11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 6 marzo 2011

1145


« T
i proibisco di importi autonomamente una tale severità di giudizio, scudiero! » esclamò, del tutto inaspettata, e imprevedibile nella propria stessa ipotesi di proposta, una voce particolarmente nota e cara all’attenzione del giovane « Tale diritto ha da considerarsi una mia prerogativa e non desidero tollerare che mi possa essere negata con tanta leggerezza per semplice capriccio… »

Sebbene nuovamente scaraventato da un apparentemente impietoso fato in preoccupante prossimità con l’eventualità della propria morte, in una forma tutt’altro che gradevole qual sola sarebbe dovuta essere considerata quella promessagli da una negromantica orda di scheletri quali quelli a lui circostanti, non che, abitualmente, egli fosse solito pensare alla propria prematura dipartita in termini di possibile gradevolezza, l’improvviso insorgere di tale voce, immediatamente riconosciuta e associata all’immagine della propria signora e padrona, non poté evitare di donare luce e calore nel cuore e nell’animo dello scudiero allo stesso modo in cui, abitualmente, la luce dell’immenso e sempre magnanimo sole si impegna a riconoscere all’intero Creato, senza distinzione fra popoli, nazioni, fedi o culture.
Per un effimero istante, tanto intenso nelle proprie emozioni da esser vissuto in maniera non dissimile da un’eternità intera, la presenza degli avversari imposti attorno a lui venne del tutto obliata dalla mente del giovane, nel dimostrare maggiore entusiasmo, interesse, desiderio a rivolgere tutta la propria attenzione non a coloro che pur avrebbero potuto distruggerlo, annientarlo, negandogli, in ciò, ogni ulteriore speranza di futuro, pur immediato, quanto, piuttosto, a colei che, se veramente tale, avrebbe potuto salvarlo, rigenerarlo, riconoscendogli, in ciò, solo occasione di positività nel confronto del domani, prossimo o remoto che esso fosse. E allo stesso modo, mai compreso o spiegato, in cui, una stagione prima, egli era stato in grado di distinguere una falsa Midda da colei alla quale aveva promesso la propria stessa vita, nel ruolo di fedele scudiero e servitore, compagno d’arme e sostegno perpetuo in ogni momento in cui ella ne avesse domandato necessità, non quale conseguenza di particolari ragionamenti, di concrete riflessioni su elementi fuori luogo in chi, al contrario, avrebbe dovuto essere riconosciuta quale copia praticamente perfetta dell’originale, al punto tale da poter riuscire a trarre in inganno chiunque, in quel momento, innanzi a quel nuovo avvento, Seem fu immediatamente e spontaneamente in grado di distinguere l’effettiva e veritiera identità della donna guerriero, con la stessa naturalezza con la quale un infante, per quanto inesperto del mondo a sé circostante, è pur capace di individuare il proprio genitore, la propria madre o il proprio padre, fra migliaia di volti estranei, non in conseguenza di una reale distinzione del medesimo rispetto ad altri, quanto, piuttosto, di un’intima ispirazione, un’empatica relazione priva di possibilità di inganno o dissimulazione. Quasi non semplice richiamo, ma incontenibile mesmerismo, fosse stato quello scatenato dalla voce della donna così come presentata al suo udito, egli fu da lei completamente attratto, rapito, venendo estraniato da ogni altra realtà al di fuori di lei e, in ciò, quasi scoppiando in lacrime per la gioia di quel ricongiungimento, del ritorno di colei che sola egli aveva atteso per tanto tempo e non avrebbe, onestamente, mai cessato di attendere, fossero stati necessari ancora anni, lustri, persino decenni, nell’ipotesi tutt’altro che ovvia di sopravvivere per tanto tempo all’intero di una capitale quale Kriarya.

« Mia signora! » gridò, entusiasta, letteralmente galvanizzato dalla ritrovata presenza di lei nella propria vita, quasi sino a quel momento non si fosse riuscito a sentire completo e quasi come se, in semplice conseguenza di ciò, di alcun avversario avrebbe più avuto ragione di temere, neppure della morte resa carne, nell’ipotesi di poterla incontrare « Tu… sei tu. Veramente tu! » soggiunse, senza neppure averla ancora incrociata con il proprio sguardo, e pur assolutamente privo di esitazione in simile asserzione.

L’occasione di cogliere, finalmente, in tutta la propria straordinaria integrità, l’immagine fisica della Figlia di Marr’Mahew, soggetto di tanto interesse per lui, fu concessa allo scudiero nel momento in cui, un attimo, o forse un eone, dopo il proprio esordio verbale, ella fece la propria dirompente comparsa sulla scena così costituita, dal giovane e dai propri orridi avversari, piombando pesantemente dall’alto su questi stessi ultimi, allo scopo di trascinarne il maggior numero con sé, valutando, forse con cognizione di causa, forse semplicemente per azzardo, come quelle tanto esili presenze non avrebbero potuto competere con l’impeto proprio di una sua caduta, ove anche non così gravosa con la propria massa da potersi concedere un similare risultato con avversari in carne, oltre che in ossa.
Una scelta strategica che, a prescindere dalle ragioni per le quali potesse essere stata compiuta, si rivelò, a posteriori, assolutamente azzeccata nel proprio metodo, concedendole non solo di perseguire l’obiettivo prefisso, prevalendo su quelle inquietanti presenze, quanto, persino e straordinariamente, di porre in dubbio la loro stessa integrità, nello spargere, sotto di sé e attorno a sé, una bianca marea disordinata di ossa qual conseguenza diretta dell’impeto loro offerto, aprendo, in ciò, un ampio margine di fuga per la vittima precedentemente designata. Un’apparente vittoria, quella così riportata, della quale, saggiamente, ella non volle ricercare vanto, probabilmente già conoscendo, o, forse e semplicemente, intuendo, quanto sarebbe allora avvenuto e quanto vana sarebbe stata qualsiasi prematura valutazione nel merito di una propria indubbia superiorità su tali avversari. Se pur, in virtù della violenza loro imposta, infatti, l’equilibrio utile a mantenere integri quegli scheletrici cavalieri e i loro altrettanto scheletrici destrieri, fosse stato apparentemente infranto, la stessa donna dagli occhi color ghiaccio, quasi risplendenti alla luce argentata dell’astro maggiore del cielo notturno, non fece quasi in tempo a ritrovare posizione verticale in conclusione alla capriola nella quale si era dovuta impegnare per ridurre al minimo gli effetti del balzo compiuto, che già, con la stessa immediatezza con la quale si erano disaggregate, quelle stesse ossa iniziarono a ritrovare inquietante complicità, riformando le medesime strutture nelle quali erano state originariamente composte e, allora, subito dimostrandosi pronte a qualsiasi scontro, a qualsiasi battaglia. Scontro e battaglia che, comunque, senza trasparenza di preoccupazione o angoscia alcuna, la fiera e combattiva Midda Bontor volle lì loro immediatamente concedere, lasciando saettare la lunga lama bastarda della propria spada al di fuori del fodero nella quale aveva riposato sino a quel momento e, con essa, tracciando meravigliose e letali immagini nell’aria a sé circostante, in movimenti tanto armonici, eleganti, da risultare prossimi a quelli di una danza, e, ciò nonostante, tremendamente mirati e puntuali nel proprio imporsi da non premettere ad alcuno di quegli scheletri di guadagnare, in sua opposizione, la benché minima possibilità di offesa, nell’essere sempre e prontamente respinti in ogni proprio attacco.
Osservandola attonito e incantato, come sempre era stato innanzi a lei, e come, probabilmente, sempre sarebbe rimasto in similari occasioni, Seem non solo non ebbe più ragione alcuna di impegnare il proprio stiletto in quel conflitto, ma, anche, fu praticamente certo che, dal personale punto di vista della propria signora, non quale reale tenzone tutto ciò avesse da giudicarsi, quanto, piuttosto, una bizzarra forma di intrattenimento personale, un ludo non dissimile da giuoco per bambini, nel quale poter sciogliere le proprie membra e porre alla prova i propri riflessi. E non in favore di un diverso giudizio sembrò volerlo sospingere anch’ella quando, non a caso, si concesse nuova e tranquilla occasione di dialogo con lui, gestendo, contemporaneamente, tutti gli avversari lì allora schierati quasi non fossero neppure realmente idealizzati quali possibili e letali minacce quali, pur, egli non avrebbe mai evitato di considerarli, nelle micidiali caratteristiche da loro vantate qual proprie.

« Certo che sono veramente io. » confermò, ricollegandosi alla questione retorica da lui proposta e rimasta, allora, ancora in sospeso fra loro « Chi altri dovrei essere, scusa?! » sorrise, del tutto inconsapevole degli eventi occorsi all’interno della città e, in ciò, offrendo verso di lui un’espressione sorniona, felina e predatrice qual, invero, sapeva indubbiamente essere in ogni proprio gesto, in ogni singola mossa « Spero bene che tu non ne conosca molte altre mio pari… o tutto ciò potrebbe rischiare di svalutare il mio valore in quanto esemplare più unico che raro! » si permise scherzare, non negandosi la propria sempre presente autoironia, per le caratteristica distintiva non di meno rispetto allo sfregio in corrispondenza dell’occhio sinistro, all’assenza del braccio destro, sostituito da una protesi in nero metallo dai rossi riflessi o ai numerosi tatuaggi tribali a ricoprire interamente il braccio destro, che già la rendevano, suo malgrado, sempre riconoscibile e individuabile anche nelle folle più numerose.

sabato 5 marzo 2011

1144


« … n
on so se esista un qualche dio lassù. Se effettivamente c’è, i casi possono essere solo due: o mi ha preso in antipatia… o ha un pessimo senso dell’umorismo. » commentò, quasi arrancando sul terreno davanti a sé con le mani, tanto si pose piegato al suolo nella indesiderata competizione con quell’orrore, rimpiangendo, in cuor suo, di non aver ancora accettato l’idea di credere in una qualche divinità, fede che gli avrebbe, per lo meno, concesso di bestemmiare il nome di tale intangibile e ineffabile figura, nel domandargli il perché di tanta crudeltà a proprio discapito.

Privo di una qualsivoglia educazione religiosa, infatti e paradossalmente, Seem non riteneva di possedere alcun diritto volto a invocare impropriamente il nome di un qualche dio o di una qualche dea, fosse anche e semplicemente a titolo di sfogo psicologico al pari della maggior parte dell’umanità, inclusa anche la propria tanto adorata signora che, non di rado, affidava le proprie speranze, e le proprie lamentele, alla misteriosa figura della dea Thyres. Solo con se stesso, pertanto, egli si ritrovò in fuga da quelle spiacevoli figure, le quali, dal canto proprio, ben presto vollero riservargli dimostrazione di quanto la prima impressione che egli aveva ricavato dall’immagine da loro presentata non avesse da giudicarsi particolarmente esagerata in loro favore o in proprio sfavore, riconoscendogli ogni ragione di timore per il proprio immediato futuro e la sua stessa ipotetica occorrenza: a differenza degli zombie, ancora tanto lenti da poter essere considerati poco più che un intralcio sul proprio percorso, gli scheletri dimostrarono, suo malgrado, di sapersi muovere in maniera non solamente agile e dinamica, ma, ancor peggio, rapida, non diversamente da quanto sarebbe stato proprio per un qualsiasi cavaliere umano seduto sul dorso di un equino sodale, quand’entrambi ancora in vita. E, in questo, vanificarono repentinamente ogni sua speranza di evasione da loro e dalle loro armi, raggiungendolo prim’ancora che egli potesse valutare la convenienza o meno a voltarsi per cercare di comprendere quanta distanza stesse riuscendo effettivamente a porre fra sé e loro.
Nel momento in cui lo sventurato scudiero si vide completante circondato da quei mostri, chiaramente a lui avversi e desiderosi di aggiungerlo, quanto prima, alle loro negro mantiche schiere, forse quale spettro, forse quale zombie o, chissà, magari effettivamente quale scheletro a propria volta, qualsiasi bestemmia non avrebbe probabilmente mancato di essergli ampiamente perdonata, riconoscendogli ampie attenuanti per quello specifico caso, tanto che egli avesse potuto sviluppare un’istantanea fede nel sacro, quant’anche, invece, avesse continuato a proporsi qual ateo, così come era stato sino a quel momento. Tuttavia, neppure allora la sua voce riuscì a concederti una simile occasione di sfogo, vedendolo muovere, semplicemente, le labbra a vuoto e, in ciò, lasciandolo apparire non dissimile da un pesce proiettato, spiacevolmente, fuori dal mare per sé natio, dalla quiete di un territorio accogliente, piacevole e conosciuto, per confrontarsi con un mondo altresì ostile, non solo nei propri stessi abitanti, quanto, ancor più, nella semplice aria lì concessa da respirare.
Lucente fu lo scintillio di una lama proiettata, un attimo dopo, in direzione del proprio stesso capo, con un ampio movimento orizzontale che, nel migliore dei casi, lo avrebbe istantaneamente decapitato non concedendogli neppure occasione per comprendere cosa stesse accadendo, non che alcuno, in verità, avesse mai avuto occasione di testimoniare in quale concreta misura una simile morte avesse da considerarsi realmente rapida e pietosa. Altrettanto lucente fu, in replica, lo scintillio della più esile, ma non per questo debole, lama dello stiletto del giovane, levatosi, in maniera quasi spontanea, a sua protezione, a sua difesa, reagendo, per sua fortuna, in autonomia rispetto alla propria mente, non quale risposta di un desiderio cosciente, quanto, piuttosto, quale reazione inconscia derivante dal severo addestramento al quale il grande Degan lo aveva sottoposto quale ultimo fra tutti i propri allievi e, a modo suo, definitivo custode del suo retaggio in conseguenza di tale ruolo. Mentre, infatti, la parte più razionale del giovane si stava impegnando a cercare di comprendere con quale frase sarebbe stato più opportuno offrire il proprio ultimo saluto al mondo, diviso fra un romantico « Ti amo, Arasha! » e un altresì più drammatico « Perdonami, mia signora! », ovviamente quest’ultimo in riferimento al proprio non raggiunto cavaliere, le parti più emotive e fisiche del suo essere preferirono dedicare le energie per lui ancora proprie in favore di propositi più costruttivi rispetto a quello destinato all’individuazione del proprio estremo congedo dalla vita, primo fra tutti quello rivolto a protrarre a data da definirsi, e possibilmente da definirsi in tempi più distanti possibili dal tempo presente, l’intera questione. E, così, non solo quella prima spada venne arrestata nel proprio attacco d’esordio, ma, anche e ancora, una picca fu agilmente evitata dal proprio busto, e un’ascia, non semplicemente diretta, quanto, persino, lanciata in proprio contrasto, venne schivata con un movimento sì agile e deciso del quale persino lui, per primo, non poté che riservarsi ragione di stupore.

« Dannazione… perché non c’è mai nessuno a guardarmi quando ne combino una buona?! » si domandò, con un’intonazione addirittura delusa nella propria stessa voce, dal momento in cui, per quanto intimamente fiero di quel primo, triplice e positivo risultato, propostosi capace di concedergli ancora quale istante di vita, egli non avrebbe potuto evitare di rattristarsi per una certa inutilità nel medesimo, ove, in quel frangente, era del tutto privo di spettatori in grado di testimoniare il suo successo e, in questo, di non ricordarlo semplicemente quale un ragazzotto impacciato, ma, anche, quale degno scudiero della propria padrona, così come tanto si era impegnato per diventare tale.

Purtroppo per lui, a differenza della Figlia di Marr’Mahew, non semplicemente capace di condurre intere e furiose battaglie impegnandosi in lunghi monologhi volti a schernire qualsiasi avversario a sé circostante, fosse effettivamente capace o meno di comprenderla, umano o no che esso a lei si presentasse, quanto, piuttosto, del tutto incapace di trattenere per sé quei propri ormai consueti, abituali commenti carichi di sarcasmo e ironia, e spesso autoironia, quasi avesse necessità degli stessi per spronare ogni proprio singolo movimento, offensivo o difensivo, il bravo Seem non avrebbe potuto considerarsi già sufficientemente prossimo al proprio cavaliere da imitarne, impunitamente, lo stile. Così, per quanto i primi gesti fossero derivati più da azioni inconsce, reazioni spontanee agli attacchi subiti, nel momento in cui volle stolidamente distrarsi nel fare proprie quelle poche parole, egli concesse agli scheletri di riguadagnare quanto inizialmente e apparentemente perduto in suo contrasto, non donandogli ancora pieno controllo su di sé, in proprio stesso contrasto, ma già riconoscendogli occasione utile per raggiungere la sua pelle e la sua carne, sul lato destro del collo, sul fronte sinistro del busto e in prossimità dell’addome, con tre tagli, non sufficientemente profondi da infliggergli morte istantanea e, ciò nonostante, non tanto superficiali da poter essere ignorati quali del tutto inesistenti: tre tagli, tre brucianti graffi, che, con la propria comparsa su di lui, non vollero semplicemente limitarsi a rimproverarlo per un’occasione di silenzio tanto stolidamente sprecata, ma, anche, sembrarono promettergli presto uno sviluppo ancor peggiore.

« Dimostrati sufficientemente uomo da non gridare né gemere per il dolore… » sussurrò a denti stretti, desiderando mordersi la lingua per imporre distrazione alla sua mente dalle sensazioni che, allora, quasi istantaneamente, sconvolsero tutto il suo corpo, producendo una violenta scarica di adrenalina teoricamente utile a gestire tale situazione ma, purtroppo, da lui non ancora tanto consueta, nella propria presenza, da saper essere gestita al meglio « … ti hanno colpito?! Bene. Ottimo. Meglio così. In tal modo, la prossima volta cercherai di prestare maggiore attenzione. » insistette, spronandosi in termini non eccessivamente diversi da quelli che il suo mentore avrebbe adoperato verso di lui, dopo averlo violentemente e volontariamente colpito con un pesante bastone di legno, desideroso, se necessario, di essere lui a ucciderlo onde evitare di inviarlo su un campo di battaglia privo delle adeguate conoscenze utile a permettergli di uscirne comunque vivo.

Ma in quali termini avrebbe mai potuto interpretare l’insegnamento promessogli dall’ennesima lancia diretta a proprio discapito, pronta a raggiungerlo esattamente al centro della schiena e, probabilmente, a trafiggerlo da lato a lato, quasi semplice selvaggina, cacciagione, innanzi al cacciatore? Quale profonda occasione di maturità personale avrebbe potuto considerare in tutto ciò, ove nulla di tutto quello sarebbe allora perdurato per più di un altro battito di ciglia, un altro palpito del suo cuore?

venerdì 4 marzo 2011

1143


« Q
uesta volta non finisce bene… » sussurrò a denti stretti, con tono che qualcuno avrebbe potuto considerare scaramantico, a esorcizzare il timore che pur gli stava necessariamente asserragliando il cuore, e che altri avrebbero altresì potuto giudicare di rimproverò, segno di una tardivamente raggiunta maturità attorno alle implicazioni di quel proprio atto.

In grazia, se tale fosse potuta essere definita, alla propria vicinanza con il territorio maledetto della palude di Grykoo, la città del peccato, più di ogni altra capitale kofreyota, avrebbe potuto vantare una certa familiarità con le terribili conseguenze delle oscure arti della negromanzia, le stesse che avevano, in epoche lontane, trasformato una splendida baia ricca di vita vegetale e animale, squisitamente pescosa e, in ciò, naturale punto di riferimento per molti abitanti dell'intera regione, in una landa oscenamente straboccante morte, un territorio insidioso a cui persino la luce del sole era stata negata ed entrare nel quale sarebbe equivalso a condannarsi a un fato ben peggiore rispetto a quello proprio di qualsiasi suicidio, là dove, entro quei confini, non sarebbe stata neppure concessa la serenità propria della morte. Così, se pur tutto il regno, al pari di gran parte del mondo conosciuto, non avrebbe potuto negarsi un certo superstizioso confronto quotidiano con il timore della negromanzia, espresso anche dalla consuetudine di cremare i propri defunti al fine di garantire loro occasione di imperituro risposo, in quella particolare provincia di confine il problema era stato affrontato, sin dalla trasformazione della pacifica baia di Grykoo nell'omonima e orrida palude, con maggiore consapevolezza, quella coscienza forte necessariamente derivante dalla certezza di una minaccia concreta e non di una possibilità remota.
Volendo essere obiettivi nelle proprie valutazioni, malgrado l'angosciante prossimità con la palude di Grykoo, difficilmente un abitante di Kriarya avrebbe potuto proiettare eventuali angosce relative al proprio fato nel confronto con minacce negromantiche, dal momento in cui, in maniera estremamente più semplice e comune, per essere uccisi entro quelle mura non sarebbe stato necessario coinvolgere uno zombie, o altri mostri simili, limitandosi a volgere lo sguardo, molto più semplicemente, al proprio prossimo, così come anche la sorte del cantore barbaramente sgozzato all'interno della locanda di Be'Sihl in quella stessa sera avrebbe potuto quietamente testimoniare. Ciò nonostante, il giovane Seem, che pur non aveva avuto occasione di seguire la propria attuale signora entro i confini della palude di Grykoo nell'epoca in cui ella decise di affrontarne la minaccia, né le era stato vicino in qualsiasi altra sua occasione d'incontro con altre similari creature non morte, ancor prima di quella terrificante invasione cittadina avrebbe potuto vantare una recente partecipazione a una breve, e pur intensa e memorabile, battaglia con un gruppo di zombie in occasione del funerale, poi rivelatosi falso, della propria stessa signora. Forte di simile memoria, nonché ormai abituato, al pari di chiunque nell'urbe, all'idea di un'intera città posta sotto assedio da mostri la cui semplice esistenza appariva prossima a blasfemia nel confronto con l'intero Creato e qualsiasi sua legge, egli aveva supposto, forse ingenuamente, di poter essere pronto ad affrontare da solo le vie della capitale con tutte le sue insidie, raggiungendo, addirittura, le sue imponenti mura allo scopo di scavalcarle per raggiungere, in tal modo, libertà dai pericoli a sé allora circostanti e, ancor più, occasione d'incontro con il proprio, amato cavaliere.
Suo malgrado, il forse audace, ma probabilmente solo sciocco, scudiero, ebbe presto modo di comprendere l'entità del proprio errore, della propria presunzione, quando accanto a spettri spaventosi ma sostanzialmente innocui nella propria immateriale presenza, e zombie, temibili ma anche tremendamente lenti, e in ciò sufficientemente semplici da evitare, soprattutto quando proposti in schiere non eccessivamente numerose, molte altre si proposero essere le minacce a lui lì destinate in conseguenza del proprio impavido, e folle, tentativo di attraversare la città.

« … quelli… sono male… » definì nel mentre in cui le dita della sua destra si stringevano con foga tale da sbiancare le sue nocche attorno all'impugnatura del proprio stiletto, un'arma già più volte dimostratasi estremamente utile, persino micidiale in virtù dell'addestramento da lui ricevuto, e che pur, in quell'occasione, sembrò particolarmente ridicola, se non, direttamente, inutile.

Spettri, rapidi ma innocui; zombie, letali ma lenti: due assiomi, nella sua mente, incontrovertibili e, paradossalmente, in grado di concedergli fiducia.
Ma cosa sarebbe stato di tutto il suo ardimento, di tutta la sua sicurezza, nel momento in cui gli fosse stato posto innanzi una nuova categoria di nemici, in grado di unire, in sé, i terribili pregi di quelle due creature e, al contempo, di ovviare ai loro limiti?
Questo accadde, invero, nel momento in cui, dopo aver svoltato un angolo in direzione della porta occidentale della città, tragitto da lui scelto in maniera spontanea, naturale e del tutto priva di una qualche particolare riflessione, in conseguenza alla quale avrebbe potuto ricordarsi come alcuna differenza sarebbe potuta essere, per lui, nel dirigersi verso di una delle sole quattro soglie lì rimaste in città delle dodici originariamente concepite, o, piuttosto, verso una delle semplici pareti di muratura lì erette, ove mai, comunque, avrebbe potuto allora attraversare simile varco, serrato prima del tramonto e impossibile da aprire per una persona sola, il povero Seem ebbe modo di ritrovarsi a confronto diretto con un'immagine del tutto nuova per sé e probabilmente per chiunque altro in città, un quadro inedito innanzi al quale non poté evitare di rabbrividire in maniera preventiva, ancor prima, persino, di avere effettiva coscienza di quanto grave potesse essere la propria attuale situazione: scheletri… scheletri a cavallo.
Indubbiamente quali scheletri avrebbero dovuto essere identificate quelle creature, ove, sotto l'azione dei pallidi raggi argentati della luna, le loro candide ossa bianche sembravano quasi risplendere, del tutto spoglie di qualsiasi pur vago ricordo dell'umanità di un tempo, quali brandelli di vestiti, di pelle, di carne, muscoli o, banalmente, cartilagine. Ancor più indubbiamente a cavallo essi avrebbero dovuto essere riconosciuti in quanto, effettivamente, lì proposti sul dorso di ancor più oscene, negromantiche cavalcature, scheletriche loro pari ma di equina natura, qual il giovane scudiero non ebbe dubbio alcuno ove anche non gli fosse stata offerta concreta e passata occasione per confrontarsi con l'anatomia propria di un tale animale. E se, nel concetto proprio di cavalieri non morti in sella a cavalli egualmente non morti, vi sarebbe potuta essere già ampia e incontestabile ragione di preoccupazione per chiunque, nel presentare un'immagine assolutamente diversa da quella abitualmente propria di zombie e spettri che mai erano stati lì individuati quali dotati di un tale genere di orridi sodali, nel mostrare quegli stessi impugnare lunghe spade, o picche, o asce, e agire, in ciò, attraverso movenze assolutamente naturali, ove anche completamente innaturale fosse allora la loro stessa esistenza, non avrebbe potuto che giustificare ogni timore proprio del malcapitato, lì volontariamente sospintosi e, pur, non per questo, ansioso di conoscere prematura morte.

« Oh, sì… quelli sono veramente male… » confermò le proprie stesse parole, quasi fosse impegnato in un dialogo con un qualche ipotetico compare, psicologicamente abbisognando di tale idea per riuscire a sostenere il peso di tutto quell'orrore e di quanto, era praticamente certo, sarebbe allora accaduto.

E se, nel mentre in cui quelle sillabe furono scandite fra le sue labbra, i suoi piedi, animati da pensiero autonomo, iniziarono a strisciare sulla polverosa strada lastricata di grosse pietre, accennando a un lento retrocedere, nell'istante in cui il primo fra quei mostruosi cavalli si impennò, spronato dal proprio cavaliere a muoversi alla volta di quel nuovo e inatteso obiettivo, subito individuato qual tale, Seem non poté evitare di costringere ogni proprio singolo membro a tendersi all'indietro, scattando con foga tale da quasi scivolare al suolo ma, fortunatamente, subito riprendendosi e, in questo, impegnandosi in una sfrenata corsa nel verso opposto a quello entro il quale aveva inizialmente pianificato di sospingersi, riconoscendo, ora, quale prioritario non tanto il raggiungimento delle mura, quanto, piuttosto, il proprio mantenimento in vita, ragione per la quale, nel contempo, non mancò di impegnare la propria gola in un forse non onorevole, e pur assolutamente umano, grido di terrore per quanto stava lì accadendo.