11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

martedì 12 agosto 2008

215


L
e rivelazioni offerte dall’anziano guerriero furono per la donna più interessanti di quanto avrebbe potuto prevedere o ammettere, e, per quanto non la riguardassero direttamente, ella era più che consapevole che dovendo muoversi in quel mondo avrebbe dovuto comprenderne il più possibile per avere qualche speranza di sopravvivenza.
Scoprire che Jodh’Wa era figlio di El’Abeb, le forniva la possibilità di conoscere l’origine del di lui addestramento e della di lui bravura, nonché, ovviamente, i benefici ereditari derivanti da un simile genitore: già considerato quale possibile e formidabile avversario, l’uomo tigrato appariva ora come un serio ostacolo al di lei cammino se solo avesse deciso di frapporsi in esso, laddove pochi guerrieri nel corso della storia avevano accumulato una fama simile a quella di El’Abeb, a cui la propria si avvicinava pur senza eguagliarla ancora. Quale carne della carne e sangue del sangue di suo padre, quel giovane uomo avrebbe già racchiuso in sé un fenomenale potenziale di morte: educato quale poi sicuramente doveva essere stato dal medesimo, egli poteva essere considerato una perfetta arma umana, un guerriero formidabile forse privo di eguali, non semplicemente nato, ma anche cresciuto per essere tale. Il dubbio, il timore assolutamente legittimo nella mercenaria, di non essere in grado di competere con un simile individuo, sorse spontaneo, subito però respinto dalla di lei mente che non voleva concederle di porsi in una posizione di inferiorità psicologica nei riguardi del proprio avversario: se mai fra loro sarebbe stato scontro, allora lo avrebbe affrontato con lo stesso rispetto offerto a qualsiasi avversario, conscia della propria possibilità di morte ma altrettanto speranzosa della propria possibilità di vittoria nei confronti di quella nuova sfida.
Scoprire, poi, che Sa-Chi era figlia di El’Abeb, offriva molte risposte ai numerosi dubbi accumulatisi fino a quel momento nei confronti della giovane albina: esattamente come per il fratello, il sangue e l’educazione offerte a lei dal padre avevano contribuito a creare l’individuo unico e, probabilmente, temibile, che aveva avuto modo di incontrare, capace di imporre la propria mente, il proprio pensiero, il proprio ragionamento su coloro che la circondavano al fine di ottenere da essi rispetto, timore, potere. Come la stessa Figlia di Marr’Mahew era pienamente consapevole, fondamentale per un grande guerriero non sarebbe mai stata solo la potenza fisica o l’abilità nel giostrare con le armi, quanto la di lui mente, la di lui capacità strategica di analizzare rapidamente ogni situazione al fine di comprendere i punti di forza ed i punti di debolezza di ogni situazione, di ogni avversario, così da poter uscire vittoriosi anche dalle imprese più disperate, compiendo quelle azioni che la storia avrebbe ricordato come epiche, sovrumane, leggendarie ma che, semplicemente, derivavano da una riflessione rapida, efficiente ed efficace di ogni ostacolo, di ogni avversità. Questa capacità particolare era quella di cui, indubbiamente, Sa-Chi aveva fatto la propria principale arma, il mezzo di controllo sugli uomini e sulle donne che a lei offrivano riferimento, diventando in questo sicuramente più temibile di qualsiasi guerriero in quanto, a differenza anche solo del fratello, ella non aveva concesso interesse allo sviluppo del proprio fisico in favore unicamente della propria mente.

« Dal tuo silenzio deduco che queste mie affermazioni ti hanno trovata più interessata di quanto non ti saresti attesa… » denotò correttamente El’Abeb, osservandola con le sue spettrali orbite vuote.
« Dici il vero. » annuì la donna, confermando quanto da egli proposto « La tua prole si propone quale temibile erede di un terribile retaggio. »
« Purtroppo ne sono consapevole, dal giorno in cui essi si sono ribellati a me, loro padre, proibendo la possibilità per chiunque di lasciare questo carcere. » affermò con evidente tristezza nella voce l’uomo « Probabilmente se fossi stato un genitore migliore, per entrambi, essi non si sarebbero spinti in una simile direzione, ma ormai ciò che è fatto è fatto e nulla mi è concesso per mutare il passato. »
« Perché hanno preso questa decisione? » chiede curiosa ella, ormai assetata di nuove conoscenze, di qualsiasi particolare che avrebbe potuto, forse, dividerla fra la vita e la morte in un futuro prossimo « Perché temono il mondo esterno al Cratere? »
« Perché non hanno mai conosciuto quella realtà, non hanno mai avuto contatto con essa, ma sono consapevoli di come all’interno di questo carcere essi possano essere pari a dei, mentre all’esterno di una simile prigione essi diverrebbero comuni mortali, privi di qualsiasi potere, privi di qualsiasi dominio sulla realtà a loro circostante. » spiegò il padre della coppia « Molti albini, figli di carcerati nati all’interno del Cratere e resi tali probabilmente da qualche veleno presente in questo terreno maledetto, la pensano come loro, appoggiano quella causa, comprendendo come sarebbero discriminati nel mondo dei loro genitori, dei loro nonni: altri, però, come hai potuto anche vedere tu stessa, appoggiano tuttora la mia causa, comprendendo come sia assurdo trovare godimento in una condanna, soprattutto in una condanna di cui non hanno colpa alcuna. »
« Capisco. »

Ammesso ma non concesso che l’esposizione dei fatti offerta dall’uomo fosse corrisposta al vero, per la donna guerriero il cammino in uscita da quel carcere sarebbe risultato estremamente più complesso di quanto avesse previsto fino a quel momento: non solo, infatti, avrebbe dovuto affrontare le insidie di un sistema di sicurezza praticamente perfetto, a prova di evasione; non solo avrebbe dovuto affrontare il pericolo rappresentato dai cerberi a guardia di quel luogo, a custodia di quell’ingresso; ma prima ancora di arrivare a tutto ciò avrebbe dovuto trovare una via per evadere i controlli dei figli di El’Abeb, per vincerli sul loro stesso territorio, laddove essi sorvegliavano sicuramente con premura assoluta l’unica via che avrebbe potuto condurre alla perdita del loro potere, dell’influenza da loro offerta sulla vita all’interno del carcere. Se solo ella fosse riuscita ad evadere dal Cratere, questo avrebbe creato un pericoloso precedente, uno sprone di grande valore per la causa di tutti coloro che bramavano la libertà, la speranza di un futuro diverso dal presente a cui erano legati, e questo, di certo, essi non lo avrebbero mai accettato, arrivando a qualsiasi gesto pur di impedirlo.

« Quali vie di fuga conosci da questo luogo? » domandò al termine di quella breve riflessione la mercenaria, tornando a rivolgersi al suo attuale anfitrione.
« Non esistono possibilità al di fuori dell’unico percorso che già hai compiuto per entrare… » rispose egli scuotendo il capo « In molti, nel corso del tempo, hanno provato a sfidare i bordi del Cratere, le sue infide pareti e nessuno ha avuto successo: scalatori esperti, gente capace di arrampicarsi meglio di un ragno, ma che di fronte a tale impresa è precipitata rovinosamente al suolo, a volte da un’altezza tale da vedere i propri umani resti sparpagliarsi per interi acri una volta giunti a terra. »
Midda storse le labbra ad una simile prospettiva, non gradendo l’idea di poter trovare conclusione alla propria vita smembrandosi in tal maniera: « Pessimo. »
« Avremo tempo per riflettere sul da farsi nei prossimi giorni. » concluse l’uomo, levandosi dalla sedia sulla quale si era accomodato « Ovviamente, spero sia chiaro, potrai contare su tutto il nostro aiuto per riguadagnare la libertà che vai cercando. »
« Ovviamente. » ripeté la donna, socchiudendo gli occhi nell’osservarlo non pienamente convinta da quelle parole, dalla semplicità di una simile alleanza.
« Ora, però, penso che altre questioni si imporranno alla tua attenzione… »

In quelle parole, l’uomo dal viso di scheletro sollevò la propria mano destra, indicando davanti a sé, e dietro alle spalle della Figlia di Marr’Mahew, la presenza di una nuova figura all’interno di quella stanza, non precedentemente notata da ella troppo assorta nei propri pensieri per coglierne l’avvicinarsi. Voltandosi così verso l’ingresso all’abitazione, davanti allo sguardo della mercenaria si presentò colui per cui ella aveva raggiunto quel carcere, accettando l’incognita offerta da un fato incerto nel compimento di qualcosa che da troppo tempo si era ripromessa e troppo a lungo aveva rimandato: Tamos.

« Midda… » esordì il giovane, tentando di mostrare un lieve e naturalmente imbarazzato sorriso.

lunedì 11 agosto 2008

214


P
er quanto poco entusiasta di quella possibilità, di quell’alternativa, non ritrovando offerta alcuna altra via la mercenaria dovette concedere buon viso a cattivo gioco ed accettare di seguire l’anziano guerriero.
Questi, nella quasi indifferenza della folla circostante, condusse la donna fino ad un edificio in nera pietra lavica, presumibilmente la propria dimora, entro la quale la invitò ad accomodarsi offrendole, non diversamente da quanto già aveva compiuto Sa-Chi diversi giorni prima, un bicchiere d’acqua come gesto di ospitalità nei di lei riguardi. La donna, ovviamente, non disdegnò simile offerta, laddove all’interno del Cratere quel bene prezioso risultava sempre troppo raro per i suoi gusti, per i suoi fabbisogni personali, nelle dosi a cui era abituata, gustando così a piccoli sorsi l’abbondanza concessale dal proprio anfitrione.

« Sono stato rinchiuso in questo luogo più di venticinque anni fa… » esordì tranquillamente l’uomo, nella spiegazione promessale, dopo essersi accomodato di fronte ad ella « … ma non sono molto sicuro sulle date, perché dopo un po’ il tempo sembra perdere di significato all’interno del Cratere. All’epoca io ero molto diverso ed anche questo luogo non era lo stesso che tu stai imparando a conoscere: era un posto più libero ed, in questo, più caotico, dove molti gruppi si confrontavano continuamente per il predominio degli uni sugli altri. »
In silenzio Midda prestò attenzione a quelle parole, pronta a confrontarle con quanto propostole dall’altra parte per riuscire a sperare, in ciò, di scoprire una minima verità comune, per quanto già quelle prime informazioni non le fossero state offerte.
« Devo ammettere che gran parte di ciò che è oggi, in effetti, è conseguenza del mio ingresso qui, dell’inizio della mia condanna all’interno di questi naturali confini: non ero giovanissimo, ma la forza ancora non aveva abbandonato le mie membra e, soprattutto, il mio nome sapeva incutere timore e rispetto. » commentò egli con quella che sembrava essere un’aria nostalgica, nuovamente un sorriso se gli fosse stata concessa tale possibilità « In fondo non eravamo poi diversi tu ed io o, meglio, io ero ciò che forse tu diverrai un giorno… »
« Il mio nome non è associato a stragi e massacri di innocenti. » intervenne freddamente la donna, punta nel vivo da quella nota.
« Ne sei certa? » insistette l’uomo dalla faccia di scheletro « Siamo decisamente tagliati dal mondo, qui nel Cratere, eppure l’eco delle tue gesta, o malefatte, è giunto anche qui. E, comunque, come già ti ho avvertita prima, non ritenermi l’uomo di cui hai sentito cantare: i bardi romanzano sempre troppo ciò che accade, trasformando la normalità in epica, il sangue in tragedia. »
Annuì la donna a simile affermazione, non potendo fare altro che constatare la veridicità di tali parole: lei stessa, spesso, aveva sentito delle proprie imprese totalmente stravolte ed, in questo, non poteva escludere che anche per il famigerato El’Abeb potesse esserci una simile situazione.
« Come stavo dicendo, all’epoca il mio ingresso introdusse un fattore inaspettato in quelle che erano le varie politiche, i vari equilibri esistenti, e ben presto io stesso mi ritrovai, non senza un mio desiderio in tal senso, a prendere il comando dell’intero carcere, ad imporre il mio dominio su di esso. » riprese a parlare egli, svelando particolari che avevano un che di incredibile « Fondammo così le prime città, che all’epoca non avevano alcuna cinta muraria a propria protezione, perché nulla doveva essere protetto. »
« Purtroppo, sì sa, due sono gli ideali cari all’umanità, pur troppo spesso in contrasto l’uno con l’altro: il potere e la libertà. » continuò l’uomo, portando un bicchiere vicino alla bocca per bere lentamente, pur senza labbro superiore quale si ritrovava ad essere « E così, dopo molti anni di apparente serenità, in me iniziò a nascere il desiderio di riconquistare la libertà perduta, mentre in altri di non perdere il potere acquisito entro questa desolata landa. »
« I dimessi? » provò ad ipotizzare la donna guerriero, iniziando ad avere una probabile idea della situazione.
« Esattamente. » annuì l’uomo « Cinque anni fa fu la nostra scissione e l’inizio di un’eterna guerra: da un lato ci siamo noi, la mia gente ed io, i quali memori del mondo che ci aspetta là fuori non desideriamo accettare il destino di morte a cui siamo stati tutti condannati, sperando nella possibilità di liberazione per ognuno di noi; dall’altro ci sono coloro che definiamo “dimessi”, rassegnati e contenti di questa situazione, che temono il mondo esterno e non vogliono permettere ad alcuno di riguadagnare la libertà anche nel momento in cui gli sarebbe possibile. »
« Fammi provare ad indovinare… » continuò subito egli, rivolgendosi ora direttamente alla sua ascoltatrice « Saresti potuta uscire di qui dopo ventiquattro ore, ma la loro ospitalità, le loro cure, ti hanno trattenuta per una settimana intera prima di concederti di nuovo la libertà d’azione. Giusto? »
« Quarantotto. » annuì la mercenaria a quella domanda « Ma in ogni caso non avrei mai approfittato di tale possibilità senza aver prima potuto parlare con Tamos. »
« Sei interessata alle sorti della Jol’Ange, immagino… » tentò nuovamente di indovinare l’anziano guerriero, osservandola tranquillo.

Nel sentire quel nome Midda non poté che cogliere una prima sostanziale diversità fra tutto ciò che le aveva proposto Sa-Chi e ciò che, invece, le stava offrendo El’Abeb: mentre la ragazzina, con assoluta irremovibilità aveva continuato a sostenere di non conoscere alcun dettaglio del passato di Tamos, delle sue origini, delle ragioni per cui egli era stato lì rinchiuso, così come non aveva mostrato alcun sospetto nel meriti della di lei reale identità; l’uomo non solo stava sottolineando continuamente grande conoscenza su di ella, ma anche in quelle parole aveva rivelato di essere consapevole dei trascorsi di Tamos e, probabilmente, delle ragioni per cui egli era giunto in quel luogo di condanna.

« Tu cosa ne sai? » domandò la donna, cercando di restare tranquilla, controllata.
« Credo che sia meglio per te chiedere direttamente alla fonte queste informazioni… » rispose altrettanto tranquillo l’uomo « Ho già mandato a chiamare Tamos ed entro breve dovrebbe raggiungerci: temo, però, che la tua sete di conoscenza in tal senso resterà insoddisfatta, nonostante tutto il tuo impegno, tutta la tua fatica. »
Quella premessa poco piacque alla mercenaria, la quale storse le labbra verso il basso.
« In ogni caso non avere timore: la tua presenza in questo luogo non sarà male per noi. Così come io quasi trent’anni or sono rappresentai un elemento di novità, di cambiamento, ora tu potresti essere altrettanto e, forse, porre fine a questo conflitto fratricida. »

Anche quelle parole non soddisfecero la donna guerriero, per quanto questa volta dissimulò i propri sentimenti in un’espressione fredda e controllata: come aveva temuto in molti volevano servirsi di lei per i propri scopi, probabilmente offrendole di volta in volta versioni assolutamente personali e faziose sulla realtà e sulle proprie ragioni: chissà cosa avrebbe, anzi, potuto sentire da parte dei reietti, di coloro che, fino a quel momento, tanto Sa-Chi quanto El’Abeb stavano dimostrando voler ignorare.

« Cosa mi sai dire su Sa-Chi? » prese ora ella l’iniziativa nei confronti dell’uomo, sinceramente curiosa in tal senso « Come è possibile che una ragazzina abbia acquisito tanto potere? »
El’Abeb restò un momento in silenzio a quella richiesta, come incerto su cosa poterle rispondere, su cosa poterle spiegare e su cosa, al contrario, avrebbe fatto meglio a tacere.
« Due sono i fattori che hanno determinato l’ascesa al potere di Sa-Chi, esterni al carisma che quella ragazzina riesce ad esercitare su coloro che la circondano nonostante la propria giovane età. » iniziò a spiegare l’uomo, sciogliendo il silenzio dopo qualche istante « Il primo è suo fratello, l’uomo che sicuramente hai conosciuto con il nome di Jodh’Wa che per lei rappresenta la forza non posseduta personalmente, la combattività altrimenti a lei assente… »
« Fratello? » domandò ella, sinceramente spiazzata da quella rivelazione.
« … e la seconda è il suo retaggio, il sangue che scorre nelle di lei vene. » concluse egli, ignorando l’intervento della donna guerriero, con una nota d’amarezza nella voce « Il mio sangue. »

domenica 10 agosto 2008

213


Un lungo bastone lavico, uno scettro, un simbolo di potere, identificò immediatamente il ruolo di colui che era intervenuto all’interno dello scontro fra il guercio e la mercenaria, sancendone la conclusione: diverso da quello di Sa-Chi, l’artefatto offriva alla sua estremità non un artiglio, o una mezzaluna a seconda di come lo si fosse interpretato, ma tre teschi umani, in un’apparenza decisamente più macabra, più violenta di quanto presentato dall’altra capofila, dalla guida dell’altra comunità. Scura, raggrinzita, rugosa era la pelle della mano che stringeva quel bastone, protetta come l’altra a lei simmetrica da una stretta fasciatura nera che risaliva oltre il polso perdendosi in quelle che erano le pieghe di una larga casacca biancastra, posta a copertura di un corpo magro, vecchio, stanco: dall’apertura della scollatura sul petto quasi potevano essere contate le ossa sotto la pelle, identificandosi chiaramente costola dopo costola a risalire verso un collo sottile, dall’aspetto estremamente fragile. Il volto, presente sopra tale apparenza, offriva uno spettacolo impressionante nel mostrarsi quasi completamente scheletrico nell’unica eccezione concessa dal mento: il termine “scheletrico”, invero, non desiderava indicare metaforicamente un deperimento o un’anzianità nell’individuo, ma una reale caratteristica fisica, che non trovava pelle e carne su quelle proporzioni quanto grigio osso in totale esposizione. Per un primo momento, Midda credette, sperò forse, di essere di fronte ad una maschera, ma osservando meglio l’uomo non poté rifiutare l’orrore di quella realtà, di quell’aspetto sfigurato, grottescamente umano, che presentava un’assenza di viso più che un volto: non naso, non occhi si mostravano a lei, per quanto fosse sicura che in quelle orbite vuote, oscure verso di ella, vi risiedesse ancora una scintilla vitale utile a non lasciare il proprietario sprovvisto del dono della vista. Sopra ed attorno a simile viso, dove avrebbe comunque atteso un cranio lucido e svelato, lunghi capelli bianchi scendevano lisci fino alle strette spalle, non offrendo, forse fortunatamente, ulteriori possibilità di indagine su quella realtà. Più in basso, le magre gambe, dritte e fiere nonostante il peso di un’età non riconoscibile, non qualificabile, si ponevano coperte da neri pantaloni, mentre i piedi risultavano protetta unicamente da una coppia di ciabatte, che ne mostravano ancora una volta la pelle incartapecorita.
Se quell’uomo era, come appariva, realmente il capo di quella comunità, la donna guerriero si stava ritrovando ad osservare il leggendario El’Abeb, il distruttore, il conquistatore, il dominatore, il massacratore.

Nello sguardo del guercio, rivolgendosi verso l’uomo in risposta al di lui ordine, fu solo smarrimento e triste rassegnazione: « Ma… » tentò di protestare.
« Così ho parlato. » si impose nuovamente l’altro, avanzando verso di loro nel far gravare la maggior parte del proprio esile peso sul bastone, che assolveva evidentemente in modo perfetto a quella funzione di supporto « Sei un bravo ragazzo e nessuno di noi desidera perdere le tue braccia, la tua forza, la tua combattività in maniera tanto stupida… »
Alcuna opposizione fu nei confronti di quelle parole, di quel divieto che egli accettò senza offrire ulteriori lamentele, in contrapposizione a tutti gli inviti dell’avversaria alla resa, precedentemente rifiutati: « Sia. » annuì semplicemente, chinando il capo verso il proprio comandante « Ammetto la mia inferiorità nei confronti di Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew. » aggiunse poi, in esecuzione dell’ordine ricevuto.

La mercenaria restò per un istante smarrita di fronte a quello scambio di parole, di fronte all’improvvisa remissività da parte dell’uomo che un istante prima sembrava intenzionato a gettare la propria vita in una vana prova e che, semplicemente per un breve comando, aveva immediatamente cambiato atteggiamento, rivolgendole addirittura la dichiarazione da lei richiesta. Un naturale e reverenziale timore, per pochi istanti, non poté che essere in lei presente di fronte all’uomo con il volto di scheletro. Egli, qualsiasi fosse il di lui nome, si era rivelato decisamente più in linea con l’idea classica di capofila all’interno di un carcere, incarnando nella propria anzianità un’esperienza, una saggezza senza dubbio maggiori di chiunque altro attorno a lui: di fronte a tanta immediata reazione da parte di chi a lui subordinato si ritrovava ad essere, anche laddove alterato dall’ira, però, ella non poteva che rivelare rispetto per simile forza d’animo, simile carisma, superiore a quello che mai ella avrebbe forse potuto avere.

« Accetto le tue scuse. » disse ella, notando come tutti fossero in attesa di una di lei reazione a quella dichiarazione « Avevi le tue ragioni per offrirmi violenza e risentimento e le posso comprendere. »
Il guercio, piegato di fronte al proprio capofila ma non di fronte alla propria avversaria, storse le labbra con disprezzo a quelle parole, per poi voltarsi ed allontanarsi con passo deciso da ella, non offrendo alcuna ulteriore parola, non concedendole alcun ulteriore sguardo.
Non potendo fare altro che prendere atto di simile reazione, la donna guerriero volse lo sguardo ora nuovamente verso l’uomo che aveva posto fine a quello scontro, osservandolo con interesse ed ipotizzando: « El’Abeb? »
« Tale è il mio nome. » annuì egli, chinando appena il capo « Ma se stai cercando in me l’uomo di cui hai sentito cantare, del quale hai seguito gli orrori probabilmente fin da quando ancora eri una bambina, non troverai nulla di tutto ciò… »

Forse in conseguenza di tali parole, forse in maniera del tutto casuale, lo sguardo della donna ricadde sulla di lui mano destra, quella che sorreggeva il peso del corpo aggrappandosi bastone, per trovare in quel punto, avvolto attorno al polso, un rosario color rosso acceso: impossibile per lei fu poterne contare il numero di grani, per tentare di identificare a quale culto esso potesse far riferimento con precisione, ma nonostante ciò fu inevitabilmente chiaro come un simile simbolo religioso non si proponesse in linea con quanto ella sapeva in merito al macellaio El’Abeb, uomo in grado di sterminare intere nazioni, privo di qualsiasi morale, di qualsiasi credo, di qualsiasi rispetto. Impossibile a quel punto fu definire quanto le ballate potessero aver storpiato la realtà dei fatti o, altresì, quanto potesse essere lui cambiato rispetto a colui che era un tempo, forse in conseguenza dell’imprigionamento oppure dell’invecchiamento.

« Non desidero mancarti di rispetto, El’Abeb. » spiegò la donna, inchinandosi appena di fronte ad egli ed al ruolo di potere che rappresentava all’interno di quella comunità « Ma la mia venuta in questa città non è conseguenza di una ricerca che ti individua quale obiettivo. »
« Sono stato informato delle ragioni che ti hanno spinta in questo luogo. » annuì l’uomo, con un tono che di certo avrebbe incluso anche un sorriso se solo gli fosse stato concesso ancora di sorridere « Ma prima di poter autorizzare il tuo incontro con Tamos desidero comprendere il reale animo che si cela dietro a questo desiderio, a questa tua missione. »
« Egli è qui? » domandò la mercenaria, per comprendere se tutto ciò avese un senso o fosse unicamente un dialogo fine a se stesso.
« Sì. » confermò nuovamente El’Abeb « E’ membro della nostra comunità e per proteggerlo desidero conoscere le motivazioni che spingono le tue azioni prima. Spero che potrai comprendermi… »
« Quello che non comprendo è questo vostro… “Cratere”… » commentò Midda, aggrottando la fronte con sincerità in quell’espressione di smarrimento « Di fronte a questa stessa domanda ho ottenuto la medesima risposta anche da una ragazzina di nome Sa-Chi, che per una settimana mi ha trattenuto nella sua abitazione prima di comunicarmi dell’assenza di Tamos: mi devo attendere un eguale trattamento? »
« Sa-Chi è una dimessa: ciò che ha compiuto lo ha fatto per i propri scopi, per il raggiungimento dei propri obiettivi, nella speranza di convertirti alla propria causa… » spiegò l’uomo, con tranquillità « Comprendo però come questi discorsi possano apparire confusi e di difficile comprensione per chi è esterno alla reltà di questo carcere e, per tale ragione, sono pronto ad offrirti ogni spiegazione se vorrai seguirmi. »

Una sgradevole sensazione di déjà vu coinvolse la Figlia di Marr’Mahew a quell’invito, ritrovando nel comportamento di El’Abeb invero un tremendo parallelismo con quanto già proposto da Sa-Chi ed anche laddove l’altra, come da lui riferito, aveva agito unicamente per i propri fini, ella si sentiva disposta a scommettere che anche quest’uomo non avrebbe perseguito nulla di diverso, cercando di manipolarla a proprio piacimento.