Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
giovedì 3 settembre 2020
3388
Avventura
064 - Midda contro Nissa
« … la città è vuota. » si rispose, in un sussurro equivalente a quello della domanda e pur, allora, contraddistinto da un maggiore senso di irritazione e un senso di irritazione conseguente all’evidente riprova della propria superficialità e della propria superficialità nel confronto con quella situazione.
In una posizione di sostanziale conforto fisico e mentale, e in una posizione nella quale nulla avrebbe mai potuto negarle simile serenità, ella aveva commesso un’imperdonabile leggerezza, e una leggerezza che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi intendere qual un errore: quella di presupporre erroneamente che la propria gemella non avrebbe potuto trovare una soluzione alternativa alla ben misera possibilità di scelta che le aveva posto innanzi.
Tuttavia, animata da una costretta irrequietezza fisica e mentale, e in una posizione estremamente precaria sotto ogni punto di vista, Midda Bontor era stata in grado di superare quasi con banalità quell’ipotetico stallo, semplicemente svuotando la città e traducendo, tutto quello, in un’inutile spreco di tempo, e di risorse, da parte sua, giustappunto utile alla medesima per garantire alle persone evacuate, a quelle centinaia di migliaia di esuli, di potersi allontanare il più possibile da lì, affinché, a prescindere dall’esito di quella battaglia, e di quella battaglia dall’esito facilmente ipotizzabile, la vittoria dei ritornati non avrebbe mai potuto dirsi completa, per così come la sconfitta di Lysiath non avrebbe mai potuto considerarsi assoluta.
« Cagna maledetta! » ringhiò quindi, a esprimere tutta la propria insoddisfazione, merito, ancor prima che per i meriti della propria gemella, per i propri stessi demeriti, e per quei demeriti dei quali, allora, avrebbe potuto fare quietamente a meno se soltanto non si fosse concessa una tanto sciocca noncuranza nel confronto con quella situazione e con le sue, possibili evoluzioni.
E dire che non le mancavano certamente né le risorse né i mezzi, nel considerare il numero straordinario tanto delle une, quanto degli altri, tali per cui, allorché sopraggiungere alle porte di Lysiath da una singola direzione, avrebbe potuto quietamente abbracciare l’intera città, circondandola a richiudendola all’interno di una morsa di morte dalla quale non avrebbe potuto trovare occasione di scampo.
Purtroppo, giunta a quel punto, piangere sul proverbiale latte versato non sarebbe stato utile né a lei, né ad alcun altro. E, anzi, l’avrebbe soltanto potuta distrarre maggiormente dalla realtà della situazione attuale e, con essa, da quant’altro, all’occorrenza, Midda poteva aver pianificato in loro supposta, e pur vana, offensiva.
In ciò, quindi, la comandante dei ritornati si costrinse a offrire il proprio miglior viso a quel pessimo giuoco, riconoscendo un onesto punto in favore della propria avversaria e, ciò non di meno, ripromettendosi quanto, a esso, non ne avrebbero avuti a dover seguire altri. Perché se pur la propria gemella aveva concesso alla quasi totalità degli abitanti di Lysiath occasione di estemporanea fuga, quel loro ostinato attaccamento alla vita avrebbe avuto a dover essere comunque inteso qualcosa di estemporaneo. E qualcosa al quale, ella e i suoi uomini, avrebbero presto posto rimedio, nel marciare, come promesso, sul resto del regno e del continente intero, dopo la caduta di quella prima città.
Poco male, quindi, che la città fosse pressoché deserta, eccezion fatta per quello sparuto gruppetto di difensori già provati dalle lunghe ore di assedio: se quella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la situazione attuale, ciò avrebbe avuto a significare una più rapida estinzione per quella sventurata capitale e, in questo, la possibilità di riprendere, al più presto, il proprio cammino per la tappa successiva.
« Fai venire tutti quanti. » esclamò, pertanto e alfine, in direzione del primo uomo a portata di voce, affidandogli, in ciò, il ruolo di proprio portavoce « Voglio che tutto il nostro esercito avanzi all’interno della città, setacciando casa per casa, stanza per stanza, l’intera capitale. » esplicitò, a beneficio del proprio interlocutore, a non far sembrare, quell’ordine, qual completamente fine a se stesso « Prima della prossima alba, Lysiath dovrà cessare di esistere per qualunque vivente e diventare la prima città del nostro dominio! »
Meno uccisioni avrebbero significato meno sangue e meno stupidi e inutili zombie a infestare la città. E questo, di conseguenza, avrebbe reso, a tutti gli effetti, Lysiath ancor più che compatibile con l’idea di avere a fondare, a partire da quel punto, un nuovo mondo, una nuova realtà, e una nuova realtà entro i confini della quale soltanto per i ritornati vi sarebbe stata una qualche possibilità di futuro, e di un futuro eterno, privo della minaccia di malattie, di dolore e di morte, privo della possibilità di invecchiare, e privo, in ciò, di ogni umana paura, e di quelle paure atte a divenire troppo sovente limiti per il progresso collettivo.
O, per lo meno, tale avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, in quel momento, la posizione propria di Nissa Bontor, e di colei che, in fondo, avrebbe avuto a poter vantare un punto di vista quantomeno fazioso nel merito di un tale argomento.
Una posizione, quella propria della comandante dei ritornati, che non avrebbe avuto a poter essere parimenti condivisa da parte né di Midda Bontor, né delle sue due sorelle di vita e d’arme, né tantomeno da tutti i membri superstiti della milizia di Lysiath.
Dal punto di vista di tutti loro, in effetti, l’opinione sull’argomento avrebbe avuto a doversi riconoscere diametralmente opposto. E opposto nella misura in cui, privati della morte, quegli esseri, quelle creature, erano stati parimenti privati della possibilità di vivere una qualsivoglia esistenza, di crescere e di progredire, sbagliando, magari, ma anche e ancor più apprendendo dai propri errori per non avere più a ripeterli.
In quale altra misura, del resto, avrebbe mai potuto essere intesa una cicatrice, se non qual una medaglia al merito per essersela riusciti a cavare in qualche situazione più o meno drammatica, se non addirittura tragica, nella quale ci si sarebbe avuti a ritrovare o per propria colpa, o per colpa di qualcun altro, se non direttamente del fato, del destino? In quali altri termini, ancora, avrebbe mai potuto essere apprezzata una mutilazione, se non qual la più straordinaria dimostrazione di forza da parte di chi, per una sorte avversa, ritrovatosi privato della propria integrità e, ciò non di meno, incapace ad arrendersi, psicologicamente e fisicamente, a tale condizione, in termini tali da voler comunque continuare a lottare, e a lottare per la propria autodeterminazione, per dimostrare a se stesso e agli dei tutti di non essere ancor finito…?!
In tali termini, in tale misura, Midda Bontor, per prima, ma chiunque altro come lei, non avrebbe potuto ovviare a considerare quelle ferite in confronto alle quali, ormai, tutti quei ritornati avrebbero avuto a doversi intendere assolutamente refrattari. Ferite che sarebbero comunque guarite, che nessuna traccia avrebbero avuto a lasciare sui loro corpi, prive di qualsivoglia dolore utile a marcare un egual segno nelle loro menti e nei loro animi e, in questo, prive di quell’indispensabile fattore squisitamente tipico dei mortali, in grazia ai quali aver a poter definire la propria esistenza e, ancor più, il proprio stesso io.
Un mondo dominato dai ritornati, quindi, non sarebbe mai stato un mondo destinato al progresso collettivo, quanto e piuttosto, semplicemente ma palesemente, a un collettivo epilogo, nella fine di qualunque sprone a esistere, a essere e a vivere.
Dopotutto, non erano stati, forse, proprio la maggior parte di quei ritornati in quieta attesa a debita distanza dalle mura della città per oltre due giorni, senza dimostrare maggior vitalità rispetto a una statua di creta? Persino un albero, persino una pianta, avrebbe avuto a poter dimostrare maggiormente il proprio essere viva rispetto a tutti loro, muovendosi lentamente, impercettibilmente, forse, e pur muovendosi, pur crescendo, pur mutando… e, in questo, comunque dichiarando all’universo intero il proprio “io sono”.
Così, quella per Lysiath, non avrebbe avuto allor a dover essere fraintesa soltanto qual una battaglia per la conquista di una città, quanto e piuttosto un concreto scontro filosofico fra due idee antitetiche, fra due concezioni opposte di esistenza, fra due opinioni diverse sul futuro. E due opinioni diverse fra le quali soltanto una avrebbe potuto avere a sussistere al termine di tutto quello… nel bene, così come nel male.
mercoledì 2 settembre 2020
3387
Avventura
064 - Midda contro Nissa
Come facile presumere, l’esercito dei ritornati non offrì tregua a Lysiath. Non in quelle prime ore del nuovo giorno, né nelle successive. Al contrario, anzi, in evidente attuazione di una qualche strategia precedentemente concordata, un’ulteriore porzione dello smisurato esercito al seguito di Nissa, poco dopo l’alba, ebbe ad abbandonare la quieta stasi in cui era rimasto sino a quel momento per avere finalmente occasione di avanzare, e ricongiungersi, alfine, al blocco degli attaccanti, decuplicandone il numero e quel numero, almeno in origine, di non più di un centinaio di elementi, mostri esclusi.
Ma se tanta difficoltà avevano imposto a Midda e ai suoi compagni poco più di un centinaio di elementi, mostri esclusi, cosa avrebbe avuto a significare un tale incremento? E un tale incremento che, purtroppo, avrebbe avuto a dover essere letto in parallelo a un meno significativo, e pur egualmente drammatico, decremento di risorse sul fronte opposto?
Se, la mattina precedente, la battaglia era iniziata con un rapporto di dieci a uno in favore di Lysiath, e, ciò non di meno, il risultato era stato poco meno che devastante; in che termini avrebbe mai potuto essere inteso un rapporto di tre a due in opposizione a Lysiath?
Purtroppo, meno di mille contro più di millecinquecento non parve essere, nei piani di Nissa, una quota ancor accettabile Non, soprattutto, a confronto con il pressoché sterminato bacino dal quale poter attingere nuove risorse, e risorse lì in quieta attesa del momento nel quale sarebbero state chiamate in causa. E così, sul far della sera, i numeri ebbero ancor a mutare. Ed ebbero a mutare nel momento in cui, dallo schieramento più distante, da quella smisurata distesa di uomini e donne in immota attesa della propria occasione, ebbero a essere convocate altre unità. E unità nella misura sufficiente, allora, a raddoppiare, ulteriormente, il proprio conteggio totale nel mentre in cui, quelle ultime dodici ore non avevano potuto ovviare a conteggiare tragicamente nuove vittime nello schieramento opposto.
Da tre a due in contrasto a Lysiath, pertanto, le proporzioni ebbero a mutare fino a un tre a uno… e, in effetti, neppure quello, nel ben considerare quanto, ormai, le fila proprie della milizia cittadina avrebbero fatto fatica a conteggiare addirittura novecento unità.
Tale disperata condizione fu quella che, quindi, vide sopraggiungere una nuova notte. E la vide sopraggiungere in una crescente situazione di stanchezza fisica e psicologica per i difensori della città, in opposizione alla quieta indifferenza propria dei loro oppositori. Perché se questi ultimi non avrebbero potuto accusare alcun cedimento né di natura mentale, né, tantomeno, di natura corporale, ben diverso avrebbe avuto a dover essere inteso il discorso per i primi e per coloro i quali, fra pochi momenti di inquieto sonno, e fugaci occasioni di tesi pasti, non avrebbero avuto a resistere ancora a lungo a quella sfida contro la morte.
Di ciò, proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto che dichiararsi perfettamente consapevole. E per ciò, proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto ovviare a essere intimamente preoccupata, e preoccupata nella misura in cui, purtroppo, non avrebbe potuto che iniziare a temere per una disfatta a dir poco catastrofica, e quella disfatta, del resto, pur quietamente auspicata dalla propria gemella Nissa.
Per questo, sul calare di quella nuova sera, e di quella sera nella quale da millecinquecento i loro avversari salirono fino a tremila, la spiacevole scelta che ella non poté ovviare a prendere, per il bene di tutti, fu quella di scandire quell’unico ordine che alcuno avrebbe potuto attendersi di ascoltare… non dopo più di trentasei ore di devastante battaglia.
« Abbandoniamo le mura! »
In molti, nel sentire quell’ordine, non mancarono di avere a domandarsi confusamente se davvero avessero udito correttamente o se, forse, la stanchezza non avesse giuocato loro un brutto scherzo. Possibile che, davvero, la Campionessa di Lysiath stesse loro domandando quello? Possibile che volesse davvero che avessero a lasciare le mura, così strenuamente difese sino a quel momento?!
Purtroppo Midda Bontor era perfettamente consapevole di quanto, oltre alle energie, tutti loro stavano iniziando a veder mancare anche le risorse utili per tentare di contrastare l’avanzata dei non morti: le riserve di proiettili, preparate due giorni prima, erano già venute meno prima dell’ultima alba e, per quanto avessero iniziato a saccheggiare i primi edifici in maggiore prossimità alle mura, demolendone le pareti e cercando di ottenere, in ciò, altro materiale utile, semplicemente palese avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, simile soluzione emergenziale, non avrebbe potuto essere protratta a lungo o, peggio ancora, in maniera indefinita.
« Via tutti! » insistette, a rendere più palese il proprio invito « Ritiriamoci all’interno della città! »
Pur non essendo una delle città più grandi di tutta Kofreya, Lysiath non avrebbe neppure avuto a dover essere fraintesa al pari di un paesello. E, complice la propria peculiare architettura, e quell’architettura caotica eredità del proprio passato tranitha, non avrebbe avuto egualmente a doversi considerare semplice da girare, immediata da esplorare. Insomma: per quanto avrebbe potuto avere a doversi intendere assurdo, ritirarsi all’interno della città, abbandonando le mura agli assalti dei loro antagonisti, avrebbe potuto scoprirsi essere, in fondo, una possibilità. E se non una possibilità per vincere quella battaglia, quantomeno una possibilità utile a procrastinarla ancora un po’, a resistere il tempo sufficiente a permettere l’arrivo, fra loro, di Nóirín Mont-d'Orb e della possibile soluzione finale.
« Abbandoniamo le mura! » ribadì, in favore di coloro ancora incerti su come procedere, non perché avessero a doversi riconoscere desiderosi di sacrificare la propria vita lì sopra, quanto e piuttosto perché convinti che non vi avesse a poter essere alternativa a ciò « Passate parola a tutti! »
E così, dal ritrovarsi continuamente bombardati, dall’alto delle mura, da un’incostante pioggia di ogni qual genere di pietra o mattone, i ritornati ebbero, improvvisamente, a scoprirsi liberi dalla minaccia di qualunque sforzo in senso loro contrario. Uno sforzo vano, uno sforzo inutile, che non avrebbe potuto loro imporre alcuna sofferenza, né, parimenti, avrebbe potuto loro imporre alcun danno destinato a restare tale, per quanto apparentemente grave, per quanto sostanzialmente letale, e pur uno sforzo che, sino a quel momento, era riuscito a impedire loro la conquista di quelle mura, malgrado tutti i propri sforzi e malgrado la collaborazione di tutti quei mostri, con la propria eterogenea varietà di poteri e di possibilità.
Scoprirsi, quindi, improvvisamente liberi da quella minaccia, da quel contrattempo, non poté ovviare a suscitare in loro un moto di entusiasmo, e un moto di entusiasmo tutt’altro che fine a se stesso. Perché, senza quell’insistente opposizione, scalare quelle mura sarebbe stata questione di poco… di pochissimo. E una volta conquistate quelle mura, la città sarebbe presto caduta sotto il loro controllo.
Solo una figura, fra tutti, ebbe ad accogliere con perplessità quell’evoluzione. E, tale figura, non poté ovviare a essere quella della stessa Nissa Bontor, la quale non poté mancare di domandarsi il senso ultimo di quella decisione e di quella decisione apparentemente autolesionistica…
« Che cosa hai in mente, sorella…?! » le domandò, in un interrogativo sussurrato e ovviamente destinato a restare senza risposta e pur un interrogativo utile a dimostrare quanto, da parte propria, non avesse ad attendersi nulla del genere dalla propria gemella.
Anche perché quel cedere loro il passo, quel permettere loro di violare i confini della città, sarebbe necessariamente equivalso a condannarne a morte tutti gli abitanti.
A meno che…
martedì 1 settembre 2020
3386
Avventura
064 - Midda contro Nissa
Per Nissa e per gli altri ritornati, l’alba giunse in un clima di serena indifferenza. Un primo giorno d’assedio era trascorso, ma sarebbe potuta essere passata soltanto un’ora, o un anno intero, e non vi sarebbe stata differenza alcuna per tutti loro.
Alcuno fra loro ravvisava stanchezza. Alcuno fra loro ravvisava spossamento. Alcuno fra loro aveva subito ferite che, poi, comunque, non erano già state dimenticate, quasi nulla fosse effettivamente occorso. Erano lì da ventiquattro ore, eppure avrebbero potuto essere appena arrivati, per quanto il loro corpo avrebbe potuto suggerire loro. E sarebbero potuti restare lì per i prossimi ventiquattro giorni, o ventiquattro anni, come se nulla fosse, e senza che questo avesse minimamente a mutare il loro approccio con il mondo circostante.
Ciò fu, per loro, la prima, e più efficace, possibilità di scendere a confronto con la propria nuova condizione esistenziale. E la nuova condizione esistenziale di un’esistenza fine a se stessa, non più vittima, in alcuna misura, di tutti quei limiti propri della mortalità, di un tempo prefissato, di una scadenza incontrovertibile.
Essi erano. E sarebbero sempre stati. Vivendo non più in un qualche genere di progresso, in un qualche cammino evolutivo, sempre a metà fra un passato immutabile e un futuro imperscrutabile; quanto e piuttosto in una quieta staticità, un perenne progresso all’interno del quale ogni timore, ogni motivo di incertezza o esitazione, avrebbe cessato di esistere.
Una prospettiva che, se sotto molti punti di vista non avrebbe avuto a dover essere altro che intesa entusiasmante, soprattutto per chi ritornato dalla morte, per chi si era già visto una volta negata la propria esistenza e per chi, ormai, non avrebbe più avuto a correre un simile rischio; sotto altri punti di vista, sotto altri aspetti, avrebbe avuto altresì a doversi intendere quantomeno ragione di irrequietezza, se non, addirittura, di un vero e proprio terrore. Perché, a margine di tutto ciò, era stata loro anche negata la sola e unica certezza che, pur, avrebbe avuto a dover essere intesa qual propria di qualunque individuo: la morte.
Ovviamente, però, nella bolgia propria di quella battaglia, di quell’assedio, a nessuno avrebbe potuto venir in mente di riservarsi occasione per simili pensieri filosofici ed esistenziali: a prescindere da tutto, in quel momento loro avevano comunque uno scopo, avevano comunque una missione, e una missione indicata loro dalla loro comandante. Una missione che, allora, si sarebbero impegnati a condurre a termine fino alla fine, fosse anche e soltanto per dimostrare a se stessi, e al mondo intero, di esistere.
Indubbio, a confronto con tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere inteso un pericoloso cambio nelle regole stesse della guerra. Perché se pur il mondo non avrebbe avuto a dover essere considerato privo di confidenza con la guerra e le sue dinamiche, tutto un altro discorso avrebbe avuto a dover essere inteso proprio per quanto, in quel momento, stava accadendo.
La guerra, dopotutto, era un concetto antico tanto quanto la civiltà. E, probabilmente, persino precedente a esso. Ma pur essendo qualcosa di così antico, e, di conseguenza, noto, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual nulla di assimilabile a quanto lì in corso. Non, quantomeno, ove contraddistinto da creature incapaci ad affaticarsi, incapaci a conoscere dolore o ferite, incapaci a concepire l’idea stessa della morte. Creature che, così facendo, avrebbero soverchiato completamente le dinamiche stesse della guerra, i suoi tempi, i suoi ritmi.
Kofreya conosceva bene la guerra. In guerra, Kofreya, era con Y’Shalf da molto prima che i nonni dei nonni di coloro lì allor impegnati a combattere sulle mura di Lysiath potessero essere nati. Ma la guerra sempiterna fra Kofreya e Y’Shalf, e quella guerra atta a falciare ogni giorni centinaia e centinaia di valorosi soldati su ambo i fronti, in un costo in termini di vite umane che sarebbe stato insostenibile se soltanto non avesse, altresì e paradossalmente, anche alimentato un tanto straordinario quanto cinico motore economico utile a entrambi i regni in conflitto; nulla avrebbe avuto a spartire con quella che, allora, Nissa e i suoi uomini avevano portato alle porte di Lysiath. Perché per quanto feroce avrebbe mai potuto essere la guerra fra Kofreya e Y’Shalf, non avrebbe potuto ovviare a essere cadenzata da quei tempi, da quei ritmi, propri dell’uomo, e di quei soldati che, pur pronti a morire per i propri valori, o, anche e soltanto, per la propria paga, non avrebbero certamente potuto rinunciare a vivere. E vivere, in ciò, avrebbe avuto necessariamente a significare mangiare, bere, andar di corpo e, sicuramente, dormire, irrinunciabili esigenze universali imprescindibili per chiunque. O, quantomeno, così era stato sino ad allora. Sino all’avvento dei ritornati.
I ritornati, generazione superiore di non morti rispetto a quanto mai quel mondo aveva visto prima, non abbisognavano, infatti, di adempiere a nulla di tutto ciò. Non necessitavano di mangiare, né di bere, né certamente di andar di corpo o, tantomeno, di dormire. Ragione per la quale, mai avrebbero avuto necessità di rallentare, necessità di frenare, concedendo, parimenti, ai propri antagonisti, occasione utile per farlo.
E questo, ineluttabilmente, avrebbe complicato di molto la questione per i difensori di Lysiath, costretti a una battaglia continua, a un incedere costante e impietoso, e un incedere costante e impietoso a confronto con il quale sarebbero dovuti resistere… o avrebbero dovuto accettare di morire.
Quella guerra, quindi, era qualcosa di nuovo. Qualcosa di inedito. E qualcosa a confronto con la quale un manipolo di uomini, un pugno di valorosi, stava cercando di tenere testa, affidandosi alla propria Campionessa. Ma per quanto valore, per quanta forza ed entusiasmo tutti loro avrebbero mai potuto dimostrare, semplicemente certa avrebbe avuto a doversi intendere la loro sconfitta a quelle condizioni, in quella situazione. Consapevolezza che non avrebbe potuto ovviare a rinfrancare gli animi dei loro antagonisti, e di quegli antagonisti che dalla propria avrebbero potuto vantare di possedere l’eternità.
« Il sole sta tornando a sorgere alle nostre spalle… » annunciò la voce di Nissa, riecheggiando fra le fila dei propri uomini « … ma a nessuno di noi ciò importa, non è forse vero?! »
Un grido collettivo, utile a offrire forma all’entusiasmo di tutti i presenti, ebbe lì a sollevarsi da quell’esercito, e quell’esercito del quale soltanto una minima parte avrebbe avuto a doversi intendere effettivamente ammassata ai piedi di quelle mura, mentre, nella propria percentuale predominante, avrebbe avuto ancora a doversi riconoscere a distanza, lì dove la stessa Nissa aveva chiesto loro di attendere, e di attendere che avesse a doversi intendere il momento giusto per intervenire.
« Qualcuno desidera forse fermarsi?! Qualcuno fra voi necessita forse di riposo o di cure…?! » domando provocatoriamente la donna, con una retorica evidente, che non avrebbe richiesto alcuna replica, e che pur, allora, non avrebbe avuto lì a doversi intendere del tutto priva del proprio valore, nella necessità di disorientare i propri antagonisti, quegli uomini e quelle donne che, dall’alto delle mura dietro le quali si erano arroccati, non avrebbero potuto ovviare a constatare la terribile situazione per loro lì proposta.
E se psicologicamente debilitante, per i difensori di Lysiath, avrebbe avuto a doversi intendere quella domanda, ancor più terrificante avrebbe avuto a doversi riconoscere la risposta, e quella risposta utile a esprimere tutto il feroce entusiasmo di quegli uomini, di quelle donne e di quei mostri che, in replica alla loro condottiera, non mancarono così di manifestare tutto il proprio dissenso a confronto con l’ipotesi di una pausa.
Nessuna pausa sarebbe stata loro necessaria. Nessun riposo sarebbe stato da loro richiesto.
Non, per lo meno, fino a quando quelle mura avrebbero avuto a riconoscersi ancora inespugnate. Non, per lo meno, fino a quando quella città avesse continuato a esistere in quanto tale, con i suoi abitanti, con la sua vita e la sua vitalità, e una vita e una vitalità quantomeno offensiva dal loro punto di vista, e dal punto di vista di chi, morto, si era visto dimenticato da tutti coloro ancora in vita, interessati soltanto a proseguire con le proprie esistenze, quasi nulla fosse realmente occorso.
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