Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
giovedì 20 gennaio 2011
1100
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
Rispettando i ritmi propri imposti dagli dei per quella particolare stagione sin dalla notte dei tempi, il tramonto giunse tardivo in quella sera estiva, decretando, inappellabile, la conclusione della giornata e accompagnando, quieto e discreto, tutti i lavoratori alle proprie dimore per la cena e il successivo riposo.
I contadini rientrarono dai campi, gli allevatori condussero le proprie greggi nei recinti, gli artigiani interruppero i propri mestieri, e i commercianti chiusero bottega: tutto si svolse in maniera assolutamente tranquilla, addirittura serena, là dove, oggettivamente, molte sarebbero dovute essere riconosciute le emozioni di irrequietezza caratteristiche di quella stessa, particolare, giornata nel confronto con ogni altro giorno precedente a quello, e, forse, con qualsiasi altro giorno che mai sarebbe stato offerto dal fato a quello stesso villaggio, ammesso, ovviamente, che l'ineffabile sorte prevedesse realmente, nei propri piani, la possibilità di un futuro per tutti loro. Per gli abitanti di quell'angolo di mondo, la realtà quotidiana era sempre stata incredibilmente, scandendo le ore e i giorni, le settimane e i mesi, le stagioni e gli anni, non sulla base di incredibili eventi, leggendari accadimenti, storie che avrebbero segnato per sempre la loro esistenza, agendo sul presente per spingere il futuro verso vie del tutto estranee a ciò che era stato da sempre il loro passato. E, in conseguenza di ciò, in quella che, in contesti diversi, in condizioni consuete, abitudinarie, sarebbe potuta essere una semplice serata estiva, l'aria parve concedersi carica di un odore diverso, gli ultimi raggi del sole parvero mostrarsi tinti di un colore diverso, la pallida luna, levatasi nel cielo, parve riservarsi con un volto diverso, quasi anche la natura, attorno a loro, fosse consapevole che qualcosa di grave, trionfale o devastante, sarebbe presto accaduto.
B'Reluc, al pari dei propri compaesani, sino a quel giorno aveva vissuto una vita incredibilmente costante, straordinariamente abitudinaria nei propri ritmi, nelle proprie evoluzioni, o, meglio, nella propria assenza di evoluzioni, tale da farlo illudere di come piccole cose dovessero essere interpretate quali gravi eventi. Ripensando, in quella stessa sera, alla propria vita, e, fra i vari momenti della medesima, al giorno in cui Bal'Ev lo aveva rifiutato e umiliato, quell'evento ora concepito qual incredibilmente lontano, e fino a quella stessa mattina ritenuto qual il peggiore della propria intera esistenza, perse improvvisamente di significato, apparendo tanto ridicolo da farlo sentire in imbarazzo per l'importanza precedentemente attribuitagli. Diversamente a ciò, mai come in quella stessa sera, il giovane sentì il peso della responsabilità derivante dalla prematura scomparsa di suo padre, dell'uomo che, se solo fosse stato lì presente, avrebbe probabilmente saputo riservargli parole di conforto, lasciandogli credere di non aver alcuna ragione per la quale preoccuparsi, alcuna motivazione per la quale temere l'idea stessa di andare a coricarsi, e che, se solo fosse stato lì presente, avrebbe potuto evitargli di dover affrontare quelle medesime situazioni in sua vece, nel rapporto con i propri fratelli e le proprie sorelle minori. Mai come nel corso di quell'ultima cena consumata all'imbrunire, B'Reluc avrebbe voluto rinnegare la presunta maturità conseguente ai suoi quattordici anni, invocando il proprio diritto a poter essere ancora bambino e non uomo, la propria infantilità purtroppo perduta e che mai, alcuno, avrebbe potuto restituirgli. Ovviamente il ragazzo non era solo nel proprio compito, essendo anch'egli figlio di sua madre e a lei potendosi proporre ancor non diverso dai propri fratelli e dalle proprie sorelle, un fanciullo bisognoso di una parola di conforto, di un sorriso di incoraggiamento: ma, egli lo comprendeva, nel momento in cui si fosse similmente scaricato la coscienza su sua madre, a nessuno ella avrebbe potuto fare a sua volta riferimento, ritrovandosi, non diversamente da lui, vittima della scomparsa del padre, per lei sposo. E, nel confronto con il volto della madre, teso per la stanchezza, forzatamente tirato nella volontà di lasciar credere che per alcuna ragione sarebbe dovuta esser temuta quella notte o l'oscurità su di loro ormai imperante, egli non ebbe cuore di rinnegare proprio in tale situazione il proprio ruolo, non desiderato e pur necessario, di patriarca, di capofamiglia, là dove, nel proprio amore filiale, mai si sarebbe permesso di abbandonare la figura materna in un momento tanto particolare.
I pensieri del giovane B'Reluc, così come, probabilmente, quelli della maggior parte dell'intero villaggio, quella notte non poterono evitare di correre, allora, nella direzione di Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew, colei che innanzi a tutti loro si era impegnata a offrire difesa, protezione, riparo, e alla quale, al di là di ogni possibile, pregiudizievole e pur umano dubbio nel merito del suo esser straniera e mercenaria, ogni intima preghiera stava venendo sinceramente rivolta in quel momento, nella speranza, forse ingenua, forse legittima, che quella donna potesse rivelarsi quale la loro eroina e, per quanto assurdo, potesse essere in grado, da sola, di affrontare tutti i nemici che avrebbero cercato di conquistare il loro villaggio, fossero essi una decina, così come un centinaio o anche più. Tutti loro, ovviamente, erano consapevoli di quanto ella non fosse una divinità, o una semidivinità, di quanto fosse di carne e ossa, di quanto sarebbe potuta essere ferita o uccisa, e di quanto, proprio malgrado, avrebbe potuto sbagliare nell'ostentare tanta sicurezza innanzi al pericolo incombente a loro discapito. Tuttavia, tutti loro, parimenti, avevano una naturale necessità di confidare in lei, di crederla realmente una semidivinità, o forse una divinità, là dove in alcun altro modo sarebbero riusciti ad affrontare con calma quella stessa notte, notte nella quale, erano certi, i loro avversari si sarebbero finalmente schierati, a rivendicare il prigioniero da loro detenuto e, al contempo, a invocare vendetta per il loro caduto, colui che era morto a seguito dello scontro in grazia al quale la vita di B'Reluc era stata salvata. E per quanto alcuno fra gli abitanti di quel villaggio, posti con le spalle al muro, si sarebbe rifiutato di combattere per le proprie vite, alcuno fra loro era sì desideroso di dimostrare in campo una propria, mai esplorata, indole guerriera.
Fu così che, privi di qualsiasi reciproco confronto, di ogni previo accordo, quasi tutti gli abitanti del villaggio, dall'ultimo dei bambini allo stesso, altero e insoddisfatto podestà, quella sera rivolsero il proprio ultimo pensiero, prima di coricarsi, nella direzione della donna che aveva loro comandato di serrare le finestre e sprangare le porte, sigillandosi all'interno delle proprie abitazioni così come, nella tranquillità da sempre propria di quel loro angolo di mondo, non erano mai stati costretti a fare in passato, segno di quanto, quella notte, non sarebbe potuta essere considerata consueta, normale, identica a ogni precedente e, almeno tutti desideravano sperare, a ogni successiva. Sebbene alcuno di loro avrebbe avuto una qualche reale occasione per vederla, anche nell'ipotesi di impegnarsi a ricercarla attentamente con lo sguardo, prendendo in esame ogni angolo esistente nel paesaggio a loro circostante, creato dall'opera degli dei immortali o degli uomini mortali, tutti loro erano allora certi di come ella, quella notte, non si sarebbe concessa occasione di riposo loro pari, non avrebbe tentato di trovare nell'abbraccio di un morbido e caldo giaciglio, o del proprio compagno, occasione di pace, dal momento in cui ella sarebbe rimasta qual silenziosa sentinella, laconica custode, a guardia del loro villaggio, protetta dalle tenebre, celata nella notte, in attesa dell'attacco che, a suo avviso, avrebbe cercato di sorprenderli nel sonno, negando loro ogni occasione di difesa.
Dopo una lunga giornata trascorsa a cavallo, pertanto, in ottemperanza al proprio incarico, all'impegno preso con loro, quella loro personale eroina, sì mercenaria, e pur sempre eroina, avrebbe atteso l'arrivo della bufera per tutti loro, affinché non solo il loro sonno potesse essere il più sereno possibile, nelle circostanze per così come loro riservate dal fato, ma, anche e ancor più, potesse riservare loro, al proprio termine, una piacevole e insperata sorpresa, nella conclusione di ogni timore, di quel freddo assedio psicologico del quale, comunque, erano vittime ormai da settimane.
« Ottusa, orgogliosa e ostinata… » sussurrò il locandiere shar'tiagho, scuotendo il capo nello sforzarsi, vanamente, di prendere al vaglio il quadro notturno esterno alla stalla allo scopo di poter individuare la propria amata, colei allora così ingenerosamente descritta dalle sue parole « Stolida, superba e… » restò un attimo incerto nella parola da scegliere, accorgendosi di essersi proposto, proprio malgrado, ripetitivo rispetto a quanto appena asserito « … cocciuta! » definì, sbuffando, insoddisfatto con se stesso, oltre che con lei, per la propria incapacità a trovare termini più originali per descriverla.
Anche Be'Sihl, al pari dei villici, era stato costretto, dalla volontà della propria amata e in sostanziale contrasto alla propria, a serrarsi all'interno della stalla nella quale si era illuso che avrebbe potuto trascorrere qualche ora di pace in sua compagnia, in attesa dell'inevitabile battaglia. Per quanto, all'occorrenza, egli si sarebbe potuto dimostrare estremamente più esperto di molti sedicenti mercenari nell'utilizzo di una spada, Midda non aveva infatti voluto rischiare che egli potesse essere coinvolto nel conflitto e lì ferito o, peggio, ucciso: se si trovavano in quel luogo e in quella particolare situazione, del resto, era solo in conseguenza di una sua personale decisione, in conseguenza alla quale non avrebbe mai potuto sopportare il pensiero che al proprio attuale compagno, colui che aveva scelto, alfine e dopo tanto tempo di vita solitaria, nella speranza di poter porre le basi per un futuro insieme, potesse capitare qualcosa per colpa sua.
« Spero solo che… ovunque tu sia, non prenda troppo freddo. » sospirò egli, chinando lo sguardo al suolo.
Una forse sciocca raccomandazione, la sua, che pur venne allora definita in contemporanea a un forzato sorriso, a labbra strette e tirate, nel mentre in cui egli si costringeva a cercare di credere che tutto si sarebbe risolto quanto prima e per il meglio, che la sua straordinaria Midda, ancora una volta, sarebbe stata in grado di prevalere contro chiunque e qualunque cosa, così come aveva sempre fatto in passato.
E quasi se, riparata nel proprio rifugio, in quel nascondiglio studiato al fine di renderla simile a un elemento dello stesso paesaggio a sé circostante, avesse allora udito quell'invocazione, quell'invito, la donna dagli occhi color ghiaccio si strinse maggiormente nella propria coperta, volgendo ogni pensiero in direzione dell'amato Be'Sihl, insieme a una silenziosa, intima ed estremamente sincera preghiera alla propria tanto cara Thyres, nell'esprimere, a modo suo, una speranza non dissimile da quella da lui stesso allora fatta propria, nel desiderio di poter tornare, quanto prima, a godere di quell'ormai irrinunciabile compagnia.
« … è proprio vero che quando si invecchia si rimbecillisce. E, purtroppo, è altrettanto vero che stai invecchiando. » non poté evitare di rimproverarsi ella, al termine di quell'orazione privata, in mute parole sì scandite singolarmente dalle proprie carnose labbra e pur private di ogni possibile sonorità, nel non desiderare poter svelare ingenuamente la propria posizione al solo, sciocco scopo di insultarsi « Qual è il prossimo passo? Forse mettermi a intrecciare coroncine con fiori di campo da porre sul suo capo, nel mentre gli propongo sdolcinate canzoni d'amore? » si domandò, riferendosi, in quelle parole d'accusa a proprio stesso discapito, necessariamente al proprio compagno, per il quale ora si stava tanto torturando in maniera per lei assolutamente inedita e, per tale ragione, persino irritante « Peccato che non ti sia comportata così neppure quand'ancora fanciulla: ha forse da intendersi quale una sorta di poetico contrappasso? »
mercoledì 19 gennaio 2011
1099
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
Shu-La era sufficientemente gelosa: non avrebbe potuto definirsi quale completamente gelosa, ma indubbiamente sufficientemente gelosa.
Al pari della maggior parte delle donne, ella possedeva apparentemente quell'innata capacità di riuscire a comprendere il proprio compagno senza permettere, al contempo, che egli potesse, neppur vagamente, cogliere le sue concrete emozioni, i suoi veri sentimenti, rendendogli intellegibile solo quanto da lei volutamente reso tale, e, nel particolare contesto di quella situazione, solo il proprio pur sincero e immenso amore per lui. Volendo tuttavia analizzare la questione sotto un punto di vista oggettivo, in verità, tale bravura, simile naturale e femminile empatia, non avrebbe dovuto essere giudicata qual direttamente derivante dal suo esser donna, quanto, piuttosto, conseguenza dell'abituale mentalità, del consueto stato d'animo caratteristico del proprio compagno in quanto uomo. Malgrado ogni proprio sforzo a negare tale realtà, simile consapevolezza, infatti, nel profondo del proprio cuore, ella celava una profonda irritazione, un disagio sì marcato che, al di là di ogni tentativo di dissimulazione, se El'Abeb avesse dimostrato maggiore sensibilità, maggiore attenzione, avrebbe saputo e potuto cogliere senza neppur particolare impegno, particolare sforzo, tanto simile sentimento si stava radicando nel suo cuore, nel suo animo, tormentandone non solo la mente, ma persino il corpo: propria colpa, come, purtroppo, avrebbe potuto essere giudicata abituale per la maggior parte degli uomini, egli, in quel particolare momento, in quello specifico contesto, si stava dimostrando eccessivamente concentrato su se stesso e sui propri problemi, sulle proprie preoccupazioni, per potersi concedere occasione di un pur effimero tentativo volto a spingere la propria percezione nel merito degli effettivi sentimenti della propria amata, al di là di quanto da lei volutamente mostrato, non quale atto cosciente, e pur, innegabilmente, qual dimostrazione di una spiacevole pigrizia mentale, tale da subordinarlo involontariamente ai capricci femminili dell'altra.
Sufficientemente gelosa, sorprendentemente e mestamente, Shu-La si era scoperta fin dal momento in cui, dalla bocca di Bosmar, erano state scandite le sillabe utili a formare il nome di Midda Bontor. In maniera razionale, sotto un profilo puramente logico, ella non avrebbe voluto, dovuto o, tantomeno, potuto provare alcun sentimento di rivalità, di risentimento nei riguardi della Figlia di Marr'Mahew, dal momento in cui, oggettivamente, fra le due non vi era mai stata occasione di esplicito confronto diretto, né, parimenti, possibilità di sfida indiretta attraverso la figura del suo amato, di colui il quale, involontariamente, si poneva essere quale oggetto di quell'intimo, e del tutto personale, contendere. In occasione della propria visita al Cratere, la donna guerriero e l'albina avevano avuto un effimero, fuggevole, neppur esplicito, contatto solamente nel momento in cui la prima aveva raggiunto l'insediamento ove la seconda viveva da sempre, la cittadella eretta a nord del vasto spazio lì loro riservato: non uno sguardo, in simili circostanze, era stato propriamente scambiato fra loro, per quanto Shu-La, al pari di tutti gli abitanti del luogo, non avesse ovviato a saziare una propria, spontanea curiosità nel merito di quella straniera, di quella nuova arrivata dalla città dei dimessi, la stessa figura femminile che poche ore prima di quel momento, il giorno precedente a quella sua venuta fra loro, aveva combattuto in loro stesso contrasto, accanto a feroce Jodh’Wa e per la protezione della giovane Sa-Chi. Entro i limiti propri di quel semplice sguardo, da spettatrice, testimone di un evento, ancor prima che possibile partecipe del medesimo, avrebbe dovuto essere circoscritta ogni esperienza di confronto diretto fra le due donne, tale da rendere paradossale, assurda, qualsiasi possibilità di invidia, di antagonismo, di gelosia non di meno rispetto all'idea, al pensiero di un eguale sentimento, di una simile reazione, in conseguenza dell'indiretta intermediazione rappresentata dalla figura dello stesso El'Abeb, nei riguardi del quale, per quanto a lei, e a chiunque altro, noto, la donna guerriero mai aveva espresso possibili apprezzamenti e, dal quale, altrettanto, alcun esplicito interesse, alcuna appassionata curiosità, era mai stato rivolto in senso inverso.
Paradossalmente, sufficientemente gelosa la stupenda Shu-La si era comunque scoperta nel confronto con ciò che non era stato e che, dal suo punto di vista, sarebbe potuto essere, ancor prima che di ciò che era effettivamente occorso fra il proprio adorato e quella donna. Se, infatti, fra El'Abeb e Midda fosse esistito un trascorso, una storia passata, ella avrebbe potuto considerarsi soddisfatta al pensiero di essere riuscita a conquistarsi un posto stabile nel cuore dell'uomo là dove l'altra non aveva avuto possibilità alcuna di successo in tal senso: in questo modo, al contrario, ella non poteva evitare di prendere in esame l'idea, il dubbio, in terribile sospetto, di poter essere, forse e semplicemente, un surrogato, un sostituto, un rimpiazzo nella quotidianità del proprio compagno, a riempire un vuoto creato dall'impossibilità di quell'altro rapporto, un limite in conseguenza al quale, pertanto, l'amore non corrisposto dell'uomo si era trasformato in odio verso chi tanto l'aveva rifiutato. Un'idea assurda, un pensiero folle, il suo, ella ne era perfettamente consapevole, che, nonostante tutto, non avrebbe potuto evitare di tormentarla nel proprio intimo, lasciandole desiderare, per quanto non si fosse mai proposta qual donna d'arme se non per semplice necessità, per questioni di sopravvivenza, di poter affrontare e uccidere personalmente quell'ipotetica rivale, offrendo poi, qual pegno della propria fedeltà, del proprio sincero amore, il cuore di lei, ancora caldo, in dono al proprio adorato compagno, a colui che amava come uomo e come condottiero, e per la cui sola felicità sarebbe stata pronta a qualsiasi gesto, incluso l'assassinio o, parimenti, il suicidio.
Tormentata dalla propria insensata emotività, da quei sentimenti che non desiderava vivere e che pur, inevitabilmente, stava vivendo con marcata e innegabile sofferenza, ella aveva deciso di raggiungere il proprio amato El'Abeb, per restare al suo fianco nel mentre in cui egli impegnava le proprie energie, la propria straordinaria capacità strategica, al fine di concepire il piano che avrebbe finalmente condotto alla risoluzione dello stallo in cui, in assenza di particolari ragioni d'urgenza, tutti loro erano rimasti da giorni.
Egli, la splendida albina lo sapeva, lo aveva intuito come chiunque altro nel campo anche senza necessità che l'uomo prendesse voce in tal senso, entro il mattino seguente avrebbe ordinato loro di attaccare il villaggio, ponendolo a ferro e a fuoco nella ricerca del tesoro lì custodito e, contemporaneamente, nell'offesa a colei che, trasparentemente, si era schierata in difesa di quella gente, facendo propria una causa non sua, secondo le sue abitudini, solamente nel nome del denaro. Appariva evidente, infatti, come il corriere che era riuscito a sfuggire alla loro morsa, due settimane prima, doveva aver posto in allarme le autorità locali, le quali, per qualche bizzarro scherzo del fato, avevano avuto allora disponibilità di ricorrere ai servigi della stessa Figlia di Marr'Mahew nella volontà di risolvere, quietamente, la questione, evitando una mobilitazione ingente di forze in conseguenza dell'intervento delle quali, altrimenti, il segreto, ormai non più tale, della presenza del tesoro nel villaggio sarebbe stato eccessivamente pubblicizzato. E se ciò, nei piani di coloro che avevano preso tale decisione, avrebbe dovuto essere considerata quale una scelta ponderata, e valutata a esplicito svantaggio di chi aveva similmente posto sotto assedio il villaggio, da punto di vista di questi ultimi, alla loro attenzione e, in particolare, all'attenzione del loro comandante, tutto questo era stato, altresì e necessariamente, accolto in altra misura, così come El'Abeb, sinceramente, si era impegnato a definire in risposta alla sopraggiunta presenza della propria compagna a sé.
« Ciò che per te è ragione di serenità, amor mio, non può che essere tale anche per me. » sorrise la donna, muovendosi con gesti spontaneamente eleganti, naturalmente sensuali, verso la sua direzione, raggiungendolo e, dopo essersi portata alle sue spalle, sì meravigliosamente scolpite nella loro virile presenza, abbracciandolo con dolcezza, con amore, per unirsi in tal quieto modo a lui e lì poter permanere senza distoglierlo dal suo lavoro, dalla sua attività di programmazione tattica « Anche se, spero tu lo sappia, non potrà mai essere il dominio di una città, di una provincia, di un regno o, persino, di un intero continente, motivo di gioia, di appagamento, quanto, più semplicemente e pur meravigliosamente, la tua presenza nella mia vita, in questa nostra tenda così come nel più regale di tutti i palazzi… »
« Lo so, mia divina ispiratrice… lo so. » replicò egli, voltandosi nella dolce unione con il corpo di lei per poterla stringere a sé, a propria volta, desideroso di quel contatto fisico più di ogni altra umana necessità, più di ogni altro mortale bisogno « Ma non è mio desiderio che i nostri figli possano nascere e crescere in questa tenda, quando mi è concessa dagli dei la possibilità di riservare loro molto di più. »
E, nel confronto con quelle parole, con quella meravigliosa premura, con il pensiero così evocato di una loro prossima prole, Shu-La non poté evitare di vergognarsi profondamente per la propria gelosia, per quello stolido sentimento dal quale, tuttavia, non riusciva, e forse mai sarebbe riuscita, a liberarsi.
martedì 18 gennaio 2011
1098
Avventura
024 - Un villaggio sotto assedio
El'Abeb era sufficientemente tranquillo: non avrebbe potuto definirsi quale completamente tranquillo, ma indubbiamente sufficientemente tranquillo.
Apprendere la notizia riferita da Bosmar nel merito della morte di Fehm'At lo aveva profondamente turbato, addolorato, afflitto. Ogni membro del suo gruppo, di quel suo piccolo esercito, del resto, era divenuto, nel corso del tempo, di quei mesi, di quelle stagioni vissute insieme, quale un membro della propria famiglia, un fratello, o una sorella, a cui era legato da un vincolo superiore persino a quello ipoteticamente offerto dal sangue, dal momento in cui un proprio eventuale parente non sarebbe potuto essere scelto in tale ruolo, ma ognuno di quegli uomini e di quelle donne, invece, si era ampiamente meritato un tale riconoscimento. E, per tale ragione, solo al pari di un lutto personale, della perdita di una parte di sé, sarebbe potuta essere considerata la sua reazione innanzi a un tale annuncio, in conseguenza a una simile tragedia, per quanto nel suo ruolo di riferimento, di condottiero per tutti coloro che a lui si erano affidati non avrebbe potuto concedersi spazio di sorta a eccessiva pena, necessitando loro di una figura forte, salda, decisa, al quale potersi ispirare e dal quale poter trarre forza per proseguire nel proprio cammino, nella propria quotidianità, anche e nonostante quella spiacevole, triste morte.
Al contrario rispetto alle emozioni derivanti dal fato di Fehm'At, l'essere stato posto a confronto con l'idea della cattura di Trigga lo aveva incredibilmente alterato, inferocito, irato. Ove, infatti, di fronte all'inalterabilità della morte non avrebbe potuto compiere molto, se non, come già aveva fatto, offrire immediate disposizioni affinché loro deceduto compagno fosse recuperato e cremato, secondo le usanze in voga in qualsiasi regno di quell'angolo di mondo, a concedergli certezza di riposo eterno al di fuori di ogni altrimenti angosciante possibilità di negromantico ritorno, nell'essere posto innanzi al pensiero che un suo fratello d'arme potesse essere, addirittura, stato imprigionato, probabilmente vittima di chissà quali ritorsioni da parte di un qualsivoglia genere di aguzzino nel desiderio di ottenere informazioni da lui, non avrebbe potuto che porsi immediatamente all'opera al fine di organizzare la sua liberazione, il suo ritorno fra loro. Una volontà, la sua, animata unicamente dalla necessità di poter riabbracciare il proprio compagno ingiustamente sequestrato, e non, come forse qualcuno esterno alla realtà del loro mondo, del loro gruppo, della loro famiglia, da qualche dubbio sulla fedeltà di Trigga: mai egli si era infatti riservato occasione di sospetto alcuno a tal riguardo, certo di come, piuttosto che cedere al tradimento, ognuno fra loro avrebbe preferito bruciare fra le fiamme della fucina del dio Gorl, nella profondità del monte Gorleheist, ovunque esso fosse.
L'aspetto, in verità, peggiore tanto nell'annuncio della morte di Fehm'At, quanto in quello della cattura di Trigga, era per lui ovviamente stato quello relativo al ritorno in scena, all'interno della propria vita e in quello stesso particolare, drammatico contesto, di Midda Bontor, la mercenaria tranitha, giunta, suo pari, dai mari del sud e nel confronto con la quale, purtroppo, il conto esistente avrebbe dovuto essere giudicato terribilmente aperto.
Midda Bontor: la Figlia di Marr'Mahew, così come ora la chiamavano… una cagna sfregiata, dal suo personale punto di vista.
Sufficientemente tranquillo, paradossalmente, El'Abeb aveva scoperto di sentirsi all'idea di un nuovo incontro con lei, dopo così tanto tempo dall'ultima occasione di confronto fra loro. Indubbiamente, in un primo istante, in un iniziale e fuggevole momento di confronto con quell'informazione, così riservatagli a distanza eccessivamente ridotta rispetto alle altre due novelle, egli non aveva potuto evitare di reagire a tale nome decuplicando tutti i sentimenti già provati, il dolore per l'uno, la rabbia per l'altro, emettendo qual necessario sfogo un urlo, un ruggito sì incontrollabile e sì tremendo da imporre, improvvisamente, il più assoluto silenzio in tutto il loro vasto campo, attraendo su di lui ogni attenzione, ogni sguardo, in un inevitabile misto di stupore e, persino, timore, qual solo sarebbe potuto essere nel cuore di chiunque posto innanzi a un tale verso proveniente dalla gola di un uomo suo pari, con un volto simile al suo, ammesso che mai in tutto il Creato ne sarebbe potuto esistere un altro. Tuttavia, superata quell'effimera reazione isterica, qual sola avrebbe potuto essere considerata quella da lui allora vissuta, una meravigliosa sensazione di pace, di serenità interiore era improvvisamente discesa nel suo cuore, nel mentre in cui il suo sguardo si era riabbassato al suolo e, nel compiere ciò, aveva incontrato l'immagine offerta tanto dal volto della propria amata e meravigliosa Shu-La, quanto quelli di tutti i propri fratelli e sorelle, di tutti gli uomini e le donne accanto a sé, attorno a sé, che mai lo avrebbero abbandonato, avvertendo, da ognuno di loro, provenire una meravigliosa sensazione di solidarietà, di vicinanza psicologica, emotiva, spirituale, ancor prima che semplicemente fisica. E proprio nel confronto con quei volti, con quell'incredibile quadro un tempo per lui inimmaginabile e, pur, ora, divenuto realtà, egli non poté che considerare il ritorno di Midda Bontor nella propria esistenza, soprattutto in uno scenario tanto inconsueto per lei quale avrebbe dovuto essere giudicato quell'estremo sud-occidentale del regno di Urashia, quale un evento non di fronte al quale provare tensione o timore, non da accogliere simile a sventura, quanto, piuttosto, come una benedizione offertagli dagli dei, riconosciutagli dalla buona sorte, per poter finalmente affrontare quel capitolo mai chiuso della propria esistenza e, in grazia del proprio nuovo stato, potersi finalmente liberare dall'ombra di lei pur rimasta, sino ad allora, qual cupa presenza nel proprio intimo, sin da quando ella lo aveva tanto crudelmente tradito.
Malgrado ogni propria ferrea volontà a tal fine, tanto nel confronto intimo con se stesso, quanto e ancor più nel rapporto con i propri compagni, più che sufficientemente tranquillo egli non sarebbe comunque riuscito a ritenersi, dal momento in cui la sua avversaria, la sua antagonista in quello scontro, non avrebbe potuto, né dovuto, essere sottovalutata per alcuna ragione, nel desiderio di potersi assicurare una speranza rivolta al domani. Per quanto, ormai, egli non fosse più lo stesso di una volta, lo stesso che la mercenaria aveva incontrato all'interno del Cratere, egli non avrebbe più dovuto commettere l'errore di sottovalutarne la pericolosità, il valore guerriero, che, in quegli anni, a dispetto dell'età, difficilmente sarebbe dovuto essere considerato qual diminuito, qual decresciuto, come il di lei stesso esser ancora in vita, nonché la cattura di Trigga nei termini così come riferitigli, avrebbe potuto inevitabilmente testimoniare: se avesse nuovamente commesso lo stolido errore di sottovalutarla, di considerarla una semplice cagna la cui sola abilità avrebbe dovuto essere riconosciuta nel riuscire a mantenersi in equilibrio nonostante la propria eccessiva circonferenza toracica, così come erroneamente aveva compiuto in passato, egli avrebbe semplicemente condannato a morte se stesso e, probabilmente, tutti i propri compagni, compiacendo con il calore del loro sangue la bramosia insaziabile della medesima.
No. Questa volta non si sarebbe gettato a testa bassa in quel confronto, non avrebbe agito quale uno sprovveduto, rendendo onore alla propria nemesi, qual ella era ormai divenuta per lui, nei termini più appropriati, nei modi più opportuni, riconoscendole la propria bravura, le proprie capacità, le proprie doti e, ciò nonostante, affrontandola con fierezza, con dignità, sino al momento in cui, finalmente, l'avrebbe…
« Il mio signore si dimostra sereno, per quanto io possa comprendere come la sua mente sia divisa fra i ricordi del passato e i sogni del futuro. » definì la voce di Shu-La, distogliendolo dalle proprie riflessioni, nel mentre in cui egli avrebbe dovuto proporsi qual impegnato a studiare attentamente la cartografia redatta dai propri uomini nel merito di quella zona, un mappa sufficientemente dettagliata che prendeva in esame il villaggio e tutta l'area circostante, con la corretta conformazione del terreno, la disposizione della vegetazione, i sentieri abitualmente battuti e quelli invece apparentemente dimenticati.
« Amor mio… » levò lo sguardo egli, non offrendole un dolce sorriso solo in conseguenza della propria intrinseca incapacità ad agire in tal senso, ben sapendo quant'ella, comunque, avrebbe saputo correttamente interpretare quel mancato segno d'affetto, allo stesso modo in cui, sempre, era in grado di leggere nel profondo del suo cuore, del suo animo, con la stessa semplicità con cui un dotto avrebbe saputo consultare un abbecedario « Il passato e il futuro sono ininfluenti nel confronto con la meraviglia del presente, un presente rappresentato da te, mia splendida musa, dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle, e, soprattutto, dall'imminente sconfitta di Midda Bontor, che rappresenterà un gradevole premio in aggiunta alla già programmata conquista del tesoro di Urashia, con il quale tutti noi diverremo incredibilmente ricchi… al punto tale dal poterci comprare un'intera città e lì stabilire, per sempre, il nostro dominio. Questa è la ragione della mia serenità. » asserì, con ferma convinzione nella propria voce.
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