Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
sabato 21 marzo 2009
436
Avventura
011 - La sposa del sultano
Midda non era mai stata una donna particolarmente frivola, amante di feste aristocratiche ove porsi in mostra quasi apparire fosse l'unica reale ambizione della propria esistenza: più vicino alla sua stessa natura, quale persona, si poneva infatti l'idea di una fiera di paese, il caos intrinseco di una taverna, colma di allegria, di sincero divertimento senza altre pretese, negando qualsiasi altro scopo al di fuori di esso. Una gara di tiro al bersaglio, una giocata d'azzardo con i dadi o semplicemente una doccia di birra, per quanto raramente ella si permettesse di cedere in maniera eccessiva ai piaceri dell'alcool, l'avrebbero pertanto allettata in termini sicuramente maggiori di serata di tedio, quale la stessa principessa Nass'Hya aveva chiaramente preannunciato essere quella che le avrebbe attese. Dove, a peggiorare già simile spiacevole condizione, si sarebbe posta, poi, l'idea di dover subire tale impegno nelle mentite spoglie di una serva, più che comprensibile ed umana, oltre che sincera, sarebbe sicuramente apparsa la ritrosia che aveva spinto la mercenaria a cercare di evitare di essere coinvolta in simile appuntamento, purtroppo senza successo.
Per quanto numerose, nel corso di tutta la stagione, sarebbero state occasioni similari a quella organizzata a conclusione del giorno di transizione, in pochi vennero a mancare quella sera, ritrovando la quasi totalità della nobiltà di Y'Lohaf riunitasi presso la sala maggiore dell'edificio dell'harem.
Una fra le erezioni più antiche della capitale, l'edificio dell'harem si poneva centrale all'area dell'urbe, in una stretta connessione, fisica oltre che ideale, con i palazzi centri del potere politico ed economico: eretto su un'amplia base circolare, esso ritrovava nelle proprie forme, in alte torri svettanti verso il cielo ed in un'enorme cupola bombata, il rispetto fedele dello stile architettonico locale, concentrando in aggiunta caratteristica di tutto ciò una ricchezza e uno sfarzo quasi privo di eguali, tali da renderlo considerabile più quale reggia che quale semplice istituto per giovani educande. Ori e pietre lucenti erano incastonati lungo ogni bordo, sopra ogni superficie, nel voler dar vita, con la propria stessa presenza, a complicate immagini, a raffigurazioni proprie della storia e della mitologia di Y'Shalf: sultani e sovrani di un antico passato, così come divinità ed eroi leggendari, trovavano in quel complesso una fedele riproduzione, tale in ciò da rendere quelle mura forse più preziose di molti volumi cartacei, di molti testi scritti, non tanto per il valore intrinseco dei materiali adoperati in esse, quanto piuttosto per le informazioni, per la cultura lì impresse per l'eternità. Una considerazione, quella racchiusa in tale edificio, decisamente superiore rispetto a quanto poi concesso alle loro stesse inquiline, a chi in esso era destinato a cercare il proprio futuro, che sembrava quasi richiamare un modello shar'tiagho, un'ispirazione più liberale ed autorevole di quell'istituzione, purtroppo non corrispondente poi al vero, incapace di trovare un riscontro nella realtà quotidiana. All'interno di quelle mura, poi, l'ambiente non mutava nella propria ricchezza, per quanto relegandosi semplicemente ad un ambito materiale, offrendo immensi tappeti ed arazzi, preziosi tendaggi, meravigliose statue e tele ad ornare ogni angolo, ogni corridoio, ogni camera: la sala centrale, quella ospitante le celebrazioni mondane quali quella in corso, in particolare, si poneva maestosa, traboccante di un lusso, di una ricchezza forse impensabile altrove, vedendo anche i dettagli più insignificanti, quali lampade, soprammobili, e semplici stoviglie trasudare di un valore tale da poter finanziare, con essi, un piccolo esercito mercenario. Osservando tutto quello, venendo posta, per la prima volta nel proprio arrivo al seguito della principessa, a confronto con un tale ambiente, superiore persino alle molteplici ricchezze di cui già pur aveva esperienza, quali proprie e tipiche di quella nazione, la Figlia di Marr'Mahew non poté evitare di esprimere una lunga serie di considerazioni intime su quanto poco un edificio simile a quello sarebbe potuto restare inviolato oltre confine, all'interno del territorio kofreyota e, soprattutto, di Kriarya, città del peccato: là, probabilmente, nell'arco di mezza giornata, o forse meno, solo la nuda ed irremovibile, nonché priva di valore, pietra delle mura sarebbe rimasta ancora al proprio posto, mentre tutto il resto sarebbe rapidamente stato rimosso e rivenduto ad esperti ricettatori che non avrebbero lasciato tanta ricchezza priva di reali proprietari come, paradossalmente, lì altrimenti era.
A vegliare sull'ordine all'interno del vasto ambiente, ovviamente, non sarebbero potute mancare le guardie eunuchi dell'harem, onnipresenti figure al servizio delle loro stesse protette, affiancate per l'occasione dai vari educatori, eletti a titolo temporaneo a custodia della dei valori propri dell'organizzazione presso la quale erano tutti stati votati. Anche l'intendente, quasi a sottolineare l'importanza di quel primo appuntamento, aveva compiuto l'immane sforzo di fuoriuscire dalle proprie stanze per rendersi disponibile al pubblico, quest'ultimo comunque assolutamente disinteressato a quella grottesca figura: maliziosamente, del resto, non si sarebbe potuti evitare di considerare come la presenza dell'eunuco a quella prima festa, a differenza di quanto sarebbe avvenuto per tutte le altre, fosse derivata unicamente dall'obbligo, imposto anche su di lui, di trasferimento dalle tende all'edificio e non per una reale volontà di partecipazione a tale occasione. In fondo le uniche protagoniste della serata, avvolte strettamente nel propri burqa, altre non sarebbero potute che essere le medesime fanciulle e, non di certo, il loro dirigente, un qualche loro educatore o le loro guardie eunuchi.
« Potresti, per grazia divina, ricordarmi in virtù di quale ragione siamo pervenute a questo allegro convivio? » sussurrò la principessa rivolgendosi alla propria serva, nell'attraversare per l'ennesima volta, insieme a lei, la vasta sala, osservandosi attorno con aria assolutamente apatica..
« In assenza di possibilità di scelta, mia signora. » rispose con medesimo tono, ma obbligato formalismo la mercenaria, nel non voler rischiare che orecchie indiscrete potessero cogliere un rapporto troppo personale fra loro « Io meno di te… » aggiunse, con una non velata frecciatina nei confronti dell'interlocutrice.
« E se, dopo aver adempiuto al nostro formale dovere di presenza, ci eclissassimo con discrezione, nel rivolgere i nostri passi verso le nostre nuove stanze? » propose con desiderio di complicità l'aristocratica, evidentemente troppo annoiata dalla totale piattezza di quella festa, dall'assoluta mancanza di stimoli nel corso della stessa « Sono certa potremmo trovare maggiore diletto nel gioco… »
« Non credo che una simile scelta potrebbe incontrare l'approvazione dell'intendente, così come dei tuoi educatori. » le ricordò, con una innegabile e perverso piacere nel negarle simile occasione, dove lei stessa era stata a suo malanimo lì trascinata di prepotenza.
« Non avevi forse detto che la tua fedeltà era rivolta unicamente alla mia persona?! » le contestò la giovane, con sarcasmo, in risposta a simile nota contraria « Credo che tu ti stia preoccupando un po' troppo di cosa potrebbe interessare ad altri ancor prima che dei miei desideri… »
« La tua umile serva domanda scusa per la propria insolenza, mia signora. »
La nuova replica da parte della principessa Nass'Hya, però, venne in quel mentre interrotta dall'arrivo di un giovane aitante, sicuramente di ottima famiglia e probabilmente attratto dall'immagine di una fanciulla rimasta sola e priva di ogni interlocutore maschile al centro della sala, un'occasione decisamente ghiotta per essere ignorata. E per quanto la giovane avrebbe desiderato invitare il potenziale fidanzato, almeno nei desideri di quest'ultimo, a ritornare sui propri passi o, ancor meglio, a lasciare l'edificio stesso, si ritrovò a dover fare buon viso a cattivo gioco per non rischiare di incrinare la propria reputazione, ringraziando in simile situazione il velo che ne copriva integralmente ogni espressione e che non le rendeva obbligatorio stancare il proprio volto in una puramente formale smorfia sorridente.
In conseguenza a ciò, pertanto, Midda ebbe occasione di cercare distrazione dal proprio ruolo, dai propri pensieri, spostando la propria attenzione dalla propria padrona e compagna ad ogni altro angolo dell'ambiente nel quale erano finite per essere immerse, al solo e banale scopo di mantenere in allenamento i propri sensi, all'erta le proprie percezioni in previsione di improbabili pericoli. Ma quasi gli dei avessero voluto prestarle ascolto, avessero desiderato offrirle attenzione e, soprattutto, una reale possibilità di svago nel corso di una serata altrimenti vana, nel mentre di quell'esercizio privo di qualsiasi reale intento, qualcosa la pose effettivamente in guardia, facendo involontariamente tendere ogni suo muscolo al di sotto del burqa e dei propri abiti celati in esso, e preparandola ad un pericolo ancora non individuato ma pur avvertito quale presente e, peggio, inevitabile.
venerdì 20 marzo 2009
435
Avventura
011 - La sposa del sultano
Al di là di ogni discussione, di ogni dubbio sicuramente legittimo in merito a quell’insolito desiderio di emancipazione a cui la sua serva sembrava voler tendere, la principessa Nass'Hya non avrebbe avuto alcun interesse a spingerla ad una punizione di sorta, ormai affezionata a lei, unico legame verso il quale aveva dimostrato interesse all’interno dell’harem dal giorno del suo arrivo, unica persona con la quale aveva instaurato un rapporto che andasse oltre a pochi e formali saluti di circostanza. Per tale ragione, la questione che le aveva poste a confronto restò ovviamente relegata ad un ambito privato, non coinvolgendo l’intendente così come annunciato dalla mercenaria, come del resto non era mai stato coinvolto in conseguenza ad alcun discorso fra loro. La fanciulla, anzi, ebbe addirittura di che pentirsi per la curiosità che aveva giustamente sollevato nei confronti di M'Aydah, laddove, nei giorni seguenti, quest’ultima non parve intenzionata a proseguire nel loro rapporto come precedentemente era altresì stato: pur non violando, ovviamente, i propri doveri di serva, ella sì limitò unicamente all’assolvimento degli stessi e propose, addirittura, anche la propria partecipazione al gioco del chaturaji quale un dovere e non più un piacere, un impegno e non più un desiderio quale era stato fin dall’inizio. Una punizione psicologica, quella che Midda non negò alla giovane, resa necessaria non tanto per una qualche crudeltà nei suoi confronti, per risentimento in conseguenza di quanto occorso, quanto semplicemente nella volontà per la donna guerriero di non far saltare la propria copertura, di non vanificare l’impegno posto fino a quel momento nella missione in corso: proseguire dimostrando tanto apertamente un’impropria libertà espressiva, quel comportamento aperto e diretto che le aveva concesso fino ad allora, nell’avvicinarsi emotivamente all’aristocratica, avrebbe reso troppo dubbie le sue presunte origini y’shalfiche, i suoi ipotetici umili natali in quella nazione, arrivando a svelare quanto il burqa fino a quel momento era riuscito a mantenere celato dietro ad un fasullo integralismo religioso.
Il tempo, come da sempre si è dimostrato maestro, riuscì anche in quell’occasione a sanare la rottura occorsa, riportando la pace, riaffermando la serenità fra le due donne poco prima del giorno di transizione fra autunno ed inverno: non un momento più opportuno sarebbe potuto essere scelto, in ciò, dagli dei, concedendo infatti alla coppia di non rovinare il clima di festa che avrebbe immancabilmente caratterizzato tale occasione.
Con la conclusione dell’autunno, l’harem definì anche terminata, almeno per l’anno in corso, la propria parentesi nomade, smontando il campo di tende e trasferendo tutte le proprie attività all’interno delle mura di Y’Lohaf, allo scopo di affrontare protetti nella solidità della pietra quello che sarebbe dovuto essere il periodo più rigido dell’anno. In verità anche in Y’Shalf, posizionandosi alla medesima latitudine dei propri vicini kofreyoti e posta in ciò ad un’estremità decisamente meridionale del continente, raramente l’inverno sarebbe potuto essere considerato quale difficoltoso, quale realmente severo nel proprio clima e nelle proprie condizioni, soprattutto dove ci si fosse mantenuti a distanza dalle montagne: una tradizione quella degli harem, pertanto, che si poneva fine a se stessa ancor prima che in conseguenza ad un’esigenza concreta. In ciò, del resto, le giovani degli harem potevano avere occasione di fare ritorno, o quasi, alla realtà dalla quale erano state isolate negli ultimi nove mesi, per le passate tre stagioni, offrendo ai loro candidati sposi l’opportunità di conoscerle nell’organizzazione di molte occasioni d’incontro: approfittando di simile situazione, infatti, era consuetudine l’organizzazione di diversi eventi mondani, all’interno della città, ai quali anche le giovani protette di quella particolare istituzione sarebbero state le ben venute se non, ancora, più propriamente le ospiti d’onore. Molte fra loro, più che consapevoli di simile usanza, non avrebbero potuto negarsi di bramare intimamente simili momenti, non tanto per un ritorno all’umanità da lungo tempo abbandonata quanto per l’occasione concessa loro di abbandonare per sempre i confini fin troppo oppressivi dell’harem per sospingersi alla ricerca di un futuro esterno ad esso, di una verità di vita da cercare oltre le speranze miserabili e banali loro proposte dagli insegnanti eunuchi. Se solo la principessa Nass'Hya avesse infatti avuto il desiderio, la volontà di spingersi oltre le superficiali apparenze anche con le proprie compagne di studi oltre che con la propria serva, probabilmente avrebbe potuto accorgersi di come non tutte le altre giovani a lei coetanee si sarebbero poste quali meritevoli della scarsa considerazione da lei loro riservata, tutt’altro che prive di ambizioni, di volontà, più simili a lei di quanto non avrebbe potuto immaginare: la maggior parte di loro, ad ogni livello, sfruttava l’occasione offerta dagli harem per ambire ad un obiettivo altrimenti non ugualmente raggiungibile, posto al di là della loro portata, non diversamente da come lei sembrava aver posto le proprie mira sul sultano ed il potere da lui rappresentato.
La prima fra le numerose occasioni di uscita pubblica che avrebbero atteso le giovani, rappresentanti del meglio della schiera benestante, aristocratica della popolazione y’shalfica, coincise immancabilmente proprio con un ricevimento indetto in concomitanza del giorno di transizione, una festa volta, praticamente, all’accoglienza verso le medesime da parte della popolazione locale, dei giovani rampolli maschi ipoteticamente interessati alle propose così loro offerte. E per quanto Nass'Hya avesse in mente obiettivi superiori a quelli che sapeva l’avrebbero attesa in quell’occasione, anche lei non poté esimersi dall’esse coinvolta, addirittura in prima linea, a simile evento, trascinando con sé, in conseguenza, anche la propria ancella personale.
« Io… non credo che dovrei presenziare a questa… “cosa”… » contestò la mercenaria, cercando di evitare la condanna così impostale.
« Non osare neppure pensare di lasciarmi sola in una simile circostanza! » la rimproverò la principessa, ricorrendo ad un tono quasi minaccioso per offrire migliore enfasi a tale messaggio « Non hai detto una volta, forse, di dovermi servire? Di dovere a me la tua fedeltà prima che a chiunque altro? Tieni fede a tali parole, se vuoi conservare il tuo onore… » la canzonò, scuotendo il capo.
Se solo si fossero trovate in un’altra situazione, in un altro contesto, la donna guerriero avrebbe forse potuto addurre a propria scusa l’assenza di un abito adatto alla serata, l’incompatibilità con lo stile delle altre accompagnatrici, delle altre serve: purtroppo, però, in virtù degli integralismi presenti in Y’Shalf e, soprattutto, in conseguenza delle regole ferree dettate dall’harem, l’unico abito che mai avrebbe potuto riservarsi anche per una simile occasione sarebbe stato il solo che, molto banalmente, le sarebbe mai stato concesso di indossare: il burqa. Negata così ogni scusa di carattere estetico, alla malcapitata, degna compagna di fato della propria padrona, non sarebbe potuto che essere riservato, semplicemente, il diritto di accogliere simile incarico con una certa rassegnazione, per quanto l’idea di quella serata di festa non l’avrebbe mai potuta entusiasmare, eventualmente ricorrendo alla carta della pietà nella speranza di riservarsi all’ultimo momento l’occasione di recidere dall’appello finale.
« Ma non sono adatta a questo genere di situazioni… rischierei soltanto di porti in imbarazzo con qualche azione incauta. » provò nuovamente a svincolarsi la Figlia di Marr’Mahew « Non desidero assumermi una tale responsabilità: te ne prego… non chiedermelo. »
« Non te lo sto chiedendo, infatti… » replicò con tono chiaramente sornione, ironico, la controparte « Quanto accadrà stasera è già considerabile quanto un dato di fatto, che tu sia concorde o meno. Senza di te sarei condannata al tedio peggiore: così, per lo meno, avrò un orecchio fedele sempre al mio fianco per permettermi di trovare sfogo dalle criticità peggiori… »
« Sono certa che molte altre serve dell’harem sarebbero più che onorate per tanta grazia… permettimi di ricercarle in tuo nome e porle al mio posto, dove sicuramente non sfigureranno! » ipotizzò l’altra, scuotendo il capo « Non mi vincolare all’imbarazzo che conseguirà inevitabilmente ad una mia esposizione in pubblico. »
« Peccato per te che non sia interessata ad avere molte altre al mio fianco. » contestò la principessa, escludendo ogni possibilità di discussione « Abbiamo appena ritrovato una certa sintonia, una decisa serenità ed, egoisticamente, desidero sfruttarla il più possibile, godendo della tua presenza al mio fianco anche in tale occasione, per quanto essa ti possa sembrare spiacevole. »
« E poi, insieme, forse riusciremo a fare qualcosa per migliorare l’ambiente che ci accoglierà… » definì, continuando e concludendo l’esposizione in merito alla propria decisione.
giovedì 19 marzo 2009
434
Avventura
011 - La sposa del sultano
« E' così… » confermò la donna guerriero, arrestando il compimento della propria azione nel gioco per tornare ad offrire nuovo spazio ad una partita ben più importante rispetto a quella apparentemente in corso.
« E…? » la incitò la giovane, ormai impaziente nel desiderio di conoscere la curiosità, il dubbio cresciuto nell'intimo della sua serva in tutto quel tempo, probabilmente già intuendone la natura ma, evidentemente, volendo spronare l'altra ad esplicitarla apertamente, senza ulteriori indugi.
« Tempo fa, tu mi hai concesso una confidenza, lamentandoti del destino che entro i confini di questo harem aveva condotto il tuo presente, dove la tua ambizione ti avrebbe sospinta ben altrove… » rimembrò la Figlia di Marr'Mahew alla propria interlocutrice, con tono contenuto, quasi affaticato nel ritagliarsi tanta libertà nei confronti della medesima, non volendo venir meno alla divisione sociale comunque esistente fra loro almeno secondo l'apparenza nella quale si era mascherata.
« Non rammento di aver usato questi stessi termini. » replicò, però, Nass'Hya, scuotendo appena il capo nel dimostrarsi dubbiosa a tal riguardo « Sei certa nelle tue affermazioni? »
« Chiedo perdono. » chinò umilmente lo sguardo la controparte.
Un momento di silenzio seguì quel breve scambio di parole fra le due: il confronto psicologico in corso si stava concedendo, invero, meno elementare rispetto a quello che il chaturaji avrebbero altrimenti proposto loro, vedendo in ciò anche un azzardo decisamente maggiore rispetto a quello conseguente ad un banale tiro di dadi. Dove Midda avesse commesso, infatti, l'errore di agire con eccessivo anticipo, lasciandosi forse dominare dal proprio desiderio di concludere quanto prima quella missione, dalla propria volontà di dedicarsi ad altro, dove tutto quello si era già prolungato oltre le sue aspettative, avrebbe altresì rischiato di comprometterne l'esito finale, addirittura arrivando a porre in dubbio le sue stesse possibilità di sopravvivenza. Per quanto abile nel proprio mestiere, per quanto da sempre votata più alla guerra ed alla morte che alla vita ed all'amore, ottenendo indubbio successo nel distruggere che non nel creare, ella non avrebbe potuto porsi sola contro un'intera nazione, straniera in terra straniera quale era a tutti gli effetti.
Ma se la principessa non aveva errato nel sottolineare come le parole all'epoca pronunciate fossero state ben diverse, proposte in un'accezione ambiguamente interpretabile, a sua volta la mercenaria non aveva sbagliato nell'intendere il significato altresì proposto.
« Non vi è necessità di scuse, M'Aydah. » riprese la voce della fanciulla, negando l'ultima affermazione offertale « Hai letto giusto in me, dopotutto… »
La donna mantenne il silenzio che già si era imposta, limitandosi in questo a risollevare gli occhi azzurro ghiaccio verso la propria interlocutrice: un invito implicito a proseguire se solo l'altra avesse voluto, dal momento in cui, dopotutto, alcuna risposta era stata ancora offerta alla domanda precedente, alcuna spiegazione era stata proposta a soddisfare la curiosità tanto audacemente rivelata.
« Credi che mi giudicheresti tanto male se ti rivelassi come l'unica ragione in grado di guidarmi in questo harem, nonché in queste assurde vesti, sia stata l'ambizione verso il potere? » le replicò, in quel mentre, la principessa, osservandola intensamente e parlando con evidente sincerità.
Una rivelazione, quella concessa dalla principessa, meno incredibile rispetto a quanto ella avrebbe potuto ritenere, dove semplicemente offrì conferma alle analisi già compiute da lungo tempo dalla mercenaria, fortunatamente per quest'ultima non proponendole un panorama nuovo ma, banalmente, ribadendo una situazione già nota.
Di ciò, naturalmente, la donna guerriero non poté che essere, ovviamente, pienamente soddisfatta: alcun genere di ostacolo aggiuntivo sarebbe stato posto nel percorso già da lungo tempo pianificato, alcuna modifica le sarebbe stata richiesta nel merito di una strategia accuratamente studiata ancor prima di spingersi a superare il valico dei monti Rou’Farth per entrare in Y'Shalf. Se solo, infatti, la principessa avesse dimostrato, avesse proposto un qualche principio ideologico, un qualche valore personale diverso da quello a difesa delle proprie scelte, della propria permanenza nell'harem e del probabile futuro da sultana per il quale in quel luogo avrebbe dovuto impegnarsi, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe dovuto inevitabilmente operare con maggiore incisività, per modificare simile pensiero e condurre la giovane a prendere in esame possibilità ben più ampie.
« Forse, in effetti, non sono poi diversa da una prostituta, inseguendo il profitto ad ogni costo… » aggiunse la fanciulla, ritrovandosi ora ella stessa in imbarazzo per la completa assenza di repliche, temendo l'eventualità di un giudizio negativo da parte della propria interlocutrice, colei che aveva imparato, in quei giorni, in quelle settimane a considerare ben più di una semplice serva.
« Non oserei mai giudicarti in tal modo. » negò l'altra, prontamente, ritrovando voce « E' che… ancora non comprendo… »
« Cosa ti sfugge? Domandami, te ne prego… » le richiese la principessa, evidentemente ormai desiderosa di condividere quell'aspetto della sua esistenza, quel segreto in merito alle sue scelte, fino a quel momento mantenuto nel riserbo del proprio cuore.
« Sei una donna intelligente, piena di risorse… capace di spingerti ben oltre a quanto mai chiunque fra tutte noi potrebbe altrimenti ambire nella propria vita. » commentò la mercenaria, in riferimento non solo a se stessa ma a tutte le donne dell'harem, fossero esse padrone o serve, accomunate in fondo da un medesimo destino di sottomissione « Perché se ambizione è quella che sprona i tuoi passi, cerchi un ruolo da sposa attraverso questa istituzione? »
« Perché in alcun altro modo potrei mai tendere al potere del sultano. » ammise l'aristocratica « Del resto non dovrebbe essere per te una novità simile notizia… »
« Non lo è, infatti. » confermò la donna, comprendendo di non poter simulare ignoranza a tal riguardo, dove voci, pettegolezzi, informazioni su tale realtà erano già state diffuse ancor da prima dell'arrivo della principessa all'harem « Ma, fosse anche nel ruolo di sultana, ritieni che potrai essere realmente libera, in una società come questa? »
Una nuova pausa di riflessione coinvolse le due, in quel loro confronto verbale, questa volta non in virtù di un'esigenza di riflessione della mercenaria quanto, piuttosto, della sua interlocutrice, sfidata in simili parole.
Quanto appena pronunciato da Midda, come solo dopo averle proposte ella si rese conto, rimproverandosi per ciò, era stato troppo azzardato, espressione di un'eccessiva libertà di pensiero ed opinione in lei, distaccandola dal ruolo che avrebbe dovuto impersonare. In ciò, a tradirla, era stato il suo animo, i suoi principi personali: essi, recita o no, non avrebbero mai potuto essere soffocati, non sarebbero mai stati messi a tacere, anche dove l'avrebbero potuta porre nei guai.
E Nass'Hya, nonostante il clima di intima confidenza creatosi fra loro, si dimostrò effettivamente troppo intelligente, come da lei sottolineato, troppo lucida per ignorare quell'accenno…
« Parole audaci quelle che mi stai offrendo, M'Aydah. » denotò, con una chiara nota di malizia nella propria voce « Le tue umili origini, il tuo ruolo subordinato, non mi sembrano trovare alcuna speranza di riscontro nei pensieri verso i quali vorresti invitarmi, nelle idee delle quali mi parli… »
« Io… » tentò di replicare, salvo venir interrotta immediatamente.
« Permettimi di rigirarti la domanda che tu mi hai proposto… perché sei qui? » le chiese la principessa, con la stessa decisione, astuzia, bravura che l'avevano sempre contraddistinta durante il corso di una partita.
« Sono qui per servirti, mia signora. » rispose la donna, senza esitazione ma con tono sottomesso, rinunciando in ciò a chiamarla per nome, quasi preferisse riprendere quelle distanze erroneamente eliminate fra loro « E in ciò non mi dovrebbe essere neppure concesso di parlare senza il tuo permesso. Se le mie parole, se i miei pensieri ti sono sembrati inopportuni, provvederò personalmente affinché io possa subire il giusto castigo, denunciandomi all'intendente… »
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