11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 20 novembre 2011

Sangue nelle tenebre (1 di 3)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, primo di tre, ha da considerarsi quale parte di un racconto breve scritto nella speranza che fosse pubblicato sul quarto numero della rivista cartacea FM, di FantasyMagazine. A differenza dello Speciale 1000 e dello Speciale Natale, sebbene qui riportato quale pubblicazione "speciale", questo racconto breve ha da intendersi qual appartenente alla continuity narrativa delle Cronache, collocandosi fra il ventottesimo e il ventinovesimo racconto della serie (o, se preferite, in parallelo al ventinovesimo appena concluso) e tale da offrire uno sguardo su una delle avventure comunque vissute da Midda Bontor nei mesi di attesa per l'appuntamento con Carsa Anloch.

I
mpervia era sempre stata la via fra la battagliera Kofreya e la pacifica Tranith, in conseguenza della barriera naturale imposta tra le due nazioni dalla presenza dei monti Rou'Farth.
Una strada difficile, faticosa e colma di insidie, con le quali ogni anno dozzine di carovane mercantili accettavano di porsi a confronto, nella necessità di godere delle occasioni offerte dai porti tranithi per l'acquisto di nuovi prodotti da destinare alle grandi città kofreyote, là dove ricchi mecenati sarebbero stati più che lieti di investire il proprio oro nell'acquisto di qualsiasi genere di balocco per il piacere proprio e delle proprie famiglie. Una scommessa potenzialmente mortale, quella di qualsiasi mercante impegnatosi in un tale cammino, la cui posta era, e sarebbe, sempre stata giudicata qual adeguata al rischio, ove, in caso contrario, vano per loro sarebbe stato abbracciare una simile professione: una sfida nel confronto con la quale, quindi, raramente si presentavano singoli protagonisti, confidando razionalmente nel numero al fine di assicurare la propria stessa sopravvivenza, di godere dei frutti di sì impegnativo viaggio.
In virtù della fiducia propria di un professionista nel compimento del consueto mestiere, quando, all'inizio di quella nuova stagione primaverile e della conseguente ripresa dell'attività, il mercante Caran aveva organizzato, con una delegazione di altri sei suoi pari, quello che avrebbe potuto enumerare quale il settantunesimo viaggio verso sud, alcuna ragione di ansia avrebbe potuto animare il suo cuore. L'indubbia maturità conseguente ai suoi ventisei anni, da poco compiuti, il meraviglioso amore donatogli dalla sua splendida sposa, nonché l'inestimabile gioia derivante dai suoi tre figlioletti, non avrebbero potuto permettergli di giudicare il proprio atteggiamento quale quello di uno scapestrato in cerca d'azzardo, quanto, piuttosto, di un patriarca impegnato nello svolgimento dei propri compiti, allo scopo di assicurare, attraverso quell'attività commerciale, il benessere per la propria famiglia.
Caran non era uno sciocco e, in quanto tutt'altro che tale, egli non avrebbe potuto valutare qual nullo il rischio imposto su di sé, e sui propri cari, da quel tragitto: ciò nonostante, come anche sua moglie, egli sapeva che quella era la loro vita e non avrebbero dovuto avere timore di viverla, a meno di non voler rinunciare, accanto a ogni pericolo, anche a ogni gioia che in essa sarebbe potuta essere loro riconosciuta. Purtroppo per lui, per la sua amata, per i suoi figliuoli, così come per qualunque altro componente di quell'ultima carovana, quel nuovo viaggio apparentemente uguale a molti altri non era destinato a concludersi felicemente.

« Padre… » si lamentò, sottovoce, la piccola Aur, ricercando la protezione naturale offerta dal calore del corpo del genitore, correndo attraverso l'intero campo allestito in una notte priva di stelle per stringersi a lui « Padre. Non vi sono mostri qui attorno, è così… vero? Leer sostiene il contrario e tenta di spaventarmi. » confidò, implicitamente ammettendo, in quelle parole, il successo del fratello.
« Non ti preoccupare, bambina mia. » scosse il capo Caran, negando tale possibilità « Non vi sono mostri fra queste montagne. Non è la prima volta che le attraversiamo e, di certo, non siamo i primi a farlo: se vi fossero, non credi che ne avremmo avuto notizia? »
« Sì, padre. » sorrise la bimba, rischiarando la notte con la felicità espressa dal proprio sguardo, dai propri grandi occhi verdi, rivolti in adorazione verso quella figura per lei eroica « Leer è uno sciocco! » sancì con soddisfazione, schioccando un grosso bacio sulla guancia destra del proprio idolo prima di allontanarsi egualmente di corsa, così come a lui si era avvicinata.

L'uomo, abbracciato alla propria sposa, osservò senza preoccupazione la figlioletta allontanarsi alla ricerca dell'infingardo fratello, non potendo evitare di provare fierezza per il sentimento così sinceramente riconosciutogli dalla secondogenita.
Sciaguratamente, a infrangere la serenità di quella sera, irruppe tremendo, assordante e tragico, un grido proveniente da un'altra estremità del loro compatto accampamento, scatenando uno spontaneo saettare di lame e, con esso, il timore che gli dei avessero deciso di distogliere lo sguardo, negando la propria consueta benevolenza in loro protezione. E purtroppo neppure l'incredibile vigore, con il quale il rosso sangue ebbe occasione di sprizzare verso il cielo negli istanti seguenti, fu in grado di contrastare le cupe tenebre di quella notte, non più caratterizzata dal calore della vita, ma soltanto dal gelo della morte.

In una realtà quotidiana dominata dalla violenza, l'improvvisa scomparsa di una carovana costituita da sette mercanti, le loro famiglie e, ancora, sette uomini di scorta, per quanto spiacevole, non avrebbe potuto essere considerata ragione di preoccupazione per alcuno: non per le autorità locali, in verità pressoché inesistenti in quella provincia del regno kofreyota; non per altri mercanti, comunque bisognosi di raggiungere i porti tranithi per rifornirsi di merci. Tuttavia, se pur un singolo convoglio perduto non avrebbe potuto essere giudicato motivo d'allarme, cinque carovane egualmente smarrite, tanto in viaggio da settentrione verso meridione, quanto in senso opposto, iniziarono a essere causa di sincera inquietudine presso i professionisti del settore. E nel momento in cui tale numero raggiunse il traguardo della decina, inevitabile fu il diffondersi di voci sempre più complesse, prive di qualsivoglia fondamento, e pur utili a dare spazio alla nascita di nuove leggende, relative a qualche terribile minaccia imposta in contrasto a chiunque lì avesse osato sospingere i propri passi.
Probabilmente, se l'interesse bellico di Kofreya non fosse stato impegnato, da epoca remota, in un'assurda guerra con la vicina Y'Shalf, un qualche feudatario, se non, persino, il monarca, avrebbe dimostrato interesse a meglio definire la questione relativa a quelle stesse lande così ritenute maledette, inviando lungo tale obbligato tragitto verso Tranith un contingente militare con lo scopo di risolvere nella maniera più opportuna quella crisi. Malauguratamente, però, tale possibilità non fu presa in esame da alcuno e l'unica soluzione accettabile, tanto per i mercanti, quanto per qualsiasi altro peregrino, apparve essere l'abbandono di un simile tragitto, per quanto tutto ciò avrebbe significato isolare, via terra, la penisola maggiore del regno tranitha. Sempre più rari furono coloro che tentarono di percorrere quella strada, ognuno sospinto dalla disperazione conseguente alla necessità, e ognuno animato dalla sempre più vana speranza di poter sopravvivere agli ignoti orrori lì celati. Così, trascorsi quasi nove mesi dalla tragedia di Caran e ormai in prossimità della conclusione della stagione autunnale, ultima utile al compimento di tale tragitto, solo un carro, privo di scorta, dimostrò audacia, o follia, sufficiente ad affrontare ancora una volta la letale via per Tranith, attraverso i monti Rou'Farth: un singolo carro, colmo di scintillante oro, il cui valore maggiore, comunque, non avrebbe dovuto essere ricercato in tale prezioso carico, ma in una dei suoi tre passeggeri.

Sebbene, nella propria lunga esistenza, ella avesse avuto occasione di affrontare un alto numero di creature appartenenti alle più svariate mitologie, puntualmente riportando risultati sempre trionfanti, così come testimoniato dal suo semplice concedersi ancora in vita, e raggiungendo un livello tale da poter essere già considerata a propria volta qual leggenda vivente, Midda Bontor non aveva ancora ceduto a quel banale atteggiamento psicologico volto all'affrontare una nuova sfida giudicando immediatamente qual ovvio il coinvolgimento di particolari negromanzie, stregonerie o altro assimilabile, né, tantomeno, attribuendo prontamente la responsabilità di ogni misfatto a un qualche osceno incubo, quali pur, sovente, avrebbero dovuto essere effettivamente identificati. Estremamente pragmatica nel proprio stesso essere, ella era solita preferire evitare inutili, e potenzialmente lesivi, preconcetti, lasciando al fato libertà di dispiegare i propri pezzi sulla scacchiera della vita, riservando, altresì, per se stessa l'occasione, l'impegno, il compito, di muoversi con decisione, forza e vigore ad abbattere qualsiasi nemico, a superare qualunque ostacolo, a conquistare ogni traguardo prefisso.
Per tale ragione, una fra le più temibili combattenti di quell'angolo di mondo era tranquillamente seduta in coda a un carro, impegnandosi a offrire di sé un'immagine quanto più distante dalla realtà le fosse possibile. Con capo chino, in parte celato nella presenza di uno scialle grigio, nonché spalle curve e magnifico corpo coperto da una lunga e informe veste altrettanto povera in termini di colore, ella si presentava quale un'inerme, anziana donna, consapevole di come, se un mostro, o altra creatura sovrannaturale, non avrebbe dimostrato la benché minima ritrosia a offrire loro assalto, indifferentemente dalla rivelata presenza, o meno, di una celebrità suo pari, qualunque eventuale altra minaccia, di natura meno straordinaria, avrebbe potuto, altresì, frenare i propri passi nel riconoscerla, vanificando l'impegno da lei assunto in quel viaggio, i servigi da lei venduti per la risoluzione di quella non meglio definita, e pur spiacevole, situazione.

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