11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 5 marzo 2011

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« … n
on so se esista un qualche dio lassù. Se effettivamente c’è, i casi possono essere solo due: o mi ha preso in antipatia… o ha un pessimo senso dell’umorismo. » commentò, quasi arrancando sul terreno davanti a sé con le mani, tanto si pose piegato al suolo nella indesiderata competizione con quell’orrore, rimpiangendo, in cuor suo, di non aver ancora accettato l’idea di credere in una qualche divinità, fede che gli avrebbe, per lo meno, concesso di bestemmiare il nome di tale intangibile e ineffabile figura, nel domandargli il perché di tanta crudeltà a proprio discapito.

Privo di una qualsivoglia educazione religiosa, infatti e paradossalmente, Seem non riteneva di possedere alcun diritto volto a invocare impropriamente il nome di un qualche dio o di una qualche dea, fosse anche e semplicemente a titolo di sfogo psicologico al pari della maggior parte dell’umanità, inclusa anche la propria tanto adorata signora che, non di rado, affidava le proprie speranze, e le proprie lamentele, alla misteriosa figura della dea Thyres. Solo con se stesso, pertanto, egli si ritrovò in fuga da quelle spiacevoli figure, le quali, dal canto proprio, ben presto vollero riservargli dimostrazione di quanto la prima impressione che egli aveva ricavato dall’immagine da loro presentata non avesse da giudicarsi particolarmente esagerata in loro favore o in proprio sfavore, riconoscendogli ogni ragione di timore per il proprio immediato futuro e la sua stessa ipotetica occorrenza: a differenza degli zombie, ancora tanto lenti da poter essere considerati poco più che un intralcio sul proprio percorso, gli scheletri dimostrarono, suo malgrado, di sapersi muovere in maniera non solamente agile e dinamica, ma, ancor peggio, rapida, non diversamente da quanto sarebbe stato proprio per un qualsiasi cavaliere umano seduto sul dorso di un equino sodale, quand’entrambi ancora in vita. E, in questo, vanificarono repentinamente ogni sua speranza di evasione da loro e dalle loro armi, raggiungendolo prim’ancora che egli potesse valutare la convenienza o meno a voltarsi per cercare di comprendere quanta distanza stesse riuscendo effettivamente a porre fra sé e loro.
Nel momento in cui lo sventurato scudiero si vide completante circondato da quei mostri, chiaramente a lui avversi e desiderosi di aggiungerlo, quanto prima, alle loro negro mantiche schiere, forse quale spettro, forse quale zombie o, chissà, magari effettivamente quale scheletro a propria volta, qualsiasi bestemmia non avrebbe probabilmente mancato di essergli ampiamente perdonata, riconoscendogli ampie attenuanti per quello specifico caso, tanto che egli avesse potuto sviluppare un’istantanea fede nel sacro, quant’anche, invece, avesse continuato a proporsi qual ateo, così come era stato sino a quel momento. Tuttavia, neppure allora la sua voce riuscì a concederti una simile occasione di sfogo, vedendolo muovere, semplicemente, le labbra a vuoto e, in ciò, lasciandolo apparire non dissimile da un pesce proiettato, spiacevolmente, fuori dal mare per sé natio, dalla quiete di un territorio accogliente, piacevole e conosciuto, per confrontarsi con un mondo altresì ostile, non solo nei propri stessi abitanti, quanto, ancor più, nella semplice aria lì concessa da respirare.
Lucente fu lo scintillio di una lama proiettata, un attimo dopo, in direzione del proprio stesso capo, con un ampio movimento orizzontale che, nel migliore dei casi, lo avrebbe istantaneamente decapitato non concedendogli neppure occasione per comprendere cosa stesse accadendo, non che alcuno, in verità, avesse mai avuto occasione di testimoniare in quale concreta misura una simile morte avesse da considerarsi realmente rapida e pietosa. Altrettanto lucente fu, in replica, lo scintillio della più esile, ma non per questo debole, lama dello stiletto del giovane, levatosi, in maniera quasi spontanea, a sua protezione, a sua difesa, reagendo, per sua fortuna, in autonomia rispetto alla propria mente, non quale risposta di un desiderio cosciente, quanto, piuttosto, quale reazione inconscia derivante dal severo addestramento al quale il grande Degan lo aveva sottoposto quale ultimo fra tutti i propri allievi e, a modo suo, definitivo custode del suo retaggio in conseguenza di tale ruolo. Mentre, infatti, la parte più razionale del giovane si stava impegnando a cercare di comprendere con quale frase sarebbe stato più opportuno offrire il proprio ultimo saluto al mondo, diviso fra un romantico « Ti amo, Arasha! » e un altresì più drammatico « Perdonami, mia signora! », ovviamente quest’ultimo in riferimento al proprio non raggiunto cavaliere, le parti più emotive e fisiche del suo essere preferirono dedicare le energie per lui ancora proprie in favore di propositi più costruttivi rispetto a quello destinato all’individuazione del proprio estremo congedo dalla vita, primo fra tutti quello rivolto a protrarre a data da definirsi, e possibilmente da definirsi in tempi più distanti possibili dal tempo presente, l’intera questione. E, così, non solo quella prima spada venne arrestata nel proprio attacco d’esordio, ma, anche e ancora, una picca fu agilmente evitata dal proprio busto, e un’ascia, non semplicemente diretta, quanto, persino, lanciata in proprio contrasto, venne schivata con un movimento sì agile e deciso del quale persino lui, per primo, non poté che riservarsi ragione di stupore.

« Dannazione… perché non c’è mai nessuno a guardarmi quando ne combino una buona?! » si domandò, con un’intonazione addirittura delusa nella propria stessa voce, dal momento in cui, per quanto intimamente fiero di quel primo, triplice e positivo risultato, propostosi capace di concedergli ancora quale istante di vita, egli non avrebbe potuto evitare di rattristarsi per una certa inutilità nel medesimo, ove, in quel frangente, era del tutto privo di spettatori in grado di testimoniare il suo successo e, in questo, di non ricordarlo semplicemente quale un ragazzotto impacciato, ma, anche, quale degno scudiero della propria padrona, così come tanto si era impegnato per diventare tale.

Purtroppo per lui, a differenza della Figlia di Marr’Mahew, non semplicemente capace di condurre intere e furiose battaglie impegnandosi in lunghi monologhi volti a schernire qualsiasi avversario a sé circostante, fosse effettivamente capace o meno di comprenderla, umano o no che esso a lei si presentasse, quanto, piuttosto, del tutto incapace di trattenere per sé quei propri ormai consueti, abituali commenti carichi di sarcasmo e ironia, e spesso autoironia, quasi avesse necessità degli stessi per spronare ogni proprio singolo movimento, offensivo o difensivo, il bravo Seem non avrebbe potuto considerarsi già sufficientemente prossimo al proprio cavaliere da imitarne, impunitamente, lo stile. Così, per quanto i primi gesti fossero derivati più da azioni inconsce, reazioni spontanee agli attacchi subiti, nel momento in cui volle stolidamente distrarsi nel fare proprie quelle poche parole, egli concesse agli scheletri di riguadagnare quanto inizialmente e apparentemente perduto in suo contrasto, non donandogli ancora pieno controllo su di sé, in proprio stesso contrasto, ma già riconoscendogli occasione utile per raggiungere la sua pelle e la sua carne, sul lato destro del collo, sul fronte sinistro del busto e in prossimità dell’addome, con tre tagli, non sufficientemente profondi da infliggergli morte istantanea e, ciò nonostante, non tanto superficiali da poter essere ignorati quali del tutto inesistenti: tre tagli, tre brucianti graffi, che, con la propria comparsa su di lui, non vollero semplicemente limitarsi a rimproverarlo per un’occasione di silenzio tanto stolidamente sprecata, ma, anche, sembrarono promettergli presto uno sviluppo ancor peggiore.

« Dimostrati sufficientemente uomo da non gridare né gemere per il dolore… » sussurrò a denti stretti, desiderando mordersi la lingua per imporre distrazione alla sua mente dalle sensazioni che, allora, quasi istantaneamente, sconvolsero tutto il suo corpo, producendo una violenta scarica di adrenalina teoricamente utile a gestire tale situazione ma, purtroppo, da lui non ancora tanto consueta, nella propria presenza, da saper essere gestita al meglio « … ti hanno colpito?! Bene. Ottimo. Meglio così. In tal modo, la prossima volta cercherai di prestare maggiore attenzione. » insistette, spronandosi in termini non eccessivamente diversi da quelli che il suo mentore avrebbe adoperato verso di lui, dopo averlo violentemente e volontariamente colpito con un pesante bastone di legno, desideroso, se necessario, di essere lui a ucciderlo onde evitare di inviarlo su un campo di battaglia privo delle adeguate conoscenze utile a permettergli di uscirne comunque vivo.

Ma in quali termini avrebbe mai potuto interpretare l’insegnamento promessogli dall’ennesima lancia diretta a proprio discapito, pronta a raggiungerlo esattamente al centro della schiena e, probabilmente, a trafiggerlo da lato a lato, quasi semplice selvaggina, cacciagione, innanzi al cacciatore? Quale profonda occasione di maturità personale avrebbe potuto considerare in tutto ciò, ove nulla di tutto quello sarebbe allora perdurato per più di un altro battito di ciglia, un altro palpito del suo cuore?

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