Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
domenica 24 giugno 2012
1618
Avventura
034 - Redenzione
« Questa volta ci sei andata vicina… troppo vicina. » sussurrò Be'Sihl, accarezzandole i capelli neri, ritornati inevitabilmente arruffati nel momento stesso in cui l'umidità dell'acqua li aveva completamente abbandonati « Eri così desiderosa di liberarti di me, al punto tale da preferire affogare piuttosto che trascorrere ancora un quarto d'ora in mia compagnia?! » le domandò, con polemica dolcezza, scherzoso, invero, nel proprio domandare.
Midda Bontor aveva appena riaperto gli occhi quando egli parlò e, in verità, era ancora così stordita che, per un momento, non comprese chi avesse di fronte né cosa gli stesse dicendo. Solo dopo qualche lunghissimo istante riuscì a focalizzare l'immagine del proprio amato e, con un ulteriore ritardo, a rielaborare le parole da lui appena scandite.
Nel mentre in cui la consapevolezza del mondo esterno le iniziò a ritornare, anche quella del suo stesso corpo non si fece attendere, evidenziandole un intenso dolore alla mano sinistra e uno nel centro della schiena, sulla quale, in quel momento, non giaceva, essendo stata sdraiata sul fianco destro. E se, un ulteriore presa di coscienza, la spinse a definire il dolore al centro della schiena qual evidente conseguenza dell'attacco della medusa, ancora a stento ricordato nei propri dettagli; quello alla mano sinistra non risultò così ovvio nelle proprie ragione, costringendola a tentare di comprenderne le ragioni.
Fu allora che ella chinò, lentamente, il proprio sguardo verso tale arto e, con sorpresa, notò come le proprie dita fossero ancora chiuse attorno all'impugnatura della sua spada, lì serrate con vigore tale da aver completamente sbiancato la sua già pallida pelle in quel punto, e da essersi addirittura rattrappite in quella posizione, non dissimili a quelle della mano di un morto.
« Sì. » annuì lo shar'tiagho, allungando la propria mancina ad accarezzarle il viso, con un gesto delicato e pur carico di amore e di premura verso di lei « Dovevi avere così tanta paura di perderla, come l'altra, che non l'hai lasciata andare. Neppure quando ti abbiamo tratta sul ponte della Jol'Ange. Non nego che, per un istante, ci hai spaventato veramente per questo... sembravi veramente un cadavere. » sottolineò, scendendo con la carezza verso la sua mano in oggetto in tal monologo, accarezzando anch'essa e, in tal gesto, implicitamente invitandola ad aprirla, a lasciare andare quella spada, ora che non aveva più bisogno.
Ben lontana dal potersi riconoscere desiderosa di tradire le aspettative del suo uomo, la mercenaria si sforzò di aprire le estremità di quell'arto intorpidito, del quale, per un fugace momento, temette di aver perso il controllo, in assenza di una qualunque risposta.
Ma, dopo il primo tentativo, e non senza nuovo dolore, quelle dita si aprirono di qualche frazione di pollice, per poi, ancora, di un altro poco, non in misura sufficiente dal considerarle già distese, ma, per lo meno, quanto necessario a vederle aprirsi e lasciare ricadere la pesante spada oltre il bordo del suo giaciglio, sul pavimento in legno della nave.
« Sappi, comunque, non ho abboccato al tuo amo neppure per un istante: dopo lo scherzo che mi hai fatto quando hai inscenato la tua morte nella mia locanda, non ci credo più a certe cose… » proseguì egli, sorridendole e, con infinita dolcezza, chiudendo le proprie dita attorno alla sua mano, massaggiandola con gesti lenti e costanti, nella volontà di riattivare in quel punto la circolazione del sangue « Lo so che ucciderti è molto più difficile di quanto non vuoi dare a credere, e non ho dubitato, neppure un istante, che ti fossi salvata anche questa volta. »
Parole cariche di una profonda malinconia, le sue, che non riuscirono a dissimulare quanto, al contrario, quell'uomo dovesse aver nuovamente temuto e sofferto per la prematura morte della propria donna, come già troppe volte in quegli ultimi tempi. Malgrado ciò, egli non avrebbe mai detto o fatto nulla per impedirle di essere ciò che era, laddove, in tal caso, era consapevole che l'avrebbe perduta.
E di questo e non solo, ella lo ringrazio intimamente, con tutto l'amore del suo cuore e l'adorazione della sua anima. Lo ringraziò per essere ciò che era. Lo ringraziò per comprenderla come egli la comprendeva. E lo ringraziò per non essere venuto meno nella sua quotidianità, come ella, nel profondo del proprio intimo, era terrorizzata dall'eventualità che potesse occorrere.
« Ciò non toglie che tu sia stata una pazza a tentare di compiere quanto hai compiuto. » la rimproverò con tono ancora dolce, per quanto serio, scuotendo il capo, senza interrompere neppure per un istante l'azione della propria mano su quella di lei, incitato in tal senso dal percepire una reazione positiva in conseguenza ai propri gesti, ai propri sforzi « Come dicevo, questa volta ci sei andata vicina… troppo vicina. Ho dovuto osservare Noal mentre cercava di rianimarti, dopo che Av'Fahr ti ha sollevata di peso dal profondo del mare. Ho dovuto guardarlo mentre ti comprimeva il petto, incitando il tuo cuore a battere con maggiore decisione, e i tuoi polmoni a rigettare tutta l'acqua lì accumulata, e mentre ti soffiava aria in bocca, per non permetterti di abbandonare il regno dei vivi. »
Ancora incapace a presumere la possibilità, o meno, di riuscire a parlare, la Figlia di Marr'Mahew restò in silenzio ad ascoltare quelle parole. Parole che non mancavano di rimproverarla, ovviamente. Ma parole che non si negavano, neppure, la possibilità di supplicarla. Di pregarla di rendere propria maggiore prudenza, laddove, in questa occasione, ella era rimasta salva solo in grazie alla cima che aveva voluto legata ai propri fianchi, e alla forza straordinaria dei muscoli del colosso dei regni desertici centrali, capaci di sottrarla a quelle acque che sarebbero potute essere la propria tomba.
Invero, nel confronto con l'idea di essere quasi annegata, con il pensiero di aver quasi abbandonato il proprio mondo in quell'unica via tanto terrificante innanzi allo sguardo di un qualunque marinaio, di chi avesse votato la propria vita al mare così come, un tempo, ella aveva compiuto; ella non poté ovviare a un brivido di orrore, che si palesò in una violenta increspatura della sua pelle, sulle braccia, sul petto, sulle gambe, sotto le dita del suo amato, comunicandogli silenziosamente quel sentimento che forse mai sarebbe riuscita a scandire a parole… ma che, da lui, venne allora compreso, vedendolo stringere con più energia, con più fermezza, la sua mano, prima di spingersi in avanti, verso il suo viso con il proprio, verso le sue labbra con le proprie, in un bacio quasi completamente privo di quella appassionata carica sessuale caratteristica della maggior parte dei loro baci, e, ciò nonostante, forse uno dei più intensi fra tutti quelli di cui ella aveva goduto, allora carico solo di infinita dolcezza e tenero amore, in una tacita promessa di imperitura fedeltà. Qualunque cosa sarebbe mai occorsa, qualunque scelta ella avesse mai compiuto, per quanto folle o straordinaria essa avrebbe potuto dimostrarsi, egli le sarebbe rimasto sempre a fianco, non l'avrebbe mai abbandonata, non sarebbe mai venuto meno all'amore che, in quel bacio, volle dimostrarsi puro come quello di una ballata romantica, di una canzone, ancor più che di una storia vera, reale e concreta qual la loro.
E quando egli si staccò da lei, non ritraendosi ma, semplicemente, ponendo un soffio di distanza fra sé e le labbra della sua amata, le sue parole vollero solo confermare quanto i suoi gesti avevano comunicato, rendendolo, innanzi agli occhi della donna, così perfetto da non poter neppure sembrar vero. Al punto tale da rendere quanto accaduto con Desmair del tutto pari a un peccato veniale, a un errore privo di colpa.
« Non è stato bello… » sussurrò, contro di lei, dolce alito contro quelle carnose labbra lì tanto bisognose d'affetto e di comprensione « Non è stato per niente bello rischiare, ancora una volta, di perderti. Ma ti amo, Midda Namile Bontor. Ti amo come non credo neppure di essere in grado di amare. E sarò sempre accanto a te. Sarò sempre dalla tua parte. Qualunque cosa accada. Qualunque potrà mai essere tua scelta, per la tua vita e per la nostra relazione. »
sabato 23 giugno 2012
1617
Avventura
034 - Redenzione
Acciaio contro gelatina. O in qualunque altro modo avrebbe potuto essere descritto il corpo della medusa. La lotta, al di là di ogni possibile dubbio avrebbe dovuto essere riconosciuta qual trasparentemente impari. Ma non per le due donne mortali, che in quell'assalto stavano rischiando apertamente il proprio futuro, quanto e piuttosto per la stessa creatura marina che, nel confronto con quell'impeto, nulla avrebbe potuto compiere se non soccombere, quietamente, discretamente, con nulla di meno di sano realismo, di quieta accettazione per la realtà. E così sembrò essere, nel mentre in cui, ondeggiando come se nulla stesse accadendo, la medusa sembrò impegnata solo a riflettere su come sarebbe stato meglio condurre il proprio attacco in contrasto alla nave, alla goletta, e non alle sue due avversarie, della presenza delle quali, forse, neppure aveva maturato effettiva consapevolezza.
In tal modo, per quasi la metà del tempo da loro contemplato qual possibilmente proprio, la donna guerriero e la sua compagna di ventura poterono inveire liberamente in contrasto al proprio obiettivo, al proprio avversario da abbattere e distruggere almeno sino a quando non sarebbe stata loro concessa inderogabile libertà nel proseguire il cammino abbracciato qual proprio. Ma prima ancora che due terzi della medusa potessero essere profondamente squarciati dalla loro irruenza, un'improvvisa corrente marina pose in allarme la Figlia di Marr'Mahew, costringendola ad abbandonare il proprio compito e a proiettarsi, più velocemente possibile, verso Masva, trattenendosi a stento dal gridare il suo nome in quella che sarebbe stata solo un'inutile perdita d'aria.
Quella inopportuna corrente, infatti, era giunta alle spalle di Midda, e in tal percorso avrebbe sicuramente sospinto i tentacoli della creatura a risollevarsi, e risollevarsi in direzione della sua rossa coadiuvante, la quale, in ciò, sarebbe stata colta alla sprovvista da un attacco imprevisto, da un offensiva mortale impostale a tradimento, non tanto dai tentacoli della piovra, quanto più, terribile a dirsi, dal mare stesso. Ovviamente, come nel confronto con ogni prova fra le numerose a lei offerte dal destino nel corso della propria esistenza, la mercenaria non si sarebbe concessa occasione di restare a quieto confronto con tutto quello, con la morte di una propria compagna, di una propria complice e, così come tutto aveva osato in passato per chiunque a lei vicino, da Salge a Be'Sihl, passando per Seem, Howe e Be'Wahr, e anche Carsa Anloch, poi rivelatasi una traditrice, ancora una volta ella osò tutto il possibile per salvare Masva da quella promessa di morte, proiettandosi verso di lei e, prima ancora che ella potesse intendere cosa stesse accadendo, spingendola lontano da quel pericoloso punto, da quella promessa di dolore e di morte.
Con una poderosa spinta a opera del proprio destro, in tante occasioni adoperato per donare la morte, in quella per promuovere la vita, ella si sostituì alla rossa nella posizione ove, di lì a un istante, sarebbero precipitati i tentacoli della medusa, pronta a fronteggiarli così come, proprio malgrado, l'altra non sarebbe stata capace di compiere. E dove anche eventuali dubbi sul significato di quel gesto avrebbero potuto essere propri della giovane, nell'osservare l'effettiva evoluzione degli eventi, con la spada dagli azzurri riflessi mossa all'unico scopo di spazzare lontano dalla compagna qualunque minaccia, ogni possibile domanda trovò una giusta risposta, incitandola, nel contempo, a non perdere un solo, ulteriore, attimo nel contemplare quella lotta per la sopravvivenza, riprendendo con l'offensiva a discapito della medusa. Perché se quello di Midda fosse stato alfine un sacrificio, l'unico modo per onorarlo sarebbe stato quello di riuscire ad abbattere quell'orrore sottomarino come da lei desiderato; e non sprecare anche la propria esistenza in un altresì forse vano tentativo di trarla in salvo da quella sorte che ella aveva reso propria per riconoscerle l'occasione di un futuro, di un domani altrimenti negatole.
Così, nel mentre in cui la marinaia non rallentò la furia dei propri attacchi, lasciando ripetutamente ricadere la propria straordinaria spada di Hyn sulla cupola della medusa per cercare, con la propria ultima riserva d'aria di completare lo squarcio longitudinale lì aperto da lei e dalla mercenaria sua compagna e ispirazione; quest'ultima spese le proprie ultime energie nel disperato tentativo di proteggersi da una carica inarrestabile di terribili tentacoli, ancora una volta pressoché invisibili nella propria presenza ma, ancora una volta, ineluttabilmente letali nella propria minaccia. Scopo della Figlia di Marr'Mahew, come giustamente presunto dalla sua sodale, avrebbe dovuto essere riconosciuto in una copertura strategica, atta ad arginare il pericolo di morte intrinseco in quell'assedio e a permettere all'altra, in ciò, di terminare il lavoro laggiù iniziato.
In contrasto alle due donne, tuttavia, non avrebbe dovuto essere obliato il fattore tempo. Un tempo che, ormai, avrebbe dovuto essere riconosciuto quale agli sgoccioli. E che, da un momento all'altro, avrebbe visto una delle due costretta a risalire o a morire lì sotto, annegata.
In quanto figlie dei mari, entrambe erano a conoscenza di quanto terribile avesse da considerarsi la morte per annegamento, forse una delle peggiori auspicabili, ove persino finire in pasto a un ippocampo… o a una medusa gigante, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual più pietoso rispetto al destino di un annegato. Pertanto, costrette con le spalle al muro a scegliere fra la risalita in superficie e una nuova, azzardata discesa lì sotto; o la morte diretta in un modo tanto terribile; entrambe avrebbero avuto ragione di scegliere per una temporanea ritirata. Motivo per cui, sebbene meno di sei piedi di cupola le mancassero per concludere quell'incredibile missione, Masva fu costretta a cedere, saltando lontana dalla propria antagonista e annaspando, in parte aggrappata alla corda, per risalire, per poter ritornare a respirare aria, riempiendo i propri polmoni dolenti.
Rimasta sola, e consapevole del necessario abbandono della propria compagna, Midda volle gettare un fugace sguardo all'indietro, desiderosa di comprendere quanto, effettivamente, mancasse al termine di quel folle piano, la cui efficacia avrebbe dovuto ancora essere del tutto dimostrata. E rilevando come, in effetti, ben misero avesse da considerarsi il tratto da infrangere per raggiungere un'ipotesi di successo, ella decise di tentare la sorte, consapevole, comunque, di doverlo presto o tardi compiere per risalire in superficie, a meno di non volersi affidare volontariamente all'abbraccio della medusa.
« … Thyres… » si concesse di invocare il nome della propria dea, spendendo un flebile soffio d'aria, qual giusto tributo a colei che sola avrebbe potuto concederle salvezza o morte in quel momento.
Tale offerta, tuttavia, non sembrò sufficiente a rendere grazia alla signora dei mari, laddove, prima ancora che ella potesse sperare di essersi allontanata dal raggio d'azione dei tentacoli, in grazia a un balzo verso il centro della cupola, qualcosa le si avvinghiò con furia attorno a busto, ustionandole un paio di pollici sulla schiena. Sfortunatamente un tentacolo l'aveva raggiunta, e come già attorno al suo braccio destro ora le si era avvinghiato attorno al corpo, in un gesto incontrollato e tuttavia più che utile a uccidere una qualunque preda. Fortunatamente la pelle conciata di sfinge, ancora perfetta nel proprio corto pelo dorato come il giorno in cui era stata strappata dalla sua proprietaria, non la tradì in quell'importante occasione, proteggendola dal veleno nella medusa in quasi tutta l'area attorno alla quale il tentacolo si era avviluppato, fatta eccezione per una minuscola, ma dolorosa, propaggine appoggiata contro la sua schiena.
Quell'ustione, perché in simile misura apparve esprimersi contro la sua candida pelle, non si rivelò allora sufficientemente carica di tossine da stordirla, ma, purtroppo, più che adeguata per spingerla a gridare tutta la sua pena, in un urlo soffocato nelle acque del mare, utile, solamente, a privarla di tutta l'aria che ancora avrebbe potuto vantare nei proprio polmoni. In ciò, quindi, una condanna a morte non restò inespressa nei suoi confronti, laddove se con un gesto deciso ella riuscì ad amputare quel tentacolo prima che esso potesse trascinarla lontano, verso la selva di suoi simili dalla quale si era pocanzi allontanata; tale azione, simile movimento, avrebbe dovuto essere necessariamente riconosciuto quale l'ultimo che si sarebbe potuta concedere, prima di essere costretta ad aprire la bocca e, proprio malgrado, a inspirare acqua.
« … Thyres… » ripeté, aggrappandosi con tutte le proprie ultime energie alla propria lama, unica certezza rimastale, ora che la sua dea, lì richiamata con tono quasi di rimprovero, non l'aveva voluta sostenere in quell'unico momento di reale bisogno, entro i confini del suo territorio.
venerdì 22 giugno 2012
1616
Avventura
034 - Redenzione
Al di là di quanta poca complicità passata potessero aver maturato le due donne, in quel momento, in quella situazione, in quella missione, esse avrebbero dovuto riconoscersi, e si riconoscevano, quali due sorelle, unite l'una all'altra non da un sangue comune, ma da una comune nave, la Jol'Ange, alla quale entrambe erano legate e per la quale entrambe, in quel momento, erano pronte a rischiare le proprie vite. Per tal solida e inoppugnabile ragione, tanto l'una quanto l'altra, lì avrebbero collaborato quasi espressioni di un'unica mente, di una sola volontà, utile a concretizzare quel comune desiderio di salvezza per loro e per tutti coloro che, in quel momento, dal loro successo dipendevano.
Solo un ultimo sguardo, in tal modo, fu necessario a entrambe per prendere commiato l'una dall'altra, in un silenzio più carico di significato di quanto avrebbe potuto esserlo un discorso di mille e ancor mille parole, che in tanta abbondanza sarebbero alfine apparsi più simili a dei significanti vuoti che a un reale pensiero reciprocamente rivolto. E il pensiero, in quell'istante, fu reale, perché nella condivisa quiete entrambe vollero rassicurarsi di quanto avrebbero combattuto sino all'ultimo pur di concludere quanto lì avrebbero iniziato.
L'ultimo, profondo respiro e giù. Sott'acqua. Verso il loro avversario. Verso la medusa gigante!
Ormai abituatasi all'acqua salata, Midda non si riservò alcun problema nel contatto con l'acqua del mare, nuovamente in apparente opposizione ai propri occhi, e pur, ora, non più tanto violenta, nel proprio effetto, qual pocanzi. E se anche Masva avrebbe potuto allora soffrire in qualche misura per quell'incontro, non si concesse occasione di offrirne la benché minima evidenza, quasi la sua concentrazione, il suo evidente impegno nella missione assegnatale, non le concedesse alcuna possibilità di sprecare il proprio tempo soffrendo per una tanto stolida motivazione.
In parte nuotando, in parte persino trascinate dal peso delle proprie armi, per sostenere le quali in superficie, pocanzi, entrambe avevano dovuto litigare in misura non trascurabile; le due donne affondarono rapidamente fra le acque del mare, allontanandosi dalla luminosità superficiale per raggiungere la medusa parzialmente celata in una zona d'ombra. E, ancora una volta, se Masva avrebbe potuto allora stupirsi in qualche misura per le dimensioni della creatura, seppur avvisata in tal senso, non ne offrì alcuna trasparenza, alcuna evidenza, affrontando tutto ciò con una professionalità che la Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto che ammirare.
Quella giovane donna, ormai più donna che giovane, incarnava perfettamente tutto ciò che mai Thyres avrebbe potuto attendersi da una delle proprie figlie, forse in misura persino superiore a quella che la stessa mercenaria era solita concedersi di essere. Dopotutto, proprio quest'ultima non si era negata un moto d'angoscia nel confronto con quanto avrebbe dovuto affrontare, sentimento che, parimenti, non era riuscita a cogliere sul volto della propria compagna, lì complice e collaboratrice. Ove possibile, quindi, in tutto quello Masva si stava dimostrando persino superiore alla donna guerriero più famosa di tutto quell'angolo di mondo, alla combattente che l'impossibile aveva più volte trasformato in quotidianità, abbattendo avversari che alcuno avrebbe potuto abbattere e superando ostacoli che nessuno avrebbe potuto superare.
Non una compagna migliore, pertanto, Midda giudicò avrebbe potuto scegliere fra quelli pur indubbiamente capaci appartenenti all'equipaggio della Jol'Ange. Perché se pur Ja'Nihr mancava a lei non di meno che ad Av'Fahr, avendo trovato in quella straordinaria cacciatrice dei regni desertici quasi un completamento di sé; e se la mancanza di Berah non avrebbe potuto essere ignorata al pari di quella del suo amato capitan Salge Tresand, ove ella rappresentava tutto ciò che Midda si era negata di essere al fianco di questi; Masva, ora unica lì presente, si stava impegnando a dimostrare come alcun rimpianto avrebbe potuto essere proprio per la donna guerriero al pensiero di coloro che lì, al contrario, non avrebbero più potuto essere.
Rimembrando le ragioni di quella loro nuotata subacquea, e imponendosi di ridurre al minimo ogni occasione di distrazione, ove il benché minimo disturbo avrebbe potuto rappresentare per lei un'occasione di morte e ove Masva non aveva certamente bisogno di quell'attenzione che ella le stava ora tanto ripetutamente offrendo; la Figlia di Marr'Mahew volse tutto il proprio interesse, tutta la propria concentrazione in direzione della medusa, a loro sempre più vicina.
Sebbene, infatti, i tentacoli di quel mostro, al pari dei suoi simili di dimensioni inferiori, non avessero alcun controllo sui propri movimenti, avvolgendosi attorno a una preda solo in conseguenza a una tensione istintiva e incontrollata; ella era più che consapevole di come gli ondeggiamenti di quella creatura, e le correnti marine, avrebbero troppo facilmente potuto condurre una di quelle propaggini al di sopra della cupola loro obiettivo, ponendola pericolosamente sul loro cammino e, in ciò, attentando al successo della loro missione e, in secondo luogo, alle loro vite. Un semplice tocco, seppur sfiorato, avrebbe potuto spingere un tentacolo, quasi trasparente al pari della stessa medusa in quelle acque, a catturarle, e a ucciderle, ancor prima che loro stesse potessero elaborare che diamine potesse essere accaduto.
Per tale ragione, pur non arrestando la propria discesa, la donna guerriero impose al proprio braccio destro, in nero metallo dai rossi riflessi, e alla propria lunga lama bastarda, in chiaro metallo dagli azzurri riflessi, di sondare l'acqua a lei antistante, allontanando, se possibile, ogni minaccia dalle sue membra. E forse in grazia di ciò, forse per una semplice e fortunata coincidenza, ella riuscì a sfiorare, quasi impunemente, la cupola del mostro, certa di essere ormai giunta al termine della propria discesa. Fu, tuttavia, proprio in quel momento che, come temuto, un violento strattone fu imposto alla sua protesi stregata, vedendola trascinata, interamente, molto più in basso di quanto ella non desiderasse scendere, verso quella selva mortale di tentacoli carichi di tossine fra i quali solo morte l'avrebbe potuta attendere.
Chiunque altro, forse anche la stessa Masva, in quell'occasione sarebbe necessariamente trapassato, forse qual giusto tributo agli dei del mare per l'eccessiva audacia, ai limiti della blasfemia, da lei resa propria con quell'azione. Ma Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, la Campionessa di Kriarya, ultimo fra i molti titoli a lei attribuiti in conseguenza alle sue straordinarie gesta, non avrebbe mai accettato con rassegnazione quel destino, quel letale fato; né, al tempo stesso, si sarebbe mai concessa occasione di agitarsi istericamente nella ricerca di una salvezza improbabile da raggiungere. Al contrario. Per quanto, comunque, lo strattone iniziale l'avesse colta in contropiede, costringendola addirittura ad abbandonare alcune bolle di preziosa aria; la consapevolezza di quanto le sarebbe di lì a poco accaduto scaricò nel suo corpo riposato e in perfetta salute una dose di adrenalina tale da permetterle di considerarsi persino capace di spezzare, in due, quella medusa a mani nude. Ragione per la quale, con incredibile energia, ma con assoluto controllo, quasi quella che stava per compiere nulla di più avesse da considerarsi rispetto al movimento di un pezzo del gioco del chaturaji; ella mosse la propria lama ad amputare un tentacolo che neppure era in grado di scorgere, per liberarsi da quel traino verso la morte e poter nuotare verso la cima di quell'orrore, al fine di porre in esser quanto ripromessosi di compiere.
E quando riuscì a risollevarsi, non inseguita da un essere privo di mente che, forse, neppure aveva maturato coscienza di quanto fosse accaduto, ella fu più che soddisfatta, addirittura fiera, nello scorgere come Masva, giunta serenamente su lato opposto della vasta cupola, avesse già incominciato il proprio operato, menando violenti fendenti contro l'insensibile mostro, con una forza che, se solo non fosse stata smorzata dalla densità dell'acqua, sarebbe stata sufficiente a permetterle di tracciare un profondo solco persino in un muro di mattoni. Un impegno, quello della giovane dai capelli rosso fuoco, che non sarebbe potuto restare un caso isolato e che, pertanto, vide la mercenaria repentinamente unirsi a quella festa, a quell'orgia di violenza, muovendo i propri attacchi animata ancora dall'effetto dell'adrenalina e, in ciò, rapidamente recuperando il tempo perduto.
Il tempo, invero, era l'unico fattore a loro avverso. Perché nel migliore dei casi, essendo entrambe figlie dei mari, abituate all'acqua e ai suoi misteri, avrebbero potuto resistere un quarto d'ora, ma non di più. Non, quantomeno, continuando a impegnarsi in quegli attacchi violenti che, in effetti, avrebbero reso quel traguardo quale un risultato già lontano. E in quell'intervallo di tempo, sempre più breve, esse avrebbero dovuto riuscire a riportare il maggiore successo possibile, ove non ovvia sarebbe stata, per loro, la possibilità di proseguire in un secondo momento.
Iscriviti a:
Post (Atom)