11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 21 settembre 2012

1707

 
Ah’Reshia – Non posso odiarti. (Ammetta candidamente.) Neppure volendo potrei odiarti, madre. (Si ripeta.) E sì… ti continuerò a chiamare così, perché, benché non nel tuo ventre io sia stata concepita, tu sei l’unica madre che, in grazia al tuo buon cuore, mi è stata offerta occasione di conoscere e di amare.
E se anche, nei prossimi anni, io non troverò il mio cammino lungo la strada che tu potrai auspicare per me, allora come in passato, ciò non toglie che ti riconoscerò sempre e per sempre il mio affetto, il mio amore filiale, qual naturale ringraziamento per tutto ciò che tu mi hai concesso sino a oggi.
(Sia ora il turno di Ah’Lashia di restare in silenzio, in parte sorpresa, in parte addirittura sconvolta dalle parole della figlia. Non sappia ella come reagire, cosa rispondere a tanta dimostrazione di immeritato affetto, qual ella lo considera. E, per questo, scoppi nuovamente in lacrime, affondando il viso sul letto, spinta da un senso del pudore che le impedisce di mostrarsi in lacrime innanzi alla propria interlocutrice.)
Ah’Reshia – Quando io ho pianto, nel cuore della notte, chi mi consolava? (Domanda, allungando una mano ad accarezzarle i capelli, con delicatezza, con dolcezza.) Quando i temporali mi hanno terrorizzata, costringendomi a cercare assurdi nascondigli per proteggermi da un male che non comprendevo, chi mi soccorreva? Chi mi raccontava storie di epiche battaglie al di sopra delle nuvole, tali da appassionarmi al punto tale da invocare un nuovo tuono e un nuovo lampo, a dimostrazione della vittoria, di volta in volta, del mio eroe preferito? (Insiste, scuotendo il capo.) Ogni volta che sono caduta, sbucciandomi le ginocchia, chi accorreva a me, per risollevarmi e placare le mie lacrime?
Ah’Lashia – Ti… ti sgridavo, però… (Singhiozza, risollevando appena il capo giusto il tempo utile a far sentire la sua voce senza fastidi.)
Ah’Reshia – Ma anche questo era giusto… era giusto ove, quanto compivo, avrebbe potuto danneggiarmi in misura persino maggiore di quanto avrebbe potuto essermi utile, aiutandomi a crescere e a sviluppare senso dell’equilibrio e agilità… (Minimizza l’importanza di quei rimproveri.) Non commettere l’errore di credere che un genitore abbia soltanto a complimentarsi con il proprio figliolo nei momento in cui questo compie qualunque azione. Un genitore, e l’ho capito tardivamente solo in questi ultimi mesi, deve aiutare proprio figlio a crescere, spronandolo quando necessario; frenandolo quando altresì non meno che utile a ovviare a rovinose cadute… e peggio; e applaudendolo quando realmente meritato, quando corretto e, soprattutto, educativo. Perché né la sola repressione, né la sola esaltazione permetteranno a un bambino di divenire uomo, a una bambina di divenire donna, inculcandogli, altresì, pericolose e deviate idee per le quali tutto gli ha da essere concesso o, peggio, in alcuna strada egli o ella potrà agire in assenza della supervisione del proprio genitore. O di chi per lui.
Ah’Lashia – … parli con la maturità di una madre… eppure, a oggi, sei sempre e solo stata una figlia… (Osserva, sollevando nuovamente il viso ma, ora, mantenendolo lontano dal materasso, per poterla, altresì, contemplare, in un misto di incredulità e, soprattutto, di approvazione, orgoglio per lei, per quanto ella è riuscita a divenire nonostante tutto.)
Ah’Reshia – Parlo consapevole di quanto sto dicendo… e consapevole di quanto importante abbia a considerarsi la presenza dei genitori, di almeno un genitore, nella formazione e nella crescita di un figlio o di una figlia, non tanto da intendersi quale un rigido sistema di regole da seguire, quanto e ancor più quale un addestramento alla vita, e a tutte le prove che, dalla medesima, potranno derivare.
Perché così come un guerriero non potrà mai divenire tale in sola grazia della propria volontà a divenire tale, quanto in conseguenza alla formazione psicologica e fisica di un maestro d’arme, di un istruttore in grado di iniziarlo alle regole della nuova vita che desidera abbracciare; allo stesso modo un uomo o una donna non potranno mai divenire tali in sola grazia alla propria volontà a divenire tali, o, peggio, al mero scorrere del tempo e, con esso, alla maturazione dei propri corpo. E proprio i genitori, nel bene o nel male, hanno da essere considerati quali i primi maestri, i primi istruttori in grado di iniziarli alle regole della quotidianità, dell’esistenza, psicologicamente e fisicamente, permettendo loro di crescere tanto nell’uno quanto nell’altro.
Ti dirò di più. (Prosegua, sussultando ella stessa alle parole che sta per pronunciare.) Persino Mu’Sah, nelle vesti di padre, ha assolto a una parte di un tanto importante compito, insegnandomi la differenza fra quanto è giusto e quanto è sbagliato, fra uccidere e assassinare, fra amare e possedere. E senza di lui, senza questa sua formazione così violentemente impostami, probabilmente non avrei mai avuto modo di maturare e divenire la donna che sento di essere divenuta.  Una donna non a lui assoggettata, ma capace di reagire, di opporsi  a lui e, soprattutto, di arrestare la sua follia.
(Ah’Lashia ascolti le parole della figlia senza intervenire ulteriormente, comprendendo quanto, ormai, ella non abbisogni d’altre parole per proseguire, tanto nel proprio discorso, quanto e ancor più nella propria esistenza.)
Ah’Reshia – L’unica ragione per la quale, tuttavia, il mio cuore piange, è la consapevolezza del sacrificio che tu, mia madre, hai dovuto compiere per concedermi tale opportunità di crescita, per permettermi di incamminarmi nel cammino che mi ha condotta a essere la donna che desidero essere e che tanto, in questi mesi, ho combattuto per divenire. (Ammette, chinando appena lo sguardo.)
Purtroppo l’orrore che hai dovuto vivere, per donarmi tutto ciò, è privo di giustificazioni. Ragione per la quale non intendo né giustificare, né tantomeno perdonare, il principe tuo sposo. In lui non riconosco un padre, ma solo un nemico. Il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella più tenera infanzia, immergendomi nel sangue dei miei genitori naturali. E il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella mia più spensierata adolescenza, nel sangue di suo fratello e di sua moglie… l’unica madre che ho mai potuto conoscere. (Ripeta e riassuma, elencando tutte le colpe che imputa al padre.) A completare l’opera, ove anche pur non sarebbe occorso, è stata poi la morte di Kona, la sorella che non ho mai avuto e che pur ho sempre amato qual tale, immolata simile a ostia su un’ara maledetta nel suo nome, a sua soddisfazione.
Per questo, per tutto questo, non posso tollerare l’esistenza in vita del tuo sposo, di questo principe tirannico e crudele. E per questo, per tutto questo, sono costretta ad agire non con la delicatezza della goccia che erode la roccia negli anni, nei decenni, nei secoli… ma con l’impeto della tempesta, qual figlia vendicatrice invocante qual proprio un diritto di sangue nei confronti di cotale sterminatore.
Ah’Lashia – Ucciderai Mu’Sah?! (Domanda, con tono quasi privo di emozione, impossibile da classificare qual spaventato o eccitato, qual contrariato o entusiasta.)
Ah’Reshia – Sì. Dopodiché tu e tuo nipote Mu’Rehin amministrerete il suo dominio, che diverrà vostro, mentre io cercherò il mio futuro lungo le stesse strade sulle quali, in giovinezza, si è sospinta mia madre Carsa, vivendo alla giornata della sua stessa professione. (Annuncia e conferma, con assoluta serenità, non qual proclama di guerra, quanto qual semplice dichiarazioni d’intenti.)
Ah’Lashia – Bene. (Annuisce, rialzandosi ora in piedi e passandosi le mani fra i lunghi capelli, cercando in qualche modo di rassettarli.) Con la nostra morte, gli spiriti dei tuoi genitori potranno finalmente riposare in pace… fieri di testimoniare innanzi agli dei quanto il loro ardore e il loro coraggio, ormai, risplendano in te con la stessa luminosità propria di una stella.
Ah’Reshia – Vostra?! (Ripeta, aggrottando la fronte.) Veramente non intendo torcere un solo capello a te, madre mia. (Nega simile eventualità.) Ti ho già det…
Ah’Lashia – Ricorda sempre che ti ho amato qual figlia mia, Ah’Reshia… o comunque ti vorrai far chiamare nel corso della tua nuova vita. (Afferma, con tono carico di solennità e trasparente di tutta la nobiltà che pur la caratterizza.)
(Prima che Ah’Reshia possa intendere cosa ella voglia nuovamente tentare, Ah’Lashia corra verso il fronte destro del palco e, giunta all’estremità del medesimo, salti fuori, all’esterno dell’area visibile al pubblico, senza levare un solo grido in quello che, si comprenda, essere un balzo mortale.)
Ah’Reshia – Madre…no! (Grida alzandosi dal letto e tendendo una mano verso di lei quando, purtroppo, ormai è troppo tardi, in quello che risulti simile a un lungo ululato, un ululato carico di straziante dolore.)

giovedì 20 settembre 2012

1706

 
Scena II

(La scena inizi con Mu’Rehin ancora al suolo. Questo venga trascinato rapidamente fuori dal palco da una coppia di figuranti, nel mentre in cui altri riportino al centro del palco il letto di Ah’Lashia, madre adottiva di Ah’Reshia, già presentato in precedenza. Partendo dall’ambientazione della prigione, quindi, il contesto muti palesemente in quello della camera da letto della principessa consorte, ove già una tragedia si è consumata e, presto, avrà a consumarsene una nuova.)
(Nel mentre in cui escono i figuranti, considerabili in ciò semplici attrezzisti di scena, faccia la sua ricomparsa la stessa Ah’Lashia che, ancora vestita a lutto, avanzi con passo lento e pesante in camera, sola, lasciandosi alfine cadere sul letto, quasi priva di energie.)
(Entra Ah’Lashia.)
(La donna, distesa sul letto, pianga lacrime amare. Lacrime che non si comprendano se rivolte, nella loro stessa esistenza, all’ultimo lutto, in ordine temporale, consumatosi all’interno del palazzo, oppure al proprio mai pienamente superato dramma.)
(Levandosi lentamente dal letto, la donna si privi del pesante velo che ne copriva il viso e, quasi, si stracci la veste nera, con gesti a tratti isterici. Pianga e gema in tutto ciò, disinteressandosi a quanto le sue forme, fra gli squarci aperti nella stoffa nera, possano essere o non essere intuite.)
(Lasciando il giaciglio, ella si muova con passo pesante, addirittura trascinato, verso il fronte destro del palco, là dove venga offerta, attraverso la sua recitazione, l’evidenza di una finestra. Una finestra alla quale, ella, in un primo momento si limiti ad appoggiarsi, e oltre la quale, in un secondo istante, tenti di spingersi, singhiozzando disperata.)
Ah’Reshia – Fermati! (Esclama, voce fuori campo sul fronte opposto del palco.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra, con passo rapido. E si precipiti, immediatamente, ad afferrare Ah’Lashia, trascinandola con impeto, con forza, non solo nuovamente all’interno della stanza ma, addirittura, sospingendola sin a raggiungere il letto. nel suo centro.)
Ah’Reshia – Cosa tentavi di fare?! (La rimprovera, ben comprendendo cosa ella desiderasse compiere e, proprio per questo, non potendola giustificare.)
Ah’Lashia – Io ti ho sempre amata qual figlia mia, Ah’Reshia. Ti ho sempre amata qual figlia mia. (Gema, pronunciando parole che non avrebbe ragione di pronunciare, qual palese conseguenza di un crollo psicologico conseguenza dei troppi eventi tragici occorsi.) Ho sempre voluto il tuo bene, credimi. E se mai ti ho rimproverata, se mai ti ho ripresa, è stato solo per amore, nella speranza di poterti vedere un giorno felice più di quanto io non sia mai riuscita a essere, con un uomo realmente degno di te.
Ah’Reshia – Madre… (Esita, non riuscendo a negarle quel riconoscimento, non riuscendo a considerarla un’estranea così come, sino a un istante prima, sarebbe stata lieta di considerare.) Madre io…
Ah’Lashia – Non tua madre, bambina, non tua madre purtroppo io sono. (Scuote il capo, coprendosi il viso con le mani e piangendo disperata.) E solo oggi, pentimento tardivo, mi rendo conto di quale errore sia stato, da parte mia, negarti la verità, negare la tua identità, costringendoti a riconoscerti qual figlia di quel bruto che già impera su di me. (Parla, con voce rotta dalla disperazione.)
Ma se non sono stata una buona madre in vita, per questa mia imperdonabile colpa, credimi… lo diventerò quantomeno ora, sul punto di morte, rivelandoti la verità su tutto. E sottraendoti, al prezzo del mio sangue, alla terrificante ombra dell’uomo che ritieni essere tuo padre.
Ah’Reshia – Già so, madre. Già so tutto. (Afferma, con un profondo sospiro.) E dove anche, in un primo momento, ti ho considerata colpevole almeno quanto il principe, ora, nel tuo dolore, nella tua sofferenza, io comprendo come tu non sia stata, in questi anni, meno vittima di quanto non lo sia stata io. In tutto ciò, comunque, trovando anche occasione per riconoscermi quell’affetto, quell’amore materno del quale, altrimenti, non avrei mai avuto l’occasione di godere.
Non affliggerti più, pertanto, a causa mia… perché alcuna condanna mai ti sarà imputata in grazia alle mie labbra o alle mie azioni.
Ah’Lashia – Già… sai?! (Esita, vivendo un sincero momento di confusione a quell’asserzione.) Già sai… tutto?! (Insiste, ritenendo impossibile quell’eventualità.)
Ah’Reshia – So di essere figlia di Kolna Anloch e di Carsa Le’egah, l’uno mercante, l’altra mercenaria. E di essere nata in grazia all’aiuto della buona Reja, in quella che sol qual falsa generosità avrebbe dovuto essere a posteriori riconosciuta da parte del principe. (Riassume, a beneficio della madre.) E so che i miei veri genitori morirono entro i confini di queste stesse mura, uccisi a tradimento dal loro anfitrione, dimentico di ogni obbligo d’ospitalità. Dal loro sangue io rinacqui a questa nuova, falsa vita, per me pianificata da voi, per rendermi vostra, nel sopperire all’impotenza del principe, tuo sposo.
Ah’Lashia – E’ così. (Annuisce, coprendosi di nuovo il volto dietro le mani.) E’ così, bambina mia, e per questo non posso che invocare il tuo perdono, la tua comprensione e il tuo perdono, laddove mi sono approfittata, per tanto tempo, di un ruolo che non avrebbe dovuto essere mio… che non avrebbe potuto mai essere mio, non restando fedele al mio sposo come sono sempre stata.
Perché, credimi… credimi se ti dico che fra me e Mu’Reh altri non vi era che mera amicizia, nel rispetto, immeritato, che entrambi abbiamo sempre tributato a Mu’Sah. (Afferma, lasciando riaffiorare tutto il proprio dolore per la morte del primo e, necessariamente, per la violenza subita dal secondo.)
Non lo ha capito. Non lo ha mai capito, quanto noi tutti lo abbiamo sempre amato. (Riferendosi evidentemente allo sposo.) Egli…  egli ha sempre sofferto per la propria impossibilità a procreare e nella gioia di Mu’Reh per il figlio concessogli dalla sua sposa egli ha sempre e solo visto un affronto, un insulto contro di sé e contro il proprio potere, la propria autorità.
Ma né Mu’Reh, né tantomeno io, gli abbiamo mai mancato di rispetto, abbiamo mai tradito la sua fiducia, impegnandoci sempre, anzi, per cercare di onorare il suo nome e il suo volere. (Spiega, piangendo.) E’ per questo che ti ho cresciuto qual figlia mia, senza mai rivelarti la tua reale origine, senza mai spiegarti chi erano i tuoi genitori. Perché se tu lo avessi saputo, avresti rinnegato tuo padre, il principe, e, di ciò, ci avrei sofferto tanto da morirci.
Ah’Reshia – Madre… io non ti porto rancore… (Cerca nuovamente di tranquillizzarla.)
Ah’Lashia – Non chiamarmi in questo modo. Non me lo merito. Come non mi merito la tua compassione. (La rimprovera, levando verso di lei il volto solcato da calde lacrime.) Perché ho compreso troppo tardi quanto errato fosse destinare verso di lui il mio amore. E’ stato solo allora che ho deciso di rifiutarmi a ogni abuso di tuo padre, decidendo di preoccuparmi solo per te, e per il tuo futuro. E, ti giuro, ho fatto davvero tutto quello che ho potuto per te, per preservarti da ogni male e per permetterti di godere di una vita normale, di una vita serena qual, malgrado tutto, meritavi…
… no… non malgrado tutto. Malgrado noi. Malgrado il principe e io, sua complice nelle azioni che hanno distrutto completamente il tuo passato, il tuo presente e, forse, il tuo avvenire.
Odiami, Ah’Reshia. Odiami… perché ho osato privarti del nome dei tuoi genitori, ho osato sottrarti alle loro mani, per stringerti fra le mie braccia, egoista e vile, nel volerti a me e nel non interrogarmi su quanto giusto sarebbe stato crescerti come ti ho cresciuta, privarti del tuo retaggio come ho compiuto.
Odiami. Odiami. Odiami.
(Ah’Reshia resti per un lungo istante in silenzio, contemplando la propria interlocutrice. Nei suoi occhi, tuttavia, non sia visibile odio, ma solo pietà. Una pietà totale e disarmante, per una donna che non riesce a trovare colpevole di nulla, se non di aver amato un uomo al quale non avrebbe mai dovuto neppure concedersi di avvicinarsi.)

mercoledì 19 settembre 2012

1705


(Mu’Rehin appaia sconvolto da tale notizia. Forse e persino in misura maggiore a quella relativa alla morte del padre, assassinato dal fratello. Risulti in ciò implicito, non palese, come il giovane abbia coltivato sin dai primi anni della propria pubertà un interesse verso colei considerata qual propria cugina ben più marcato e profondo di quanto non avrebbe potuto e dovuto essere, lasciandosi irretire dal suo fascino e, in ciò, proponendosi per lei pronto a morire non qual semplice parente o capo delle guardie, quanto, e piuttosto, qual disperato spasimante. E, per questo, l’idea di quanto ogni suo sogno non abbia più da considerarsi in violazione alle leggi e alla morale, lo spiazzi completamente, lasciandolo attonito e incapace di reagire in maniera degna del proprio nome.)
Ah’Reshia – Mu’Rehin? (Lo richiama, notando tanta sua distrazione dalle proprie parole e dal momento presente, quasi nulla di quanto a lui circostante, ora, possa avere da considerarsi meritevole di attenzione.)
Mu’Rehin – S-sì?! (Esita egli, non comprendendo perché stia venendo chiamato.) Cosa… cosa accade?!
Ah’Reshia – Non osare più trasalire in questo modo. (Protesta ella.) Non hai il diritto di sottrarti a me, o alle tue responsabilità, fingendoti privo di senno.
Mu’Rehin – Privo… privo di senno? (Ripete, non riuscendo ad apprezzare nulla di qualunque nuova asserzione a lui rivolta, troppo distratto dall’idea di quella straordinaria notizia riportatagli, dell’assenza di una qualunque parentela con Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ascoltami bene, razza di decerebrato. (Si impone ella, avanzando di scatto verso le sbarre invisibili lì presenti e arrestandosi di scatto contro le medesime, sebbene con un braccio, in destro, riesca a spingersi in avanti quanto sufficiente per agguantare il proprio interlocutore e trascinarlo, di prepotenza, a sé, a sua volta contro quelle stesse sbarre dalle quali ora si sottragga.) Per causa tua mia sorella è morta. E non ti permetterò di scontarla tanto generosamente come ti ha concesso di fare il principe. Perché non solo hai da considerarti il principale responsabile per la sua prematura dipartita; ma, anche e ancor peggio, in ciò hai da considerarti qual traditore della mia fiducia, io che in te avevo riposto fede, concedendoti di partecipare in maniera attiva alla strategia che avrebbe dovuto condurre alla disfatta definitiva di quel dannato assassino di Mu’Sah. (Spiega, rancorosa.)
Quindi, lurido figlio d’un cane, ascoltami bene. Perché, te lo giuro, non avrei avuto problemi a farti a pezzi ritenendoti mio cugino, e tantomeno ne avrò considerandoti nipote, e potenziale erede, dell’uomo che ha sterminato la mia famiglia, e mi ha cresciuta vittima di un terribile inganno. (Dichiara con forza.) E se tu, ora, non ti dimostrerai collaborativo con me, ti assicuro che porrò alla prova tutta la mia fantasia perversa e malata su di te, imponendoti un dolore tale da farti rimpiangere di non essere morto sotto il peso della mia ascia quando ne hai avuto la possibilità… (Gli ripromette.) Sono stata chiara?
Mu’Rehin – Io… (Ancora incerto, non sa esattamente in quali termini poter reagire di fronte a quelle parole, delle quali, in effetti, ha sentito meno della metà e ne ha ascoltate in una percentuale ancor minore.)
(Ah’Reshia, senza esitazione e senza imbarazzo, muova allora la propria mano destra oltre le sbarre, ad afferrare con violenza il cavallo dei pantaloni dell’uomo e, chiaramente, sotto di esso le principali ragioni della sua virilità. Una mossa evidenziata da un improvviso gridolino di Mu’Rehin, che, se non fosse mantenuto con la testa in alto dal braccio sinistro di lei, si ripiegherebbe, allora, per il dolore provato.)
Ah’Reshia – Sono stata chiara?! (Insiste, quasi ringhiando quelle parole, mentre la mano si contorce fra le game di lui, stringendo maggiormente quella zona tanto delicata.)
Mu’Rehin – S-s-s-s-s-sì… (Replica soffocato, un alito privo di energia dalle sue labbra appena dischiuse, ormai persino incapace di gridare per il dolore che ella gli sta imponendo.)
Ah’Reshia – Bravo…
(Sorrida ella, lasciando i suoi testicoli con la destra, mentre la mancina spinga il suo corpo un attimo all’indietro per, poi, tirarlo con forza verso di sé e verso le sbarre, contro le quali lo porti a sbattere con impeto irrefrenabile, prima di lasciarlo ricadere, definitivamente, a terra, quasi privo di sensi.)
Ah’Reshia – Io non voglio essere amata da te. Non desidero essere rispettata da chi già responsabile della morte di Kona. (Dichiara, spuntando veleno a ogni singola sillaba.) Tuttavia desidero la tua collaborazione, e la desidero sospinta dal timore di quanto potrei farti, di quanto dolore potrei importi se solo tu mi tradissi un’altra volta.
Hai già avuto la tua occasione per agire con la mia approvazione e l’hai tradita. (Ricorda ella.) Ora dovrai compiere quanto io ti dico soltanto perché io te lo dico. E quanto te lo dirò, dovrai essere pronto a saltare nel vuoto se tale sarà il mio ordine, perché, in caso contrario, nel vuoto ti ci getterò io stessa, con un calcio che ti farà crescere nuove appendici al centro del collo.
Mu’Rehin – C… cag… cagna…. (Geme, contorcendosi al suolo con le mani a protezione delle proprie parti intime, già poste a dura prova da lei.)
Ah’Reshia – Sì… un po’ come tutte le donne dal tuo punto di vista, non è vero?! (Scuote il capo.) Sii pronto a ubbidire agli ordini di questa cagna, Mu’Rehin, ed entro un paio di ore sarai libero, soccorso da uomini che a me, e solo a me, hanno giurato la loro fedeltà. (Annuncia.)
Tradiscimi, e per te non ci sarà altra occasione di recupero. Altra possibilità di espiazione. Perché contro di te rivolterai la sottoscritta, e la mia ira non conoscerà eguali. (Enuncia la possibilità alternativa alla prima occasione ) E spero che questa volta non vi sia bisogno per me di ripetermi…
Mu’Rehin – Ho… ho capito… razza di…
Ah’Reshia – Cosa c’è, cuginetto?! (Domanda sarcastica, interrompendo quell’ennesimo insulto a proprio discapito.) Già speravi di trovare in me un’amante compiacente e sei rimasto male nel vedere quanta poca grazia io sia in grado di rivolgere alla tua virilità?
Mu’Rehin – Ti… ti piacerebbe… (Tenta di negare, colto in fallo da quelle parole.)
Ah’Reshia – No. Assolutamente no. (Nega, tornando improvvisamente fredda, ed ergendosi altera innanzi a lui.) Forse a te piacerebbe. Forse a te potrebbe sollazzare il pensiero di sapermi intenta a preoccuparmi di te e, perché no, dei figli che dal tuo seme speri possano germogliare nel mio ventre. Ma… incredibile novità: mi fai schifo! Mi fai schifo, Mu’Rehin, perché la mia amica Kona è morta fra le sue braccia dichiarandoti un amore immeritato ma illimitato. E tu… tu come hai reagito?! Restando immobile, silenzioso e imperturbabile, quasi ti avesse proposto le proprie opinioni nel merito del tempo nella prossima settimana…
E’ se questo sei tu… se questo è tutta la compassione di cui sei capace… mi dispiace ma non conoscerai mai cosa sia l’amore. Non per una donna, quantomeno, da te evidentemente giudicata immeritevole di un simile sentimento. (Decreta, amareggiata.) Forse amerai il tuo cane da caccia. Forse il tuo destriero da corsa. Forse ancora il tuo stesso membro, simbolo del tuo fallico potere sulle masse. Ma mai… mai… mai… sarai in grado di amare una donna. E sventurata colei che, sciaguratamente, dovesse commettere ancora una volta l’errore di amarti, l’errore di essere pronta a dare la propria vita per te.
(Mu’Rehin ora taccia, ferito nel proprio orgoglio da quelle parole, certo, e pur non sapendo quale difesa poter ergere a propria tutela. Che Kona sia morta, purtroppo, è un semplice dato di fatto. Così come, disgraziatamente, che ella sia morta dichiarando il proprio amore per lui… un amore innanzi al quale, egli, non ha avuto alcuna ragione di reagire, di scomporsi, più preoccupato per il fatto che, fra le sue braccia, stava morendo una cara amica della propria amata cugina che altro.)
Ah’Reshia – Giura che seguirai i miei ordini, e che sarai al mio fianco nel complotto che porterà alla morte il crudele Mu’Sah… e io ti permetterò di sopravvivere abbastanza da vendicare la morte di tuo padre. (Concluda ella, tornando all’argomento iniziale.) Giuralo!
Mu’Rehin – Lo… lo giuro… (Risponda, ancora al terra, ancora piegato su di sé, nel tentativo di riprendersi dal dolore vissuto.)
Ah’Reshia – Ottimo. (Annuisce.) Sarai presto libero… (E, senza aggiungere altro, si avvii sul fronte sinistro, dal quale è pocanzi entrata.)
(Esce Ah’Reshia, camminando con il medesimo passo fiero che l’aveva vista entrare.)