11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 20 novembre 2011

Sangue nelle tenebre (1 di 3)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, primo di tre, ha da considerarsi quale parte di un racconto breve scritto nella speranza che fosse pubblicato sul quarto numero della rivista cartacea FM, di FantasyMagazine. A differenza dello Speciale 1000 e dello Speciale Natale, sebbene qui riportato quale pubblicazione "speciale", questo racconto breve ha da intendersi qual appartenente alla continuity narrativa delle Cronache, collocandosi fra il ventottesimo e il ventinovesimo racconto della serie (o, se preferite, in parallelo al ventinovesimo appena concluso) e tale da offrire uno sguardo su una delle avventure comunque vissute da Midda Bontor nei mesi di attesa per l'appuntamento con Carsa Anloch.

I
mpervia era sempre stata la via fra la battagliera Kofreya e la pacifica Tranith, in conseguenza della barriera naturale imposta tra le due nazioni dalla presenza dei monti Rou'Farth.
Una strada difficile, faticosa e colma di insidie, con le quali ogni anno dozzine di carovane mercantili accettavano di porsi a confronto, nella necessità di godere delle occasioni offerte dai porti tranithi per l'acquisto di nuovi prodotti da destinare alle grandi città kofreyote, là dove ricchi mecenati sarebbero stati più che lieti di investire il proprio oro nell'acquisto di qualsiasi genere di balocco per il piacere proprio e delle proprie famiglie. Una scommessa potenzialmente mortale, quella di qualsiasi mercante impegnatosi in un tale cammino, la cui posta era, e sarebbe, sempre stata giudicata qual adeguata al rischio, ove, in caso contrario, vano per loro sarebbe stato abbracciare una simile professione: una sfida nel confronto con la quale, quindi, raramente si presentavano singoli protagonisti, confidando razionalmente nel numero al fine di assicurare la propria stessa sopravvivenza, di godere dei frutti di sì impegnativo viaggio.
In virtù della fiducia propria di un professionista nel compimento del consueto mestiere, quando, all'inizio di quella nuova stagione primaverile e della conseguente ripresa dell'attività, il mercante Caran aveva organizzato, con una delegazione di altri sei suoi pari, quello che avrebbe potuto enumerare quale il settantunesimo viaggio verso sud, alcuna ragione di ansia avrebbe potuto animare il suo cuore. L'indubbia maturità conseguente ai suoi ventisei anni, da poco compiuti, il meraviglioso amore donatogli dalla sua splendida sposa, nonché l'inestimabile gioia derivante dai suoi tre figlioletti, non avrebbero potuto permettergli di giudicare il proprio atteggiamento quale quello di uno scapestrato in cerca d'azzardo, quanto, piuttosto, di un patriarca impegnato nello svolgimento dei propri compiti, allo scopo di assicurare, attraverso quell'attività commerciale, il benessere per la propria famiglia.
Caran non era uno sciocco e, in quanto tutt'altro che tale, egli non avrebbe potuto valutare qual nullo il rischio imposto su di sé, e sui propri cari, da quel tragitto: ciò nonostante, come anche sua moglie, egli sapeva che quella era la loro vita e non avrebbero dovuto avere timore di viverla, a meno di non voler rinunciare, accanto a ogni pericolo, anche a ogni gioia che in essa sarebbe potuta essere loro riconosciuta. Purtroppo per lui, per la sua amata, per i suoi figliuoli, così come per qualunque altro componente di quell'ultima carovana, quel nuovo viaggio apparentemente uguale a molti altri non era destinato a concludersi felicemente.

« Padre… » si lamentò, sottovoce, la piccola Aur, ricercando la protezione naturale offerta dal calore del corpo del genitore, correndo attraverso l'intero campo allestito in una notte priva di stelle per stringersi a lui « Padre. Non vi sono mostri qui attorno, è così… vero? Leer sostiene il contrario e tenta di spaventarmi. » confidò, implicitamente ammettendo, in quelle parole, il successo del fratello.
« Non ti preoccupare, bambina mia. » scosse il capo Caran, negando tale possibilità « Non vi sono mostri fra queste montagne. Non è la prima volta che le attraversiamo e, di certo, non siamo i primi a farlo: se vi fossero, non credi che ne avremmo avuto notizia? »
« Sì, padre. » sorrise la bimba, rischiarando la notte con la felicità espressa dal proprio sguardo, dai propri grandi occhi verdi, rivolti in adorazione verso quella figura per lei eroica « Leer è uno sciocco! » sancì con soddisfazione, schioccando un grosso bacio sulla guancia destra del proprio idolo prima di allontanarsi egualmente di corsa, così come a lui si era avvicinata.

L'uomo, abbracciato alla propria sposa, osservò senza preoccupazione la figlioletta allontanarsi alla ricerca dell'infingardo fratello, non potendo evitare di provare fierezza per il sentimento così sinceramente riconosciutogli dalla secondogenita.
Sciaguratamente, a infrangere la serenità di quella sera, irruppe tremendo, assordante e tragico, un grido proveniente da un'altra estremità del loro compatto accampamento, scatenando uno spontaneo saettare di lame e, con esso, il timore che gli dei avessero deciso di distogliere lo sguardo, negando la propria consueta benevolenza in loro protezione. E purtroppo neppure l'incredibile vigore, con il quale il rosso sangue ebbe occasione di sprizzare verso il cielo negli istanti seguenti, fu in grado di contrastare le cupe tenebre di quella notte, non più caratterizzata dal calore della vita, ma soltanto dal gelo della morte.

In una realtà quotidiana dominata dalla violenza, l'improvvisa scomparsa di una carovana costituita da sette mercanti, le loro famiglie e, ancora, sette uomini di scorta, per quanto spiacevole, non avrebbe potuto essere considerata ragione di preoccupazione per alcuno: non per le autorità locali, in verità pressoché inesistenti in quella provincia del regno kofreyota; non per altri mercanti, comunque bisognosi di raggiungere i porti tranithi per rifornirsi di merci. Tuttavia, se pur un singolo convoglio perduto non avrebbe potuto essere giudicato motivo d'allarme, cinque carovane egualmente smarrite, tanto in viaggio da settentrione verso meridione, quanto in senso opposto, iniziarono a essere causa di sincera inquietudine presso i professionisti del settore. E nel momento in cui tale numero raggiunse il traguardo della decina, inevitabile fu il diffondersi di voci sempre più complesse, prive di qualsivoglia fondamento, e pur utili a dare spazio alla nascita di nuove leggende, relative a qualche terribile minaccia imposta in contrasto a chiunque lì avesse osato sospingere i propri passi.
Probabilmente, se l'interesse bellico di Kofreya non fosse stato impegnato, da epoca remota, in un'assurda guerra con la vicina Y'Shalf, un qualche feudatario, se non, persino, il monarca, avrebbe dimostrato interesse a meglio definire la questione relativa a quelle stesse lande così ritenute maledette, inviando lungo tale obbligato tragitto verso Tranith un contingente militare con lo scopo di risolvere nella maniera più opportuna quella crisi. Malauguratamente, però, tale possibilità non fu presa in esame da alcuno e l'unica soluzione accettabile, tanto per i mercanti, quanto per qualsiasi altro peregrino, apparve essere l'abbandono di un simile tragitto, per quanto tutto ciò avrebbe significato isolare, via terra, la penisola maggiore del regno tranitha. Sempre più rari furono coloro che tentarono di percorrere quella strada, ognuno sospinto dalla disperazione conseguente alla necessità, e ognuno animato dalla sempre più vana speranza di poter sopravvivere agli ignoti orrori lì celati. Così, trascorsi quasi nove mesi dalla tragedia di Caran e ormai in prossimità della conclusione della stagione autunnale, ultima utile al compimento di tale tragitto, solo un carro, privo di scorta, dimostrò audacia, o follia, sufficiente ad affrontare ancora una volta la letale via per Tranith, attraverso i monti Rou'Farth: un singolo carro, colmo di scintillante oro, il cui valore maggiore, comunque, non avrebbe dovuto essere ricercato in tale prezioso carico, ma in una dei suoi tre passeggeri.

Sebbene, nella propria lunga esistenza, ella avesse avuto occasione di affrontare un alto numero di creature appartenenti alle più svariate mitologie, puntualmente riportando risultati sempre trionfanti, così come testimoniato dal suo semplice concedersi ancora in vita, e raggiungendo un livello tale da poter essere già considerata a propria volta qual leggenda vivente, Midda Bontor non aveva ancora ceduto a quel banale atteggiamento psicologico volto all'affrontare una nuova sfida giudicando immediatamente qual ovvio il coinvolgimento di particolari negromanzie, stregonerie o altro assimilabile, né, tantomeno, attribuendo prontamente la responsabilità di ogni misfatto a un qualche osceno incubo, quali pur, sovente, avrebbero dovuto essere effettivamente identificati. Estremamente pragmatica nel proprio stesso essere, ella era solita preferire evitare inutili, e potenzialmente lesivi, preconcetti, lasciando al fato libertà di dispiegare i propri pezzi sulla scacchiera della vita, riservando, altresì, per se stessa l'occasione, l'impegno, il compito, di muoversi con decisione, forza e vigore ad abbattere qualsiasi nemico, a superare qualunque ostacolo, a conquistare ogni traguardo prefisso.
Per tale ragione, una fra le più temibili combattenti di quell'angolo di mondo era tranquillamente seduta in coda a un carro, impegnandosi a offrire di sé un'immagine quanto più distante dalla realtà le fosse possibile. Con capo chino, in parte celato nella presenza di uno scialle grigio, nonché spalle curve e magnifico corpo coperto da una lunga e informe veste altrettanto povera in termini di colore, ella si presentava quale un'inerme, anziana donna, consapevole di come, se un mostro, o altra creatura sovrannaturale, non avrebbe dimostrato la benché minima ritrosia a offrire loro assalto, indifferentemente dalla rivelata presenza, o meno, di una celebrità suo pari, qualunque eventuale altra minaccia, di natura meno straordinaria, avrebbe potuto, altresì, frenare i propri passi nel riconoscerla, vanificando l'impegno da lei assunto in quel viaggio, i servigi da lei venduti per la risoluzione di quella non meglio definita, e pur spiacevole, situazione.

sabato 19 novembre 2011

1403


L
a prima emozione che il giovane Seem, ex-garzone asceso al ruolo di scudiero di una delle mercenarie e avventuriere più celebri del proprio tempo in sola grazia alla propria forza di volontà, ebbe modo di poter apprezzare qual propria, dopo un lungo, lunghissimo periodo di vuoto, mentale e fisico, fu un intimo senso di smarrimento, non dissimile da quella propria di chi si risveglia affondato in un morbido letto e, ciò nonostante, per troppi confusi incubi nel corso di tale occasione di riposo, non è ancora in grado di comprendere esattamente ove si trovi e, soprattutto, perché sia lì. In tale smarrimento, probabilmente legittimo, impossibile per lui da valutare nell'immediato, egli non si concesse neppure di aprire i propri occhi, non per una qualche forma di rifiuto psicologico nei confronti del mondo a sé circostante, quanto, e piuttosto, per una placida, sincera, spontanea inconsapevolezza nel merito dell'esatta posizione delle proprie palpebre, della loro presenza a copertura e protezione dei propri bulbi oculari: incerto, in effetti, persino nel merito della propria identità o della propria natura, per qualche interminabile e pur infinitesimale frammento di eternità, egli non avrebbe mai potuto ricordare di dover aprire gli occhi o, tanto meno, di avere degli occhi da poter aprire, uno sguardo da poter offrire al mondo. E in tale oscurità, in simile tenebra da lui volontariamente imposta al suo corpo qual espressione di una tenebra ancora parimenti dominante sulla sua testa, egli si ritrovò a confronto, involontario e non ricercato, con una lunga e pur rapida sequenza di immagini, forse ricordi, forse incubi, ancora impossibili da definire, e pur apparentemente utili a dargli un primo indizio sul proprio stesso nome e, con esso, una nuova emozione… quella dell'inquietudine.
In simili immagini, in quei rapidi quadri mnemonici imposti alla sua attenzione, al suo sguardo pur ancora negato nella propria effettiva funzionalità, Seem ebbe così modo di rivedere se stesso in compagnia di due altri uomini e di una donna, tutti più vecchi di lui, in particolare la donna, e pur tutti a lui famigliari, a lui addirittura intimi o, per lo meno, entro i limiti propri di una tale definizione nella propria quotidianità, nella quotidianità del violento mondo nel quale tutti loro vivevano. Il nome della donna, in tutto ciò, immediato emerse alla sua attenzione, definendosi come Midda Bontor, mentre quelli dei due uomini vollero riservar qual proprio un ulteriore istante di ponderazione, presentandosi, alfine, quali Howe e Be'Wahr. E Be'Wahr non era lo shar'tiagho, malgrado tale nome, ma il grosso biondo… il biondo che, per primo, si era ritrovato a essere ferito a una gamba dall'azione di un pugnale e, in ciò, per un istante, gettato a terra, nel dolore conseguente a tale impatto. Lo shar'tiagho, altresì, era Howe… colui che, subito dopo al proprio fratello, o per lo meno tale considerato, era stato a propria volta offeso e offeso in pieno petto. No. Sulla spalla, sulla spalla destra, inibinendone in ciò ogni possibilità offensiva, ove non con la mancina avrebbe potuto impugnare una qualsiasi arma, essendo tale mano stata rimpiazzata da un'inanimata mano metallica.
Inquietudine, quindi, quella così vissuta dal giovane che, rapidamente, crebbe, tramutandosi in ansia e timore: Howe e Be'Wahr a terra, feriti, forse in maniera non letale, forse già morti in quanto comunque non prossimi a una qualunque possibilità di soccorso da parte di un cerusico, apparvero nella mente di Seem, fomentando sempre più queste due nuove emozioni, con la promessa, doverosa e immancabile, di poter arrivare a imporgli ancora di più, ancora molto altro, sin'anche alla paura più sfrenata e incontrollata. Una promessa non gratuita, in effetti, là dove un istante dopo, dalla sua mente, dai ricordi di un incubo incredibilmente realistico o, forse e meno gradevolmente, da una realtà che avrebbe voluto credere qual semplice esperienza onirica, emerse una nuova immagine, l'immagine di un'altra donna, più giovane rispetto a Midda, al suo cavaliere, a colei a cui aveva offerto la propria vita al pari della propria morte, e per loro ipoteticamente amica, ma lì schierata qual nemica: Carsa, il suo nome, era stata colei che, infatti, aveva proiettato una prima coppia di pugnali a discapito dei suoi due compagni di ventura in quel viaggio, ferendoli, tentando di ucciderli, e che, non paga, subito dopo si era mostrata nuovamente armata, nuovamente pronta allo scontro, palesando la presenza di un'altra coppia di pugnali e subito slanciandone uno verso di lui, imprimendogli una velocità tale dalla quale mai avrebbe potuto trovare speranza di evasione. E, in effetti, come un'improvvisa sensazione di dolore volle ricordargli, volle imporgli, egli non aveva lì trovato una possibilità di evasione, venendo colpito, a propria volta, su una spalla… la mancina. Un colpo che, non diversamente da come già avvenuto con Howe, lo aveva scaraventato all'indietro e, probabilmente, gli doveva aver causato quella perdita di sensi dalla quale, ora, si stava riprendendo. Un colpo che, pertanto, aveva condannato a uno scontro solitario la sua signora, il suo amato cavaliere,…

« … Midda! » gridò Seem, riaprendo di scatto i propri occhi e invocando quel nome quasi come imprecazione, forse bestemmia, nel risollevarsi istintivamente, di scatto, a sedere là dove si trovava, per guardarsi attorno con aria spaventata e pur rabbiosa, spaventata nell'incertezza di quanto potesse essere accaduto e rabbiosa nella consapevolezza di non aver potuto fare nulla per evitare che ciò potesse avvenire.

Falso. Qualcosa Seem era riuscito a fare, così come la sua mente, premurosa, volle imporgli di ricordare in quella lenta ricostruzione degli eventi, mostrandogli l'immagine di non uno, ma ben due pugnali lanciati dalle proprie stesse mani in direzione di Carsa, loro avversaria, un attimo prima dell'impatto a proprio discapito.
Pugnali che, nella poetica idea di rispondere al fuoco con il fuoco, si erano premurati di ripagare la traditrice per la propria infedeltà, la mentitrice per il proprio inganno, comparendo evidentemente a lei quali sufficientemente imprevedibili, e imprevisti, per riuscire a conquistare un contatto con le proprie carni e, nella fattispecie, con il proprio braccio sinistro, profondamente scavato da un impatto tangente, e con la propria gamba destra, altresì lì sprofondato a sufficienza da poter permettere a Be'Wahr di considerarsi adeguatamente vendicato per l'offensiva a proprio discapito.

« Ragazzo… » gemette la voce di Howe, richiamandone l'attenzione e costringendolo, in ciò a focalizzare non solo il proprio sguardo, ma ancor prima la propria mente sull'ambiente a sé circostante, su quanto occorso egli si era perso in quegli ultimi istanti, o forse ore, di alienazione dal mondo intero « … sei vivo?! »

Così invitato, il giovane scudiero, per un attimo dimentico della propria ferita, si voltò rapido a cercare di individuare il proprio sodale, salvo poi, necessariamente, ritrovarsi costretto a emettere un alto grido per il dolore comunque impostogli dalla presenza di una lunga, affilata lama all'interno della propria spalla, in una posizione, evidentemente, ancora non dimostratasi qual letale, e pur, malgrado ciò, non si trascurabile nella propria presenza così come pur, in tal gesto, si era probabilmente illuso sarebbe potuta essere.
Malgrado il dolore, tanto forte da fargli temere di poter nuovamente perdere i sensi, Seem riuscì a mantenere sufficiente controllo su di sé, e sulla propria coscienza, per poter apprezzare quanto, probabilmente, fra tutti i presenti ancora all'interno del tempio, perché, effettivamente, lì ancora lui e i propri due compagni di viaggio, si trovavano, proprio e solo lui stesso avrebbe dovuto potersi considerare quello riversante in condizioni migliori, dal momento in cui Howe e Be'Wahr, a differenza sua, non avevano perduto cognizione di quell'ultimo intervallo della loro comune esistenza e, anzi, dovevano essersi impegnati in qualche ulteriore tentativo di combattimento, di confronto, con Carsa, Nissa o con chissà chi altri, così come esplicitamente dimostrato da una serie di nuove, prima sconosciute, ferite presenti sui loro corpi. Corpi che, nel dettaglio, non stavano lì più palesando quali ancora presenti, in contrasto alle proprie forme, quei due pugnali pur iniziale dichiarazione di guerra, evidentemente da loro stessi già strappati dai punti entro i quali si erano conficcati per non risultare d'ostacolo nei propri movimenti, nelle proprie possibilità d'azione, e che pur, a compenso di tali assenze, stavano offrendo sfoggio di terribili tagli in conseguenza ai quali il sangue riversato sul pavimento sotto entrambi parve qual nettamente superiore, in quantitativo, a quello che i loro corpi avrebbero ancora potuto contenere, almeno nel confronto con il metro di giudizio del loro unico osservato e possibile interlocutore.

« Io… » replicò, costringendosi, a denti stretti, a non concedere spazio a nuove dimostrazioni di dolore, ove, in quel momento, assolutamente inappropriato ciò sarebbe apparso, innanzi al macabro stato in cui i due erano stati condotti dai colpi subiti, probabilmente, ormai, giudicabile prossimo alla morte ancor prima che alla vita « Sto bene… » mentì spudoratamente, non sforzandosi, in verità, neppur di apparire sincero in simile dichiarazione « Voi… voi… » esitò, non riuscendo a esprimersi in maniera compiuta verso di loro, nello scaramantico timore, probabilmente, di quanto una propria parola mal formulata avrebbe potuto negare loro quella pur flebile speranza che si voleva ancora illudere essere per entrambi presenti.
« Non è… nulla… » commentò per tutta risposta Be'Wahr, sorridendo verso di lui per tranquillizzarlo, nel mentre in cui, con le proprie grosse mani, cercava di contenere una grave emorragia a livello addominale, là dove doveva essere stato trapassato da qualche altra lama, o punta equivalente « Ne abbiamo… viste di peggio in… passato. » scandì, sforzandosi di apparire sereno per quanto difficile sarebbe stato comprendere chi, fra lui e il destinatario di quelle parole, fosse un miglior bugiardo.
« Non diciamo… idiozie. » rimproverò Howe, come di consueto meno diplomatico rispetto al fratello di una vita intera, lì, invero, più che giustificato dalle circostanze « Stiamo morendo!... E a meno che tu, ora, non ti cavi quell'inutile… spiedo… dal braccio e non vieni a rappezzarci, difficilmente… arriveremo a sera. » dichiarò, non cercando di ignorare la gravità delle condizioni in cui entrambi riversavano, a sua volta impegnato a contenere una brutta perdita di sangue all'altezza del basso ventre, dove anche, in effetti, la sua spalla destra non avrebbe potuto essere considerata in condizioni più gradevoli « Nell'ipotesi,… non ovvia, di avere ancora così tanto da vivere… » soggiunse, arricciando le labbra in segno di disapprovazione.

In un frangente pari a quello in tal modo presentatogli, pur ritrovatasi animata da sincero terrore per la prospettiva di dover incarnare ogni speranza di sopravvivenza per i due mercenari, o forse in grazia a tale idea, la mente di Seem riuscì allora a isolare completamente il dolore fisico derivante dalla propria ferita, nella volontà di concedergli quella libertà d'azione per lui divenuta indispensabile. Una ritrovata lucidità, la sua, accanto alla quale, tuttavia, emerse anche, con improvvisa urgenza, uno sgradevole interrogativo nel merito del fato di colei che sola, in tal tragico contesto, non si era ancora mostrata al suo sguardo… con tutte le più o meno sgradevoli conseguenze che ciò avrebbe potuto rappresentare per il fato della medesima.

« E' ancora viva… » lo informò il biondo, probabilmente intuendo, senza eccessivo sforzo, qual preoccupazione potesse averlo esplicitamente colto, ricorrendo però, in tale asserzione, a un tono ancora eccessivamente prossimo a quello di una rassicurazione per essere apprezzabile « … saprà cavarsela! Devi avere fiducia nelle sue possibilità… non è forse ella Midda Bontor, la leggendaria… Figlia di Marr'Mahew?! »

venerdì 18 novembre 2011

1402


« R
icordate… non un solo gesto fino a quando non avrà aperto lo scrigno vuoto… » impose Howe, se pur con tono discreto, lieve, in quanto apparve voler fungere da superfluo promemoria tanto per il fratello quanto per lo scudiero, a lui entrambi prossimi.

Un intervento, invero, il suo, derivante più dalla necessità di tranquillizzare se stesso, di imporsi consapevolezza di come in breve, brevissimo tempo, gli sarebbe stata offerta un'opportunità di trovare sfogo alle forti emozioni lì così in lui dominanti piuttosto che, effettivamente, dalla volontà di interloquire con i propri compagni di ventura o, ancora, da offrire loro qualche ipoteticamente necessario appunto a tal riguardo, dal momento in cui, al di là delle proprie stesse parole, egli era lì assolutamente conscio di quanto il suo riferimento sarebbe potuto essere giudicato qual assolutamente vano, superfluo, persino inutilmente tedioso e ripetitivo, ove essi, suo pari, certamente ben rammentavano i termini del segnale appena citato, così come concordato con Midda e così come già imposto alla loro attenzione almeno due o forse tre dozzine di volte da parte della stessa mercenaria, nel lungo viaggio che lì aveva visti percorrere, da nord a sud, l'intera estensione della maggiore penisola tranitha, nella volontà, per la stessa, di non concedere spazio alcuno ad ambiguità di sorta, a dubbi espressi o no, espliciti o meno.
Tuttavia, al di là di quanto sarebbe potuto essere per loro assolutamente chiaro, trasparente, addirittura ovvio o, forse, retorico il confronto con lo stesso cofanetto eletto qual simbolo della disfatta di Nissa Bontor, alcuno fra i tre poté ovviare a esprimere un moto di sincera sorpresa nel momento in cui quel segnale, in ipotetico contrasto alla stessa Nissa, dovette essere obbligatoriamente reinterpretato in una chiave ben diversa… una chiave sgradevolmente destinata a loro stesso discapito.

« Lohr… »

Tale fu l'imprecazione, o, piuttosto, il gemito che il biondo Be'Wahr fu costretto a rendere proprio in contrasto a ogni ipotesi di discrezione, a ogni pensiero di quieta prudenza nelle proprie espressioni, nel momento in cui una violenta sensazione dolorosa si impose sulla sua mente, e ancor più sul suo corpo, senza possibilità alcuna di fraintendimento, materializzandosi nelle forme e nelle dimensioni di un pugnale improvvisamente sprofondato nella carne della sua coscia sinistra, con impeto tale da porlo qual penetrato sul fronte posteriore e ma addirittura fuoriuscito, con la propria punta, da quello anteriore.
E se Howe, pur teso e concentrato in direzione di Nissa, in conseguenza a quel grido non poté mancare a voltarsi, nella volontà di comprendere entro quali termini il proprio amico fraterno, il proprio compagno di mille e più avventure, potesse essere stato ferito e, soprattutto, chi dovesse essere identificato qual responsabile per una tale offensiva a tradimento, non sufficientemente lesto riuscì egli a dimostrarsi nei propri movimenti, nelle proprie reazioni, per prevenire un secondo pugnale già proiettato in direzione del proprio busto, del proprio petto e, nella fattispecie, della propria spalla destra, fra le ossa delle quali si volle conficcare con un effetto non meno dirompente rispetto a quello già spiacevolmente riservato al sodale, tale da disarmarlo istantaneamente e dal vederlo, addirittura, in parte sbalzato all'indietro per tale violenza.

« … è una trappola! »

Un allarme purtroppo paradossale fu quello che si vide così costretto a sollevare, con energia, con un alto urlo, il giovane Seem, nella speranza, in tal senso, di riuscire a rendere edotta la propria signora di tale situazione, di simile imprevisto, ma forse non imprevedibile, risvolto, per così come dispiegatosi innanzi al suo sguardo nell'essersi ritrovato a essere testimone di quella totale inversione dei ruoli, delle parti, e, in ciò, obbligato non semplicemente, così come previsto, a supportare il proprio cavaliere nel compimento del suo piano, nei termini da lei stessa formulati, ma, anche e ancor più, a cercare di porre in essere tutte le proprie conoscenze sull'arte della guerra, tutti gli insegnamenti ricevuti dal proprio unico maestro d'arme, Degan, defunto padre della propria amata Arasha, utili a difendere il proprio diritto alla sopravvivenza, al confronto con una nuova alba e con il naturale, e innato, piacere derivante da una tale possibilità. Paradossale, tale allarme, per come da lui stesso gridato, in quanto sì qual trappola quella avrebbe effettivamente dovuto essere indicata, ma di trappola da loro stessi ordita e non in contrasto a tutti loro scatenata: trappola dell'inversa esistenza della quale, tuttavia, alcun dubbio, alcuna possibilità di incertezza avrebbe potuto, né poté, essere riservata loro malgrado a Be'Wahr, a Howe o al medesimo scudiero, unico ancora, estemporaneamente, in salute, nell'esatto istante in cui i loro sguardi indagatori, carichi di tensione, forse inquietudine, sicuramente rabbia, nella ricerca del colpevole per tanto danno, per tanto dolore, riuscirono a individuare qual loro unica avversaria, qual loro sola e tragicamente indubbia antagonista, colei che avrebbe dovuto essere altresì riconosciuta qual l'ultimo elemento della loro squadra, l'ultimo tassello di un piano ormai evidentemente compromesso, per esprimersi in termini sorprendentemente ottimistici… Carsa Anloch!
Ma al di là del pur sincero e ammirevole impegno proprio di Seem, nella volontà di palesare quanto lì stava occorrendo all'attenzione della Figlia di Marr'Mahew, da quella stessa area dopotutto non troppo distante, già sufficientemente esplicito, evidente, avrebbe dovuto essere riconosciuto il dramma in corso, la tragedia, addirittura, lì in atto, resa sì trasparente, sì inconfutabile nella propria gravità allo sguardo di colei che avrebbe voluto essere protagonista indiscussa di tale evento, e che, invece, del medesimo si ritrovò a essere né più né meno vittima, non solo dal pur ingiustificabile comportamento di Carsa, in tutto ciò dichiaratasi loro malgrado devota alla gemella sbagliata e primo, inconfutabile segnale di quanto stolidamente azzardato avrebbe dovuto essere riconosciuto tutto il suo impegno in quello stesso piano; quant'anche, e prima ancora, per l'orrida, oscena visione di una corona emergere fra le mani della propria stessa sorella dall'interno di uno scrigno pur noto qual vuoto, un diadema che, sebbene da lei veduto solo in una fuggevole occasione, non poté che essere immediatamente riconosciuto nella propria identità, non quale un ipotetico monile destinato alla signora dei mari, alla dea Thyres, sua prediletta, qual pur probabilmente Nissa si sarebbe dovuta attendere di lì ritrovare, ma, invece, quale indossato in un lontano passato da un'antica e terrificante regina di nome Anmel…

« Oh… » gemette la donna guerriero più famosa di tutto quell'intero angolo di mondo, sgranando gli occhi e, all'interno degli stessi, mostrando le proprie iridi color ghiaccio essere completamente assorbite all'interno delle nere pupille, estesesi a dismisura a esprimere tutte le sue emozioni in termini più espliciti e più diretti di quelli che sarebbero potuti essere propri di infinite parole « … Thyres… »

Impossibile, in quel momento, sarebbe stato per lei comprendere in virtù di quale assurda stregoneria quella corona si fosse lì materializzata, offrendosi al delicato contatto con le mani della propria gemella, della propria nemica di sempre, per essere sollevata dall'interno di uno scrigno vuoto e deposto sopra i suoi capelli, sopra la sua ordinata chioma color rosso fuoco. Impossibile, e anche inutile, in effetti, sarebbe stato per lei sprecare una qualche minima risorsa per cercare di elaborare una qualunque teoria utile a esplicitare quanto lì imposto al suo sguardo, a dare un senso a quell'immagine carica di troppi negativi significati per poter essere apprezzata: la corona di Anmel, quel diadema nel quale, secondo la leggenda, era contenuto tutto il potere di una regina vissuta per secoli e ricordata, certamente, con l'appellativo di Portatrice di Luce, ma anche, con quello più significativo di Oscura Mietitrice, faceva sfoggio di tutta la propria terribile beltà al di sopra della fronte di Nissa Bontor, già sovrana di Rogautt, regina di tutti i pirati, nell'odio della quale, da oltre quindici anni, ella era stata esiliata dal mare e troppi, troppi, troppi affetti si era vista negare per sempre, in morti sempre premature, sempre ingiustificate e ingiustificabili.
E se pur Midda Bontor, dall'ultima estate, nulla si era altro concessa che attendere quel momento, quell'occasione di confronto finale con la propria antagonista di sempre, per vendicare le sue ultime vittime come tutte quelle passate; nel confronto con un tale spettacolo, e nel prepararsi a balzare in offesa a colei che sola avrebbe potuto essere identificata quale propria antagonista, qual proprio obiettivo, per così come da lei stessa ricercato, sospinta dalla propria irrefrenabile volontà di combattere, ancora una volta come sempre nel corso della propria vita, contro tutto e tutti per la difesa della propria autodeterminazione, e del proprio diritto a essere; nulla ella avrebbe potuto fare altro che rivolgere un fugace pensiero al proprio amato Be'Sihl, nella disperata certezza di quanto, purtroppo, il loro scorso saluto, poche parole e uno sguardo di sfuggita, sicuramente inadeguato nei limiti da lei stessa imposti nel merito dei loro rapporti pubblici sebbene animata, in ciò, dalla sola volontà di tutelare il medesimo shar'tiagho da tutto il male che da lei gli sarebbe altrimenti potuto derivare, sarebbe alfine stato tristemente ricordato quale il loro ultimo saluto…