Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
domenica 19 settembre 2010
982
Avventura
022 - Futuro
« Ecco il genere di sorprese che, solitamente, preludono a brutti guai… » commentò Duva, a denti stretti, offrendo voce a un pensiero praticamente comune con la propria compagna d'arme, nel trovarsi a confronto con l'immagine di quel segnale luminoso proiettato in alto sopra le loro teste.
Dopo l'iniziale e probabilmente inevitabile movimento necessario a raggiungere una posizione di guardia, il primo ufficiale della Kasta Hamina si era dimostrato particolarmente disinteressato a prendere concretamente parte allo scontro fisico altresì ricercato dal capo della sicurezza per due, fondamentali, ragioni, quali l'effettiva esiguità del numero di avversari lì proposti quali loro controparti e, inoltre, un'ormai maturata confidenza con i piaceri propri dell'altra: alla luce di simili fatti, intervenire a propria volta nella questione avrebbe significato banalmente offrire uno spiacevole sgarro alla propria compagna, offesa che mai avrebbe personalmente gradito imporle per una parentesi, un intervallo di svago, apparentemente destinato a un rapido esaurimento. Rimasta pertanto a distanza di sicurezza dall'azione, anche per evitare di poter essere inavvertitamente coinvolta in quel tornado di freddo metallo generato dai movimenti della lunga spada bastarda lì in instancabile opera, la donna dagli occhi dorati non esitò ulteriormente innanzi all'implicito invito rappresentato da quello stesso razzo, gettando, in ordine, una voce prima in direzione della propria alleata e, subito dopo, del loro avversario, o forse protetto, Beri Vemil.
« Midda: non tirarla troppo per le lunghe con quei poveracci e, quando puoi, raggiungimi. » richiese, in quello che, probabilmente, sarebbe dovuto apparire quale un ordine nel particolare contesto gerarchico che avrebbe dovuto caratterizzarle, ma che, tuttavia, apparve altresì più vicino a un semplice invito, quale quello di un'amica verso una propria pari « Signor Vemil: si chiuda qui dentro e continui pure a non fare assolutamente nulla come meravigliosamente compiuto sino a ora. » ironizzò, strizzando l'occhio sinistro verso di lui, con fare sarcasticamente complice « E, a scanso di equivoci, la prego di non illudersi che il nostro discorso possa già considerarsi terminato in questo modo. Al contrario: per il favore che le stiamo offrendo, credo che, a tempo debito, sarà necessario concordare una giusta ricompensa… »
Alcuna occasione di replica venne allora riservata dalla donna verso l'uno o verso l'altra, nello scattare, con decisione, al di là del conflitto in corso e, con esso, dell'intero cortile interno teatro del medesimo, nella volontà di riconquistare l'uscita dal complesso di edifici ove il proprietario di quel piccolo feudo aveva stabilito la propria signorile dimora. In effetti, l'eventualità che Beri Vemil potesse aver da obiettare qualcosa nel merito delle sue ultime parole, non avrebbe suscitato il benché minimo interesse, la più elementare curiosità in lei, nel mentre in cui, parallelamente, ella ben sapeva come a Midda non sarebbe occorsa alcuna necessità di risposta a tale avviso, a una simile dichiarazione d'intenti, così come, del resto, ella stessa non ne aveva previsto la necessità nel momento in cui aveva deciso di gettarsi in quella disputa fra armi bianche. Lasciando, in tal modo, la propria battagliera sodale impegnata in quello che per lei non avrebbe potuto essere giudicato qual più impegnativo di un semplice allenamento, Duva si mosse rapidamente lungo una via per lei sostanzialmente inedita, mai percorsa dal momento del loro sbarco sulla superficie di quella luna, e in fondo alla quale, altresì, era certa che avrebbe potuto trovare quanto necessario per muoversi più comodamente e rapidamente, per raggiungere i compagni del primo gruppo nero vestito ovunque essi potessero trovarsi.
Nel giungere, poco prima, insieme a Midda sino alle porte del loro iniziale obiettivo, infatti, gli sguardi di entrambe non avevano mancato di prestare massima attenzione all'ambiente loro circostante, per cogliere anche i più minimi dettagli di possibile interesse, di potenziale attrattiva, allo scopo di poter essere pronte a qualsiasi inimmaginabile sviluppo il destino avesse deciso loro di riservare. E nel compiere ciò, la presenza di alcuni veicoli monoposto o biposto a lievitazione magnetica, più comunemente definiti quali moto, non erano sfuggiti a tale censimento. Tutt'altro che di recente fabbricazione, indubbiamente malconci, e, in ciò, incapaci di poter attrarre qualsiasi furfantesco interessamento, ammesso che in quell'angolo sperduto di universo potesse esserci il pericolo di subire furti al di là di quelli orchestrati dallo stesso Beri, quei veicoli dovevano essere stati lì condotti allo scopo di essere utilizzati quali semplici mezzi da lavoro, privi in ciò di particolari pretese di sorta esterne alla loro mera capacità di mantenersi ancora in volo.
« Ho indubbiamente guidato di meglio… ma non credo sia il caso di dimostrarsi troppo schizzinose, in questo particolare frangente. » sospirò la donna, offrendo voce ai propri pensieri e aggrottando, in quel mentre, la fronte, nel cercare di valutare, fra la pur ristretta varietà di scelte alternative riservatale, quale moto avrebbe potuto offrirle migliori prestazioni « Diamine: una vale l'altro. » concluse, decisamente demotivata, nel saltare in sella a quella più vicina a lei e nel premere il pulsante rosso dell'accensione del motore, sul lato destro del manubrio.
Entro i limiti derivanti dal proprio stato di degradazione, dalla propria condizione materiale, i veicoli a lievitazione magnetica, fossero essi agili moto, o più ingombranti auto e autocarri, in verità, non erano soliti offrire sostanziali differenze, caratterizzati da un medesimo concetto di base, intrinseco nel loro medesimo nome, tale da garantire loro movimenti dolci e silenziosi, nell'essere mantenuti sollevati da terra come per incanto, ancor prima che per semplice scienza, per l'effetto di una banale applicazione fisica, e nell'essere poi sospinti, nella quasi totalità dei casi, da compatti ma efficienti motori all'idrargirio o, in assenza di essi, da più primitivi motori ancora alimentati a carburanti fossili.
Offrendo allora riprova di quanto tutt'altro che ingenerose fossero state le osservazioni appena espresse in critica a tali malconci veicoli, la moto, in tal modo eletta dal primo ufficiale della Kasta Hamina qual proprio estemporaneo trasporto, non si sollevò dal suolo con la stessa silenziosa discrezione che aveva altrimenti caratterizzato l'arrivo del più esteso mezzo proprio dei dodici aggressori nero vestiti nel cortile della dimora di Beri: se, infatti, quest'ultimo era stato capace di giungere sopra le loro teste senza porre in allarme i pur estremamente allenati sensi della stessa Midda Bontor, la scelta di Duva produsse al contrario un frastuono quasi assordante, uno stridio tale da far pensare a un animale selvaggiamente squartato e smembrato ancora in piena coscienza di sé, che non promise nulla di buono per la riuscita di quel volo. Ciò nonostante, fortunatamente per la medesima pilota, essa sembrò riuscire a mantenersi sufficientemente coesa nella propria struttura, al punto tale da permettere addirittura ai tre dischi magnetici posti alla propria base, alle estremità di un ipotetico triangolo equilatero, di creare campo sufficiente a innalzare l'intera moto per diversi piedi dal terreno sabbioso sulla quale era rimasta sino a quel momento a riposo.
« Per volare… vola. » commentò la pilota, impegnandosi a non porre in dubbio la propria stessa scelta, dal momento in cui, in tal caso, non sarebbe riuscita a considerarsi sufficientemente folle da proseguire imperterrita nella medesima « Vediamo se riesce a muoversi anche in orizzontale, oltre che in verticale. »
In aiuto alla concentrazione di Duva, eccessivamente rivolta alla precaria integrità strutturale dei veicolo scelto, ancor prima che alle ragioni che l'avevano sospinta a compiere quella stessa folle decisione, occorse in quello stesso momento il boato di una vasta esplosione, in conseguenza della quale un intero magazzino venne letteralmente eliminato dal paesaggio proprio di quell'ex-insediamento minerario, ora divenuto un piccolo centro urbano sufficientemente colmo di vita e di attività umana. Nell'osservare, così, un'enorme e nera colonna di fumo levarsi verso il cielo poco lontano da sé, ella non poté concedersi ulteriori possibilità di indecisione nel merito della direzione verso la quale destinare il proprio interesse e, con esso, la propria intera persona, nel desiderio di meglio comprendere le ragioni alla base di quell'attacco, ancor prima che, semplicemente, contenerlo, qual pur, indubbiamente, si era già dimostrata essere la sua intenzione: una volontà sicuramente egoistica, in quanto conseguenza dell'esigenza di rimediare una nuova serie di iniettori funzionanti per la propria nave, e, ciò nonostante, non per questo meno che misericordiosa nei riguardi di coloro che, se tanta distruzione non fosse stata presto arginata, avrebbero potuto subire amare conseguenze, nel dover pagare un prezzo eccessivamente alto per tanta tragedia.
sabato 18 settembre 2010
981
Avventura
022 - Futuro
Non gradendo, in tal situazione, l'eventualità di offrire ai propri avversari il tempo di schierarsi in maniera più compatta ed efficiente in loro contrasto, Midda Bontor si proiettò nella direzione di quelle armi laser con la stessa foga, con il medesimo impeto con cui un tempo era solita contrastare meno sofisticati, e pur ugualmente letali, archi e balestre, consapevole di come, in una simile situazione, mantenere un qualsivoglia distacco fra sé e tale gruppo armato, avrebbe solo significato offrire loro un utile vantaggio, una possibilità di banale vittoria in sua offensiva. Al contrario, trasferendo la battaglia dalla media o lunga distanza al corpo a corpo, ella avrebbe obbligato quegli uomini e donne nero vestiti a rinunciare all'utilizzo dei propri fucili, in favore di altre risorse, nella pur vana speranza di prevalere in contrasto alla lucente lama della donna guerriero, già abbondantemente bagnatasi del sangue di innumerevoli nemici.
« Io vado. » definì ella, in un retorico avvertimento alla volta di Duva, rapidamente riponendo il cannoncino nella propria guaina sulla sua schiena nello stesso istante in cui le sue gambe già traducevano il proposito in azione, non riservando in tanta immediatezza alcuna eventuale possibilità al proprio ufficiale in comando di negare simile decisione, là dove, del resto, difficilmente una qualsiasi proibizione verbale in suo arresto avrebbe potuto impedirle di gettarsi nella mischia.
Una scelta coraggiosa, indubbiamente impavida, quella da lei così resa propria, nel confronto con la quale, tuttavia, non sarebbe potuta essere individuata alternativa migliore, dal momento in cui, innanzi a una simile furia, a una tale barbara carica quale quella offerta da quell'amazzone armata di una spada dalla foggia antica, alcun uomo o donna appartenenti a quella realtà di astronavi e armi da fuoco, di veicoli a lievitazione magnetica e di incredibili tecnologie, avrebbe potuto mantenere saldamente fermo il proprio cuore, irremovibilmente concentrata la propria mente, per proporre in sua risposta il colpo che pur avrebbe potuto arrestarla per sempre, avrebbe potuto negare il compimento di quella folle avanzata. Così, prima che qualsiasi laser potesse essere mirato al centro di quegli occhi azzurro ghiaccio, la proprietaria dei medesimi raggiunse i propri primi antagonisti e riversò contro di loro tutta la propria abilità guerriera, l'esperienza di troppe battaglie combattute in ogni genere di scenario, dimostrandosi simile a un fiume in piena, a un violento tornado, capace di spazzare via ogni cosa innanzi al proprio cammino senza la benché minima possibilità di salvezza, occasione di scampo.
Non ira, non collera, non rabbia avrebbe dovuto essere giudicata alla base di simile attacco, né avrebbe potuto essere letta sul suo volto, nei suoi occhi, dal momento in cui, al contrario, solo freddo distacco, assoluta indifferenza, si proponeva ancora lì presente così come pocanzi ella aveva dimostrato nel corso del dialogo fra Duva e Beri. In verità, nel profondo del proprio animo, al centro del proprio cuore, ella non si sarebbe, addirittura, potuta negare una certa gioia, un sicuro entusiasmo, un deciso piacere, fisico oltre che psicologico, per l'occasione così riconosciutale in immediata prosecuzione della sin troppo breve schermaglia con le guardie preposte a difesa del signorotto locale, dal momento in cui, per lei, la lotta non era solo una parte fondamentale della propria professione, ma una vocazione intrinseca del proprio animo. Drogata dalla propria stessa adrenalina, ella bramava simili, e ancor più impegnative, possibilità di scontro ogni giorno, ancor più di quanto mai avesse mai dimostrato ai propri compagni della Kasta Hamina di provare interesse per altri più consueti interessi e diletti, fra cui, banalmente, quelli propri della sfera sessuale: non nell'amore, quindi, ma nella guerra Midda sembrava raggiungere la propria pienezza, il proprio completamento, in una perversione tale da renderla, agli occhi di tutti, ancor più straniera di quanto sostanzialmente e concretamente già non fosse.
« Forza, miei cari. » incitò, improvvisamente, i propri avversari, appena ritraendosi da loro per non concludere troppo rapidamente quella lotta, il confronto lì in corso, quasi come una bambina golosa che, di fronte all'ultima fetta di un dolce, si costringe a frenare i propri appetiti per non consumarla senza averla adeguatamente assaporata, gustata « Sono certa che non è il meglio che sapete fare! »
Sebbene non nati, né cresciuti, a differenza della propria attuale controparte, in un mondo nel quale solo le armi bianche si ponevano impiegate a distinguere la vita dalla morte, gli otto nero vestiti non avrebbero potuto neppure essere erroneamente giudicati del tutto estranei al combattimento corpo a corpo, ove costretti, come in quel momento, a difendere il proprio domani senza l'ausilio delle proprie armi laser, troppo scomode e di difficile gestione a una distanza tanto ravvicinata.
Per tal ragione, una fitta selva di pugnali di inequivocabile natura militare, dalla doppia lama, dalla punta ricurva e dall'inequivocabile profilo seghettato in prossimità dell'impugnatura, utile in numerosi contesti primo fra i quali, indubbiamente, quello di strappare la carne della propria vittima una volta penetrato in essa, si schierarono in opposizione di quella lunga lama dai riflessi azzurri, dimostrandosi qual altrettanto arditamente rispetto a lei pronti alla sfida così richiesta. Il confronto allora proposto fra la spada bastarda e i sedici pugnali, due per ogni contendente nero vestito, sarebbe dovuto essere considerato solo in erronea apparenza dall'esito scontato, in quanto le sedici armi "minori", se pur di dimensioni inferiori e di manifattura ridicola rispetto alla loro sola controparte, si sarebbero indubbiamente riservate un'agilità, una destrezza, una velocità, necessariamente maggiore rispetto a quella naturalmente limitata dalle stesse dimensioni eccessive dell'altra, offrendo ai propri proprietari una possibilità di trasformare la posizione di apparente predominio della loro nemica in una, al contrario, di clamorosa disfatta.
Ciò nonostante, dove pur sincera e reale era tale eventualità, e dove pur privo di possibilità di critica era il loro addestramento, ugualmente difficile, potenzialmente impossibile, sarebbe stata per gli otto sconosciuti aggressori ancora dotati di coscienza, ipotizzare di sopraffare quella figura, forse umana e pur priva di ogni umano barlume, nei limiti della loro attenzione, per la propria incredibile capacità di gestione e predominio di quel conflitto, da lei, in apparenza, addirittura vissuto quale un semplice esercizio fisico, una sessione di personale allenamento nel confronto con la quale non aver nulla di cui temere.
« Questa indemoniata è peggio di una chimera… » gemette una giovane del gruppo, venendo sospinta quasi foglia al vento dalla forza della mercenaria, la quale, sebbene armata di una sola e ingombrante spada a una mano e mezza, sembrava riuscire a essere contemporaneamente presente su ogni fronte di quel combattimento « Non abbiamo speranza di farcela da questa parte… è meglio lanciare il segnale! »
« Tre ha ragione. » si dichiarò concorde un uomo, suo commilitone, nel tentare disperatamente di mantenere per qualche fuggevole istante in stallo l'arma avversaria, bloccandola nell'incrocio dei propri pugnali « Sette: il razzo… prima che sia troppo tardi. »
Ritrovandosi a essere impossibilitata a comprendere il significato dei discorsi, pur perfettamente a lei tradotti, condotti in tal modo da quei bizzarri avversari, ora giunti persino a apostrofarsi reciprocamente con dei semplici numeri in vece dei propri nomi, Midda arricciò le labbra con fare di disapprovazione, nel cogliere l'evidenza di essere ostacolata, in maniera estremamente effimera rallentata, nella propria volontà di raggiungere colui che giudicò essere identificato dal numero sette, prima che egli estraesse da una delle numerose tasche del proprio completo nero, una sorta di tuta militare non particolarmente più elaborata rispetto a quella da lavoro indossata dalla stessa donna guerriero, il piccolo razzo così evocato, subito esploso verso il cielo sopra le loro teste. Tale dardo, poco più grande dell'impugnatura propria dei pugnali lì bellicosamente dispiegati, conquistò rapidamente la propria meta, risalendo di oltre un centinaio di piedi sopra le loro teste prima di esplodere in una fontana di colori, dando vita al segnale così augurato da parte di Tre, evidentemente utile, se non, addirittura, necessario, per comandare a un altro gruppo loro pari il triste insuccesso già ammesso.
In conseguenza di tanto impegno a offrire simile trasparenza ai propri forse lontani compagni, un dubbio, fra molti, non poté allora evitare di prendere il predominio nella mente della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco: quale, fra i due, ammesso che in tale conteggio avrebbe dovuto essere censito il totale dei gruppi partecipanti a quell'offensiva, avrebbe dovuto essere considerato di semplice distrazione, di banale diversivo, e quale, altresì, era stato scelto al fine di raggiungere un concreto obiettivo reale nel corso di simile attacco? E, ancora, quale, effettivamente, avrebbe dovuto essere giudicato un bersaglio tale da render necessario e utile l'impiego di tanti sforzi?!
venerdì 17 settembre 2010
980
Avventura
022 - Futuro
Da oltre vent'anni impegnata nella professione di mercenaria, Midda conosceva, in verità, sin troppe modalità, tecniche, possibilità per poter richiedere a sé una vita umana, pretendere la morte di un proprio avversario, che egli, assurdamente, lo desiderasse oppure, più usualmente, no. Volendo ipotizzare di censire un numero approssimativo di vittime più o meno dirette di una propria azione, tale cifra sarebbe risultata sì elevata da interdire chiunque, nel ritenerla eccessiva per qualsiasi singola figura mortale, improponibile per qualsiasi uomo o donna, umano o non, che mai avesse attraversato l'universo: una naturale reazione che avrebbe, poi, sfiorato i limiti dello scandalo ove simile conteggio fosse stato attribuito non all'utilizzo di armi particolarmente potenti, quali quelle sulle quali, da quando era divenuta parte dell'equipaggio della Kasta Hamina, avrebbe potuto porre le proprie mani, quanto, piuttosto, per mezzo di una lama, quale quella della sua spada o di una qualsiasi altra arma bianca, se non, persino, delle proprie stesse mani nude. In tutto questo, per quanto inaccettabile e assurdo, retorico sarebbe stato sottolineare un'intima indifferenza, in lei, all'uccisione di un proprio antagonista, per esplicito desiderio o in semplice esecuzione di un incarico in tal senso. Ciò nonostante, proprio in virtù di simile sua particolare confidenza con la morte, con l'omicidio, con l'assassinio, ella non amava abusare di simile possibilità, di tale occasione quale mezzo di risoluzione dei propri problemi, considerandolo quale, soprattutto ove rivolto in contrasto a nemici a lei nettamente inferiori, una dimostrazione di sostanziale debolezza, una mancanza di fiducia nelle proprie forze, una dichiarazione di incapacità pratica a sostenere e superare un incontro, una sfida, senza gratuiti, ove a lei non esplicitamente retribuiti, spargimenti di sangue. Nel rispetto di un simile principio, di una tale filosofia, ella aveva scelto qual propria un'arma "minore", quale era solita essere giudicata un'arma sonica, e sempre in linea con tale pensiero ella non desiderava ricercare la morte di quei dodici nero vestiti così come, pocanzi, non aveva richiesto quella delle guardie preposte a protezione di Beri Vemil.
« Sono giunti con un veicolo a lievitazione magnetica… » specificò, riprendendo voce e, indipendentemente da tali parole, riservandosi un sorriso di soddisfazione per il risultato di quel primo colpo « Per nostra fortuna, nel gettare le corde hanno prodotto sufficientemente rumore, o avrebbero anche potuto sorprenderci. »
« Amici suoi, signor Vemil?! » richiese Duva, ora rivolgendosi alla volta del loro ospite, scaraventando da parte le poltroncine per liberare, in tal modo, lo spazio all'interno di quella stanza da eventuali fonti d'ostacolo, inutili ingombri che avrebbero potuto ritorcersi in loro contrasto nell'ipotesi di giungere a uno scontro fisico diretto « Credi che sia possibile chiudere le porte, Midda? »
Di diverso avviso rispetto alle scelte della donna dagli occhi color ghiaccio, in tal situazione, si dimostrarono prevedibilmente e, forse, inevitabilmente, le dieci figure loro antagoniste ancora lì rimaste in gioco, le quali, in replica all'offensiva così diretta in loro contrasto, risposero mettendo mano alle proprie armi da fuoco e, in ciò, bersagliando le robuste pareti di quell'edificio con numerosi colpi laser, nella inequivocabile volontà di abbattere quella loro avversaria prima che ella potesse riservare loro nuovi attacchi.
Innanzi a tanta violenza, potenzialmente letale, il capo della sicurezza della Kasta Hamina non si scompose eccessivamente, riuscendo, ciò nonostante, a non subire il benché minimo danno. In supporto a tale incredibile capacità di controllo, già per lei intrinseca abilità psicologica ed emotiva, in effetti, avrebbe allora dovuto essere giudicata anche la consapevolezza di come, a tale distanza e in assenza di qualsiasi minimo impegno in favore di una mira precisa, qual pur era quello così offerto dal gruppo di aggressori ancora impegnati a raggiungere il suolo, l'eventualità di poter essere colpita da simili armi avrebbe dovuto essere ritenuta minima e assolutamente fortuita: una possibilità, quindi, da non minimizzare, da non ignorare, e pur da non temere al punto tale da ricercare immediato rifugio, restando, al contrario, lì immobile a preparare un secondo attacco sonico, non appena la spia verde del cannoncino le avesse nuovamente concesso il via libera a procedere.
« Possibile, sì… » confermò la donna guerriero, valutando tale fattibilità nonostante il serio danno imposto dal loro stesso arrivo in contrasto alla risorsa così richiesta « … utile, no. Una simile scelta rischierebbe di ritorcersi in nostro contrasto, nell'imprigionarci qui dentro e nell'offrire loro totale libertà d'azione. » obiettò, scuotendo appena il capo, nel disapprovare un tanto prematuro arrocco « A meno che tu non stia ipotizzando di restare qui dentro insieme al nostro anfiteatro, mentre io vado là fuori. »
« E lasciare a te tutto il divertimento?! » negò il primo ufficiale, sorridendo e ponendosi alle spalle della propria compagna, pronta a combattere insieme a lei per la difesa di quella loro posizione, in una battaglia nella quale, invero, ancora non era stata offerta chiarezza al loro preciso ruolo, al concreto livello del loro coinvolgimento in eventi nel confronto con i quali avrebbero potuto ritenersi persino estranee.
In tutto ciò, lo stesso Beri Vemil un tempo signore incontrastato di quell'insediamento, coraggioso e valente condottiero di tutti coloro a lui quotidianamente facenti riferimento, si stava proponendo, con trasparente sincerità, troppo confuso e preoccupato in conseguenza del degenerare di quella già spiacevole situazione per potersi permettere di mantenere il controllo di tutto qual pur, abitualmente, non avrebbe avuto problemi a fare, al punto tale da non riservarsi allora quasi occasione di comprendere come le medesime due protagoniste dei suoi ancora attuali timori di morte si fossero così inaspettatamente schierate in sua difesa, in sua protezione, proponendosi addirittura volontariamente quale unica barriera fra lui e quegli non ancora identificati nuovi aggressori, dal momento in cui, purtroppo, ogni altra risorsa a lui appartenente non avrebbe potuto essere attualmente considerata qual disponibile per tale compito, posta fuori combattimento dalla stessa coppia di donne ora impegnate in suo effettivo aiuto.
In quel frangente, in effetti, egli non stava dimostrando neppure in grado di prendere in esame l'idea di defilarsi dal luogo che, molto presto, si sarebbe indubbiamente proposto qual scenario di una furiosa battaglia, per correre a nascondersi altrove o, quanto meno, a prendersi cura della propria famiglia, della propria gente, lì altrimenti restando del tutto immobile, quasi pietrificato, nonostante la propria attuale qualifica di spettatore non sarebbe occorsa a proteggerlo in caso di necessità, a preservarlo in vita nel momento in cui qualcuno fra i tanti candidati in sua offesa avesse alfine deciso di tentare di pretendere da lui una qualche vendetta di propria competenza. In maniera a dir poco grottesca, comunque, l'uomo sembrò alfine trovarsi a essere attratto dall'analisi di un particolare assolutamente minore, irrilevante, nel merito del quale la sua psiche volle paradossalmente porre un particolare punto interrogativo.
« … anfiteatro?!... » ripeté, offrendo involontariamente voce a un proprio pensiero, un dubbio nel merito del termine erroneamente utilizzato dalla donna dai capelli color del fuoco, in pur chiara sostituzione del vocabolo "anfitrione" che, in quel contesto, avrebbe potuto descriverlo innanzi a loro.
« Non ci faccia caso, signor Vemil: il traduttore automatico della mia amica fa ancora fatica a riadattare in maniera corretta la sua lingua natale a quelle più in uso, e quando ciò accade si generano simili incoerenze, per fortuna ormai sempre meno rilevanti. » spiegò Duva, offrendo una rapida e pur completa risposta ai dubbi allora espressi attorno a simile tema « Credo che, comunque, dovrebbe essere suo maggior interesse mantenere la testa bassa… o, se le fosse possibile, cambiare addirittura aria. » soggiunse, donandogli allora il consiglio migliore che egli avrebbe potuto ricevere in quel particolare momento, in quella situazione di crisi.
Contemporaneamente a simile scambio verbale fra i due, il capo della sicurezza, ferma presenza, priva di possibilità di distrazione, accanto a loro, offrì finalmente spazio a un secondo "sospiro" per il proprio cannoncino, un nuovo colpo che sopraggiunse con tempestività tale, rispetto al momento utile in tal senso, da non permettere neppure alla spia verde di completare la propria accensione prima di essere tanto subitaneamente costretta allo spegnimento, nell'ennesima, obbligata, attesa antecedente a un'altra possibilità di impiego della medesima arma che pur, questa volta, difficilmente sarebbe stata sfruttata, nell'approssimarsi a loro degli otto avversari ancora protagonisti di quell'assalto diurno, quell'assedio così improvvisato e apparentemente condotto senza alcuna reale e particolare organizzazione interna, nonostante il dispiegamento di forze e di risorse lì coinvolte.
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