11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 24 aprile 2019

2890


« Ahia. » si lamentò, stringendo i denti e storcendo le labbra verso il basso, a dimostrare tutta la propria più quieta contrarietà nel confronto di quanto occorso e, in particolare, dell’essersi concessa opportunità di garantire a quell’uomo occasione di sorprenderla e di ribaltarla con tanta facilità.
« Non ho idea di chi voi siate o di cosa vogliate, ma ti posso assicurare che tu e la tua amichetta vi pentirete di essere venute a cercare rogne qui su Loicare! » avvisò l’uomo, un tipaccio sì poco raccomandabile, nell’aspetto, nei modi e, soprattutto, nella propria imperiosa stazza, da lasciar supporre, senza eccessivo sforzo di immaginazione, a uno strano incrocio fra un umano e un tauriano, o, forse, fra un umano e un ursiano, qual unica giustificazione all’esistenza di un simile individuo.

E se la carica di quell’individuo non avrebbe potuto ovviare a preoccupare chiunque, avesse il di lui potenziale antagonista a dover essere riconosciuto qual un esperto guerriero piuttosto che all’ultimo degli scudieri, Rula non ebbe occasione di maturare effettiva ansia al confronto con quell’immagine, con quella scena, nell’evoluzione che presto essa ebbe a riservarsi, e a riservarsi nell’ingresso, all’interno del suo campo visivo, della mirabile bruna bellezza della straordinaria Duva Nebiria, sua amica, compagna d’arme, nonché primo ufficiale, la quale sino a lì sopraggiunse giusto in tempo per andare a colpire, con il pomello della propria spada, il retro della nuca di quell’uomo, e colpirlo, allora, nel mentre di una costretta elevazione, di un necessario salto lì utile a spingerla a coprire l’inquietante altezza di quell’individuo.
Un colpo deciso, un colpo secco, quello che ella non si frenò dal precipitare mirando alla congiuntura fra il collo e il cranio, che non avrebbe potuto perdonare alcuno e che, in quel mentre, non ebbe a dimostrare per lui la benché minima misericordia, spegnendo istantaneamente la sua coscienza e lasciandolo precipitare a terra come una marionetta alla quale fossero stati tagliati i fili.

« Mi stavo iniziando a preoccupare! » la salutò Duva, sorridendo sorniona, non priva di una certa soddisfazione nel vedere precipitare a terra quel bestione, pur consapevole di quanto, allora, la battaglia non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual conclusa, quanto e piuttosto semplicemente iniziata « Te la sei presa un po’ troppo comoda, eh…?! » si lamentò scherzosamente, tendendole la propria mancina per aiutarla a rialzarsi, nel contempo in cui, un attimo dopo, si ritrovò a levare la propria destra, e la spada lì impugnata, a proteggersi da un fendente, e da un brutale fendente a lei destinato da uno dei loro ancor non meglio definiti antagonisti.
« … sono stata un po’ impegnata a imparare a volare. » ironizzò Rula, per tutta replica, scuotendo appena la testa nel non piacevolissimo ricordo dei propri due balzi, e di quei due balzi, in verità, terminati entrambi nel modo migliore, e che, ciò non di meno, non si sarebbe arrischiata a ripetere… non quantomeno e di certo nell’immediato « Sai che non è per nulla facile senza un paio di ali sulla schiena?! » sorrise divertita, lasciandosi accompagnare a rialzarsi dal gesto dell’amica e, in tal senso, proseguendo nell’impeto di quel movimento, fino a catapultarsi volontariamente in contrasto all’antagonista precipitatosi in tuo contrasto, per rispondere a quell’offensiva a discapito della propria compagna né più né meno come avrebbe potuto rispondere fosse stato diretto contro di sé, costringendo la controparte a ritrarsi, e a ritrarsi nel non volersi ritrovare spiacevolmente sventrato da un tondo all’altezza del suo basso addome.
« Ammetto di poterlo solo immaginare, giacché non ho mai avuto il piacere di tentare di imparare a volare. » osservò l’altra, magnifica bellezza dalla pelle color della terra e dai muscoli guizzanti al di sotto di tale epidermide, non mollando la mano dell’amica, o, per meglio dire, il suo polso, attorno al quale aveva racchiuso le dita della propria mancina, al solo scopo di sfruttare la spinta da quest’ultima riservatasi in conseguenza al suo aiuto, al solo fine di lasciarsi a sua volta trascinare in quel gesto, in quel movimento, roteando attorno a lei, e proseguendo oltre, quasi in una sorta di danza, di ballo popolare, accompagnato, tuttavia, nelle loro estremità libere dalla presenza delle rispettive lame, e di quelle lame che, simili a un mulinello di lucente acciaio, avrebbero rappresentato una ben spiacevole promessa di morte per chiunque avesse avuto l’ardire di avvicinarsi troppo a loro « Alla fine sei riuscita a farlo…? » incalzò nella curiosità attorno a quel tema, nel mentre in cui, così avanzata oltre di lei, non mancò di incalzare ancora in offesa a colui che tanto le aveva tentato di imporre danno, raggiungendolo, volutamente con il piatto della lama, all’altezza delle ginocchia e lì imponendogli un colpo tanto violento da sbalzarlo, letteralmente, con le gambe in aria, prima di lasciarlo precipitare pesantemente a terra, tramortito per effetto di quella stessa caduta.
« All’incirca… anche se, lo ammetto, più che imparare a volare credo di aver imparato a cadere. » osservò l’altra, con quieta autocritica e ammissione dei propri limiti, non potendo altresì considerare di aver effettivamente volato, quanto e piuttosto di aver contenuto, in maniera sufficientemente decorosa, i più negativi effetti propri della gravità « Attenta che tiro! » la avvisò poi, rendendosi conto dell’arrivo, alle loro spalle, della carica di altri due uomini desiderosi di regolare i conti con loro e, in questo, decidendo di proseguire in quella tattica tanto improvvisata, quanto tuttavia evidentemente efficace, nel mantenere la stretta attorno al polso dell’amica e, in ciò, non nel proseguire nella direzione inizialmente intrapresa, quanto e piuttosto nell’invertire il loro senso di marcia, e nell’invertirlo tirando verso di sé Duva e imponendole, e imponendosi, una nuova rotazione, e una nuova rotazione che, di conseguenza, potesse precipitarla verso la nuova minaccia, a riprendere in tal direzione quella loro elegante danza di guerra.

Legate l’una all’altra da quella reciproca stretta attorno ai polsi mancini, e armate, entrambe, nelle proprie destre, le due donne, una accanto all’altra, l’una in verso opposto all’altra, turbinarono in tal maniera attraverso i loro avversari ancora diverse volte, sbalzandosi reciprocamente una volta in avanti, una indietro, al fine di presentarsi sempre unite e sempre vicine innanzi a qualunque antagonista, a qualunque avversario, in termini probabilmente non così congeniali rispetto all’iniziale intento di coglierli su due fronti opposti e, ciò non di meno, egualmente efficaci nell’affrontare quella compagine tutt’altro che compatta di avversari, e di avversari che, comunque, a seguito dei primi confronti, dei primi contrasti, già si erano mischiati a sufficienza da non aver più a dover essere considerati qual un’unica entità in contrasto alla quale muoversi, quanto e piuttosto una folla disordinata, e una folla disordinata, di conseguenza, da affrontare in modi e in termini assolutamente non preordinati, per essere sempre in grado di presentarsi contro l’avversario giusto al momento giusto.
Modi e termini che, per quanto improbabile, quell’improvvisata sinergia sembrò loro garantire, e garantire in maniera non soltanto meritoriamente acclamabile, quanto e piuttosto anche squisitamente elegante nella propria esecuzione, e in quell’esecuzione che, addirittura, vide la giovane Rula essere sospinta, nell’ennesima giravolta, a correre estemporaneamente su una delle pareti del vicolo, nel ristretto spazio su quel fronte per lei allora offerto e nella necessità, comunque, di proiettarsi più in là, e più in là di precipitare con foga guerriera sulle teste di tre antagonisti in furente carica a loro discapito…

« Beh… non sarà volare, ma devo ammettere che gli si avvicina parecchio! » non mancò di complimentarsi Duva nel confronto con quel gesto, e quel gesto che, proprio malgrado, non aveva previsto, aver mal misurato la profondità a disposizione dell’amica nella concitazione di quel momento, di quel bellicoso turbinio di uomini e di lame « Tanto di cappello, amica mia! »
« E’ più incoscienza che bravura, la mia! » minimizzò tuttavia la destinataria di quel plauso, riconoscendo quando, in effetti, non avrebbe avuto a doversi considerare per nulla confidente con la possibilità di compiere quell’ennesimo breve volo, salvo essersi lasciata prendere dalla foga e, in ciò, non essersi concessa particolari possibilità di dubbio nel merito della riuscita o meno di un tale gesto.
« Incoscienza è soltanto quella di questi disgraziati, che davvero si illudono di avere una qualche occasione in nostro contrasto! » rettificò tuttavia la prima, scuotendo il capo e preparandosi a imporre all’amica una nuova occasione di volo, nel ravvisarne la necessità sul fronte opposto e, in ciò, nel non avere neppure a porla in guardia, affidandosi completamente alla loro intima intesa nella certezza di quanto, allora, ella avrebbe ben inteso cosa compiere e in che maniera.

martedì 23 aprile 2019

2889


« Signorina Zaurr… » la apostrofò, di nuovo all’improvviso, la solita voce dell’anziana signora Corphra, evidentemente tutt’altro che desiderosa di avere a riconoscerle la serenità da lei domandata « Mi perdoni ancora una domanda: quando ha detto che passerà di nuovo per quel controllo…?! »
« Miseriaccia… » ebbe il tempo di sussurrare la giovane moglie del capitano Rolamo, prima che la battaglia avesse allor inizio.

Se la prima volta, infatti, l’occorrenza dello scambio di battute fra lei e quell’insistente interlocutrice le era stata perdonata in maniera benevolmente gratuita dagli dei, o da qualunque forza superiore in quel momento stesse orchestrando la gestione di quegli eventi, non vedendo subentrare a suo discapito alcuna immediatamente conseguenza, e, soprattutto, alcuna immediata e fatale conseguenza; quel secondo intervento, purtroppo, ebbe a dimostrare nei loro riguardi decisamente minore tolleranza. Minore tolleranza, per lo meno, per quanto allora utile a veder esplodere una violenta sequenza di spari che, fortunatamente non eccessivamente precisi nella propria mira, ebbero a scaturire dal basso verso l’alto, e verso l’alto allor rappresentato su un fronte dalla stessa signora Corphra, e sull’altro dalla povera Rula, necessariamente elette qual bersaglio di tanta furia, di simile violenza.
Un grido fu l’ineluttabile reazione della signora Corphra a quanto stava lì allor occorrendo, nel mentre in cui, tremante e con il pelo gonfio in volto e sulle mani, ebbe a ritirarsi rapidamente all’interno del proprio appartamento, finalmente allontanandosi, fortunatamente indenne, da quella pericolosa finestra. Un’imprecazione sibilata fra i denti fu, parimenti, l’obbligata reazione della povera Rula Taliqua, la quale, gettando un necessariamente rapido e disattento sguardo sotto di sé, fu costretta a lasciarsi andare, ad abbandonare la tanto faticosamente conquistata presa su quella conduttura, per concedere alla forza di gravità di fare il proprio necessario corso e, in ciò, di precipitarla al suolo, in termini che non avrebbero avuto allora a doversi considerare piacevoli e che, tuttavia, sarebbero sicuramente risultati meno sgradevoli rispetto al ritrovarsi colpita da uno dei fasci laser che, in quel momento, stavano venendo proiettati verso di lei, sempre con maggior cura della mira.
Così, abbandonandosi alle leggi della fisica, ella non cercò più di contrastare la propria caduta al suolo, quanto e semplicemente di accompagnarla, e di accompagnarla in misura tale da minimizzare i danni che, in conseguenza a quel pur non banale volo, avrebbero potuto conseguire per lei. Allorché irrigidire i propri muscoli, così come pur la situazione avrebbe potuto suggerirle a livello psicologico, ella si sforzò quindi di ammorbidirli, nella volontà non di contrastare il pur inevitabile urto, quanto e piuttosto di assorbirlo, e di assorbirlo, con la stessa flessibilità propria di un felino, o di un feriniano, consapevole di dover, in tal senso, impegnarsi ad accompagnare il contatto con il suolo, e, soprattutto, di dover dedicare tutta la propria attenzione, tutto il proprio sforzo, nel reindirizzare la propria energia cinetica in altra direzione differente da quella eguale e opposta a quella della medesima caduta, laddove, altresì, l’impatto sarebbe stato allor probabilmente letale. E se pur sol il tempo proprio di un battito di ciglia ebbe a esserle concesso per affrontare tutto quello, la scarica di adrenalina che non mancò di inebriarla in concomitanza a quegli eventi non poté ovviare a sconvolgerla, e a sconvolgerla nella misura allor utile a mantenere quel lucido controllo necessario per compiere tutto ciò e, in tal senso, per sopravvivere a se stessa e alla propria probabilmente mal commisurata audacia.
Volando a terra, così, coprendo i diversi piedi di altezza che ancor la separavano dal contatto con il suolo, la giovane donna si dimostrò capace di atterrare al suolo con una pur ammirevole grazia, e l’eleganza utile a vederla, in quel mentre, rotolare in avanti, in un paio di ben soppesate capriole, utili a rallentare il proprio moto, il proprio incedere, sino a un completo arresto, senza, in questo, aver a subire eccessivi danni, lì mirabilmente limitati soltanto a qualche escoriazione superficiale e a una leggera contusione, ma non alla ben più temuta frattura di un arto. E se pur quel nuovo balzo non ebbe a tradirla, ella non ebbe a potersi concedere neppure un fugace istante utile a gioire per il proprio successo… non laddove, quantomeno, non avesse desiderio di ritrovarsi sgradevolmente esposta a nuovi attacchi, e a nuovi attacchi che, certamente, non avrebbero avuto occasione di dimostrarsi meno letali di quanto non avrebbe potuto essere un’evoluzione meno apprezzabile di quel volo.

« Beh… direi che ci siamo. » sospirò ella, estraendo, allora, la propria arma, un efficace cannoncino sonico, e immediatamente aprendo il fuoco, nel generare, in tal senso, un’amplia e violenta onda d’urto che ebbe a travolgere chiunque innanzi a lei, senza esigere, da parte sua, una mira particolarmente appropriata né, tantomeno, l’effettiva individuazione dei propri antagonisti, sino a quel momento, obiettivamente, ancor neppure inquadrati nella propria presenza.

Diversamente da un’arma laser o da una al plasma, un’arma sonica avrebbe potuto vantare, infatti, accanto a un approccio non necessariamente letale, un campo di azione decisamente più amplio, ossia esattamente quanto lì necessario alla giovane donna per poter replicare all’attacco a lei rivolto pur non potendo vantare, sostanzialmente, alcuna reale confidenza nei riguardi della precisa posizione dei propri antagonisti né, tantomeno, del proprio numero: un’efficacia più grezza, sicuramente, ma non per questo meno marcata, il prezzo della quale, tuttavia, avrebbe avuto a doversi qualificare in tempi di ricarica decisamente maggiori rispetto a quelli propri delle alternative, tempi che, in effetti, per un’arma laser avrebbero avuto a doversi riconoscere praticamente immediati, mentre per un’arma al plasma avrebbero avuto a esigere del tempo, sì, ma in misura comunque inferiore rispetto a quello proprio di un’arma sonica.
Così, alla prima, violenta esplosione sonica, ella non ebbe a poter immediatamente lasciarne seguire una seconda, avendo in ciò a doversi riservare un intervallo d’attesa pericolosamente prolungato, e un intervallo d’attesa a confronto con il quale, allora, la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di approfittare dello scompiglio generale per rialzarsi, e per precipitarsi alla carica dei propri avversari, nella necessità di trasferire il livello di quello scontro da uno scontro a distanza a un impegno fisico, così da tentare di riservarsi un maggiore controllo sull’evoluzione di quel conflitto, e, soprattutto, sulla natura e sul numero dei propri antagonisti, l’incognita nel merito dei quali avrebbe avuto a doversi giudicare, a margine di tutto ciò, la sua carenza più marcata. Senza contare che, continuando a far fuoco con la propria arma sonica, ella avrebbe corso il rischio di aver a coinvolgere in quell’onda d’urto anche la propria compagna d’arme, nel momento in cui ella fosse avanzata all’interno del vicolo, in termini che, presumibilmente, di lì a breve avrebbero avuto a dover occorrere.
Dimenticando il cannoncino sonico appeso al proprio fianco, ed estraendo allora una corta daga, Rula non esitò a proiettarsi in avanti, e a proiettarsi in avanti nel sfruttare quei pochi istanti di quiete che le avrebbero potuto lì essere offerti in conseguenza al colpo sonico appena esploso, per raggiungere i propri antagonisti e, soprattutto, per scoprire chi essi avrebbero avuto a dover essere individuati essere. Antagonisti i quali, in quel contesto, non mancarono così di apparire al suo sguardo, alla sua attenzione, ancora a terra, ancora frastornati per quanto subito, e, in parte, già fuori combattimento, in una notizia quantomeno gradevole nel confronto con il loro numero inoppugnabilmente superiore, e superiore, per quanto ella ebbe la possibilità di contare in tale esordio, almeno nell’ordine di una dozzina di unità in più rispetto a quanto non avrebbe potuto essere considerata la loro corrente forza offensiva, composta, per il momento, soltanto da lei e da Duva… o, in effetti, soltanto da lei, laddove Duva, ancora, non aveva fatto la propria comparsa in scena.
Con colpi decisi, quindi, Rula si avventò innanzitutto sulle armi da  loro impugnate, per averle ad allontanare dalle loro mani e, in ciò, per aver a costringere quel conflitto a un diverso livello, e a un livello decisamente più fisico. Livello fisico occasione della quale, tuttavia, non le fu negato dall’insorgere di un uomo decisamente massiccio, un manrovescio del quale la raggiunse in maniera assolutamente inaspettata, slanciandola violentemente a diversi piedi di distanza dalla posizione da lei sino ad allora raggiunta…

lunedì 22 aprile 2019

2888


Negare una certa sorpresa a fronte del proprio inatteso successo, per Rula, sarebbe equivalso a mentire, e a mentire spudoratamente innanzitutto a se stessa.
Se, infatti, nel compiere quel salto ella aveva posto innanzi a sé tutto il proprio cuore, tutta la propria forza d’animo, negandosi ogni occasione di timore o di ripensamento, con un’audacia incommensurabile sì prossima all’autolesionismo; la parte più razionale della propria mente, del proprio intelletto, non avrebbe potuto ovviare a presupporre un pessimo esito negativo per tutto ciò, in misura tale per cui, che ella potesse accettarlo o meno, molto probabilmente avrebbe finito per schiantarsi spiacevolmente al suolo, rompendosi qualche osso e fallendo miseramente nel proprio proposito… o forse no. Perché, in verità, anche laddove ella non ne fosse uscita indenne, certamente quella sua caduta avrebbe finito per attrarre l’interesse, l’attenzione di coloro lì appostati a minaccia della propria amica, attirandone l’attenzione e finendo, necessariamente, per fungere da diversivo, esattamente per così come sarebbe stato utile avvenisse. Insomma, qualunque esito, per quel volo, avrebbe comunque condotto, speranzosamente, a un esito positivo anche per la sua missione. E solo ciò, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto valore.
Al di là di quanto, a prescindere dalla propria sorte, il risultato finale non avrebbe avuto a mutare nelle proprie dinamiche, essere riuscita, in maniera sorprendentemente inattesa, a compiere quel volo, e a compierlo esattamente per così come immaginato, giungendo ad aggrapparsi indenne a quella conduttura, non mancò di rappresentare per la giovane donna un piacevole traguardo, e un piacevole traguardo utile non soltanto a rinfrancare la propria autostima, ma, anche, a offrirle conferma di quanto, probabilmente, ella fosse solita sottovalutare le proprie capacità, le proprie potenzialità, sminuendosi, immeritatamente, nel confronto con quanto, altresì, avrebbe potuto ottenere, con quanto avrebbe potuto raggiungere.
Più che lieta, quindi, ella non poté che scoprirsi essere innanzi a quel primo trionfo, galvanizzata in esso nelle proprie speranze di successo, in termini tali per cui, forse, schierarsi sola nel confronto con un numero imprecisato di non meglio definiti avversari, non avrebbe necessariamente rappresentato un suicidio. Ma prima di giungere a ciò, ella avrebbe avuto a dover conquistare una posizione migliore rispetto a quella da lei allora occupata. E, soprattutto, avrebbe dovuto raggiungere tale posizione, possibilmente, senza attirare l’attenzione dei propri potenziali antagonisti, in termini tali per cui, obiettivamente, ancora alcuna certezza avrebbe potuto essere da lei vantata. Il fatto di essere riuscita a compiere quel salto, infatti, non avrebbe necessariamente significato essere riuscita a compierlo senza attrarre, malamente, l’interesse degli uomini e delle donne lì appostati, e, in ciò, da un istante all’altro un qualche colpo di arma da fuoco, laser o al plasma che dir si volesse, avrebbe potuto quietamente raggiungerla, e sancire per lei una ben tragica conclusione al proprio solitario operato.
Fortunatamente, nell’inalterato rumore di fondo che ebbe ad accompagnare gli istanti successivi al suo balzo, Rula poté quietamente intuire quanto inosservato fosse riuscito a risultare il suo atto, sì plateale, e pur compiuto a una distanza tale da terra da non poter essere colto da alcuno, nell’assenza, da parte anche della più prevenuta sentinella, di ragioni utili a levare lo sguardo sin lassù, a condurre la propria attenzione verso quel punto. Così, rassicurata nuovamente di quanto, sino a qual momento, la fortuna stesse proverbialmente arridendo la sua audacia, la giovane donna si impegnò, con gesti leggeri e delicati, a ridiscendere lungo quella tubatura, nella speranza di raggiungere, con la stessa discrezione che sino a quel momento l’aveva accompagnata, il livello del suolo.

« Ehy… ma cosa ci fa lì appesa…?! »

Ad attrarre, tuttavia e spiacevolmente, la sua attenzione, intervenne allora una voce per lei non completamente ignota, sebbene, al tempo stesso, neppur effettivamente conosciuta.
In effetti, non fosse essa stata l’ultima voce udita a eccezion fatta della propria, probabilmente Rula non avrebbe neppure avuto possibilità di riconoscerla: ma non avendo avuto altre distrazioni nel mezzo di tutto ciò, la voce propria dell’ultima persona con cui aveva avuto occasione di parlare non avrebbe avuto a poter essere fraintesa nel proprio riproporsi, per quanto, in quel momento, in quel frangente, in termini quantomeno inattesi.

« Signora Corphra! » esclamò Rula, voltandosi in direzione dell’edificio dal quale era appena balzata fuori solo per poter distinguere, affacciata alla finestra sotto a quella dalla quale era volata, la sagoma di una donna feriniana sulla sessantina, con una coppia di pesanti occhiali appoggiati sul naso e uno sguardo di critica disapprovazione dietro quelle spesse lenti, intenta qual era, allora, a osservarla, e a osservarla con severità « Cosa fa lei lì alla finestra?! Mi avesse sorpresa un po’ di più, avrei potuto anche cadere e farmi male! » la rimproverò, osservandola con aria seria, e definendo, implicitamente, in tal maniera, tutta la propria più assoluta ragionevolezza nel ritrovarsi in quel momento lì appesa, quasi avesse a doversi considerare la cosa più normale del Creato.
« … ma… io… » esitò l’anziana signora, tutt’altro che convinta da quell’argomentazione, e da quell’argomentazione volta a condurla dalla parte del torto benché, obiettivamente, in tutto quello sua avrebbe avuto a doversi riconoscere quieta ragione per la questione così formulata.

Come sovente accade nella vita, e, in particolare, nei rapporti interpersonali, quanto importante, in quel momento, non avrebbe avuto a doversi considerare la ragionevolezza, o la colpa, dell’una piuttosto che dell’altra, quanto e semplicemente la confidenza con la quale l’una sarebbe stata in grado di imporre all’altra un senso di totale correttezza nel proprio incedere, lasciando percepire alla controparte di essere in torto, e di esserlo nella propria più semplice curiosità, quasi quel medesimo interrogativo avesse a doversi giudicare assolutamente inopportuno.
E se, pur, nel proprio intervento la signora Corphra era stata in grado di spiazzare la propria interlocutrice, lì sorpresa dalla sua voce, e dalle sue parole; la quieta fermezza del rimprovero che Rula ebbe a muoverle si dimostrò capace di spiazzarla, colpevolizzandola per quanto pur avrebbe avuto a doversi riconoscere un suo quieto diritto, e costringendola, in ciò, a chinare lo sguardo con aria tristemente rassegnata…

« Avanti, signora Corphra. Rientri in casa, per cortesia! » la incalzò la giovane donna, scuotendo appena il capo e facendole gesto con la mano di ritrarsi, preoccupata, in quel momento, non soltanto per se stessa ma anche per lei, laddove, se soltanto più in basso vi fosse stata evidenza di quello scambio di parole, troppo facilmente anche quell’anziana feriniana avrebbe potuto ritrovarsi esposta al fuoco avversario, ritrovandosi spiacevolmente coinvolta in una questione più grande di lei, e di fronte alla quale avrebbe avuto a doversi giudicare, a ragion veduta, del tutto innocente « Mi lasci finire di lavorare… tanto, come le ho promesso, ci risentiremo presto! » mentì spudoratamente, risultando tuttavia estremamente convincente nella propria interpretazione, al punto tale che, la sua diretta interlocutrice, altro non poté fare che annuire e ritrarsi all’interno dell’appartamento, richiudendo la finestra che aveva aperto solo per poterle rivolgere la parola.

Ancora un istante di silenzio e di immobilità fu quello che, dopo quel fugace momento di interruzione, Rula ebbe a volersi riservare e a volersi riservare nella necessità di comprendere se fosse stata capace, senza merito alcuno, di sfuggire all’attenzione dei propri supposti avversari o se, semplicemente, di lì a un istante dopo un qualche colpo d’arma da fuoco si sarebbe divertito a tirarla bruscamente giù da lì.
Fortunatamente, tuttavia, e come già pocanzi, la quiete che ebbe allora lì a imperare sembrò suggerire quanto, in gloria a qualunque divinità la stesse assistendo, nessuno, più in basso, si fosse reso conto di quanto stesse avvenendo, essendosi probabilmente ritrovate, le loro voci, coperte dal rumore di fondo di una città comunque viva e indaffarata, qual era quella a loro circostante. Così, tirando un profondo sospiro di sollievo, la giovane riprese la propria delicata e silenziosa discesa, sperando di non avere più a essere interrotta da nuovi, inattesi interventi.