11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 20 febbraio 2013

1858


Per propria fortuna, Midda non si ritrovò realmente costretta ad abbattere ogni singola porta presentatale innanzi per portare a termine l’evacuazione del personale della locanda. Evidentemente, per quanto profondo avrebbe eventualmente potuto essere considerato il sonno ristoratore nel quale i garzoni dovevano aver cercato rifugio, soprattutto a seguito dell’ennesima serata contraddistinta da molto lavoro e da troppe poche occasioni di pausa come sempre in quel particolare genere di impiego; l’atavico, il primordiale sentimento di timore, se non di terrore, conseguente al pensiero del fuoco, e di una morte a esso ricollegabile, riuscì a superare ogni possibile indolenza, ogni pur giustificabile pigrizia, svegliando tutti quanti con maggiore veemenza di quanto ella stessa non avrebbe potuto attendersi di ottenere, vedendoli, in ciò, fuoriuscire rapidi e decisi dai propri alloggi, per riversarsi in maniera sufficientemente ordinata lungo la migliore via di fuga individuata attraverso le fiamme, inaugurata, solo pochi istanti prima, dalla coppia formata da Arasha e Seem.
Malgrado ciò, e animata in tal senso, più che dalla preoccupazione per una possibile vittima innocente, dal timore di poter deludere il proprio amato, nel confronto con l’incarico che egli le aveva riservato; ella non si volle permettere di considerarsi realmente soddisfatta di quanto compiuto sino a quando non si concesse occasione di controllare l’effettivo abbandono di quell’area della locanda stanza dopo stanza, assicurandosi, in tal maniera, che alcun ritardatario o, peggio, alcun assopito, potesse essere lì involontariamente dimenticato a bruciare. Così, solo quando fu assolutamente certa che non soltanto i dormitori fossero stati abbandonati, ma, con essi, anche le cucine e la dispensa, pur serenamente ritrovate vuote esattamente quali avrebbero dovuto essere a quella tarda ora; la Campionessa di Kriarya, decisamente accaldata malgrado la propria parziale nudità, e tutt’altro che desiderosa di permanere all’interno di quell’enorme brace a lasciarsi abbrustolire, accolse con soddisfazione l’idea di allontanarsi da lì, di porre il maggior spazio possibile fra sé e l’incendio, e di riabbracciare, così come non voleva concedersi occasione di dubitare, il proprio dolce locandiere, a dispetto di ogni prudenza, di ogni tentativo di mistificazione sino ad allora reso proprio nella volontà di proteggere la riservatezza della loro relazione.

« Spero che nessuno sia rimasto indietro… » commentò ad alta voce, anche laddove, in tal modo, ella si rivolse più a se stessa che a un qualche, effettivo, interlocutore, ove alcuna controparte le era rimasta prossima in quel frangente, a lasciarsi bruciare, suo pari, la gola e gli occhi dal fumo, non di meno di quanto le fiamme non avrebbero presto potuto compiere con le carni e le ossa « L’atmosfera, da queste parti, si è fatta troppo calda. E non come speravo sarebbe accaduto questa notte. » soggiunse, ironizzando amaramente e cercando di sfogare, in quel cupo umorismo, tutta la propria frustrazione nell’osservare la locanda, la propria locanda, così rinnovata e così magnifica, per come ella l’aveva voluta erigere nuovamente, essere consumata da quell’incendio maledetto.

Un incendio, forse e dopotutto, lì propostole dal fato qual una sorta di vendetta poetica, a compenso di quando ella stessa aveva avuto l’insana idea di appiccarne un altro, entro quelle stesse mura: più modesto, ma non per questo più gradevole o meno distruttivo, meno potenzialmente letale. Ma se, in tale trascorsa occasione, ella era stata carnefice per quelle mura entro le quali, pur, sempre sicuro rifugio le era stato offerto e garantito, insieme all’affetto sincero e assoluto di quell’uomo che troppo tempo aveva sprecato prima di iniziare a considerare il proprio uomo; ora, in quel drammatico e attuale momento, la mercenaria non avrebbe potuto che essere riconosciuta qual vittima, al pari della locanda che, insieme al locandiere, aveva voluto rendere propria.

« Maledizione… » gemette e concluse, storcendo le labbra verso il basso, nell’intraprendere, a propria volta, quel cammino verso la salvezza, sperando che qualunque sadico disegno del destino, o di chi per esso, avesse da considerarsi concluso in quel già sgradevole affondo.

Per propria sfortuna, ad attendere il suo ritorno a contatto con la fresca e frizzante aria della notte nella città del peccato, a negarle qualunque ormai vana speranza di tranquillità in quelle ore di oscurità ipoteticamente dedicate al riposo e alla dimenticanza di qualunque problema, di qualunque affanno, e a ridurre ogni pensiero nel merito della prematura distruzione della locanda a un’inezia priva di valore, priva di significato; furono allora due spiacevoli sorprese, due inattesi sviluppi, che dimostrarono sufficiente tatto, adeguata premura, per non offrirsi né concorrenti, né subitanei, ma che, non in grazia di ciò, avrebbero potuto essere da lei considerati prevedibili, o previsti, nella propria occorrenza, né, tantomeno, più facilmente, più serenamente, più quietamente gestibili nelle proprie conseguenze, in quanto, per mezzo di loro, le fu non soltanto spiacevolmente, ma addirittura tragicamente destinato.
La prima non apprezzata, non ricercata, e pur impostale, ragione di disorientamento, più razionale che emotivo, fu la scoperta, né complessa né impegnativa, del responsabile dell’incendio, così come egli stesso ebbe l’arroganza di annunciare senza palesare alcun pudore, alcun imbarazzo, o, in termini indubbiamente più salubri per il mantenimento della propria esistenza in vita, alcun timore, non appena ella sopraggiunse a portata della propria voce, fuoriuscendo dall’edificio in fiamme…

« Midda Bontor! » volle attrarre la sua attenzione una voce tutt’altro che estranea alla sua memoria, benché in essa presente non dissimile da un eco lontano, e ormai quasi dimenticato, ricordo di un incontro privo di significato o valore occorso troppi anni prima « Eccoti qui, Figlia di Marr’Mahew! Eccoti qui, Campionessa di Kriarya! Eccoti, signora di tutte le cagne, madre di tutte le meretrici! » la salutò, in parte ricorrendo a due titoli già più che noti, e in parte proponendo due epiteti tanto innovativi, quanto per nulla cortesi « Nel tuo indugiare a offrirti a me, per un lungo istante, ho temuto che le fiamme dell’incendio da me appiccato avrebbero potuto privarmi del piacere di ucciderti con le mie stesse mani… se mi perdoni l’eufemismo. »

Anticipando, tuttavia e allora, ogni possibilità di replica da parte della stessa mercenaria lì pretesa qual sola interlocutrice, altre due furono le voci maschili che vollero riservarsi occasione di intervento in risposta a quella dell’incappucciato che, in tal senso, si era appena espresso.
Due voci che, a differenza di quella, non dimostrarono alcuna particolare ragione di ironia, alcun possibile sarcasmo nel proprio incedere, non riuscendo a riservare qual proprio uno stato d’animo adeguato, dopo essere stati costretti a rinunciare, a propria volta, a una lunga notte di diletto e di riposo, in conseguenza all’insana idea di trasformare una questione privata, qual pur avrebbe potuto essere gestita quella fra egli e la propria desiderata antagonista, in un caso pubblico, qual, in tal modo, era inevitabilmente divenuto…

« Chi accidenti è quell’idiota? » esclamò aspramente Howe, alle spalle della propria collega e compagna di ventura, tossendo a causa del fumo inalato « Con tutti i modi che aveva per sfidarti, doveva proprio sceglierne uno così stupido?! » domandò poi, forse rivolto alla stessa Midda, o forse a nessuno in particolare, nel formulare tale interrogativo con fare retorico « Giuro che dopo averlo ucciso, aspetterò che resusciti come zombie, solo per poterlo uccidere un’altra volta! »
« Una volta tanto sono costretto a concordare… se non nei modi, quantomeno nelle intenzioni. » ammise il biondo Be’Wahr, approvando la posizione assunta da parte del proprio fratello shar’tiagho nei confronti di quell’avversario, non dichiaratosi, esplicitamente, qual un loro avversario, e pur proclamatosi qual tale, e tale per tutti gli avventori della locanda, nel momento stesso in cui aveva cercato di farli arrostire tutti insieme là dentro « E dire che mi piaceva come Midda e Be’Sihl avevano risistemato la locanda… » soggiunse poi, offrendo evidenza di condividere, seppur in misura necessariamente diversa, il rammarico della propria amica, quasi sorella, e sorella maggiore, per la perdita di quell’edificio.


martedì 19 febbraio 2013

1857


Temprata, propria fortuna o proprio malgrado, da lunghi anni trascorsi a combattere in ogni condizione, in ogni situazione, in ogni ambiente, fosse il ponte di una nave nel bel mezzo di una tempesta, così come la frontiera fra due nazioni in guerra o, ancora, un’arida distesa vulcanica con l’aria satura di esalazioni venefiche; la Figlia di Marr’Mahew non ebbe comunque ragione di lasciarsi intimorire dal confronto con le fiamme dirompenti in misura tale da restare bloccata nei propri movimenti, nel proprio avanzare. Al contrario, ingiurie a parte, ella mosse rapidamente i propri passi in direzione delle stanze riservate al personale della locanda, ai garzoni lì impiegati e, ovviamente, alla bella Arasha, laddove era certa avrebbe anche ritrovato il proprio giovane scudiero, nonché ex-garzone, Seem.
Figlia di uno dei propri maestri d’arme, ed ascesa a un ruolo secondo solo a quello dello stesso locandiere in grazia alle proprie capacità e ai propri meriti nell’amministrazione della locanda durante il loro prolungato periodo di assenza nel corso del viaggio a nord, Arasha aveva infatti stretto un importante legame sentimentale con l’ultimo allievo del padre, al quale la mercenaria lo aveva affidato nella speranza di rendere meno probabile la sua prematura dipartita il giorno in cui, alla fine, l’avrebbe accompagnata in qualcuna delle sue avventure. Un legame, quello nato fra i due, che, per inciso, la stessa donna guerriero aveva decisamente apprezzato, assolutamente gradito, non appena le era stato reso evidente, nella consapevolezza di come, sicuramente, quella giovane donna avrebbe potuto rendere Seem un uomo molto più di quanto non lo avrebbe potuto fare il suo troppo presto dipartito padre, con i propri allenamenti, né lei stessa, con le proprie avventure. E, in ciò, non si sarebbe riferita banalmente a una questione di natura sessuale, qual sovente era minimizzato il concetto di passaggio all’età adulta da un punto di vista comune; quanto e piuttosto a quella crescita mentale e morale che, già in quegli ultimi anni, aveva dato evidenti frutti, facendo maturare quel fanciullo che, all’epoca del loro primo incontro, aveva dimostrato di ragionare per lo più in maniera infantile, al pari di un bambino, in un giovane che, finalmente, era in grado di assumersi le responsabilità di un uomo, qual ormai era diventato.

« Al fuoco! » gridò, con voce inevitabilmente resa roca dall’azione irritante del fumo, che su di lei stava evidentemente avendo maggiore effetto rispetto a quanto non avrebbe avuto piacere a considerare « Seem! Arasha! Non mi interessa se siete nudi… dovete uscire! » comandò, battendo con il pomello della propria spada contro la porta chiusa della camera della giovane, non violandola soltanto nella volontà di evitare spiacevoli momenti di possibile imbarazzo per la coppia, nel ritrovarsi possibilmente sorpresa in momenti troppo intimi, ma non per questo potendo loro concedere occasione di indolenza nella pronta risposta a quel suo ordine « Ora! »

In lode agli dei, Degan, il padre di Arasha, prima di morire aveva avuto occasione di compiere un ottimo lavoro con Seem, tale da permettergli di essere perfettamente efficiente anche ove convocato in maniera così poco canonica, come in quel momento. E, sempre in lode agli dei, Arasha aveva già offerto riprova di essere una ragazza estremamente sveglia, tale da non perdonarsi alcuna possibile esitazione nel confronto con un allarme del genere. Così, quasi in contemporanea con l’ultima esortazione scandita dalla mercenaria, la porta venne dischiusa, mostrando la coppia di giovani amanti decisamente meno vestiti di quanto non avessero avuto occasione di spingersi ad essere lei e Be’Sihl, offrendole, in tal senso, ragione di un fugace momento di invidia.

« Dei! » sobbalzò la giovane dai lunghi capelli neri e dalla pelle color della terra, rinunciando saggiamente, nel confronto con l’immagine della locanda in fiamme, a ogni senso del pudore, qual quello che, altrimenti, l’avrebbe sospinta a cercare di coprire le piccole, ma comunque femminili, forme dei suoi seni almeno dietro alle proprie mani, benché, nel confronto con la nudità della proprie interlocutrice, ciò sarebbe apparso quantomeno incoerente « Dobbiamo evacuare tutti quanti! » soggiunse, facendo propria quella stessa premura già espressa dal locandiere e comprovando, ancora una volta, ove necessario, quant’ella avrebbe dovuto essere effettivamente riconosciuta qual a lui maggiormente prossima rispetto persino alla stessa Campionessa di Kriarya, che in tal direzione non aveva speso né il primo, né il secondo e neppure il terzo dei propri pensieri.
« Se ne sta già occupando Be’Sihl. » replicò la donna, storcendo le labbra verso il basso e, in ciò, volgendo una fugace preghiera agli dei tutti affinché proteggessero il propri amato « Voi uscite… io penserò agli altri garzoni. »
« Mia signora… » esitò Seem, a sua volta accettando intelligentemente di posticipare ogni possibile imbarazzo per la propria nudità, e la propria eccitazione in rapido calo, e pur non potendo mancare di offrirsi implicitamente, in quelle parole, per non abbandonarla, per non rinunciare al proprio posto al suo fianco.
« Mi serve che ti occupi di Arasha, Seem! » lo richiamò immediatamente all’ordine ella, non ammettendo possibilità di discussione a tal riguardo « Lascia perdere vestiti o quant’altro. Prendi solo i tuoi pugnali e portala fuori di qui. E ricordati che questa è la città del peccato… e che non sai cosa vi potrà attendere là fuori, oltre queste fiamme! »

Dimenticare quella semplice e pericolosa verità in un frangente qual quello, in effetti, avrebbe probabilmente significato condannarsi a morte, laddove, a prescindere dalle intenzioni di chiunque avesse appiccato quell’incendio, questione di un attimo sarebbe stato per chiunque in fuga dalla locanda essere sopraffatto da malintenzionati lì sopraggiunti attratti dagli eventi in corso… e questione di ancor meno di un attimo, per una giovane splendida qual Arasha, sarebbe stato pentirsi di non essere rimasta a morire soffocata dal fumo, o arrostita dalle fiamme, piuttosto che fuoriuscire da quelle mura in cerca di una qualche occasione di salvezza. Tutt’altro che gratuito, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuto il consiglio,  il comando, della mercenaria al proprio scudiero, in tal modo espresso non tanto per sgravarlo da qualunque responsabilità, da qualunque impegno in quei drammatici eventi, quanto e piuttosto per affidargli un compito non meno importante, qual sarebbe necessariamente stato quello della difesa della propria amata dalle possibili insidie che Kriarya avrebbe potuto riservarle.
Non osando porre in discussione gli ordini del proprio cavaliere anche senza aver ancora maturato un’effettiva consapevolezza in merito alle ragioni degli stessi, Seem pose allora immediatamente in essere quanto indicatogli, rinunciando a qualunque genere di abbigliamento o altro, tanto per sé, quanto per Arasha, e recuperando soltanto le proprie due lame, con le quali già da lungo tempo aveva preso abitudine accompagnarsi, prima di ritornare alla soglia della loro stanza e, da lì, di impegnarsi ad affrontare il non semplice percorso che li avrebbe condotto in salvo al di fuori di quella trappola mortale, qual, istante dopo istante, la locanda stava sempre più rapidamente diventando.
Soddisfatta dal risultato conseguito con Arasha e Seem, Midda proseguì allora oltre, continuando a gridare il proprio allarme e a battere con violenza ogni uscio presentatole lungo il cammino, per risvegliare chiunque stesse dormendo e per evitare che tale sonno potesse tragicamente trasformarsi in un riposo imperituro.

« Al fuoco! Al fuoco! » sbraitò, ritrovando sempre più difficile e doloroso riuscire a parlare e, soprattutto, a urlare, come pur si stava costringendo a fare, in quella che, quasi, avrebbe potuto essere fraintesa qual una sorta di imprecazione « Dannazione! Svegliatevi se non desiderate fare la fine di un branco di costine di maiale sulla brace! » definì, nel paragone più azzeccato che riuscì a formulare, sebbene non fosse suo desiderio, allora, sdrammatizzare la questione « Non costringetemi a sfondare tutte queste porte una a una… o vi giuro che la prossima volta che ricostruiremo questa locanda sarà mia premura negarvi qualunque possibilità di riservatezza! »


lunedì 18 febbraio 2013

1856


Midda Bontor non si era mai considerata dotata di particolare spirito romantico. Sin da bambina, potendo scegliere fra ballate d’amore e storie di mostri ed epiche battaglie, la sua preferenza era stata sempre estremamente definita, e tale da ben lasciar intuire verso quale futuro ella avrebbe avuto piacere di votarsi. Certo: nella sua vita non erano mancate le storie d’amore, anche prima di scegliere di impegnarsi in quella non semplice relazione con Be’Sihl, ma da ciò a parlare di romanticismo, nel senso più comune e più profondo del termine, non sarebbe mancato un certo spazio. Uno spazio che, probabilmente, avrebbe potuto quantificarsi quale quello esistente fra Kofreya e Shar’Tiagh, agli estremi opposti del continente di Qahr, o quale quello esistente fra lo stesso Qahr e gli altri due continenti del mondo conosciuto, l’orientale Hyn e il settentrionale Myrgan. E ciò a non voler essere troppo severa nella propria valutazione. Né a voler spendere eccessiva enfasi in tal senso, quanto e soltanto semplice obiettività.
Per amor di correttezza, per onestà intellettuale, ella non avrebbe potuto che riconoscere quanto lontana, nella propria esistenza, avrebbe dovuto essere considerata dalla protagonista di una romantica storia d’amore, di quelle trasognando in maniera persino troppo sdolcinata sulle quali una parte delle proprie coetanee, delle altre bambine nate e cresciute accanto a lei, avevano avuto occasione di spendere le proprie giornate, includendo in tal conteggio persino Nissa, la propria tutt’altro che compassionevole gemella. Una scelta, la sua, sicuramente il larga parte derivante dall’indole caratteristica del proprio spirito, e pur, forse e ancora, in una misura inferiore ma non per questo priva di importanza, conseguente alla consapevolezza che se solo si fosse permessa di perdersi eccessivamente nella contemplazione dei propri sentimenti più gentili, del proprio amore più casto e puro, avrebbe finito con il dover rinunciare alla propria freddezza, al gelo nel quale era solita avvolgersi, proteggersi, per sopravvivere alla propria stessa vita e alle infinite prove che, in essa, continuava a costringersi ad affrontare. Anche a costo di apparire, in conseguenza a ciò, troppo crudele, insensibile, così come era conscia di essere apparsa, fra le molte occasioni, il giorno in cui aveva simulato la propria morte dando fuoco a quella locanda.
Tuttavia, se, nel confronto con quelle ultime parole pronunciate da Be’Sihl, ella si fosse lasciata guidare da qualcosa di diverso rispetto al proprio consueto autocontrollo, difficilmente sarebbe stata allora capace di evitare di impazzire, e di impazzire per il dolore, qual pur, per un fugace istante, sentì aggredirla al cuore, serrandolo in una dolorosa morsa nel centro del proprio petto. Perché innanzi a quella dichiarazione d’amore, impossibile sarebbe stato evitare di leggere un addio. Un addio derivante dalla timorosa certezza di quanto ciò che stava venendo loro allora negato non avrebbe dovuto essere considerato soltanto un momento di intimità, quanto e piuttosto il loro futuro insieme.
Quello, purtroppo, non avrebbe potuto essere considerato il momento opportuno per recriminare sulla questione, né, tantomeno, quello adatto a permettere al proprio cuore di provare quanto, in altri momenti, avrebbe condannato sotto il termine di emozione sdolcinata. Quello era il momento di agire, e di agire con assoluto autocontrollo, per mantenersi in vita e, speranzosamente, potersi concedere, al di là di ogni timore, al di là di ogni paura, un’occasione futura di ridere di tutto quello, ritornando a trovarsi abbracciati insieme in un letto… nel loro letto.

« Ti amo, Be’Sihl Ahvn-Qa. » rispose pertanto, sforzandosi di ringoiare ogni emozione, di zittire il proprio cuore e quanto la parte più pavida del medesimo le stava allora suggerendo, nel gridarle di non permettere a quell’uomo di abbandonarla, di non permettergli di allontanarsi di un solo passo da lei e dal suo abbraccio, anche ove questo avrebbe significato farsi odiare da lui, nell’impedirgli di compiere quanto aveva chiaramente definito essere loro responsabilità fare.
E prima che egli potesse essere troppo lontano da lei, prima che egli potesse smarrirsi nelle fiamme crescenti di quell’orrida fucina di Gorl, nel quale la locanda si stava rapidamente trasformando, ancora una volta ella senti desiderio di prendere voce verso di lui, per soggiungere quanto di più romantico la sua mente ebbe allora occasione di concedersi di elaborare: « E non osare morire… o ti giuro che verrò a prenderti in gloria a tutti i tuoi dei per riportarti indietro. » gridò, cercando di non lasciar trasparire la rabbia presente ad animarla nel profondo al pensiero di quell’eventualità « Ricorda: ho già ucciso un dio e, per te, sarei disposta a radere al suolo qualunque pantheon! » promise, più sincera di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare ella avrebbe potuto essere in un tal impegno, in una simile dichiarazione d’intenti.

Se egli sorrise a quelle parole, non le fu concesso occasione di saperlo. Anche se, conoscendolo, ella non avrebbe potuto essere più che certa di ciò, di quel dolce sorriso dischiusosi sul suo volto necessariamente tirato per la tensione del momento, a scoprire, fra quelle scure e carnose labbra che amava baciare e da cui amava essere baciata, una lunga fila di denti bianchi e perfetti, quasi, in tal contrasto, scintillanti.
E con la forse illusoria consapevolezza di quel sorriso, di quell’ennesimo cenno d’amore a lei dedicato, ella non poté permettersi di indugiare ulteriormente, di bloccare ulteriormente i propri passi, mantenendo la propria spada stretta in pugno e null’altro accompagnando seco, neppure la pelle di sfinge che tanto sangue le era costata, non avendo tempo tempo da perdere per rivestirsi, né, proprio malgrado, avendo una seconda mano con la quale, quantomeno, afferrarla prima di allontanarsi da quella stanza, per sfidare, a seno nudo, il calore delle fiamme.

« Thyres… » gemette, invocando ancora una volta il nome della propria dea prediletta, signora dei mari, in tal esclamazione in parte animata da una remissiva richiesta di aiuto, di soccorso nel confronto con un’impresa che non avrebbe mai avuto piacere ad affrontare, né allora, né in un diverso momento, e in parte animata, in tal senso, da un coraggioso, o forse soltanto folle rimprovero, a critica per quanto quella medesima divinità aveva permetto potesse accadere, a turbare la serenità di quella notte desiderata qual di ardente passione e nulla di più o nulla di meno.

A prescindere dalle intenzioni con cui aveva deciso di rivolgersi alla propria dea, Thyres, al pari della totalità degli dei e delle dee immortali, non avrebbe dovuto essere considerata solita concedersi dialogo con i propri fedeli, neppure con quelli particolarmente esuberanti, nel proprio operato, così come soltanto la Campionessa di Kriarya avrebbe potuto essere considerata. Ragione per la quale, la donna dagli occhi color ghiaccio, non si attese una qualche effettiva possibilità di risposta o di intervento da parte della dea in questione, così come mai si era concessa occasione di attendersi in passato.
Del resto, nata e cresciuta, qual era, come figlia dei mari, ella era stata abituata a rispettare il mare e i suoi dei quanto sufficiente da non rivolgersi mai a loro con insolenza, ma non al punto tale da non porre mai in discussione i termini nei quali interpretare quelle che avrebbero dovuto essere considerate le manifestazioni del loro potere e della loro potenza, in quell’atteggiamento solo in grazia al quale avrebbe potuto permettersi di sopravvivere tanto a un viaggio per mare, così come, più in generale, alla vita stessa, con le proprie prove, le proprie difficoltà e i propri imprevisti.
Purtroppo, quanto lì ora a lei circostante non avrebbe dovuto considerarsi il dolce abbraccio della fredda acqua dei mari a lei noti, con la legge dei quali ella avrebbe potuto promuoversi qual confidente; quanto e piuttosto un elemento a essa antitetico, addirittura nemico, nell’ardente stretta del quale non aveva mancato di ritrovarsi in passato, talvolta anche per propria causa, ma che, non per questo, avrebbe potuto vantarlo qual a sé vicino, a sé prossimo. Al contrario...

« … maledetto Gorl! E maledetto il tuo dannato fuoco! » esclamò, nel rivolgersi furente e indubbiamente irrispettosa verso la divinità comunemente associata alla potenza dirompente delle fiamme, una delle divinità più venerate in tutto quell’angolo di mondo, e il nome della quale, pur, ella non era solita pronunciare, non riguardandola, non coinvolgendola in alcuna misura « Aspettate che scopra chi è il responsabile di questo scherzo e non vi sarà luogo, in terra, in mare o in cielo, nel quale potrà mai nascondersi per sfuggire alla mia ira! »