11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 24 settembre 2012

1710

 
Scena IV

(Questa penultima scena dell’ultimo atto, prevede il ritorno alla sala del trono di Mu’Sah. Venga, quindi, nuovamente presentato l’ambiente caratterizzato da due ideali file di colonne parallele che, da sinistra a destra, conducano verso il trono del principe. Il trono, come già nelle scene precedenti, non sia subito sospinto in scena, ma compaia al momento opportuno, offrendo l’immagine di una sala molto più lunga di quanto non potrebbe essere offerta dall’estensione del palco.)
(Con fare furtivo, si palesi in scena Mu’Rehin, celandosi, idealmente, dietro una colonna e guardandosi preoccupato alle spalle, nel timore che qualcuno possa averlo intravisto o seguito.)
(Entra Mu’Rehin, da sinistra.)
Mu’Rehin – Ah’Reshia è stata di parola. Delle guardie a lei fedeli mi hanno fatto evadere. (Riassume, a beneficio del pubblico.) Tuttavia è una schiera estremamente ristretta, al contrario di quelle fedeli al principe: uomini che, un tempo, avevano votato la loro esistenza all’ubbidienza ai miei ordini, ma che ora, se solo mi trovassero qui, fuggito dalla cella in cui ero stato confinato, sono certo che non avrebbero dubbi ad aggredirmi, e ad uccidermi, fosse loro riconosciuta l’opportunità di farlo.
Ma non sarà così. Non secondo i piani di Ah’Reshia. Perché il principe morirà ben prima che chiunque possa trovarmi, possa avere notizia della mia fuga. E nella sua morte, io sarò il nuovo principe e i traditori dovranno tornare a offrirmi la loro fedeltà. (Sorride a tale pensiero.) Ovviamente colui che è stato causa della morte di Kona, tentando di conficcarmi un dardo in mezzo alle spalle, sarà giustiziato, come è giusto che sia. Ma agli altri, a coloro che hanno commesso il solo errore di credere alle menzogne di Mu’Sah, sarà offerta un’opportunità di redenzione, che dovranno impiegare per ritrattare il loro rinnegarmi, e per invocare il mio perdono per l’errore commesso. In buona fede, certo, ma pur errore.
(Guardandosi attorno, per assicurarsi di non essere visto, si lasci scivolare verso la colonna successiva, e verso il centro del palco, lì celandosi nuovamente e aspettando l’evidenza dell’assenza di sorprese a proprio discapito.)
Mu’Rehin – Brava Ah’Reshia. (Riconosce nuovamente, citando ancora colei che ha sempre considerato qual propria cugina.) Tanto odiosa quanto amabile. (Commenta, scuotendo appena il capo nell’evidente tentativo di allontanare da sé l’immagine di lei.) Se non avessi da temerla, sarebbe una compagna meravigliosa… soprattutto ora che ho scoperto non essere mai stata mia cugina.
Purtroppo ho scoperto anche altre cose di lei, come un interesse tale da precludermi qualunque fantasia a lei dedicata. E ciò è un peccato. E’ un vero peccato. O, tale sarebbe, se non fosse nelle mie prerogative l’eventualità di liberarmi di lei dopo essermi liberato del principe. (Annuncia, con tono cospiratorio.) Dopotutto non posso permettermi che ella muti idea, e decida di mantenere qual proprio quel trono sul quale non è suo diritto sedere. Così… sebbene non le appartenga il medesimo sangue dell’assassino di mio padre, sarà parimenti mia premura quella di vendicarne la morte, con massima incisività e necessaria crudeltà. Provvedimenti forse non popolari, almeno in un primo momento, ma che saranno presto dimenticati nel confronto con l’inizio di quella nuova era di luce che caratterizzerà la mia presenza in questo palazzo, in questa reggia.
In me, come mai in mio zio, rifulgerà l’eredità della nostra gloriosa famiglia, il cui nome verrà riportato ai fasti di un tempo… di quel tempo in cui persino il sultano era solito confrontarsi con noi prima di maturare un’opinione, fosse anche su qual nuova moglie eleggere al proprio fianco.
(Nuova colonna conquistata, questa volta mimando, ancor più che compiendo, il movimento utile ad avanzare, a proseguire innanzi, e pur, malgrado ciò, raggiungendo idealmente una terza colonna, contro la quale egli trovi ancora rifugio.)
Mu’Rehin – Io rappresento il futuro di questa famiglia. Mu’Sah, così come Ah’Reshia, ne rappresentano semplicemente gli errori passati. Errori che sarà mia premura evitare di ripetere, onde non cadere allo stesso modo in cui loro presto cadranno.
La storia dell’umanità è basata sull’evoluzione, non sull’involuzione, e laddove Mu’Sah non ha migliorato nulla, peggiorando altresì tutto, e laddove Ah’Reshia non potrebbe migliorare nulla, non avendo alcun interesse in tal senso, è la Storia ad autorizzarmi, a impormi di prendere le redini di questo folle giuoco, prima che tutto possa essere distrutto, prima che quanto i nostri avi hanno realizzato possa finire al macero. (Spiega, giustificando in tal modo ogni propria possibile azione, ogni scelta che ha compiuto e che, ancora, compierà.) Il mio ha da intendersi, a ben vedere, quale un dovere morale… non quale una semplice volontà personale. E nel nome di questo dovere morale io agirò.
Io agirò. E se agirò con troppa durezza, o con eccessiva leggerezza, sarà la Storia stessa a giudicarlo, colpevolizzandomi o assolvendomi, ma comunque ricordandomi come l’uomo del cambiamento, l’uomo che ha saputo trasformare una tragedia in un nuovo inizio, un’occasione di resurrezione, così come solo una fenice sarebbe altresì in grado di compiere.
(Parole esaltate, le sue, che risuonino quali espressioni dei suoi pensieri, ancor prima che un concreto monologo, lì altrimenti del tutto inopportuno, dato il luogo e dato il momento. Il suo avvicinarsi al trono, e all’avversario lì ricercato, infatti, abbia a considerarsi assolutamente discreto, silenzioso e potenzialmente letale, qual egli desidera, infatti, essere per il principe.)
(Il cospiratore, ex-capo delle guardie, avanzi ancora, conquistando una nuova colonna pur senza sostanzialmente muoversi rispetto alla propria posizione attuale sul palco. Un movimento nel quale, come in ogni altra scena in questo particolare contesto, dovrà essere posto tutto l’impegno recitativo e fisico dell’attore onde evitare di apparire simile a pantomima, tradendo in tal modo la tragica serietà del momento.)
Mu’Rehin – Ancora pochi passi… (Riprende a commentare, osservandosi attorno per assicurarsi di non essere seguito.) Ancora pochi passi, e raggiungerò il principe. E sarò nuovamente al cospetto del mio antagonista, dell’uomo che avrei già dovuto uccidere ma che non ho avuto ancora la possibilità di affrontare così come ho desiderato per giorni, sin dall’annuncio della morte di mio padre.
Ma… Ah’Reshia? (Domanda poi, con una certa irrequietudine.) Dove è finita?!
Non sia mai che io affronti il principe senza che ella, con la propria presenza, avalli la legittimità di questa rivolta, di questa ribellione in contrasto al suo potere sovrano, rendendo la morte di Mu’Sah non un semplice omicidio, quanto, e piuttosto, la deposizione di un tiranno, motivo per il quale alcuna voce, dal popolo, si potrà levare in contrasto a questa morte, da accogliersi, altresì, qual atto di liberazione.
Ma… dove si è cacciata? Dopo tanta severità a mio discapito, possibile che sia proprio ella a violare i termini della sua stessa strategia?!
(Un lungo istante di silenzio sia concesso allora dall’uomo, nel mentre in cui ingresso in scena di Ah’Reshia venga vanamente atteso. Purtroppo, per gli eventi ai quali il pubblico ha pocanzi assistito, impossibile ha da considerarsi simile apparizione, benché, ovviamente, al Mu’Rehin non sia concessa tale consapevolezza, non avendo neppure avuto occasione di essere informato nel merito della morte della zia.)
Mu’Rehin – Mi spiace per lei… ma non posso permettermi di aspettare altro tempo. (Conclude, storcendo le labbra verso il basso.) Se voglio sorprendere il principe e vincerlo prima dell’arrivo di qualche nuova guardia in sua difesa, devo agire ora… e agire deciso, senza che stupide chiacchiere mi possano distrarre dal mio fine ultimo, come è giù accaduto al primo tentativo. (Sancisce, dimostrando di voler apprendere dai propri errori per non commettere più le propri e stesse, precedenti ingenuità.)
Mu’Sah deve morire… ora!
(Animato da tale intento, egli balzi verso destra, compiendo qualche passo rapido verso iil fronte opposto del palco. Nel contempo di ciò, il trono venga spinto, come già in precedenza, all’interno del palco, comparendo sull’estremità destra del medesimo, a dimostrazione dell’ormai completo avvicinamento compiuto da parte del cospiratore. Purtroppo per lui, però, tale scanno si presenti completamente… vuoto.)

domenica 23 settembre 2012

1709

 
(Un istante di silenzio caratterizzi l’epifania personale di Ah’Reshia, nel mentre in cui le ombre continuino non arrestate e inarrestabili il loro moto circolare, la loro danza macabra. Privata di ogni consapevolezza su se stessa dalla violenza degli eventi, da quel crescendo di morti in continua e serrata successione, ella sta cercando in qualche modo di sopperire alla mancanza di una verità oggettiva a cui far riferimento a modo proprio, tuttavia palesando in tal senso una chiara e contemporanea perdita di senno, nell’allontanarsi, ogni istante di più, da un concreto contatto con la realtà.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera e sono una mercenaria. Quindi. (Assuma, ritornando a esprimersi, con tono in parte rinfrancato dall’idea di essere riuscita a iniziare a delineare la propria identità. O quasi.) E se ho ucciso vi deve essere un fine ultimo, un obiettivo per il quale sono stata ingaggiata. Così come vi deve essere un mecenate, qualcuno che ha voluto assicurarsi i miei servigi, in cambio della giusta somma…
… ma per quale obiettivo posso essere stata ingaggiata? E, soprattutto, da chi?!
Neppur riconosco il luogo ove mi trovo. Improbabile, in ciò, può solo essere ricordare chi, o perché, mi ha assunta.  Un nome… mi occorre un nome… (Esitazione.)
Cosa ho detto?! (Si domanda, o forse si rivolge agli spettri attorno a lei, pur sordi a ogni sua domanda, a ogni sua questione.) Mi occorre un nome…?!
Dei… non rammento neppure il mio nome. Come è possibile? Qual maledizione si è imposta sulla mia mente, tale da rimuovermi ogni memoria persino sulla mia stessa identità, e con essa sul mio passato?
Un nome, diamine! Il mio nome!
Quello è quanto mi occorre per primo. (Asserisca, ora persino con rabbia, verso se stessa.) Innanzi a quello del mio mecenate, del mio obiettivo o, persino, del luogo ove mi trovo.
Mi devo sforzare… mi devo costringere a ricordare qualcosa, in contrasto a qualunque stregoneria possa avermi coinvolta! (Dichiara, tornando a stringersi le tempie fra le mani, or non più per il dolore ma per meglio catalizzare lo sforzo mentale che vuole obbligarsi a compiere.) E non appena ricorderò il mio nome, ricorderò sicuramente anche il nome di chi ha tentato di privarmi della mia identità, per poterlo cercare e adeguatamente ringraziare. (Soggiunga, implicitamente minacciosa.)
(Per un fugate attimo tutto, persino il moto degli spettri, si arresti, a sottolineare l’incredibile sforzo che ella sta compiendo. Subito dopo, tuttavia, ella emetta un altro gemito, crollando al suolo in ginocchio. E, a quel risultato, i morti riprendano il loro cammino, senza dimostrare ulteriore empatia verso di lei.)
Ah’Reshia – Non rammento nulla… nulla… (Commenta, quasi in lacrime.) Come è possibile che non una sola sillaba riaffiori dai meandri della mia mente, concedendomi la serenità di cui abbisogno?!
E non mi si rimproveri di non porre impegno in questo tentativo, in questo sforzo, laddove, come chiunque, nulla come il mio nome ritengo indispensabile conoscere. Se infatti è pur vero che un nome è un semplice mezzo per appellarsi a qualcuno, per riferirsi a una terza persona senza ricorrere a un più prosaico “Ehy, tu!”, il proprio nome rappresenta il proprio retaggio, l’eredità della propria famiglia e, in taluni casi, persino dei propri avi. Solo a un orfano non è dato di conoscere il proprio nome e, per tutti gli dei, io non desidero pensare a me qual tale.
Voglio avere un nome. Devo avere un nome. E devo riuscire a ricordarmi qual esso sia.
A costo di spaccarmi il cranio per cavarlo fuori dalla profondità della mia mente a mani nude!
(Altro sforzo di concentrazione, in conseguenza diretta a queste parole, si impossessi di lei, vedendola tornare con le mani alle tempie, e le dita, ora, ben artigliate contro il suo cranio, nello sforzo di estrarre, inginocchiata qual già si trova, da esso le informazioni utili, seppur, meglio per lei, in termini più metaforici che pratici rispetto a quelli appena suggeriti. Ancora una volta gli spettri arrestino il proprio moto e, tutto si arresti in quello sforzo, in quel tentativo, per lei, di ricreare l’ordine a partire dal nulla, laddove nella sua mente non le è stata concessa neppure una sicuramente più apprezzabile situazione caotica. Ancora una volta, tale sforzo si concluda con un alto grido, un grido carico di frustrazione, segnale utile, alle ombre di coloro che furono, per riprendere il loro funereo girotondo.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera… e sono una mercenaria… (Ansima, cercando di mantenere saldamente a sé quei due concetti già assoldati.) ... guerriera… mercenaria… guerriera… mercenaria… (Ripete, quasi simile a un mantra.) … guerriera… mercenaria… (Insiste.) … guerriera… mer…
… Midda… Midda Bontor! (Esclama, alzandosi di scatto in piedi, entusiasta all’idea di aver raggiunto un nome a cui associare la propria identità.)
(L’entusiasmo, tuttavia, duri non più dell’esclamazione, subito soffocato da nuovi pensieri, nuove immagini nella sua mente.)
Ah’Reshia – … no. Non posso essere io. (Commenta, sollevando le mani a coprire i propri giovanili seni e chinando lo sguardo verso gli stessi, a osservarli, in un momento di grottesco umorismo, quasi involontario, atto a stemperare il dramma del momento, più per lei che per il pubblico.) Non ricordo molto… ma ricordo che, di certo, non possiedo determinati… attributi per poter essere lei.
Ma, allora, chi è Midda Bontor, per essere così importante da essere presente nella mia mente, con il suo nome, ancor prima rispetto al mio?! (Questiona, lasciando ricadere le mani lungo i fianchi, con trasparente frustrazione.) Dei… spero per il bene di chiunque di non essere aggredita in questo momento, perché, armata o meno che io sia, potrei fare una strage tanto mi sento furente. (Ammette, umettandosi le labbra con la punta della lingua.)
E voi che diamine avete da continuare a ballare innanzi ai miei occhi?! (Esclama, nervosa, rivolgendosi ora agli spettri, gettandosi in avanti, per travolgerli, riuscendo, tuttavia, solo a passare loro oltre.) Non ricordo i vostri nomi. Non ricordo i vostri volti. Non ricordo neppure il mio di nome o di volto… ciò non vi è sufficiente? Ciò non appaga la vostra sete di vendetta nei miei confronti?!
Oppure… oppure non in mio contrasto è la vostra ira, non in mia opposizione è la vostra brama di vendetta, ma in contrasto a colui o colei che realmente ha da considerarsi responsabile per la vostra dipartita? (Ipotizza, cercando di ritrovare un minimo di controllo su di sé e sulle proprie emozioni, non volendo offrirsi completamente vittima delle circostanze qual già, indubbiamente, è.) Forse è vostro desiderio quello di aiutarmi, aiutarmi a vendicarvi, e a vendicare me stessa, innanzi a un comune avversario, innanzi a un solo nemico responsabile tanto per la vostra condizione quanto per la mia.
Ma se così è veramente… perché non parlate? Perché non vi esprimete liberamente con me?! (Soggiunga, ritornando rabbiosa, in maniera quasi schizofrenica qual, in verità, sta diventando, passando da un istante di gioia a uno di dolore, da un momento di entusiasmo a uno di frustrazione, dalla volontà di collaborazione a quella di netto rifiuto di chiunque attorno a sé.) Se questo è tutto il contributo che potete offrire a me e alla mia causa, allora siete solo delle inutili ombre di ciò che è stato, e la vostra presenza mi sta giungendo a noia! (Dichiara rabbiosa.) Andatevene, maledette! Tornate nell’oscuro limbo dal quale siete tutte emerse!
Non ho interesse alcuno per voi e per la vostra sorte! Io sono una guerriera e sono una mercenaria! Io sono una trionfatrice, sono una conquistatrice, sono una… una… una principessa. E voi… voi non siete nulla!
(In tal modo ripudiate dalle parole di Ah’Reshia, gli spettri arrestino la propria danza e, sempre senza a lei rivolgersi direttamente, neppure con uno sguardo, si disperdano uscendo lentamente, con la medesima solennità con la quale erano pocanzi entrati.)
(Escono tutti, tranne Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ecco… ecco per gli dei! (Sospira, profondamente, quasi ansimando la propria soddisfazione.) Ora… ora si inizia a ragionare. (Afferma, benché, a tutti gli effetti, non sia in grado di ravvisare un qualche particolare miglioramento rispetto alla propria precedente condizione.)
Ho bisogno di fare due passi… ho bisogno di schiarirmi le idee… (Sancisca, a tal punto.)
Ricorderò il mio nome… ne sono certa. Ma ora ho bisogno di distrarmi. Ho bisogno di allontanare da me l’aura di morte che quelle ombre hanno condotto seco, e con la quale mi hanno circondata.
Ricorderò il mio nome… e la mia missione. Io sono una guerriera, una mercenaria e una principessa.
Sono nata per conquistare. E nessuno mi potrà sconfiggere. Nessuno.
(Esce, barcollando, Ah’Reshia, da sinistra.)

sabato 22 settembre 2012

1708

 
Scena III

(La nuova scena riprenda laddove si era interrotta la precedente. Ah’Reshia, ancora in piedi con una mano tesa, stia osservando allibita il punto dal quale sua madre si è suicidata. E non una sola parola, dall’ululato di dolore, sia seguita sulle sue labbra.)
(Mentre ella appare quasi pietrificata, il letto venga discretamente e rapidamente portato via, lasciandola essere sola, al centro di un palco vuoto. E in un tale contesto, inizino a scorrerle attorno coloro che sono morti, coloro che ella ha perso. Senza parlare, senza soffermarsi, ma solo circondandola e continuando a camminare quietamente, in una lenta, macabra danza che, si possa intuire, sia più all’interno della sua testa che, realmente, attorno a lei.)
(Entrano Midda Bontor/Carsa Le’egah tenendosi per mano a uno sconosciuto, un figurante mai apparso prima, che possa impersonare il padre naturale della giovane.)
(Entra Mu’Reh, solo. Accodandosi dietro alla coppia.)
(Entra Kona, sola. Accodandosi dietro al fratello di Mu’Sah.)
(Entra Ah’Lashia, sola. Accodandosi dietro alla povera fanciulla innocente, chiudendo al tempo stesso il giro nell’offrirsi, anche, innanzi ai genitori naturali della propria adorata figlia.)
(Nessuno parli. Nessuno rivolga un qualche sguardo diretto verso Ah’Reshia. Ella sia come invisibile ai loro occhi, benché, palesemente, al centro della loro attenzione, unica concreta ragione per la loro presenza lì, in quel momento, tutti insieme. Parimenti, essi non riescano a distrarla dallo sgomento in cui ella è precipitata, a seguito del suicidio della madre.)
(Solo dopo un tempo che appaia straordinariamente lungo, quasi eterno, e scandito nel proprio evolversi dalla rotazione degli spettri, Ah’Reshia abbassi il proprio braccio teso, chiuda la propria bocca ancora aperta, e chini il capo, con aria sconfitta, verso il suolo.)
Ah’Reshia – Cosa resta…?! (Domanda posta a se stessa, eppure, nel contesto proprio di quella situazione, a tutti, fantasmi e pubblico.)
Cosa resta al termine di una vita, quando questa s’infrange contro gli scogli della violenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando questa non è mai stata realmente vissuta, celata abilmente dietro troppe menzogne per poter essere apprezzata nella propria concreta essenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando… quando resti sola?
Sola.
Tutti, attorno a me, sono morti. O quasi.
Sono morti gli innocenti al pari dei colpevoli. Sono morti coloro che hanno commesso l’errore di amare. Amare me, amarsi reciprocamente, amare la vita più in generale. L’amore, per tutti loro, ha rappresentato cupa condanna. L’amore, per tutti loro, è stato sinonimo di morte.
Morte e amore. Amore e morte.
Nell’amore io sono stata concepita. Nella morte sono nata e rinata. Nell’amore sono cresciuta. Nella morte sono maturata.
A braccetto vanno amore e morte. E io nel mezzo. Troppo viva per essere morta. Troppo sola per essere amata. Perché coloro che mi amavano sono morti.
E a me… cosa resta?!
(Un grido si levi alto, mentre ella si stringa le tempie fra le mani, lasciando libero sfogo a tutto il proprio dolore, un dolore psicologico che diventa fisico e che non sembra poterle offrire scampo.)
Ah’Reshia – Dei… cosa resta?! (Urla, conficcandosi le unghie nel cranio, con forza tale da imporre il timore nel pubblico sul fatto che ella possa arrivare a frantumarselo, con le proprie stesse mani.)
Cosa resta all’imbrunire, quando il sole si tuffa oltre i monti Rou’Farth e lì sprofonda, affidando l’umanità alle tenebre della notte e alla fredda luce della luna, così lontana, così indifferente a noi tutti, alle nostre vite e alle nostre speranze?
Sono nata tre volte. Eppure… sono mai vissuta? Sono mai realmente vissuta? Sono mai… realmente esistita? Oppure… sino a oggi, altro non sono stata che la fantasia di chi mi ha desiderata al mondo?
Dopotutto, io non ho avuto altra vita se non quella che è stata sognata per me. Non ho avuto altra ambizione se non quella che è stata bramata per me. Principessa d’Y’Shalf o figlia vendicatrice che sia. E, in questo, non mi potrei definire autonomamente, al di fuori di quello che altri hanno desiderato per me.
Ma ora che coloro che mi hanno inventata sono morti… cosa resta di me? Della mia vita e del mio futuro?
Come un sogno che s’interrompe bruscamente al mattino, così è la mia esistenza, interrotta bruscamente all’alba di quella che sarebbe dovuta essere una nuova era. E come sogno… ora non posso fare altro che vagare. E vagare confusamente, priva di ambizione o meta. Priva d’identità.
Chi sono…?! Non lo so…
(Questione, quest’ultima, formulata con tono ipoteticamente retorico ma che, sillaba dopo sillaba sembra sempre più reale e realistico, trasparente di una concreta necessità di risposte da parte di qualcuno. Qualcuno che, tuttavia, non esiste più… o forse non è neppure mai esistito.)
Ah’Reshia – Sono stata realtà troppo diverse fra loro per poter essere considerate compatibili. Sono stata personaggi troppo diversi fra loro per poter essere considerati affidabili.
Il mio passato è un ricordo confuso a metà fra la cronaca e la menzogna. Il mio presente è del tutto privo di riferimenti in grazia ai quali indirizzarsi. E priva tanto del passato quanto del presente, è per me improponibile, ipotizzare un qualunque futuro.
Chi sono…? Chi sono stata…? Chi sarò…?!
Rammento il nulla. Né un recapito al quale appellarsi, né, tantomeno, la più semplice memoria nel merito del proprio presente, a partire addirittura dalla sua localizzazione. Dalla mia localizzazione.
Dove sono…? E perché sono qui…?!
Rammento il nulla. O forse no. Forse non il nulla. Forse un’ascia. Un’ascia da guerra. Un’ascia da guerra insanguinata fra le mie mani.
Chi sono…? Forse una guerriera…?!
Mi sembra impossibile l’idea. Ma nella più totale inconsapevolezza sulla propria effettiva identità, ogni idea ha da riconoscersi qual fattibile, possibile, addirittura auspicabile. Perché è sempre meglio essere una guerriera senza memoria e senza meta, che donna senza memoria e senza meta. Quantomeno, in tal modo, una prima consapevolezza la puoi avere…
(Ragionamento privo di fondamento, il suo, che pur nelle sue attuali condizioni appaia qual estremamente logico, addirittura ovvio, tanto quanto assurda abbia da essere considerata questa sua perdita di coscienza sul proprio mondo, sul proprio presente e il proprio passato.)
Sono una guerriera. Una guerriera che possiede un’ascia. Una guerriera che ha ucciso sicuramente molti con la propria ascia.
Questi spettri ne sono forse la riprova? Queste donne e questi uomini sono stati da me uccisi? E questa fanciulla, tanto triste, è anche lei vittima della mia lama?!
Eppure non sento di provare alcun rancore verso di lei così come verso alcun altro fra i presenti. Avendoli uccisi io dovrebbe essere così. O forse no…
Forse… probabilmente… sicuramente, non sono solo una guerriera, ma anche una mercenaria. E queste persone, queste ombre che mi si stanno scatenando contro, sono le ombre di coloro che io ho ucciso pur priva di una qualche ragione… semplicemente perché ero stata pagata per farlo.
E’ questo che sono? Sono una guerriera mercenaria, capace di uccidere dei perfetti estranei semplicemente perché in tal direzione sospinta dal pensiero dell’oro pattuito?!