11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 18 settembre 2019

3037


Be’Sihl iniziò quindi a parlare. E parlò a lungo. Riportando impietosamente ogni propria azione in sua assenza. Ogni omicidio commesso, ogni violenza perpetrata, ogni tortura della quale si era macchiato per riuscire a risalire, lentamente ma costantemente, la piramide dell’organizzazione messa in piedi di Desmair al solo fine di giungere sino a lui, e, una volta a lui giunto, ottenere la propria vendetta.
L’Implacabile: così lo stesso Desmair lo aveva alfine definito. E lo aveva definito in virtù di quanto da lui compiuto e di quanto da lui compiuto nella sola volontà di rendere un empio omaggio a tanta distruzione, a tanta morte della quale egli si era circondato, e si era circondato, in verità, senza poi un reale significato. Non laddove, alla fine, lo stesso semidio aveva ammesso di aver compiuto un errore, di aver perso il controllo su quanto compiuto, e, soprattutto, di aver necessità che la sua sposa tornasse in giuoco, e tornasse in giuoco per affrontare la comune minaccia rappresentata dalla regina Anmel Mal Toise, quell’avversaria per contrastare la quale, già in passato, già nel loro mondo natale, avevano fatto fronte comune. E così, ogni omicidio commesso, ogni violenza perpetrata, ogni tortura della quale si era allora macchiato l’ex-locandiere, avevano perduto ogni significato, ogni concreta ragion d’essere, nel momento in cui, alla fine, comunque, quell’insana alleanza era tornata a stabilirsi fra loro, ed era tornata a stabilirsi per permettergli, in grazia ai poteri di Desmair, di avere accesso alla mente della propria amata e, lì, di interagire con il suo sogno, nel tentare di risvegliarla da esso e da una realtà nella quale, in effetti, ella non avrebbe avuto a doversi fraintendere poi posta così a proprio disagio… anzi.
Metaforica ciliegina su quella torta, e quella torta di errori e di colpe delle quali Be’Sihl si era macchiato, non avrebbe poi avuto a dover essere trascurata la colpa più grande. E quella colpa che, anche posto innanzi all’evidenza del proprio errore di valutazione, del proprio sbaglio nell’aver deciso di affrontare a testa bassa quel problema, quella questione, egli non mancò di voler rendere propria e di rendere follemente propria definendo, in ciò, la propria stessa morte. Una morte, la sua, come ogni altra da lui dispensata, che ebbe a esser contraddistinta da un profondo senso di inutilità. E un profondo senso di inutilità non soltanto perché priva di ogni possibile significato, ma, anche e forse ancor peggio, perché, allor, prepotentemente cancellata nella propria stessa occorrenza dall’intervento di Desmair e del nuovo corpo sul quale, in grazia alla collaborazione di Midda, egli aveva potuto mettere le mani: un corpo infettato, in un’epoca non meglio precisata, da un arma, da una tecnologia in grado di riparare ogni danno da questi subito e di rianimarlo, e di rianimarlo, potenzialmente, all’infinito, nel definire, in tal senso, sconfitta persino la morte. Ma se, per quel corpo in particolare, e il corpo posseduto da Desmair, quella tecnologia avrebbe avuto a doversi riconoscere qual perfettamente funzionante, per chiunque altro essa avrebbe avuto a doversi altresì giudicare qual più prossima a una maledizione, e a una maledizione che, se pur avrebbe concesso una seconda opportunità a coloro da essa infettati, avrebbe poi avuto a pretendere in pagamento il costo stesso dell’eternità, e di un’eternità nel corso della quale quei loro stessi corpi avrebbero sì continuato a essere rianimati a ogni morte, perdendo, tuttavia, coscienza di sé e del mondo a loro circostante, e traducendoli, né più, né meno, in vuoti involucri, zombie tecnologici che, cedendo ai propri istinti più primitivi, avrebbero allor facilmente sparso distruzione e morte lungo il proprio cammino. Tale tecnologia, tale maledizione, in buona parte di quell’angolo di universo, era conosciuta come Sezione I: "I" come "imperituro", "indefettibile", "immarcescibile", "immortale"… il nome dato agli uomini e alle donne, mercenari e tagliagole fra i peggiori dell’universo, che, per primi impiegati nella sperimentazione di simile ritrovato, null’altro sarebbero divenuti, al momento della propria morte, che una piaga devastante per l’universo stesso, e una piaga priva d’ogni possibilità di contenimento o di freno, per così come tutti coloro che avevano provato ad arginarli avrebbero potuto testimoniare non con le proprie parole, quanto e piuttosto con la propria morte, nessuno mai essendo loro sopravvissuto.
E allora, tale tecnologia, tale maledizione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta anche all’interno di Be’Sihl, del suo corpo, delle sue membra, del suo sangue. Perché già una volta egli era morto e ritornato indietro. E fosse nuovamente morto, nulla avrebbe potuto impedirgli di trasformarsi a sua volta in un mostro come quelli propri della Sezione I. Un mostro che, nella rabbia, nella violenza che ormai dominavano nel suo cuore, certamente non avrebbe dispensato altro che distruzione e morte attorno a sé.

« Beh… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, posa a confronto con tale verità, e tale verità che, probabilmente, avrebbe dovuto sconvolgerla, ma che, almeno per tale aspetto, non la vide riservarsi particolari ragioni di preoccupazione « … in fondo non è molto diverso da quello che, comunque, potrebbe succedere a casa, no?! » minimizzò, in un quieto sorriso tirato, cercando di trascurare l’informazione relativa alla morte del proprio amato, per concentrarsi soltanto sull’evidenza di quanto, allora, egli fosse ben vivo innanzi a lei « Del resto, tu hai già avuto occasione di affrontare il “mio” zombie… »
« Se non fosse che, quella volta, non eri realmente tu. Essendoti soltanto limitata a fingere la tua morte… » sottolineò per tutta replica l’uomo, scuotendo appena il capo e aggrottando la fronte a quell’improprio paragone fra le loro situazioni.
« Intanto, quella volta è stata anche la volta buona che ti ha permesso, finalmente, di portarmi nel tuo letto, se ben ricordo. » ammiccò la donna, ridacchiando appena nel confronto con quei ricordi lontani, ricordi propri di una vita che, all’epoca, sembrava estremamente complicata e che, nel confronto con il tempo presente, avrebbe avuto a doversi, altresì, giudicare meravigliosamente semplice « E non credo che ti fosse andata poi così male, in ciò… »

Lo scherzo, il giuoco, verso il quale Midda stava allor impegnandosi a volgere quella discussione, quella lunga confessione da parte di Be’Sihl a informarla di quelle “colpe” che stavano lì gravando sul suo animo, difficilmente avrebbe avuto a poter essere compreso, nella propria occorrenza, da uno spettatore esterno, estraneo alla vita e alla psicologia propria di coloro lì coinvolti e, soprattutto, della stessa donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco.
Ciò non di meno, quanto per Be’Sihl potesse aver moralmente sbagliato in ogni omicidio commesso, in ogni violenza perpetrata, in ogni tortura della quale si era macchiato, mai egli avrebbe potuto trovare proprio in Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, Campionessa di Kriarya e donna da dieci miliardi di crediti, una giudice severa o impietosa. Anzi. Ella, più di chiunque altro, molto facilmente avrebbe potuto intendere il senso di quanto accaduto, perché, a sua volta, ben lontana da qualunque parvenza di perfezione o di santità, per così come da lui denunciato, in senso contrario, di se stesso: nel corso della propria vita, dopotutto, ella aveva ucciso più di chiunque altro avesse mai avuto occasione di conoscere, aveva usato violenza più di quanto mai chiunque avrebbe potuto immaginare, aveva rubato ai vivi e depredato le tombe dei morti meglio di qualunque ladro, mai riservandosi, e aveva sovente agito, in ciò, soltanto sospinta dalla più pura e semplice brama di avventura, da quel desiderio viscerale di essere l’eroina delle mille e più avventure ascoltate da bambina nelle canzoni dei bardi e dei cantori. Così, a meno di non volersi dimostrare qual la persona più ipocrita dell’universo, tal da imporre qualche morale al proprio compagno laddove ella, da sempre, aveva agito in quieta indifferenza da qualunque comune senso della morale; Midda non avrebbe mai potuto riservargli colpa alcuna per i suoi “crimini”.
E per quanto, ancor, avrebbe poi potuto valere il discorso proprio della Sezione I, anche in tal senso, obiettivamente e quietamente, nessuna ragione di turbamento avrebbe mai potuto esserle imposta. Non laddove, fra tutte le persone che, nell’universo, avrebbero mai potuto ritrovarsi a essere colpite da quella maledizione, probabilmente coloro i quali provenienti dal mondo natale di Midda, e, in particolare, dalla zona di Kriarya, sì prossima alla palude di Grykoo e alla propria negromantica aura, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual coloro i quali minore peso avrebbero mai potuto rivolgere all’idea, alla preoccupazione di avere a ritrovarsi tradotti in mostri dopo la propria morte, giacché, con buona pace per ogni senso di razionalità, tale avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la loro realtà quotidiana, e quella realtà quotidiana che avrebbe imposto loro di sbarazzarsi il prima possibile di qualunque corpo morto, bruciandolo, per ovviare al rischio di qualche sgradevole ritorno, nelle letali vesti di un non morto. La prospettiva in tal maniera imposta a Be’Sihl, per quanto non particolarmente edificante, non avrebbe avuto neppure a doversi fraintendere qual sì terrificante per così come, al contrario, era stata accolta da Lys’sh, unica testimone di quegli eventi nonché sola persona informata, in ciò, di quale oscuro destino avrebbe avuto a gravare sul futuro dello shar’tiagho, o per così come, ancora, avrebbe potuto essere accolta da chiunque altro. Anzi. A margine di tutto ciò, semplicemente positivo avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, in grazia a quella maledizione, la scempiaggine conseguente alla stupidità dimostrata dallo stesso ex-locandiere nell’agire per come aveva agito, e per come l’aveva poi condotto incontro a morte certa, fosse quindi stata annullata, concedendogli una forse immeritata, e pur quantomeno positiva, seconda occasione.
Scherzo e giuoco, quindi, non avrebbero potuto che essere giustificati da parte della donna guerriero. A maggior ragione motivati, invero, anche dall’idea di quanto, finalmente, anche quell’aura di perfezione abitualmente associata, all’interno della sua mente, al proprio compagno, avesse avuto modo di essere scalfitta, dimostrandolo pari a qualunque comune mortale, meravigliosamente abile all’errore, e, in ciò, molto più vicino a lei rispetto a quanto mai, altrimenti, avrebbe potuto sperare di essere.

« Davvero vuoi dimenticare quanto ti ho appena raccontato in maniera tanto banale…?! » domandò Be’Sihl, francamente spaesato dall’assenza di un qualche rimprovero da parte della donna amata, fosse anche e soltanto per il prolungato silenzio che egli si era imposto, omettendole tutto ciò che sol, ora, le aveva finalmente confidato.
« Non voglio dimenticarlo. » scosse il capo ella, stringendosi appena fra le spalle « Ma non desidero neppure avere a importi chissà quale rimprovero per quanto accaduto. Dopotutto non potrei vantare il benché minimo credito in tal senso… » puntualizzò, sorridendo « … e, anche l’avessi, qual senso avrebbe mai rimproverarti? E’ chiaro che, per quanto è accaduto, ti stia rimproverando più tu, da solo, rispetto a quanto potrebbe mai altrimenti fare chiunque altro. E, in ciò, quello di cui ora puoi aver bisogno non è di qualcuno che ti abbia a rimproverare, o peggio ancora, e in maniera terribilmente moralistica, a perdonare, quanto e piuttosto ad accettare, e ad accettare nella tua meravigliosa identità, ricca di pregi e difetti. » argomentò, levando ora entrambe le mani verso il volto amato, per invitarlo dolcemente a sé « Un’identità che non potrò mai smettere di amare con tutta me stessa… »

martedì 17 settembre 2019

3036


Ma se pur, a confronto con tale pensiero, giustificabile avrebbe potuto essere un moto di rabbia in Be’Sihl, in termini sol utili a colpevolizzare la propria amata, egli non avrebbe potuto ignorare che, volendo scaricare la responsabilità delle proprie stolide azioni sulla donna da lui amata, ella avrebbe potuto a sua volta considerare le proprie scelte come una costretta necessità conseguente al fatto stesso che Desmair fosse sopravvissuto alla propria altrimenti sicura fine, molti anni addietro, trasferendo la propria coscienza in lui, e potendola trasferire in lui solo in grazia a un lungo sodalizio che, fra loro, si era già venuto a creare in precedenza, riportando, in tutto ciò, la responsabilità e la colpa di tutto nuovamente a lui. Non che, tornando ancor più indietro, la questione non avrebbe potuto essere ricondotta a più di un decennio prima, addirittura, e agli eventi che, in maniera probabilmente priva di lungimiranza, avevano veduto la stessa donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, all’epoca tuttavia ancor nero corvini, ingannare Desmair per divenirne sposa… dando origine, in tal folle rito, a tutta la conseguente catena di eventi e responsabilità incrociate.
Troppo complicato, e troppo infantile, a confronto con tutto ciò, sarebbe stato per l’ex-locandiere voler realmente scaricare la responsabilità delle proprie stolide azioni su di lei, vigliaccheria emotiva che, laddove fosse occorsa, avrebbe avuto di che ben dire sulla genuinità dell’amore da lui proclamato nei riguardi di quella stessa donna. E così, allorché concedersi occasione per confermare le parole della propria amata e, in ciò, accettarne le scuse; egli preferì allor rifiutare ogni addebito nei di lei riguardi, ovviando, in tal senso, a qualunque tanto facile e quanto infantile tranello psicologico in cui, altrimenti, avrebbe potuto incappare…

« Abbiamo compiuto entrambi delle scelte. Scelte che ci sembravano giuste e che, forse, non avrebbero avuto a doversi effettivamente considerare tali. » scosse il capo egli, seduto innanzi a lei, chinando lo sguardo verso il basso nella necessità di sottrarsi, per un istante, dallo sguardo dell’amata, a non concedersi occasione di perdere il filo del proprio discorso, distraendosi nell’amore per lei provato allora come il giorno del loro primo incontro… e forse, persino, ancor più « Le scuse non occorrono… non a meno di non voler precipitare in un vortice di “mi dispiace” che a nulla di buono potrebbero condurci. »
« Hai ragione. » confermò ella, aprendosi in un lieve sorriso verso di lui « Le scuse non occorrono… ma parlare sì. E, io temo, che, dal mio ritorno, entrambi abbiamo dimostrato meno voglia di parlare rispetto al passato. Rispetto a un tempo in cui tutto era forse più semplice, e io uscivo dalla mia stanza, al mattino presto, solo per poter scambiare quattro chiacchiere con il mio caro amico, mentre questi, amorevolmente, si preoccupava di farmi mangiare soltanto ciò che, era certo, avrebbe contribuito in maniera migliore alla mia salute… » sancì, levando la mancina verso il suo volto, e, con una lieve carezza sotto il mento, invitandolo ad alzare lo sguardo verso di lei, e a ritrovare quell’intimità intellettuale che, forse, ormai, stavano iniziando a perdere, dopo tutti i problemi affrontati, dopo tutte le disavventure vissute, dopo tutti i drammi che avevano contraddistinto la loro quotidianità « Hai voglia di parlare con me, mio caro e vecchio amico?... »

Be’Sihl desiderava parlare con lei. Desiderava farlo da molto tempo. Forse e persino da prima di quegli ultimi e più disastrosi accadimenti, e a tutto quanto occorso durante i suoi mesi di coma.
In effetti, nel folle crescendo di quella quotidianità che avevano imparato a definire vita, se pur, da un lato, egli era stato in grado di riservarsi un posto vicino a lei già da molto tempo, emancipandosi da quel ruolo di semplice confidente, di semplice amico nel quale, troppo a lungo, egli aveva atteso che ella avesse ad accettarlo nella propria esistenza e nel proprio cuore; forse, sotto un diverso punto di vista, egli aveva perduto, a poco a poco, il più vero e puro contatto con lei, quello che, in quell’epoca lontana, in un’altra vita, li aveva visti imparare a conoscersi, a capirsi, e, persino, ad amarsi, entro le quattro mura della sua locanda in quel di Kriarya. E persino Desmair, pur colpevole di molti atroci crimini, non avrebbe avuto a  dover essere frainteso qual la causa di ogni male, quanto e piuttosto, semplicemente, una conseguenza… e una conseguenza del distacco che, entrambi, avevano imposto l’uno all’altra nella quieta convinzione, in ciò, di poter meglio agire per il bene della controparte. Ogni segreto e ogni parola non detta, ogni emozione e ogni sentimento non condiviso, avevano contribuito a creare un solco sempre più profondo fra loro. E un solco che, alla fine, li aveva trasformati, quasi, in un due estranei, per quanto dormissero ogni notte insieme, per quanto vivessero ancora la loro passione carnale, e per quanto, comunque, ancora si amassero al di sopra di ogni cosa, pronti a morire, e ancor più a vivere, l’uno per l’altra.
Be’Sihl desiderava parlare con lei. Desiderava farlo da molto tempo. Ma forse, ormai, le cose da dirle sarebbero state così tante da rendere impossibile comprendere da quale parte poter iniziare.
E, in tal senso, soltanto il silenzio non poté che conseguire a quell’invito da parte della donna amata...

« Cosa è successo mentre io ero in coma, Be’Sihl…? » insistette quindi Midda, piegando appena il capo per osservarlo, per cercare di cogliere, fosse anche e soltanto in una fuggevole espressione del suo volto, in un’effimera luce nel suo sguardo, una qualche risposta di sorta a tale interrogativo « Tu, meglio di chiunque altro, dovresti sapere quanto il fatto che gli dei mi abbiano voluto riservare una certa generosa abbondanza a livello toracico non ha a doversi fraintendere qual espressione di una mancanza sotto altri punti di vista. » sorrise, a sottolineare, in maniera così indiretta, quanto ella non avesse a dover essere considerata una stupida « Non credere che non abbia colto l’evidenza di quanto tu sia cambiato in quei mesi… e non intendo riferirmi solo a questo tuo nuovo taglio di capelli. »
« Ero spaventato, Midda. » sospirò l’uomo, scuotendo appena il capo e, ancora una volta, eludendo lo sguardo di lei, nel tornare a rivolgere la propria attenzione verso il basso e verso le di lei mani congiunte in grembo « Ero spaventato e arrabbiato. Arrabbiato con Desmair. Arrabbiato con te. E arrabbiato con me stesso. » ammise, storcendo le labbra verso il basso ed esprimendo tutto ciò con palese sconforto nella voce, ben consapevole dei propri errori, delle proprie colpe, e di quanto, in fondo, non avrebbe potuto che essere biasimato da lei per quanto occorso, per così come egli stesso non avrebbe potuto ovviare a biasimarsi « Ero certo che quanto accaduto fosse stato per causa di un qualche accordo da te stretto con lui. E non volevo, non potevo credere che, dopo tutto quanto, tu alla fine avessi preferito scendere a patti con lui piuttosto che parlare con me. Ma sapevo anche che, del resto, io stesso non avrei potuto che riservarmi la mia quota di responsabilità in tutto ciò… incarnando, in fondo, il problema stesso che ti stava lì assillando. »
« Be’S… » scosse il capo la donna guerriero, nuovamente invitandolo a rialzare il proprio sguardo verso quello di ghiaccio di lei « Io non ho mai pensato che tu potessi avere una qualche responsabilità in nulla di quanto occorso con Desmair. » negò ella, quietamente « Magari, all’epoca, non sono stata propriamente entusiasta all’idea che tu potessi aver stretto accordi con lui… ma non ti ho mai colpevolizzato per nulla di tutto ciò, consapevole di quanto, in fondo, quanto occorso avesse a doversi considerare soltanto conseguenza di un mio imperdonabile errore di valutazione. E di quel medesimo errore che, del resto, ha rovinato la vita di Fath’Ma… che Thyres mi possa perdonare per tutto ciò. » sancì, impietosa a proprio stesso discapito, nella ferma attribuzione a se stessa, e soltanto a se stessa, di ogni colpa, di ogni responsabilità, con lui, e non soltanto con lui, non avendo egli a dover essere frainteso qual la sola vittima di Desmair.
« Concedimi il mio punto di vista… » sorrise amaramente egli, morendosi appena il labbro inferiore nel tentare di contenere quel moto d’amore che, altrimenti, esplodendo dal suo cuore l’avrebbe allor condotto a cercare rifugio nell’abbraccio di lei, e in un abbraccio che, era certo, gli sarebbe stato offerto, ma che, ancora una volta, avrebbe loro impedito di portare a compimento quel confronto, e quel confronto che, allora, sarebbe stato giusto avvenisse « … non sono un santo, amor mio. Non sono un uomo perfetto. E in quei lunghi mesi ho avuto modo di dimostrarlo ampliamente, compiendo atti per i quali, probabilmente, il nostro accusatore potrebbe condannarmi a vita, e ancor più, se soltanto ne fosse informato. E compiendoli senza una reale motivazione, ma soltanto al fine di sfogare tutta la rabbia che avevo nel mio cuore… e quella rabbia che, allor, desideravo intendere e giustificare altresì qual impegno concreto volto a ritrovarti, a riportarti nella mia vita. »

lunedì 16 settembre 2019

3035


Il fatto che, quella stessa sera, gli uomini e le donne della Kasta Hamina, e i loro nuovi compagni di viaggio, poterono riservarsi occasione utile a concedersi una rigenerante doccia, un pasto decente e, ancora, un vero e proprio letto ove porre a riposare le proprie stanche membra, avrebbe avuto a potersi riconoscere improprio sotto molteplici punti di vista…
… improprio tal quieto riposo avrebbe potuto essere considerato già soltanto nel confronto con l’evidenza di quanto non semplicemente la guerra, ma anche e soltanto quella singola battaglia, fosse ancora decisamente in corso e ben distante dal potersi immaginare prossima a qualunque conclusione. Costretti a rinunciare alla propria stessa nave, a precipitare su quel pianeta, e a smarrirsi in un letale deserto, solo per ritrovarsi lì ancor braccati da un nemico non meglio precisato e pur evidentemente deciso a non concedere loro la benché minima occasione di tregua, pensare allora di potersi riservare un qualunque momento di pausa, un sereno intervallo in cui avere a ignorare, fosse anche e soltanto per poche ore, quanto lì in atto, avrebbe avuto a doversi condannare qual semplicemente stolido da parte loro, nell’ovvia evidenza di quanto simile lusso avrebbe avuto a poter essere proprio solo di chi giunto alla fine di una battaglia, o meglio ancora di una guerra, e non, certamente, di chi ancor bloccato in essa.
… improprio tal quieto riposo avrebbe potuto essere considerato nell’assurda prospettiva propria dell’aver a ringraziare, per esso, proprio colui il quale, per lungo tempo, mesi, interi cicli addirittura, era altresì stato riconosciuto qual loro avversario, loro antagonista, a volte in ombra, altre in maniera esplicita, ma, comunque, sempre presente da ormai quattro anni. Pitra Zafral, accusatore dell’omni-governo di Loicare, si era riservato per troppo tempo, in troppe occasioni, il ruolo di loro nemico, con particolare attenzione, con maggiore riguardo verso il trittico formato da Midda, Duva e Lys’sh, in termini tali per cui, obiettivamente, riuscire a offrire a lui fiducia nella serena e apparentemente incondizionata maniera proposta dalla stessa donna da dieci miliardi di crediti, tale divenuta proprio per sua responsabilità, non avrebbe potuto che risultare qualcosa di banalmente ingenuo da parte loro, nell’ovvia evidenza di quanto simile fiducia avrebbe avuto a poter essere rivolta verso un amico, o, al più, a un estemporaneo e giustificabile alleato, ma non, certamente, a un ipotetico ex-nemico.
… improprio tal quieto riposo avrebbe potuto essere considerato, ancora, nella semplice banalità della più evidente considerazione di quanto avere ad affidarsi, a margine di tutto ciò, all’ospitalità di quella stessa Corporazione Thonx che, dopo aver quasi impedito il loro atterraggio di fortuna, non aveva offerto particolare evidenza di intervento in loro aiuto, in loro soccorso, avrebbe rappresentato una scommessa quantomeno azzardata. E se pur, da parte dello stesso Fer-Ghas Reehm, responsabile della colonia, non erano mancate sentite scuse formali per l’apparente indolenza rivolta al loro caso, vedendo addotte giustificazioni sufficientemente condivisibili quali la grande distanza fra il loro punto di atterraggio e la colonia, nonché l’assenza di uomini e mezzi sufficienti per venire in loro soccorso, comunque tanta preventiva indifferenza nei loro riguardi non avrebbe dovuto essere così facilmente obliata come, altresì, non poté che apparire nel momento in cui, giungendo in grazia di quei tre caccia alla colonia, ogni precedente indifferenza parve essere già dimenticata, in favore del godimento di tutti i benefici propri derivanti dall’ospitalità in ciò loro offerta, loro garantita dai propri inattesi anfitrioni.
Non l’idea propria della battaglia ancor in corso, non la sfiducia in Pitra Zafral o nella Corporazione Thonx, tuttavia, ebbe loro a importare nel corso di quella sera. Non, quantomeno, nella quieta consapevolezza di avere a doversi riservare la fuggevole occasione propria del godere di tutto quello, fosse anche e soltanto nel confronto con la palese difficoltà a prevedere quanto, in futuro, e nel futuro immediato, sarebbe potuta essere concessa loro una qualche ulteriore possibilità di egual festeggiamento, di egual gioia e serenità. Un’occasione della quale, quindi, avere a godere, essere obbligati a godere, non tanto per un ingiustificabile capriccio, quanto e piuttosto nella naturale necessità di mantenere intatto il proprio equilibrio psicologico laddove, ogni cosa, attorno a loro, avrebbe altresì dimostrato di volersi impegnare in senso esattamente opposto.
Così, per quanto tutto avrebbe loro razionalmente suggerito una ben diversa linea di condotta, gli uomini e le donne di quella squadra, di quella sempre più amplia famiglia, abbracciarono con entusiasmo la possibilità di godere di tutto quanto lì loro offerto, e quanto, in altri contesti, avrebbero avuto a poter considerare ben poca cosa e quanto, in quel particolare momento, altresì, nulla avrebbe avuto a poter essere riconosciuto di più bello e gratificante.
Solo una persona, fra tutti loro, non poté riservarsi qualche ritrosia a godere al pieno di quel momento. Una persona che, dopo aver rimandato tanto a lungo, troppo a lungo, un certo discorso con la donna da lui amata, aveva allor compreso di non poterlo ulteriormente posticipare. Perché, in fondo, Be’Sihl aveva sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato, non giudicando di certo Midda una stolida, una sciocca, incapace a comprendere quanto qualcosa, in lui, fosse mutato, fosse cambiato, se non nel suo corpo, quantomeno nel suo cuore, nel suo animo, e in quel cuore, in quell’animo, improvvisamente induritisi.
E se pur tanto a lungo tale discorso era stato rimandato, complice anche, in tal senso, una certa tolleranza da parte della medesima Figlia di Marr’Mahew, la quale, proprio malgrado, aveva necessitato di non poco tempo per riprendersi dagli inganni mentali nei quali era stata intrappolata per opera del proprio sposo, e, forse, ancor ella avrebbe dovuto riconoscersi, in tal senso, qual non completamente a proprio agio; quanto occorso in quella giornata, all’inizio di quella lunga giornata, non avrebbe potuto permetterle di ignorare ulteriormente la necessità di quel confronto e, in tal senso, di prendere una posizione, e una posizione chiara, netta, e tale da rendere quel dialogo praticamente obbligatorio, per il bene di entrambi, nella propria individualità, innanzitutto, e poi, anche, come coppia.
Così, dopo che Tagae e Liagu crollarono addormentati nel letto posto a loro disposizione, Midda e Be’Sihl ebbero a riservarsi un’occasione di intimità, e un’occasione di intimità che, allora, ancor prima di coinvolgerli fisicamente, li vide entrambi quietamente consapevoli della necessità di un confronto psicologico… e di un confronto psicologico quanto più possibile aperto e onesto.

« Prima ancora di iniziare, desidero chiederti scusa… » decise di esordire la stessa Ucciditrice di Dei, nel rivolgersi così al proprio amato, al proprio compagno di molte avventure e, forse, di una vita intera, nel sedersi innanzi a lui, a gambe incrociate e mani conserte in grembo, per poter affrontare con maggiore attenzione e serietà possibile quel dialogo « … mi rendo conto che, da dopo gli eventi nell’altro mondo… o, per lo meno, in quello che per me è stato un altro mondo e un’intera altra vita vissuta lontano da qui… non mi sono mai concessa l’opportunità di affrontare apertamente con te questo discorso. » ammise, accennando un lieve sorriso imbarazzato « Non so se ciò sia stato più conseguente alla confusione emotiva e psicologica che, in quel periodo, mi ha caratterizzata… o, forse e piuttosto, per l’egoistica volontà di andare oltre, senza pormi eccessivi problemi di sorta, anche visto e considerato quanto, tutto ciò, sia avvenuto per colpa mia e del patto che, a tua insaputa, ho voluto stringere con Desmair. Ma, in ogni caso, è doveroso per me invocare il tuo perdono… e il tuo perdono per tutto quello che, a causa della mia ostinazione, ti ho fatto passare in quei lunghi mesi di coma. »

Lo shar’tiagho ascoltò in silenzio le parole della propria amata e, in effetti, non poté offrirle torto in quella volontà di scuse. Perché, se pur anch’egli, quando tutto era riuscito a ritornare alla normalità, o quasi, aveva voluto trascurare ogni chiarimento, nel timore, altrimenti, di avere a sua volta a dover ammettere quanto compiuto in sua assenza; egualmente non avrebbe potuto ignorare la veridicità propria di quanto, ciò che era poi occorso, fosse scaturito da una scelta avventata della propria amata, e una scelta che l’aveva vista stringere un empio accordo con il di lei semidivino sposo, per riconoscergli la libertà da lui tanto agognata e riconoscergliela, addirittura, entro un nuovo corpo immortale.