11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 3 settembre 2018

2658


Immagine stravolta, la sua, che non ebbe allor a essere la sola imposta all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew. Non laddove, quantomeno, dal suo vassoietto, sul loro tavolino, non vennero deposte una bottiglietta o una brocca d’acqua e una pinta di birra, quanto e piuttosto qualcosa di decisamente più orrido e macabro, ancora una volta chiaramente frutto del disgustoso senso dell’umorismo di Desmair. Innanzi al Desmair-Be’Sihl, infatti, fu lì presentato un alto calice, dalla base dorata e dalla coppa di osso e, nel dettaglio, di teschio, e di un teschio umano, il quale, rimossa la parte superiore della nuca, era stato lì riempito di denso liquido di color rosso scuro, difficilmente fraintendibile qual birra o, eventualmente, vino e, piuttosto, identificabile come sangue. Ma se già orrida e macabra tale immagine avrebbe avuto a dover essere giudicata, ancor peggio non poté mancare di apparire il contenitore offerto allo sguardo della donna guerriero, un grande bicchiere di vetro trasparente, ricolmo non di acqua, quanto e piuttosto di un nauseabondo liquido organico verosimilmente riconducibile al processo di putrefazione, liquido che, a scanso di possibilità di errore, si presentava ancor più orrendamente ornato, nella propria superficie, da uno strato di vermi in frenetico movimento.
Uno scherzo non soltanto sgradevole, quanto e piuttosto obiettivamente malato, al confronto con la quale la Figlia di Marr’Mahew riuscì a non reagire in maniera isterica e, anzi, a conservare un ammirevole autocontrollo, in sola grazia al fatto di quanto, nulla di tutto ciò, avrebbe avuto realmente a doversi considerare inedito al suo sguardo, magari non proprio in quella precisa forma, ma, anche e probabilmente, in declinazioni peggiori. Laddove, infatti, nel suo mondo, e soprattutto in tutt’altro che casuale associazione alla regina Anmel Mal Toise, e all’emanazione del potere proprio dell’Oscura Mietitrice, non erano mai mancate aree maledette, infestate da negromantiche piaghe con le quali non soltanto ella, ma praticamente chiunque, avrebbe avuto a doversi presto o tardi ritrovare ad avere a che fare, la donna dagli occhi color ghiaccio non soltanto aveva avuto passata occasione di ritrovarsi ad ammirare al nauseante spettacolo offerto da un corpo dopo il momento della propria morte, ma, anche e ancor più, aveva avuto più di un’opportunità per immergersi, letteralmente, fra cadaveri in differenti stati di putrefazione, tale per cui, proprio malgrado, nulla di tutto quello, neppur il contenuto di quanto servitole innanzi, avrebbe potuto effettivamente disorientarla o, peggio ancora, spaventarla.

« Grazie… » non si negò occasione di sorridere verso Desmair-cameriera, chinando appena il capo a enfatizzare tale espressione di gratitudine, a non permetterle di cogliere evidenza di quanto, in quel momento, si trovasse sotto gli effetti di un’assurda allucinazione, nel non desiderare offrire, in alcuna maniera, ragione di spettacolo per chicchessia.
« Avete già scelto cosa desiderate…?! » domandò l’altro-altra, sorridendo con malevola crudeltà, sicuramente inesistente sul vero volto della feriniana e, altresì, lì predominante su quello del semidio « Se no, posso ripassare fra qualche minuto. »
« Andrà benissimo il piatto del giorno per entrambi. » ebbe a suggerire la donna guerriero, non desiderando neppure tentare di affrontare il menù scritto, tanto per il timore del confronto con la lingua franca, quanto e ancor più nella certezza di quanto, sicuramente, il proprio sposo avrebbe stravolto anche quello.
« E piatto del giorno sia… » confermò Desmair-Be’Sihl, non opponendosi a quella richiesta, laddove, avendo ben intenso la presenza di un problema, non avrebbe voluto certamente contribuire a peggiorare il medesimo… non, soprattutto, nel ben conoscere il soggetto responsabile di tutto ciò.
« Ottimo! » annuì Desmair-cameriera, confermando di aver ben compreso l’ordinazione « Due piatti del giorno… arrivano subito! » ribadì, prima di voltarsi e immergersi nuovamente nella folla del locale, e di quel locale dominato dalla tonalità rossa della pelle simile a cuoio dell’odioso semidio.

Riuscire a mantenere il controllo, in quel momento, non avrebbe avuto a dover essere considerato così banale per la Figlia di Marr’Mahew. Ma, se c’era una cosa che ella aveva ben in mente, tale avrebbe avuto a doversi considerare quanto, in conseguenza a tutto ciò, non avrebbe avuto a dover concedere al proprio sposo alcuna soddisfazione, non laddove, altrimenti, nel comprendere di averla indispettita, egli avrebbe sicuramente continuato a insistere in quella direzione.
Ciò non di meno, dal momento in cui, per lei, già non banale sarebbe stato riuscire a mantenere il controllo su di sé e sulle proprie emozioni nel confronto con un singolo Desmair, quell’odiosa creatura apparentemente preposta, nella sua vita, a ricordarle l’enorme sbaglio di valutazione che aveva compiuto troppi anni addietro quanto si era detta certa di poter trovare un modo, presto o tardi, per liberarsi di lui e dell’empio matrimonio con lui contratto; il ritrovarsi a essere immersa in un’intera sala colma di suoi replicati avrebbe avuto a doversi giudicare, per lei, qual ben oltre al concetto stesso di incubo. Oltre ad aversi a dover giudicare, da parte dello stesso Desmair, qual un’apprezzabile dimostrazione di astuzia: questi, infatti, non si era così limitato a tentare di mistificare la realtà dietro a qualche orrenda parvenza nella speranza di arrecarle torto, di imporle danno; quanto e piuttosto, in maniera estremamente più semplice, addirittura persino banale, aveva circondato la propria sposa con proprie immagini, utili a permettergli di conseguire un risultato sicuramente maggiore sotto un punto di vista emotivo e psicologico, così come la realtà dei fatti avrebbe avuto a concedergli chiara riprova se soltanto Midda non si fosse, allor, tanto sforzata a trattenere, a soffocare, in cuor proprio, ogni emozione.

« Non ho ancora compreso quanto tu ti stia dimostrando capace di offrire buon viso a cattivo gioco e quanto, in ciò, tu mi stia odiando, nel profondo del tuo cuore, per tutto questo… » commentò il Desmair originale, osservando con attenzione il volto della propria sposa per tentare di cogliere evidenza di una qualsivoglia reazione da parte sua « … o quanto, in fondo, magari ti possa aver a piacere quello che stai vedendo. Dopotutto sei stata tu a ordire quell’assurdo inganno per riuscire a sposarmi. » sottolineò, suggerendo, in tal senso, un qualche particolare interesse segreto da parte della stessa nei suoi confronti… ipotesi ovviamente proposta al solo scopo di tentare di provocarla e di far crollare l’indifferenza dietro la quale ella si era lì apparentemente barricata.

Ma tutta la freddezza, tutto il controllo, e ogni saggio proposito da parte della donna da dieci miliardi di crediti nel confronto con i tentativi di istigazione da parte del suo osceno sposo, ebbero purtroppo a crollare, a frantumarsi, addirittura a polverizzarsi, nel confronto con l’ultima, crudele immagine che egli si prodigò di presentare innanzi ai suoi occhi, e di presentare innanzi ai suoi occhi color ghiaccio al momento del ritorno del Desmair-cameriera. Giacché questo-questa, conducendo seco due ampli piatti, e posandosi quasi con entusiasmo innanzi a lei e al suo per lei ormai irriconoscibile compagno, ebbe a presentare qualcosa di ben peggiore rispetto a quanto mai ella avrebbe potuto attendersi, anche da parte di Desmair, anche da parte di quel semidio crudele, figlio di un brutale dio minore e di una psicopatica regina shar’tiagha.
Un’immagine, quella che le venne lì riservata, che fu in grado di farla sbiancare così come mai prima era accaduto nel corso della sua intera esistenza, e così come nessuno avrebbe mai potuto immaginare fosse possibile ella sbiancasse, nella sua già candida carnagione. E se ella non gridò nel confronto con tutto ciò, non fu, allora, in conseguenza a una qualche dimostrazione di autocontrollo, quanto e piuttosto perché, per la prima volta nella propria lunga e avventurosa vita, letteralmente pietrificata per l’orrore, e per un orrore tanto vasto da soffocarla, riducendola, in tal senso, a un insano silenzio.
Un’immagine che, nella fattispecie, ebbe a concretizzarsi nelle teste decapitate di Tagae e Liagu, e lì ordinatamente disposte al centro dei due piatte circondate da verdurine, come una deliziosa pietanza…

« Buon appetito! » augurò Desmair-cameriera, con un amplio sorriso di soddisfazione per essere riuscito-riuscita a servire in tempi tanto brevi i propri ultimi due clienti.

domenica 2 settembre 2018

2657


« Bah… » replicò una voce maschile, con aria evidentemente annoiata in conseguenza a quel romantico battibecco fra innamorati « Con quella pelle chiarissima e tutte quelle efelidi, in verità, non sei mai stata realmente convincente con i capelli neri. »

A esprimersi in tal senso, e senza reale capacità di sorprenderla, non ebbe tuttavia a essere Be’Sihl, quanto e piuttosto l’unico altro interlocutore maschile che, lì, ella avrebbe potuto vantare di possedere, non per propria particolare volontà o, ancor meno, gioia. Un interlocutore a confronto con il quale, in effetti, ella cercò di trattenere qualunque possibile reazione emotiva, nel non voler offrire ragione di spettacolo in un luogo così affollato, e ragione di spettacolo in conseguenza al quale troppo banalmente avrebbe rischiato di essere presa per pazza, e che, tuttavia, costrinse la muscolatura del suo braccio mancino, l’unico di carne e ossa, a un lieve fremito e, in contemporanea a ciò, la sua mandibola a serrarsi improvvisamente contro la mascella, in termini quantomeno utili a obbligarla, allora, a tacere.
Una reazione minimale, quasi impercettibile, che pur non ebbe a sfuggire a Be’Sihl, il quale ebbe immediatamente a comprendere quanto, ancora una volta, non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual soli a quel tavolino, qual in intimità nella loro conversazione, nella sopraggiunta presenza, innanzi allo sguardo di lei, a quegli occhi color ghiaccio da lui tanto amati, di Desmair. Ragione per la quale, istintivamente, egli ebbe allora a portarsi una mano al collo, a verificare la presenza del proprio collare elettronico, ma che, tuttavia, lì non ebbe più a trovare, privatosi del medesimo laddove, del resto, ormai confermato qual purtroppo inutile…

« Su, su… non siate così tesi. » lì invitò il semidio, per quanto consapevole di come, in quel frangente, la sua voce sarebbe stata udita soltanto dalla propria sposa « Non sono qui per darvi fastidio. Ma solamente per distrarmi un po’, immergendomi nella vivace atmosfera di questo locale frequentato da una clientela quantomeno… variegata. » commentò, osservandosi attorno con aria interessata « Sai…? In una realtà come questa, persino io potrei passare inosservato. » soggiunse, quasi con aria di confidenza in direzione della propria interlocutrice e, in tal senso, obiettivamente non esprimendosi a torto, laddove, malgrado le proprie proporzioni colossali, la pelle simile a cuoio rosso, le enormi corna bianche, l’orrido volto e i piedi ungulati, in effetti, lì in mezzo, in quel tanto particolare contesto, neppure egli avrebbe avuto occasione di risultare poi sì anomalo, sì estraneo, sì alieno rispetto alla folla presente « E non so se intenderla come una ragione per cui essere contento o no: in fondo, è gradevole pensare di essere unico al mondo… non che qualcuna fra queste creature potrebbe mai vantare un’origine divina mia pari. » puntualizzò, a non volersi concedere occasione di confusione con quegli esseri, con quegli alieni, fra i quali forse avrebbe anche potuto confondersi, ma fra i quali, in verità, mai avrebbe voluto essere confuso, non laddove, in tal senso, il suo retaggio avrebbe avuto a vedersi sminuito.
« … quante ciance… » sospirò la Figlia di Marr’Mahew, levando gli occhi al cielo e cercando di trattenersi dall’interagire direttamente con il proprio mai amato sposo, così come pur, egli, stava chiaramente sforzandosi di compiere, nel tentare di riservarsi un’occasione di dialogo, pur, in tal senso, senza tentare necessariamente di provocarla, senza invocare obbligatoriamente la rissa, così come pur, abitualmente, sarebbe lì occorso.
« Il tuo atteggiamento nei miei confronti è sgradevole come di consueto. » obiettò tuttavia il semidio, scuotendo l’enorme capo con aria di rimprovero a discapito della propria novecentoundicesima moglie « Non credi che, per una volta tanto, potresti anche impegnarti a tentare di considerarmi un tuo alleato, allorché un tuo avversario…? Dopotutto, obiettivamente, sono più le volte che ti ho aiutato rispetto a quelle in cui… beh… alle altre. » minimizzò egli, esprimendosi quasi come se, qualche giorno prima, alla sua ricomparsa, il proprio primo manifesto interesse non fosse stato quello di riservarsi occasione utile per cercare di spingerla a uccidere uno dei suoi amati figli adottivi, quell’insperato dono che gli dei le avevano voluto rivolgere forse a compensare, giunta a quella nuova e particolare fase della sua vita, la sua sterilità, e quella sterilità impostale, crudelmente, dall’operato della propria defunta gemella.
« … spero che tu non ti abbia ad aspettare una risposta seria… » sbuffò ella, roteando gli occhi e allor cercando di riportare la propria attenzione, e il proprio interesse, soltanto verso Be’Sihl e verso la realtà a lei circostante, benché, purtroppo, in tal maniera allor sfidato, Desmair ebbe a negarle simile occasione, divertendosi a montare il proprio volto, il proprio corpo, praticamente su ogni persona presente all’interno di quella sala, circondandola, improvvisamente, di una piccola infinità di proprie repliche, tutte fra loro indipendenti, ognuna intenta a continuare a compiere quanto già prima avrebbe avuto a doversi riconoscere dedita a fare e, ciò non di meno, tutte, allor, in apparenza, Desmair « … brutto figlio di una dannata cagna rognosa… » cercò di soffocare tali parole in un ringhio, o, quantomeno, tale ebbe a essere l’effetto finale, nel momento in cui i suoi denti ebbero a stringersi tanto da farle dolere la mascella e la mandibola.
« E’ il minimo per la tua mancanza di riguardi nei miei riguardi. » sorrise egli, l’originale copia del medesimo, sornione e divertito, non potendo, e non volendo, in alcuna maniera dissimulare il proprio compiacimento per l’irritazione della propria sposa, e, ancor più, per la quieta consapevolezza di esserne la sola causa, nel proprio mai scemato potere su di lei, e sulla sua mente « Se desideri dipingermi come un tuo avversario, accetta quantomeno che io abbia a comportarmi qual tale. »

Parole, le sue, pronunciate invero non a torto, giacché ella, per come aveva agito, per le scelte da lei compiute, non gli aveva mai riconosciuto alcuna dignità di alleato, benché in molteplici occasioni qual tale l’avesse impiegato, in una discriminazione, ciò non di meno, neppur a torto, giacché egli, nella propria collaborazione con lei, aveva agito sempre e solo secondo i propri interessi, in accordo alle proprie motivazioni, e mai per un reale desiderio di cooperazione con quella donna, e con quella donna che, in particolare, mai avrebbe potuto dimenticare averlo ingannato al loro matrimonio, e, in maniera più o meno diretta, aver innescato gli eventi che, alfine, avevano condotto alla sua morte… evento, prima di allora, ritenuto quietamente impossibile.
In una condivisa ragione e in un altrettanto condivisa colpa, quindi, quella coppia di sposi non avrebbero mai potuto riservarsi alcuna possibilità di reale intendimento, di effettiva volontà di collaborazione. Non a meno che ciò, o che l’assenza di ciò, non li avesse condotti al reciproco annientamento. Pertanto, in presenza di un nemico comune, e di quell’unico nemico comune che mai avrebbero potuto vantare, rispondente al nome di Anmel Mal Toise, certamente entrambi avrebbero unito le proprie forze. Ma in assenza della stessa, in assenza di un’immediata, evidente minaccia da parte sua, il solo interesse che avrebbe potuto contraddistinguerli sarebbe stato quello di trovare occasione per uccidersi reciprocamente. Possibilità, per il semidio, resa particolarmente complicata da un legame, da un vincolo di giuramento nuziale, nel quale egli, sempre nell’inganno da lei ordito, si era impegnato a non causare mai alcun genere di danno diretto né a lei, né a coloro che, all’epoca, le furono ancelle. Ma così come il triste e folle destino di una delle medesime aveva poi dimostrato, Desmair avrebbe potuto sempre trovare il modo di compromettere l’intera realtà attorno a loro in misura sufficiente da spingerle a desiderare la morte come alternativa a una vita ormai indegna di essere vissuta. Tentativo che, probabilmente, egli stava egualmente cercando di riservarsi nei confronti della propria sposa, nei ripetuti attentati alle persone a lei più care…

« Ecco l’acqua. Ed ecco la birra! » esclamò un’altra versione di Desmair, che, nel condurre seco un vassoietto con le ordinazioni, avrebbe avuto a ritenersi facilmente riconducibile alla stessa cameriera feriniana che, pocanzi, li aveva accolti, benché, ormai, le sue pur apprezzabili forme umane-feline avrebbero avuto a dover essere considerate completamente stravolte dall’immagine, su di lei applicata, dell’odiato semidio.

sabato 1 settembre 2018

2656


« Benvenuti, stranieri. » sorrise una giovane feriniana, avvicinandosi a loro vestita con quella che, molto facilmente, avrebbe avuto a poter essere intesa qual un’uniforme, e un’uniforme atta a indicarla qual una cameriera del locale « Quanti siete…? » domandò subito dopo, a cercare evidente conferma del loro numero, non potendo essere certa avessero a essere soltanto loro due senza, magari, altri compagni alle proprie spalle, in attesa di avanzare a loro volta all’interno del locale.
« Soltanto noi due. » confermò Be’Sihl, sorridendo alla ragazza dalle sembianze a metà fra l’umano e il felino, con forme e proporzioni che difficilmente, sino a tre anni prima, avrebbe potuto trovare gradevoli, e che, tuttavia, nell’essersi ormai abituato a quella nuova realtà, non poté ovviare a giudicare assolutamente piacevoli, riuscendo a fondere, insieme, le caratteristiche migliori tanto di una donna, quanto di una gatta, in un connubio indubbiamente interessante « Siamo giunti in un momento di affollamento a quanto vedo… » soggiunse subito dopo, non mancando di concedersi occasione di intavolare quel dialogo, forse e anche in conseguenza al proprio passato da locandiere e, in ciò, a una naturale e obbligata simpatia per la sua interlocutrice, nella quale non avrebbe potuto ovviare a ritrovare se stesso o uno fra i propri collaboratori.
« Oh no… non vi preoccupate: qui è sempre così. » ridacchiò ella, scuotendo appena il capo e facendo atto con un cenno della mano di invitarli a seguirla attraverso la sala affollata « Da questa parte, prego… dovrei avere giusto un tavolino che può fare al caso vostro. »

Abituata ad attrarre a sé la maggior parte dell’attenzione del pubblico circostante, per la Figlia di Marr’Mahew fu allora una piacevole novità poter avanzare all’interno di quel locale senza, necessariamente, ritrovarsi con lo sguardo di tutti rivolto a sé, o alla propria scollatura.
Nella grande varietà di specie lì presenti, fra le quali gli umani avrebbero avuto a doversi considerare non certamente una minoranza, ma neppure una predominante maggioranza, infatti, la sopraggiunta presenza sua e di Be’Sihl non avrebbe avuto a dover essere considerata così rilevante, nel confronto con gli equilibri presenti, da suscitare un qualunque genere di attenzione. Anzi. Persino il suo essere donna, in quel particolare momento, non avrebbe avuto a doversi considerare così peculiarmente importante, giacché, attorno a loro, straordinariamente abbondante e variegata avrebbe avuto a doversi comunque riconoscere la presenza femminile, e di qualunque genere di donna, umana e non, in misura tale per cui, senza nulla volerle negare, ella altro non sarebbe potuta che essere l’ennesima fra le molte, senza riservarsi il benché minimo valore aggiunto, non, quantomeno, sotto un punto di vista squisitamente fisico. Addirittura, e non senza una certa, rinnovata sorpresa, ella non poté ovviare a rilevare quanto, all’interno di quella tanto affollata sala, la sua non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual la circonferenza toracica più imponente fra tutte le presenti: giacché, su un altro fronte, quasi opposto rispetto alla direzione nella quale, alle spalle della feriniana, ella e il suo amato shar’tiagho si erano allor avviati, un’altra donna, di una specie a lei ignota, ma contraddistinta da una carnagione vivacemente bluastra, avrebbe avuto a poter infatti vantare una coppia di seni persino più imponenti rispetto ai suoi, e più imponenti nella misura propria di almeno un paio di taglie, in termini tali per cui, oltre a risultare ridicolamente sproporzionata, tale sconosciuta avrebbe avuto a detenere, nel bene o nel male, anche un tale primato, relegandola, di conseguenza, realmente a una fra molte… e, in fondo, nel suo taglio di capelli estremamente castigato, e nella lunga cicatrice presente sul suo volto, neppure una fra le più notevoli lì presenti.

« … mi piace questo luogo... » commentò pertanto, quasi fra sé e sé, non potendo che approvare tutto quello, e, ancor più, la propria inattesa condizione di anonimato.

In effetti, non fosse stato per la cortese cameriera rapidamente sopraggiunta a loro, e a loro dedicatasi, entrambi avrebbero potuto supporre di essere divenuti improvvisamente invisibili, tanto indifferenti ebbero a proporsi gli astanti alla loro presenza. Una condizione inedita, quella che ebbe lì a offrirsi per lei, e che, se qualcuno avrebbe potuto supporre da parte sua sgradevole o sgradita nel confronto con l’abituale notorietà nella quale, altresì, era solitamente immersa, non avrebbe assolutamente avuto a doversi considerare tale, nel concederle, per una volta in vita sua, di aversi a sentire quasi al pari di una persona normale.
Un anonimato che, quindi, dal proprio personalissimo punto di vista, avrebbe avuto a doversi persino riconoscere qual rigenerante, soprattutto al pensiero di quanto, in quell’assurda situazione, in quella caccia all’uomo, ella si fosse ritrovata così obbligata proprio in spiacevole conseguenza a una fama altresì sempre eccessivamente fragorosa, tanto attorno al proprio nome, quanto attorno alla cronaca delle proprie gesta, reali o no che queste avrebbero avuto poi a doversi riconoscere.

« Ecco qui. » annunciò la feriniana, accostandosi a un tavolino appena sufficiente per poter ospitare un paio di piatti e relativi bicchieri, e che pur, nella folla lì accumulata, avrebbe avuto probabilmente a doversi comunque riconoscere qual espressione di una benevolenza divina nei loro riguardi « Qui avete i menu. » indicò, facendo riferimento a due cartoni ripiegati e incastrati fra loro a formare una sorta di torre su base triangolare al centro del tavolinetto « Anche se, permettetemi di consigliarvi, vi inviterei a prendere il piatto del giorno: il nostro cuoco, oggi, ha dato veramente il massimo. » suggerì loro, nel mentre in cui ebbero ad accomodarsi « Comunque scegliete con calma… e, se nel frattempo desiderate ordinare da bere, ditemi pure, così che abbia a servirvi quanto prima. » si offrì, dimostrandosi, ancora, straordinariamente ospitale, segno evidente di quanto avesse seriamente a cuore il proprio lavoro, per quanto umile in molti avrebbero avuto a considerarlo.
« Per me dell’acqua fresca andrà più che bene. » dichiarò l’ex-mercenaria, come al suo solito non gradendo cedere alle lusinghe dell’alcool agli inizi di una giornata o, men che meno, di una missione, nel preferire poter conservare, piuttosto, il pieno controllo delle proprie facoltà mentali e, con esse, del proprio corpo, per essere sempre pronta alla pugna, laddove essa si fosse venuta a proporre.
« Io credo prenderò una birra. » annunciò, altresì, l’ex-locandiere, non desiderando scoraggiare la loro gentile cameriera, nell’apparire qual eventualmente disinteressati alla consumazione così come un semplice bicchiere d’acqua avrebbe potuto suggerire.
« Ottimo… preferenze sulla marca…?! » domandò la feriniana, tanto in riferimento alla birra, quant’anche all’acqua, nel non voler, altresì, discriminare alcuno fra i propri due clienti.
« E’ sufficiente che sia fresca. » minimizzò la Figlia di Marr’Mahew, anche perché, francamente, non avrebbe potuto vantare la benché minima conoscenza sui marchi delle acque o sull’assioma lì calatole improvvisamente dall’alto dell’esistenza di qualche marchio in associazione all’acqua.
« Per me, se possibile, una rossa… » dichiarò lo shar’tiagho, strizzando l’occhio sinistro con fare complice verso la cameriera « … adoro le rosse. » soggiunse poi, voltandosi verso Midda e lasciando trasparire quanto, alla base di tutto ciò, altro non avrebbe avuto che a dover essere quel piccolo gesto di galanteria, quel complimento gratuito verso la donna amata, da lei in tutto ciò certamente non atteso e, ciò non di meno, in tutto ciò neppur sorprendentemente sopraggiunto, nel ben conoscere il soggetto in questione.
« Posso capire il perché. » annuì la feriniana, a voler confermare, probabilmente per semplice gentilezza, quel complimento da lui rivolto verso la propria dama, prima di chinare appena il capo e prendere estemporaneo commiato da loro, per potersi andare a preoccupare delle ordinazioni così ricevute.
Rimasti così soli, Midda non poté che volgere uno sfuggevole sguardo verso il proprio compagno prima di concedersi possibilità di commentare a sua volta quell’ultimo intervento da parte sua, facendo propria apparentemente una minore romantica emozione rispetto a quanto, probabilmente, egli non avrebbe potuto sperare di aver suscitato in lei, dicendogli, né più né meno: « Scemo. » e, subito dopo, meglio specificando a scanso di equivoci « Se pensi che qualche facile battuta mi spinga a dimenticare quanto io sia arrabbiata con te per la tua insistenza a voler essere qui presente, ti sbagli di grosso. » dichiarò, scuotendo appena il capo « E, comunque, dimentichi che è solo da quando abbiamo lasciato il nostro mondo che ho smesso di tingermi i capelli di nero… quindi, tecnicamente, ti sei innamorato di me in versione corvina. » soggiunse, sorridendo maliziosamente divertita per averlo messo, in tal maniera, in scacco.