11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 3 aprile 2013

1899


« Midda… » ripeté l’anziano pescatore, ormai non sforzandosi un solo istante di più per trattenere le lacrime, ma offrendo loro libero sfogo, la possibilità di lasciare i propri occhi al solo fine di inondare le sue gote rugose, con la stessa intensità di una tempesta estiva, e, ciò nonostante, con la stessa delicatezza di una pioggia primaverile « … figlia mia! »

Alcuno, in Licsia, avrebbe potuto affermare, in fede, di non conoscere la storia delle due figlie gemelle di Nivre Bontor, Midda e Nissa.
Nel considerare come, in effetti, pochi fossero gli abitanti di quella piccola isola non imparentati, per sangue o per matrimonio, con un qualche Bontor, così come del resto consueto all’interno di quelle piccole realtà locali; le vicende che avevano visto coinvolte quelle due tanto particolari protagoniste non avrebbero mai potuto evitare di riecheggiare in maniera quasi assordante entro quei limitati confini, sicuramente smarrendo una qualunque speranza di obiettività, e pur risultando allora inevitabilmente note, quasi riguardassero esplicitamente la propria famiglia, i propri genitori e le proprie sorelle, benché Nivre e sua moglie Mera non avessero avuto altri figli al di fuori di quella straordinaria e complessa coppia. E in ciò tutti, in Licsia, ricordavano quanto fosse avvenuto all’inizio di quella terribile faida… tutti, inclusi anche coloro che, all’epoca, neppure erano nati o, comunque, avrebbero dovuto essere considerati quali troppo giovani per conservare effettiva memoria di quegli stessi eventi.

« Thyres! E’ Midda Bontor! » esclamò il giovane Keri, il quale certamente non era neppure nato negli anni in cui la sua ormai celebre cugina aveva già lasciato il mare, e che pur non avrebbe avuto dubbi di sorta a rievocare ogni vicenda a lei collegata quasi gli fosse stata concessa l’opportunità di viverla in prima persona, come probabilmente neppure al padre era stata effettivamente garantita.

Chiunque, in effetti, avrebbe potuto raccontare, nei più minimi dettagli, giusti o errati che essi fossero, cosa fosse accaduto quando la piccola Midda era scomparsa, lasciando dietro di sé solo una sin troppo esigua lettera d’addio, a spiegazione del proprio desiderio di cercare l’avventura lontano da quelle bianche spiagge, da quel mondo nel quale, sino ad allora, aveva vissuto, era cresciuta, aveva riso e giocato, talvolta sofferto e pianto, e pur sempre era stata amata e protetta, con tutto l’amore che mai una figlia avrebbe potuto sperare di ricevere dai propri genitori e dai propri nonni. Chiunque, ancora, avrebbe potuto riportare, con improprio amor di dettaglio, lo straziante dolore che aveva afflitto quella già spiacevolmente colpita famiglia nel momento in cui Mera, moglie di Nivre e madre di Midda e Nissa, era venuta a mancare, a seguito di una penosa malattia, che aveva veduto l’unica figlia rimasta al fianco costretta ad affrontare da sola quegli eventi, quell’orrore, per quanto, proprio malgrado, ancora ben distante dal potersi considerare pronta a confrontarsi con tutto ciò, con tanta pena, con tanta angoscia, qual, del resto, chiunque, anche più forte o più maturo rispetto a quanto lei non avrebbe potuto affermare di essere, sarebbe inevitabilmente stato nel confronto con tutto ciò.
Chiunque, inoltre e pertanto, avrebbe saputo ricordare, con dispiacere e smarrimento, la furiosa lite che era esplosa fra le due sorelle il giorno in cui Midda aveva osato fare ritorno alla propria casa, alla propria terra natia, e a una gemella ormai avvelenata dal risentimento al punto tale da maledirla e da maledire il loro identico aspetto, nel confronto con il quale ella si sarebbe sempre ritrovata innanzi al volto della propria odiata nemica in qualunque momento fosse finita innanzi a una superficie troppo liscia e troppo lucida, e in grado di offrirle il proprio stesso riflesso. Chiunque, infine, avrebbe potuto testimoniare la pena, pur priva di ogni possibilità di comprensione, che si era ineluttabilmente impadronita dell’animo e del cuore del povero Nivre nel momento in cui, dopo una figlia e la moglie, si era ritrovato privato dell’ultimo membro della propria famiglia, il solo rimastogli, la giovane Nissa a sua volta partita nel silenzio della notte, all’inseguimento dei propri propositi di vendetta, vendetta contro la sorella che l’aveva tradita, vendetta contro la gemella che l’aveva abbandonata, vendetta contro l’amica che le si era rifiutata.
Con altrettanta attenzione, poi, tutti, in Licsia, avevano seguito a distanza l’evolversi degli eventi, per così come, nei racconti delle poche navi lì di passaggio, era permesso loro di conoscere. E così, se su un fronte non era loro mancato l’eco delle sempre più epiche imprese compiute da Midda, divenuta mercenaria nel continente di Qahr; sul fronte opposto non erano venuti meno dettagli in merito alle certamente meno apprezzabile carriera che Nissa aveva voluto abbracciare, divenendo non soltanto pirata, ma, ancor più, regina di tutti i pirati dei mari del sud. Perché ove anche talune cronache, portate dalle onde, non sarebbero mai giunte a turbare la quiete della gente del continente, fra i figli del mare, tutti i figli del mare, non avrebbero potuto ovviare a espandersi con incredibile rapidità, nella perfetta comprensione di quanto ciò avrebbe potuto significare: non più orde scomposte di navi pirata fra loro sovente addirittura in conflitto, quanto e piuttosto un’unica temibile flotta coordinata nei propri movimenti e nei propri saccheggi, offerenti riferimento a una sola, unica entità allor divenuta quasi divina nel proprio potere, nella propria importanza: quella di Nissa Bontor, loro signora e padrona, loro regina e conquistatrice.

« … Midda Bontor?! » commentò, con assoluto disorientamento Mari, non limitandosi, in ciò, a sgranare tanto lo sguardo dal rischiare di spingere tanto i bulbi oculari fuori dalle proprie orbite al punto tale da vederli rotolare a terra, ma, addirittura, lasciando ricadere la mandibola, senza controllo, quasi a battere contro il proprio stesso collo, come fosse stata disarticolata.

Proprio malgrado, per la nuova dominatrice dei mari del sud, nell’abbracciare qual propria simile scelta, tale controversa decisione, si era lasciata sospingere soltanto dal proprio egoismo e dal proprio odio, senza considerare, quanto, così facendo ella null’altro avrebbe ottenuto che inimicarsi la propria stessa gente, la propria stessa famiglia, in misura maggiore rispetto a quanto, per il proprio supposto tradimenti, non avrebbe mai potuto compiere la sorella reietta.
Perché Midda, pur fuggita dalla propria casa, dalla propria terra, aveva pur guardato sempre e solo ai valori di coloro che rispetto rivolgevano alla dea Thyres e ai suoi precetti, alle sue leggi e alla sua volontà, scegliendo di divenire marinaia almeno sino a quando soltanto per colpa della propria gemella era stata costretta a rinunciare a tutto il proprio mondo, a tutto ciò che aveva tanto faticosamente conquistato, con il sudore della propria fronte e con l’azzurro metallo della propria lama. Mentre Nissa, non di meno scappata alla propria casa, alla propria terra, aveva scelto di abbracciare valori antagonisti agli dei del mare, alla loro benevolenza e alla loro sempre giusta equità. Divenendo pirata, prima, e regina dei pirati, poi, ella aveva fondamentalmente ripudiato ogni valore che, da sempre, aveva contraddistinto con orgoglio e con umiltà i propri antenati, la propria stirpe: non una dinastia aristocratica, non un retaggio da sovrani, ma, non di meno, per quanto semplici pescatori, povera gente, sempre fieri della propria fedeltà ai valori propri del mare, nella forza del quale solo ai giusti, a coloro che avrebbero votato sinceramente la propria esistenza a Thyres o alla sua controparte maschile, Tarth, sarebbero stati accolti in gloria agli stessi dei, nel giorno in cui essi li avrebbero convocati al proprio cospetto. Per gli altri, per tutti gli altri, sarebbe stata soltanto l’eterna perdizione, in modi e termini che alcuno avrebbe avuto anche soltanto il coraggio di immaginare.
Tutti, in Licsia, non avrebbero potuto, pertanto, che provare sincera angoscia per la sorte a cui, in tal modo, Nissa Bontor aveva scelto di votarsi, non affidandosi al mare, qual ultima fra tutti i sudditi, ma pretendendo di dominarlo, qual prima fra tutte le sovrane, innanzi, persino, alla stessa dea Thyres. E tutti, in Licsia, non avrebbero potuto, parimenti, che provare sincera solidarietà per quanto, in tutto ciò, era accaduto a Midda Bontor, per la vita alla quale la sua gemella aveva deciso di condannarla, lontana dal mare entro soli i confini del quale qualunque suo figlio o figlia avrebbe trovato gioia e pace.

« E’ Midda Bontor! »


martedì 2 aprile 2013

1898


« … Midda?! » esitò l’anziano Nivre, allora sgranando a propria volta gli occhi, e rivelando due iridi azzurre come il cielo terso, indubbia origine di quelli ancor più chiari della figlia… delle figlie gemelle.

Un solo nome, un semplice nome, che quel vecchio pescatore, quand’ancora giovane, aveva voluto attribuire alla propria figliuola. Un nome che, nella lingua propria di quell’angolo di mondo significava “misura” e che egli aveva voluto scegliere in quanto, con il proprio stesso primo sguardo, quella bambina era sembrata desiderosa di commisurare ogni aspetto del proprio genitore, sondandone l’animo, non limitandosi a metterlo a nudo ma anche, e addirittura, a rivoltarlo, completamente, quasi con foga. Un nome che, ancora, lì pronunciato parve voler intendere tutto e il contrario di tutto, e nell’emozione dello scandire il quale, probabilmente, neppure lo stesso Nivre avrebbe saputo qual significato volergli allor effettivamente attribuire, quasi l’originale non potesse essere più adeguato a descriverla, a caratterizzarla, a contraddistinguerla per quanto ella era.
Invero, fossero anche stati lì presenti dodici dozzine di bardi e cantori, cronisti e storici, attenti a cogliere ogni evoluzione di quella situazione, di quel folle scherzo del destino a palese discapito di colei che, per troppi anni, lustri, addirittura decenni, era rifuggita a quell’eventualità, alcuno fra loro avrebbe saputo, allora, descrivere quanto nel silenzio che seguì a quel nome avvenne. Perché se nulla, sostanzialmente, mutò, se alcuno, fra tutti i presenti, osò muovere un solo passo, spostare il proprio sguardo là da dove si era posato o, addirittura, permettere alle proprie ciglia il più semplice fremito; tutto in quel silenzio cambiò, tanto da far apparire quella quiete quasi e soltanto l’espressione dell’impossibilità a elaborare quanto effettivamente stava avvenendo, le terrificanti grida che si stavano levando nell’aria con un fragore tale da annichilire qualunque suono e qualunque percezione sonora. E in tanta confusione, in simile, caotica immobilità, in tanto, silenzioso frastuono, chiunque avrebbe potuto trarre la conclusione che preferiva, ragione per la quale, in effetti, tutti trassero i propri risultati, le proprie elaborazioni, giusti o errati che essi fossero, piacevoli o spiacevoli che essi avessero da essere considerati.
Be’Sihl, lì in prima linea, lì schierato addirittura innanzi all’amata, in una postura che mai, come in quel momento, avrebbe potuto essere intesa qual in sua difesa, volle riservare qual propria un’interpretazione positiva di quell’unica parola, di quell’unico suono, del nome così scandito della propria compagna, da parte del padre della medesima. Forse influenzato in tal senso dal proprio abitualmente straordinario ottimismo, tale da spingerlo a giudicare allora una possibile condanna qual un’esultante invocazione di riconciliazione; egli non volle considerare l’atteggiamento di Nivre qual aggressivo nei confronti della figlia, quanto, e piuttosto, contraddistinto altresì da una vibrante gioia, nell’insperata e lì offertagli occasione di ricongiungersi alla medesima, dopo che una vita intera li aveva veduti ingiustamente separati. Non diverso sentimento, del resto, egli aveva colto nello sguardo dei propri genitori quando, qualche anno prima, aveva fatto ritorno a casa, benché, diversamente dall’amata, egli non fosse effettivamente rifuggito dal proprio villaggio, dalla propria terra natale, ma avesse, in coscienza e in quieto accordo con i propri cari, di ricercare il proprio futuro altrove, lontano dalle proprie radici. E se tale emozione aveva contraddistinto suo padre e sua madre, addirittura inaccettabile per lui sarebbe stata l’idea di una diversa reazione da parte di quell’uomo, al di là di quanti problemi potessero aver caratterizzato il suo rapporto con la figlia… con le figlie, in passato.
Midda, dietro all’amato, da lui in tal modo forse involontariamente, forse no, psicologicamente protetta, volle diversamente riservare qual propria un’interpretazione negativa di quell’unica parola, di quell’unico suono, del proprio nome, da parte di suo padre. Sicuramente influenzata in tal senso dal proprio passato, oltre dalla propria addirittura rinomata paranoia, ella non sarebbe riuscita, allora, ad attribuire un qualunque significato rivolto in proprio favore a quell’intervento, non laddove solo con quelle stesse sillabe, con quell’uguale incedere, suo padre le si era rivolto anni addietro, nell’unica altra occasione in cui ella aveva ipotizzato di poter far ritorno a casa, e di poter lì essere accolta con affetto ed entusiasmo, laddove, altresì, tutto ciò che le venne concesso fu l’amaro veleno sputatole contro dalla gemella, dall’amica di un tempo improvvisamente scoperta qual propria nemica. Ove le fosse stata concessa l’opportunità di modificare il proprio passato, le proprie scelte di vita, i propri errori, ella non avrebbe avuto esitazione alcuna a modificare quella particolare pagina della propria storia, quella pagina tanto tragica e dolorosa dalla quale, e in avanti, ogni cosa era andata orrendamente male, con troppi morti e con troppa sofferenza lungo il cammino che ella aveva pur tanto combattuto per rendere proprio. Ciò nonostante, soltanto sogno, soltanto illusione sarebbe stato sperare di poter modificare quanto già avvenuto, poter mutare un errore in… qualcos’altro. E, da troppo tempo, ella aveva avuto modo di comprendere quanto i sogni non avrebbero potuto far altro che svanire, con le prime luci di una nuova alba.
Nivre, davanti a loro, e pur, ipoteticamente, in secondo piano, dietro alla figura di colui presentatosi qual suo nipote, figlio di uno dei propri numerosi fratelli, a dispetto tanto dell’interpretazione della figlia, quanto di quella dell’uomo di lei, allora soltanto intuito qual tale in grazia al pur trasparente linguaggio del corpo che ne caratterizzava il comune incedere; non avrebbe voluto riservare, a quel proprio richiamo, a quel proprio intervento, né un’intonazione positiva, né tantomeno una negativa, proprio malgrado sì sorpreso, stupefatto, addirittura attonito all’idea di essere nuovamente a confronto con la propria sempre amata figliuola, da essere semplicemente impossibilitato ad assumere qualunque posizione innanzi a lei, fosse questa di gioiosa acclamazione, fosse, diversamente, di impietosa condanna, già ringraziando la propria dea prediletta di non essere per tutto quello collassato a terra, sopraffatto dagli eventi.
Così, quand’egli riprese voce, dopo un’interminabile frazione di eternità, che forse durò una vita intera, o forse soltanto pochi istanti; il suo nuovo intervento non si sbilanciò verso alcuna direzione in particolare, limitandosi, semplicemente, a cercare conferma a quanto, forse, temeva essere semplicemente un’allucinazione…

« Midda… sei tu? » riformulò la domanda, ancora esitando, ancora non avanzando verso di lei, e pur, ora, mostrando una strana luce, un incerto riflesso nei propri occhi, man mano che questi si ricolmavano di lacrime al contempo dolci e amare « Thyres… sei davvero tu?! » insistette, quasi gridando quella domanda, non tuttavia animato da un’emozione rabbiosa, quanto e piuttosto ogni istante sempre più entusiastica, man mano che l’incredulità cedeva il posto all’accettazione per quella realtà tanto straordinaria quanto insperata.

E la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, che pur, un semplice istante prima si sarebbe detta pronta a scappare, ancora una volta, lontana da lì, per affrontare senza ulteriore incertezza, senza ulteriore paura, la morte certa rappresentata dalla battaglia finale contro Nissa allorché sostenere, ancora per un istante, lo sguardo del padre; ebbe allora non troppo tardiva consapevolezza di come, per una volta, per una sfortunata volta, la sua proverbiale paranoia, la sua più intima e fedele alleata nel confronto con infinite avventure e disavventure, la stava per tradire se non, peggio, l’aveva già tradita e tradita da molto… troppo tempo, nel suggerirle un’interpretazione sbagliata a un pur semplice, innocente, addirittura innocuo richiamo del padre verso di lei.
Un richiamo, invero, non animato da una brama di condanna a suo discapito, quanto e semplicemente dal desiderio di accertarsi di non star sbagliando, di non star fraintendendo la realtà, qual conseguenza di una mente forse spiacevolmente vittima del rimpianto per quanto avrebbe potuto dire e non aveva detto, per quanto avrebbe potuto fare e non aveva fatto, all’unico scopo di mantenere unita la propria famiglia, quella famiglia donatagli dagli dei e che, drammaticamente, egli aveva perduto.

« Papà… » sussurrò ella, soffocata dall’emozione.


lunedì 1 aprile 2013

1897


« Che la benevolenza della sempre giusta Thyres possa benedire voi, la vostra nave e il vostro viaggio. » prese voce l’uomo, esordendo verso Midda e Be’Sihl, a loro più prossimi, ma includendo in tal senso l’intera Jol’Ange e tutto il suo equipaggio, scandendo ogni parola pronunciata con attenzione, nel non volersi concedere possibilità di non essere udito « Siate i benvenuti a Licsia, stranieri. »

E la Campionessa di Kriarya, che pur, sino a quel momento, aveva silenziosamente riflettuto sulle parole migliori con le quali introdursi a chiunque fosse sopraggiunto ad accoglierli, nel desiderio di non posticipare inutilmente la propria stessa presentazione in conseguenza al timore di potersi vedere respinta ancora una volta a distanza di tanto tempo, alla paura di poter essere rifiutata dopo tutti quegli anni di volontario, e indotto, esilio; non seppe proprio malgrado allora individuare in che termini esprimere un così pur non ovvio intervento, ritrovandosi a essere lì priva non soltanto della volontà di confrontarsi con quella gente, con la propria gente, quanto e peggio priva persino della forza di farlo, nel porsi, come mai prima d’allora, totalmente inerme innanzi alle proprie emozioni, ai propri sentimenti e, soprattutto, alle proprie peggior emozioni e ai propri peggiori sentimenti. Per sua fortuna, in suo soccorso, si prodigò allora il suo amato locandiere, il quale, pur rimasto inizialmente in silenzio, addirittura defilato quasi in disparte, nel desiderare concedere alla propria compagna tutto il tempo e lo spazio di cui ella avrebbe potuto necessitare in quel frangente; non l’abbandonò, non la lasciò sola innanzi a quella spiacevole prova, cogliendone ancora una volta tutto il disagio, tutte le preoccupazioni, tutte le ansie e decidendo di intervenire al fine di concederle qualche istante di tempo per recuperare l’autocontrollo apparentemente perduto, per ritrovare quella parvenza di dignità che, altrimenti, avrebbe potuto rischiare di non contraddistinguerla più, definendo quella quale un’altra nera pagina nella storia personale di quella pur straordinaria donna, la cui vita era stata da sempre contraddistinta da incredibili successi e straordinari trionfi.
In ciò, pertanto, egli avanzò di un passo, in direzione del proprio interlocutore. E a voler offrire trasparenza di quanto fossero oneste le proprie intenzioni, non si limitò allora a rivolgere un semplice saluto verbale, e neppure a offrire solamente il proprio braccio mancino, oppure addirittura destro, qual dimostrazione di fiducia: al contrario, Be’Sihl, a quell’uomo, per lui completamente estraneo, volle allora offrire entrambe le proprie braccia, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto, in quel gesto che, secondo le consuetudini vigenti, sarebbe abitualmente stato rivolto soltanto a pochi intimi, a pochi amici veri e sinceri ai quali dimostrare, in ciò, di essere completamente disarmati, di non star nascondendo alcuna arma con la quale essere pronti a colpire al minimo accenno di debolezza, al minimo errore.
Una scelta forte, quella che lo shar’tiagho volle rendere in tal modo propria, ma che non restò ignorata da parte di alcuno dei presenti. Non dall’anziano, non dal giovane, né tantomeno dall’uomo verso il quale quelle mani si presentarono allora simili a un dono, seppur prive d’alcunché al proprio interno.

« Il mio nome è Be’Sihl Ahvn-Qa, figlio di Shar’Tiagh e locandiere in Kofreya, nella città di Kriarya. » si presentò, con un sincero sorriso, non avendo, del resto, obiettivamente alcuna ragione di avversione nel confronto con quelle persone, con quegli interlocutori o con chiunque altro all’interno dell’isola.
« Benvenuto Be’Sihl Ahvn-Qa, di Kriarya. » rispose a quella presentazione l’autoctono, avanzando a sua volta in direzione del locandiere e, dopo un istante di esitazione, tendendo entrambi le proprie mani verso quelle dell’altro, a offrirle con i palmi verso il basso, per completare il gesto di saluto e non lasciare tanta fiducia qual sprecata, qual vana « Il mio nome è Mari Bontor, figlio di Licsia e pescatore. » ricambiò la presentazione, imitandone i toni pur senza volontà di scherno in tal senso « Questi è mio figlio Keri… » proseguì poi, indicando il giovane « Mentre egli è mio zio Nivre… Nivre Bontor. » puntualizzò, introducendo anche l’anziano con il volto segnato dal sole.

Che la sorpresa diffusasi tanto sul volto di Be’Sihl, quanto e ancor più su quello di Midda e, in verità, dell’intero equipaggio della Jol’Ange, a quelle parole e, in particolare, a quell’ultimo nome, apparve straordinariamente palese, fu semplicemente retorico da cogliere, da sottolineare, da evidenziare. Se in luogo a quel nome fosse stato citato quello della dea Thyres, del dio Tarth o di qualunque altra divinità, dei mari o no, probabilmente minore sorpresa, minore disorientamento, minore stupore si sarebbe dimostrato qual proprio in tutti loro, trovandoli, in effetti, più quietamente disposti ad accettare l’idea della presenza di un dio o di una dea incarnata nel corpo di quell’anziano allorché la veridicità di quell’identificazione, di quella presentazione. Ciò nonostante, laddove da parte dell’uomo presentatosi come Mari Bontor non vi sarebbe potuta essere ragione di menzogna, nell’ignoranza che indubbiamente doveva caratterizzarlo nel merito dell’identità della donna guerriero a lui posta innanzi, quell’informazione non avrebbe potuto essere considerata viziata, non avrebbe dovuto essere giudicata menzognera. E, in tal senso, quell’anziano pescatore non avrebbe dovuto essere altri che considerato Nivre Bontor, il padre di Midda e Nissa Bontor.

« Thyres… » gemette la Campionessa di Kriarya, percependosi prossima a una crisi isterica, sola, legittima e umana reazione da poter presentare al confronto con tutto ciò.

Della morte del padre, ella ebbe ragione di rendersi tardivamente conto in quel momento, non le era mai stata offerta formalmente notizia, non le era mai giunto, nel corso degli anni, annuncio. Semplicemente, con il trascorrere del tempo, con il proprio inesorabile invecchiare, tale ormai da spingerla in non ovvia prossimità ai quattro decenni di vita,  ella aveva dato per scontato simile evento. E quando, qualche mese prima, ella si era ritrovata a confronto con una coppia di spettri di sangue rappresentanti i propri genitori, ella non aveva avuto esitazione alcuna a considerarli fondamentalmente giustificati nella propria esistenza… e, ancora, nella propria brama di vendetta a suo discapito, a sua punizione.
Tuttavia, fatta eccezione per quell’immagine, per quella coppia di osceni simulacri che avevano cercato insistentemente la sua morte; mai le era stata offerta una qualsivoglia conferma nel merito della scomparsa del padre, né, da parte sua, era stata mai ricercata. Semplicemente, ella aveva dato per scontato simile evento. E non un errore di presunzione peggiore rispetto a quello avrebbe mai potuto commettere. Perché se già difficile, emotivamente, sarebbe stato per lei il confronto con Licsia, malgrado tutti gli anni trascorsi, quasi folle, psicologicamente, sarebbe divenuto il confronto con un tale annuncio, e, soprattutto, con il volto del padre, dopo tanti… troppi anni nuovamente innanzi a lei.
Un padre che ella non aveva riconosciuto e che, reciprocamente, non aveva offerto il benché minimo accenno a riconoscerla. Un padre che, al loro ultimo incontro, avrebbe dovuto essere ricordato addirittura qual più giovane rispetto a quanto ella lì non fosse; e che l’aveva veduta, per l’ultima volta, ancora ragazza, fanciulla, ancora contraddistinta dal rosso color fuoco dei propri capelli, nonché da un viso e da un corpo integri, non ancora segnati dagli orrori di una vita spesa in guerra contro la propria gemella, sola responsabile per tutte le mutilazioni che ella aveva subito. Un padre che, forse, sarebbe stato allor meglio non la riconoscesse, non avesse modo o occasione di riconoscerla, laddove, spiacevolmente, se solo ciò fosse avvenuto, avrebbe potuto tornare a volgerle quello sguardo carico di condanna che, dopo tanto… troppo tempo ella ancora ricordava perfettamente.
Purtroppo per lei, e per tali speranze, al di là del colore dei suoi capelli, dello sfregio sul suo viso o del braccio destro amputato, e sostituito da una protesi in nero metallo dai rossi riflessi che non aveva subito, alfine, una sorte migliore rispetto all’originale; i suoi occhi, i suoi straordinari e inimitabili occhi color ghiaccio, per quanto in quel momento quasi completamente assorbiti dal nero delle pupille allargatesi qual reazione alla sorpresa vissuta, non avrebbero potuto essere né confusi, né dimenticati, nella mentre del padre sin dal giorno in cui, appena nata, e a riposo fra le braccia della madre, li aveva dischiusi verso di lui, offrendogli il suo primo saluto, carico di curiosità e di amore.