. In effetti, non fosse stato per l’attenzione di M’Eu, probabilmente tutti noi ci saremmo allor impegnati a scappare di lì, e dalla minaccia dei gula, completamente dimentichi della ragione per la quale, in primo luogo, fino a lì ci eravamo sospinti, vanificando, per una banale distrazione, tutto l’impegno, tutta la fatica di quegli ultimi tre giorni trascorsi a combattere lungo il battagliero confine fra Kofreya e Y’Shalf: tre giorni, quelli che lì avevamo vissuto, che, almeno nella mia mente, almeno dal mio punto di vista, non avrebbero potuto ovviare ad apparire ormai incredibilmente lontani nel tempo, quali eventi di un passato remoto allorché propri di quello stesso presente. Un presente nel quale, ormai, a monopolizzare completamente la mia attenzione, i miei pensieri e le mie emozioni, non avrebbe potuto che essere proprio Rín.
Diamine… davvero quella era mia sorella? Davvero quella donna straordinariamente sicura di sé, o qual tale si era impegnata ad apparire innanzi a noi e, persino, innanzi all’intimidazione propria di Howe, era la mia gemella? La stessa gemella che avevo lasciato anni prima su una sedia a rotelle e che, poi, avevo rincontrato, e, non lo nego, avevo temuto di aver vaneggiato di rincontrare, all’interno del tempo del sogno?!
A osservarla, in quel momento, in quel frangente, correre su quelle due meravigliose nuove gambe così diverse, così estranee da quelle con le quali l’avevo veduta crescere, e lì poste quasi in maggiore risalto, in maniera probabilmente voluta, dalla particolare scelta di abbigliamento propria della medesima, difficile sarebbe stato, per me, riuscire a riassociarla all’immagine mentale che di lei avevo. Ma nel sentirla parlarle, nel vederla sorridere e ridere, non avrei potuto avere esitazioni, non avrei potuto riservarmi dubbio alcuno, a considerarla proprio lei, proprio la mia amata Rín: con nuove gambe, con nuovi superpoteri, e con un nuovo cannone sonico nel merito dell’utilizzo del quale, fortunatamente, non stava dimostrando alcun genere di timore… e pur, ugualmente, la mia amata Rín.
Sì. Davvero quella era mia sorella. E per così come, io, forse, avrei avuto a poter essere lì considerata la versione migliore di me stessa, e della me stessa che soltanto pochi anni prima era chiusa nel bagno dell’azienda per cui lavorava rimproverandosi per la propria stupidità; ella probabilmente avrebbe lì avuto a dover essere egualmente riconosciuta qual la versione migliore di se stessa, e di una se stessa che già, prima, avrebbe avuto a dover essere considerata semplicemente straordinaria e che, in quella nuova evoluzione, non avrebbe potuto che tendere a una sorta di divina perfezione.
Rín… la mia sorellina. O, forse, ormai, avrei dovuto dire sorellona.
« Sono felice che tu sia qui… » ammisi quindi nel mentre della nostra corsa attraverso quel cunicolo, esprimendomi in termini che soltanto lei avrebbe avuto occasione di comprendere in quel frangente e che, necessariamente, non avrebbe rappresentato un male, non volendo risultare di possibile distrazione per alcun altro presente, in un momento pur già sufficientemente teso.
« Non immagini quanto lo sia io! » sorrise ella per tutta replica, ammiccando verso di me con fare dolcemente complice, per poi aggiungere una semplice frase a confronto con la quale, tuttavia, il mio cuore parve sciogliersi all’interno del mio stesso petto « Ah… e prima che io me lo possa dimenticare… papà ti manda i suoi saluti, e ci tiene a farti sapere che ti ama e che è felice che tu, finalmente, abbia trovato il modo di vivere al pieno la tua vita. »
“… papà…”
Nel lasciare non soltanto la propria città o la propria nazione, ma addirittura il proprio intero pianeta e tutto il piano di esistenza in cui esso avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esistere, certamente, non avrei avuto a dovermi considerare inconsapevole di quanto stavo allor compiendo. E del fatto che, nell’intraprendere quel viaggio sulle ali della fenice, probabilmente non avrei avuto più alcuna occasione per ritornare indietro, per ritornare alla mia vecchia vita, alla vecchia me stessa.
Ma laddove pur, sotto molti, troppi aspetti, tale scelta non avrebbe potuto che essere riconosciuta qual obbligata, avendo avuto occasione di sperimentare cosa potesse significare per me vivere pienamente la mia vita, e viverla per così come, anche in quel particolare momento, la stavo vivendo, correndo sul proverbiale filo del rasoio; sotto qualche altro, non minimale, aspetto, tale scelta non avrebbe potuto che pesare drammaticamente sul mio cuore e sul mio animo… soprattutto nell’addio che, in tal maniera, mi ero dovuta imporre nel confronto con la mia famiglia, con i miei cari, iniziando, proprio, da Rín e da nostro padre.
Un padre, il nostro, che nella propria vita aveva già dovuto affrontare molte difficoltà, fra la tragica e prematura scomparsa di nostra madre, e l’infermità stessa di Rín, conseguente al medesimo incidente. E un padre, il nostro, che pur non ci aveva mai fatto mancare nulla, offrendo a Rín tutte le cure e tutto l’amore del quale avrebbe mai potuto abbisognare, permettendo a entrambe di studiare, concedendoci tutto ciò che ci sarebbe mai potuto servire per tentare di diventare noi stesse. E un padre, il nostro, che alla fine aveva anche accettato, di buon grado, la mia partenza, prima, ed, evidentemente, anche la partenza di mia sorella, poi, pur consapevole di quanto, tale arrivederci, probabilmente, avrebbe avuto a mutare in un addio. E un addio, come tutti gli addii, carico di quella dolce e amara malinconia che i portoghesi amano definire con quel meraviglioso e intraducibile termine di “saudade”.
E saudade, in quelle poche e semplici parole in riferimento a nostro padre, non poté ovviare a colmarmi il cuore. Non perché abitualmente non avessi a pensare a lui o a Rín… ma, piuttosto, nell’avermi così a ritrovare a confronto, in quelle poche e semplici parole affidate a mia sorella, con tutta la più autentica e straordinaria dimostrazione dell’amore paterno che egli, ancora, si stava dimostrando in grado di offrirmi, e di offrirmi anche al di là dei confini della propria stessa dimensione, del proprio intero universo.
« Una volta uscite di qui avremo un bel po’ di cose di cui parlare, sorella… » dichiarai, semplicemente, cercando di non lasciarmi sopraffare, allora, dalle emozioni, e di non perdere di vista, in ciò, il nostro primario obiettivo: la nostra sopravvivenza!
giovedì 18 luglio 2019
2975
Avventura
057 - Un bagliore di speranza
A confronto con quelle parole, Rín, al pari di chiunque altro, avrebbe potuto reagire in molti modi diversi. Avrebbe potuto, nell’ipotesi più semplice, seguire le regole da lui dettate, limitandosi ad annuire con serietà e a minimizzare, nell’immediato, qualunque genere di interazione con lui, per rispettare i limiti da lui così imposti e ovviare, in ogni maniera, a qualunque genere di scontro, più o meno diretto. Avrebbe potuto, altresì, decidere di reagire con un qualche moto d’orgoglio, nella ricerca di un pur giusto rispetto, e un pur giusto rispetto anche a confronto con l’evidenza di quanto, allora, ci stesse ripetutamente salvando la pelle, pretendendo che l’altro avesse a trattarla con la giusta dignità che le avrebbe dovuto essere riconosciuta, evitando di imporle, in tutto ciò, discorsi di quel genere, e del genere del quale io, facendo da filtro, avevo comunque ovviato ai particolari più crudi. Avrebbe potuto reagire in molti modi diversi, scatenando, per giusta contrapposizione, molte reazioni diverse. Ma solo in un modo ella ebbe a reagire… e un modo che, probabilmente, nessuno fra tutti i presenti avrebbe potuto attendersi. Me inclusa.
Perché, nel confronto con la così minimale distanza presente fra loro, fra i loro corpi e i loro volti, e nel confronto con la differenza di altezza esistente fra loro, tale da veder la figura di lui imporsi al di sopra di quella di lei, ella altro non reagì che aprendosi in un amplio sorriso quasi sbarazzino, per poi sollevarsi, di scatto, sulla punta dei piedi al solo scopo di spingersi contro le labbra di quell’altero interlocutore con le proprie, premendosi contro di esse per un fuggevole, e pur non troppo, bacio.
Un bacio a confronto con il quale, ovviamente, egli non poté che restare disorientato, non attendendolo né, del resto, avendo ragioni utili ad attenderlo, e che, di conseguenza, inibì qualunque genere di controreazione da parte sua, lasciandolo lì estemporaneamente pietrificato e concedendo a lei, in ciò, tempo utile per riabbassarsi e fare un paio di passi indietro, prima di riprendere voce…
« Potresti tradurre, per favore…? » sorrise quindi ella, al mio indirizzo « Digli pure che apprezzo molto la premura che sta dimostrando nei tuoi confronti, e nei confronti di tutti i suoi amici. E che questo, certamente, lo definisce qual un uomo di grande valore. » dichiarò, sorridendo « Ma ora… se veramente ci tiene a voi, farebbe meglio a premurarsi di quali sono i veri nemici che possono attentare alle vostre vite. Tipo quella carica di bruttoni dalla pelle bianca che stanno arrivando alle sue spalle… »
« Ti sta ringraziando per il tuo impegno in nostra difesa. » minimizzai ancora una volta, rendendomi conto di quanto le parole allor pronunciate da Rín avessero le proprie ragioni, e, in questo, cercando di concludere, nel minor tempo possibile quelle superflue chiacchiere da taverna « E ti invita a prestare più attenzione alle minacce proprie dei nemici che hai alle spalle, allorché alle minacce ipotetiche dei potenziali nuovi amici che hai di fronte. »
E Howe, decisamente più spiazzato di quanto chiunque di noi avrebbe potuto attendersi a confronto con un semplice bacio, e un bacio quasi fanciullesco a ben dire, restò allora per un momento imbambolato, prima di accennare una risposta positiva con il movimento del capo.
“E brava la mia sorellina…” pensai allora, divertita, ovviando tuttavia a esprimerlo apertamente nel rispetto di quel piccolo, e paranoico, dubbio ancor rimasto anche nella mia mente, volendo a tutti i costi credere che ella fosse colei che diceva di essere e, al contempo, non potendolo accettare “… è riuscita a farlo tacere, finalmente!”
« Andiamo! » aggiunsi poi, in lingua kofreyota, rivolta a tutti « L’arma di mia sorella ha i suoi limiti… e, se questi dannati continuano a riversarsi come stanno facendo, temo che presto li avremo a scoprire! » incalzai, scegliendo con cura tanto l’impiego della parola “arma” quanto quello della parola “sorella”, in termini tali da tentare di rendere più evidente possibile quanto quella donna avesse a doversi riconoscere come una nostra alleata, e il suo non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un potere magico di qualche tipo…
... ovviamente soprassedendo, quasi ingenuamente, sul fatto che ella fosse lì comparsa all’interno di una colonna di fuoco. Colonna di fuoco che, anche giustificata come un semplice effetto collaterale del viaggio attraverso le dimensioni, non avrebbe avuto a doverla banalizzare propriamente come una persona qualunque, giacché, per quanto poco ne avremmo mai potuto sapere, ella avrebbe avuto comunque a riconoscersi qual la prima, e forse l’unica, persona in grado di compiere qualcosa del genere.
Convinti dall’urgenza della questione, a seguito di una terza esplosione sonica a discapito della nuova ondata di avversari, accennammo così una rapida ritirata nell’unica direzione possibile, per quanto essa avesse comunque a doversi considerare quella meno auspicabile fra tutte. Ma prima ancora che i primi passi fossero compiuti, con la coda dell’occhio vidi M’Eu distaccarsi dal nostro gruppetto e ritornare indietro, in maniera che, allora, non poté che risultarmi quantomeno assurda.
« M’Eu! » esclamai, cercando di richiamarlo all’ordine e, soprattutto, di invitarlo a rientrare all’interno della formazione, giacché l’ultima cosa che, in quel frangente, avremmo potuto permetterci, sarebbe stato lasciare indietro qualcuno.
« … arrivo! » replicò egli, confermando di avere piena coscienza di quanto stesse allor compiendo e, comunque, continuando a muoversi per ripercorrere i pochi passi già compiuti sino a quel momento e, ancora, aggiungerne altri, per allontanarsi ancor più da noi.
« Fratellino… che diamine stai facendo?! » domandò in maniera più esplicita H’Anel, fermatasi insieme a me, giustamente allarmata dal richiamo che avevo rivolto in direzione del sangue del suo sangue, e di quel sangue che, in quel frangente, doveva essere quantomeno impazzito… o, forse, doveva aver ravvisato delle solide ragioni utili a giustificare allora quella particolare scelta, per così come compiuta.
Anche Howe, Be’Wahr e Rín, ovviamente, arrestarono il proprio incedere nel cogliere il nostro stallo. E necessariamente interrogativi ebbero a risultare gli sguardi di tutti, nel confronto con quell’ulteriore esitazione che, all’atto pratico, non avrebbe potuto essere in alcun modo giustificabile, non nel confronto con le orde di gula che, innanzi a noi, stavano continuamente facendo la propria apparizione, promettendoci implicitamente soltanto un fato di morte, e di dolorosa morte.
Ma per quanto tanto io, quanto H’Anel ci fossimo così appellate al buon senso del giovane figlio di Ebano, questi proseguì imperterrito nel proprio movimento, fino a quando non ebbe ad arrestarsi, riponendo una delle proprie due asce dietro la schiena, prima di chinarsi e raccogliere qualcosa di ingombrante da terra. Qualcosa nel merito dell’evidenza del quale, in un primo momento, nessuno fra noi riuscì a riservarsi consapevolezza, ma che, di lì a pochi istanti, nel suo ritorno verso di noi, ebbe a risultare decisamente chiaro, giustificando quietamente il rischio allor corso nel frenarci in tal maniera, e nel posticipare, ancora di un poco, la nostra uscita da quella trappola mortale.
Perché M’Eu, facendo ritorno a noi, si mostrò trasportare in braccio una pietra ambrata di notevoli dimensioni, e una pietra ambrata che, al di là della propria banale essenza, avrebbe avuto a doversi veder attribuita da tutti noi un notevole valore… e il valore proprio di tre giorni di missione in quel fronte di guerra, nonché della discesa nel covo dei gula: perché quella pietra altro non era che l’Occhio di Gorl, il tesoro perduto della famiglia reale di Kofreya!
« Alla fine avevamo ragione! » esclamò, in riferimento alla pietra e all’ipotesi da tutti noi silenziosamente formulata di quanto, quella pietra, dovesse essere probabilmente al centro della grotta, nel punto inizialmente occupato dai cuccioli e dagli anziani di gula, là dove non avremmo saputo come sospingerci e dove, altresì, eravamo poi paradossalmente giunti proprio per avvicinarci a Rín, per quanto, in quel frangente, estemporaneamente dimentichi delle ragioni per le quali ci stavamo lì ponendo essere, dimentichi della nostra missione « Mentre parlavate con la nuova arrivata, mi era sembrato di cogliere un luccichio dietro di noi… » argomentò quindi il giovane, sorridendo felice per quell’inatteso risultato « … ma fra una cosa e l’altra, ero rimasto distratto dall’evolversi della situazione e mi ero scordato di andare a verificare! »
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