11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 20 marzo 2013

1885


« Di certo era un brav’uomo e un grand’uomo. » osservò egli, tornando a baciarla in quel punto tanto delicato, con un gesto ancora apparentemente privo di malizia, apparentemente privo di qualsiasi sottinteso, e ciò nonostante, o forse proprio in grazia di ciò, incredibilmente carico di erotismo, intenso e quasi straziante dal punto di vista della propria compagna « E, del resto, nell’essere riuscito a conquistare un posto tanto importante nel tuo cuore, non doveva essere un uomo comune… »

Vittima di quei baci, apparentemente casti e pur consapevolmente distanti dall’essere tali; la donna guerriero, la Campionessa di Kriarya, città del peccato del regno kofreyota, qual ella era anche stata recentemente eletta divenendone, di buon grado, l’unica, effettiva signora, protettrice e padrona, non mancò di constatare quanto impegno il proprio compagno stesse allora ponendo al fine di concederle occasione di distrazione dai propri pensieri, dalle proprie angosce, spingendola verso altre immagini, altre idee e altre immagini, non soltanto nella rievocazione del proprio primo amante, al pensiero del quale pur avrebbe potuto avere ragione di angosciarsi, quanto e piuttosto nella formulazione apparentemente incauta, e pur volutamente tale, di quell’ultima sentenza tanto ambigua e potenzialmente volta a porre in risalto non solo le qualità del compianto Salge, quanto e ancor più quelle dello stesso Be’Sihl. Ma laddove, obiettivamente, egli non si era mai proposto qual contraddistinto da tanto egocentrismo, da tale volontà di autocelebrazione qual, in quel frangente, avrebbe potuto essere allora astutamente riconosciuto ispirato; sola considerazione che la sua amata non poté ovviare a compiere fu quella rivolta alla consapevolezza di quanto, in tutto quello, egli non stesse considerando altro che la volontà di rendersi potenziale bersaglio di ironiche critiche allo scopo di graziarla dai propri peggiori pensieri, dalle proprie più spiacevoli ansie, anche a costo di poterci, eventualmente, rimettere personalmente.
E se anche, nella propria puntuale analisi di quel tentativo, di quell’impegno, la mercenaria non avrebbe potuto, in alcun modo, fraintendere le reali motivazioni del proprio amato, considerandolo meno di quanto, in tutto ciò, avrebbe meritato essere considerato e, ancor più, adorato; ella non volle neppure vanificare tutti i suoi sforzi a tal riguardo, non volle neppure negargli un’occasione di successo per come ricercata, accettando, pertanto, di prendere parte a quel giuoco, non quale semplice vittima passiva, se pur per una giusta causa, quanto e piuttosto qual partecipante attiva, non mancando di lasciarsi animare, a tal riguardo, anche dalla volontà di comprendere sino a qual punto egli sarebbe stato pronto a spingersi per lei…

« Be’Sihl Ahvn-Qa… spero che tu ti renda perfettamente conto di quanto tutto ciò potrebbe apparire anche qual un astuto metodo per promuovere, alfine, te stesso. » osservò pertanto, aggrottando appena la fronte con aria volutamente critica, anche laddove la pressoché completa oscurità della cabina non gli avrebbe comunque permesso di cogliere tale sfumatura espressiva di natura squisitamente fisica « Dal momento che anche tu hai conquistato un posto al mio fianco, ti consideri pertanto e molto poco modestamente un uomo fuori dal comune?! » gli offrì critico interrogativo, anche ove, dal proprio punto di vista, la risposta avrebbe dovuto essere considerata quantomeno retorica, e in suo esplicito favore, nel considerarlo, ella stessa, un uomo fuori dal comune… e, probabilmente, il miglior uomo che mai avrebbe potuto sperare di incontrare e di avere occasione di amare.
« Io…? » ripeté lo shar’tiagho, con tono grottescamente incredulo, eccessivamente sorpreso, stupito, in una misura nella quale difficile sarebbe stato giustificarlo e che pur, nel contesto di quel giuoco, ricadde completamente nei limiti di quanto egli avrebbe potuto o no concedersi di compiere « Io sono soltanto un umile locandiere, privo d’ogni arte o parte. » negò, cercando di porre l’accento sulla propria professione quasi, in grazia di ciò, gli sarebbe potuta essere concessa occasione di escludere i propri meriti al pari delle proprie responsabilità, volutamente ignorando come, invero, proprio in grazia a tale professione gli fosse stata altresì garantita l’opportunità di entrare a far parte della vita della donna della quale, ben presto, si era ritrovato a essere perdutamente innamorato, al punto tale da accettare di attendere quasi quindici anni prima di conquistarsi la possibilità di spingere il proprio rapporto a un livello superiore.

E quasi a voler dimostrare la propria innocenza, il proprio candore sotto tale profilo, per quanto consapevole che in tal modo avrebbe reso proprio solamente l’effetto opposto, egli agì rendendo i propri baci, i propri gesti, decisamente più audaci di quanto non fossero stati sino a quel momento, al punto tale da arrivare a strappare, quasi con forza, un imprevisto gemito dalle labbra della mercenaria, la quale si lasciò cogliere del tutto alla sprovvista in tale confronto, in simile contrasto, tale da spingere la loro disfida verbale su un piano decisamente più fisico, senza che le fosse stata concessa l’occasione di presumere per tempo tale evoluzione, anche laddove evidente impegno non fosse mancato in tal direzione, né, ancora, sarebbe certamente venuto meno. Una scelta, comunque, che ella non volle in alcun modo condannare e che, al contrario, sembrò addirittura incitare, nell’accompagnare i movimenti del suo capo contro i propri seni, contro le proprie forme, con la propria mancina, con un trasporto tale che ebbe addirittura a maledirsi nell’evidenza di non avere più una destra con la quale intrappolarlo contro di sé, inequivocabilmente e al di là di qualunque possibilità di ambiguità, di ogni possibile dubbio, sulla misura nella quale tutto quello avrebbe dovuto essere inteso qual estremamente gradito.
Non potendosi, tuttavia, permettere di perdere tanto banalmente una competizione, qual già quella avrebbe dovuto essere riconosciuta sotto un punto di vista squisitamente fisico, Midda Bontor volle rendere propria, quantomeno, la possibilità di una riscossa psicologica, nel porre il compagno, complice e amante, a confronto con l’evidenza delle proprie falle, anche e soltanto nel contesto caratteristico di quel giuoco, per così come incominciato e sino a quel momento portato avanti.

« Tu sei un gran furbo, caro il mio locandiere… » sussurrò, non tentando neppure di esprimersi con un tono di voce più elevato nel timore di lasciarsi sfuggire un altro gemito, o una qualunque altra dimostrazione di tutto il pur sincero e obiettivo piacere che l’altro le stava imponendo, ancor prima che donando, consapevole, dopotutto, di quanto egli non abbisognasse di ulteriori comprove della propria vittoria, del proprio trionfo, tanto nel conquistarla, quanto e ancor più nel distrarla da quanto, solo un attimo prima, ancora l’angosciava, zittendo ogni emozione negativa nel piacere della carne da lui tanto sapientemente stimolato « Sei riuscito a giungere al mio cuore passando per il mio stomaco, con tutte quelle stupende colazioni che mi hai sempre preparato, approfittandoti del mio bisogno di nutrimento… e ora desideri approfittare del mio bisogno di conforto per spingermi, ancora una volta, a fare all’amore con te, quasi non avessimo appena concluso un lungo momento di intimità. » gli volle ricordare, retoricamente, ove egli, suo pari, non avrebbe certamente potuto obliare al ricordo di quanto pocanzi occorso fra loro, nell’entusiasmo che aveva contraddistinto entrambi malgrado la dura giornata di lavoro alle spalle « E non pago, vorresti anche giustificare tutto ciò come un disinteressato sacrificio in mio sostegno, in mio supporto, al fine di aiutarmi a scacciare ogni cattivo pensiero dalla mia mente?! » concluse, in una domanda diretta, proposta con tono giocoso, in accordo a quanto intercorso sino a quel momento, e pur, non di meno, con intento sincero, nella volontà di porre giusta evidenza sul pur effettivo impegno da lui posto a tal riguardo, con indubbio successo.
« Beh… dovresti ben sapere come si dice in questi casi… » si concesse occasione di replica l’uomo, non senza un altrettanto sincero sorriso, non necessitando, ormai, di dissimulare le proprie azioni dietro fittizie malizie, essendo ogni brama tramutatasi in realtà, avendo ogni desiderio acquistato solido corpo, ben oltre quello che avrebbe potuto essere riconosciuto l’iniziale impegno del gioco nel quale ogni concreto interesse avrebbe dovuto essere mistificato, e nel quale, altresì e alfine, ogni mistificazione aveva acquisito la medesima valenza di un effettivo intento « … se non ci riesci la prima volta, ritenta. E ritenta ancora un’altra volta. E ancora un’altra volta… » concluse, sancendo in tutto ciò quello che avrebbe dovuto essere probabilmente considerato il suo manifesto personale e che, ancora una volta, non avrebbe mancato di riconoscergli un particolarmente piacevole successo.


martedì 19 marzo 2013

1884


« Sai… dovresti almeno tentare di dormire un poco. Non dico dormire… ma almeno tentare. » commentò la voce di Be’Sihl, con tono amorevolmente premuroso, imponendosi improvvisamente alla sua attenzione, senza prepotenza, senza violenza, e pur allora presente, pur allora desiderosa di interloquire con lei e, soprattutto, di renderla edotta nel merito di quanto, in quelle tenebre, ella non avrebbe dovuto considerarsi completamente sola qual, forse, aveva erroneamente temuto di essere « Fra poche ore dovremo riprendere servizio… e tu stessa mi hai spiegato più volte quanta lucidità sia necessaria per condurre una nave per mare senza recare offesa agli dei che qui tutto sovrintendono. » soggiunse, nel mentre in cui il suo capo si voltò appena, quanto sufficiente a permettergli di deporre un delicato bacio sulla sottile e sensibile pelle nascosta fra i seni di lei.
« Mmm… non sono l’unica a non dormire, a quanto pare. » osservò ella, cercando con le dita della propria mancina, la sola mano rimastale, contatto con i lunghi capelli di lui finemente intrecciati, secondo la moda shar’tiagha, in un gesto carico di dolcezza, ricolmo di sentimento puro e sincero, nel mentre in cui il suo corpo non poté evitare di godere per quel bacio, leggero, quasi casto malgrado il sensuale punto di contatto scelto, e che pur non mancò di trasudare incredibile passione « E dire che ero convinta che fossi crollato, dopo la giornata di oggi e dopo le nostre… attività supplementari. »
« Non potrei mai riuscire a dormire percependoti tesa quanto sei ora… » replicò l’uomo, accarezzandole la medesima pelle appena baciata con la propria guancia, nel tornare lì ad appoggiarsi, pur senza gravare su di lei « Sempre gli stessi pensieri… non è così?! » cercò poi conferma, non abbisognando di troppe spiegazioni per intuire il turbamento che la stava vedendo coinvolta, non soltanto in quel momento ma sin dal giorno della loro partenza e prima ancora, da quando aveva maturato l’idea di spingersi sino alla propria isola natale ancora prima di partire per l’ultima, grande battaglia in contrasto alla propria gemella e allo spirito malvagio che aveva preso possesso di lei.
« Sempre gli stessi pensieri… » si limitò ad annuire la donna, serrando appena le dita fra le treccine di lui, con fare delicatamente possessivo, nel cercare, in tal modo, di trasmettergli il proprio sentimento più puro per lui, quell’emozione intensa e vibrante che pur egli non avrebbe dovuto avere esitazione a cogliere, fosse anche e soltanto in grazia al battito del suo cuore, che, in momenti come quello, sembrava essere solo intento a scandire il suo nome « Credevo… mi ero illusa che sarebbe potuto essere più semplice, che sarei stata capace di gestire meglio le mie emozioni, dopo tutti questi anni, dopo tutto ciò che sono stata capace di compiere nella mia vita. Eppure mi sembra di essere ritornata quando, ancora ragazza, ancora a bordo della Fei'Mish, mi sono ritrovata nuovamente diretta verso Licsia, convinta di poter gestire la situazione, convinta di essere in grado di confrontarmi con tutto questo, salvo, alfine, scoprire di non aver alcuna forza, di non aver alcuna energia… non innanzi allo sguardo di condanna di mio padre, non innanzi al suo richiamo, al suo rimprovero per quanto avevo compiuto. Per la morte di mia madre. »

Un lungo momento di silenzio contraddistinse allora la proposta di quelle parole, di quella cronaca nel confronto con la quale, obiettivamente, qualunque voce sarebbe potuta apparire inopportuna, fuori luogo, sgradevole e, ancor più, sgradita. Be’Sihl non avrebbe potuto, infatti, vantare alcuna confidenza diretta con gli eventi da lei in ciò narrati, da lei in tal modo rievocati e, in tale propria ignoranza, quanto gli sarebbe stato concesso di conoscere e di analizzare sarebbe stato solamente il resoconto da lei in tutto ciò offerto, per così come da lei offerto. Ma anche laddove egli non avrebbe pur desiderato porre in dubbio la sua interpretazione degli eventi, per così come vissuti; una parte del suo cuore, forse quella più ingenua, quella meno incline all’arbitraria condanna delle situazioni, per come pur apparentemente offerte, non avrebbe potuto evitare di credere, di sperare, addirittura, in un tragico fraintendimento, nell’incomprensione conseguente ad un’allora affrettata analisi della situazione e delle posizioni assunte dai vari protagonisti della medesima.
In assenza, tuttavia e purtroppo, del confronto con un’altra fonte, con un’altra testimonianza utile a offrire adito a tale sospetto, tutto ciò che egli avrebbe potuto compiere sarebbe stato accettare quietamente il valore proprio di quell’unica chiave di lettura, senza aggiungere altro, senza poter né concordare e, neppur, suggerire una diversa analisi, una diversa interpretazione nella quale, magari, riuscire a donare alla propria amata maggiore serenità, qual pur, soltanto, egli avrebbe desiderato tributarle.

« Mi dispiace non essere stato ancora parte della tua vita in quegli anni, in quell’epoca… » ammise alfine, in un profondo sospiro e in un tono quasi dedito a invocare il suo perdono in tal senso, a tal riguardo « Egli… come era? » domandò, in un interrogativo che chiunque, ascoltandoli, avrebbe potuto fraintendere, avrebbe potuto considerare associato all’ultimo soggetto al quale ella si era pocanzi riferita, suo padre, salvo, tuttavia, essere animato dalla volontà di reindirizzare, per un forse fuggevole momento, ogni discorso, ogni confronto, in una diversa direzione, utile, speranzosamente, a concederle un’occasione di distrazione e, chissà, la possibilità giusta per liberarsi estemporaneamente dalle proprie ansie, quantomeno per quella parentesi, per quella specifica tematica « Mi hai parlato sempre troppo poco di lui… considerando cosa ha rappresentato nella tua vita. Cosa ancora oggi rappresenta nella tua vita. »
« Salge era… Salge. » replicò la mercenaria, non fraintendendo ovviamente il senso di quell’interrogativo, di quella domanda, nel merito del proprio primo compagno, del proprio primo amante, il secondo uomo più importante della propria vita subito dopo lo stesso Be’Sihl « Non voglio nasconderti, né ho mai tentato di farlo, di aver avuto sempre uno straordinario rapporto con lui. Un rapporto di amicizia, innanzitutto, un rapporto di complicità, ancora, e un rapporto di confidenza come mai avrei potuto sperare di avere occasione di instaurare con un uomo. Con il mio primo uomo. Del resto siamo cresciuti insieme. E insieme abbiamo scoperto le nostre emozioni più adulte, più mature. »

In silenzio, ancora una volta, lo shar’tiagho accolse tutto ciò, non provando nel confronto con tale risposta, con simile spiegazione, alcuna ragione di gelosia nei confronti di quell’uomo che pur aveva avuto l’occasione di essere il primo compagno della propria amata. Cresciuto, del resto, in una delle poche società di Qahr non improntate a una cultura esplicitamente patriarcale, e all’interno della quale, anzi, l’emancipazione femminile era intesa quale la prima caratteristica utile a rendere attraente una donna, egli non avrebbe mai potuto subire il mito della verginità, né, del resto, aveva mai avuto ragione di illudersi nel merito della verginità della propria attuale compagna ancor prima della loro prima notte insieme. In effetti, e addirittura, egli aveva persino avuto modo di conoscere qualcuno dei passati compagni della propria amata, sebbene non tutti e, non di certo, Salge Tresand. E proprio in tal direzione, a tal riguardo, non avrebbe potuto mancare il suo rammarico, per l’occasione mancata e, soprattutto, per l’evidente propria estraneità dalla vita di lei in quel particolare periodo storico della sua travagliata esistenza, così come in quelle ultime parole appena espresso, appena dichiarato.
Una reazione, la sua, che non mancò, ovviamente, di essere notata da parte della stessa Figlia di Marr’Mahew e che non mancò, inevitabilmente, di essere da lei apprezzata, per la straordinaria fiducia che egli le stava arbitrariamente concedendo, certo del loro sentimento, del loro amore, ben più di quanto non avrebbe mai potuto esserlo nel merito della vita e della morte, del giorno e della notte, del mare e della terra.

« Sono certa che ti sarebbe piaciuto molto… » riprese ella, sempre in riferimento al defunto capitano della Jol’Ange, e suo primo amante « … e sono certo che, sebbene non senza un po’ di gelosia, anche tu gli saresti piaciuto parecchio e, alla fine, si sarebbe scoperto felice per noi e per il nostro amore. » soggiunse, credendo realmente nelle proprie parole, in quell’asserzione, laddove mai Salge Tresand avrebbe potuto disapprovare la sua felicità, motivo per il quale mai avrebbe allora potuto disapprovare Be’Sihl Ahvn-Qa e la gioia che solo egli sembrava in grado di concederle, anche nei propri silenzi, oltre che nelle proprie parole.


lunedì 18 marzo 2013

1883


Distesa su una branda della Jol’Ange, con lo sguardo perso nella profondità dell’oscurità sopra di sé, e il capo del proprio amato Be’Sihl appoggiato fra i propri accoglienti e generosi seni, in quella costretta intimità conseguente all’assenza di ampli spazi a bordo della goletta, Midda Bontor, un tempo seconda in comando di quella stessa nave, oramai semplice, e pur gradita, ospite a bordo della medesima, si ritrovò impegnata, ancora una volta, a domandarsi per quale ragione stesse compiendo quel viaggio, per quale ragione avesse deciso di compiere quel viaggio. Un interrogativo non retorico, non banale, al quale, nonostante tutto, non era in grado di offrire una risposta, benché sua e solo sua fosse stata allora l’iniziativa in tal senso, la decisione maturata, accolta e proclamata in quella direzione. Un’iniziativa, una decisione che, ancora una volta, non l’aveva veduta abbandonata a se stessa, non l’aveva veduta sola ad affrontare un tanto difficile cammino, e che pur, non per questo, avrebbe potuto essere minimizzata nel proprio valore, nella propria importanza, nella propria difficoltà, forse e allora ancora più rispetto a quanto occorso un’intera vita prima, nel proprio ultimo viaggio verso la piccola isola di Licsia, nell'arcipelago delle Licoseni… la sua patria, la sua terra natia.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi dall’ultima volta che ella si era ritrovata smarrita nell’oscurità, nel cuore di una nave veleggiante lungo tale rotta, e tante cose, troppe cose, erano cambiate nella sua vita da allora. Ciò nonostante, ora come allora, ella era più terrorizzata che eccitata all’idea di rincontrare il profilo di quella piccola isola che pur, per i primi anni della propria vita, per tutta la propria infanzia, aveva rappresentato il suo intero mondo, un mondo incredibilmente vasto, un mondo ricco di minacce, ricco di pericoli, un mondo da esplorare e da conquistare… un mondo che pur, un giorno, era diventato troppo piccolo per lei, troppo stretto per lei, al punto tale da spingerla ad abbandonarlo, a violare i suoi confini e lì a lasciare tutto ciò che, sino ad allora, era stata la sua famiglia, la sola famiglia che avesse mai conosciuto e che avrebbe mai potuto desiderare di conoscere. Una decisione difficile, che ella avrebbe voluto, con tutto il proprio cuore, con tutto il proprio animo, poter considerare difficile, ma che, purtroppo, all’epoca era stata accolta con incredibile facilità, con straordinaria leggerezza, con un’incoscienza, addirittura, che mai, in seguito, era stata oggetto di una qualsivoglia rivalutazione, di una qualsivoglia ridefinizione, tale da farla essere, quantomeno, pentita dei modi, dei termini, se non dell’operato stesso di quanto allora compiuto. Ma anche ove, in lei, era da troppi anni la drammatica consapevolezza di quanto tutta la propria vita, e la vita della propria gemella Nissa Bontor, fossero state condannate nel momento stesso in cui ella, ancora bambina, neppure fanciulla, aveva deciso di abbandonare la casa dei propri genitori nel cuore della notte, tradendo la fiducia di tutti e, per prima, quella della propria stessa sorella; per colei che nel frattempo aveva conquistato il nome di Figlia di Marr’Mahew, fra i tanti, in onore di una dea della guerra neppur appartenente al proprio pantheon, mai era stato pentimento per quanto accaduto, mai era stato pentimento per quanto voluto, nella non semplice, non ovvia, e pur importante consapevolezza di quanto da lei compiuto fosse sempre stato posto in essere in coerenza con se stessa, con il proprio spirito e i principi definiti alla ricerca di una non banale costanza.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi dall’ultima volta che ella si era quindi ritrovata a riflettere sul proprio ritorno a casa, sul proprio ritorno a quel mondo da lei abbandonato, da lei forse tradito e pur, sinceramente, onestamente, mai rinnegato, e tante cose, troppe cose, erano cambiate nella sua vita da allora. Ciò nonostante, ora come allora, ella stava compiendo quel viaggio stretta al corpo di un uomo da lei amato, di un uomo da lei riconosciuto qual il proprio compagno, il solo con il quale avrebbe voluto trascorrere il resto della propria esistenza… un compagno che pur, da allora, era cambiato, era mutato, per quanto non cambiato, non mutato, avrebbe dovuto essere considerato l’amore da lei rivolto verso tale figura. Anni prima, quand’ancora fanciulla, neppur considerabile completamente donna sebbene il suo corpo avesse iniziato a svilupparsi e a far emergere quelle medesime, sensuali e straordinarie forme che l’avrebbero poi contraddistinta per il resto della propria esistenza; ella si era ritrovata abbracciata, nell’oscurità di una cuccetta, al corpo di Salge Tresand, anch’egli giovane, anch’egli ancora più fanciullo che uomo, e che, proprio insieme a lei, in una straordinaria complicità reciproca, aveva scoperto il proprio corpo, la propria maturità e la propria sessualità, trasformando l’amicizia fra due bambini, quali ancora erano quando si erano incontrati per la prima volta, nell’intesa di due amanti, in una crescita a tratti lenta e, a tratti, incredibilmente rapida, ma, soprattutto, sempre incredibilmente spontanea, naturale, quasi ovvia e, forse, inevitabile. Oggi, ormai donna, e donna matura, dall’alto di un’età non diversa da quella della sua cara nonna Namile, di cui portava il nome, nei ricordi della propria infanzia; ella si stava offrendo abbracciata, nell’oscurità di quella cuccetta, al corpo di Be’Sihl Ahvn-Qa, anch’egli non più giovane, anch’egli ben distante dall’età della fanciullezza, dall’alto dei propri quasi quattro decenni di vita, e pur, suo pari, ancora contraddistinto da un’incredibile entusiasmo nei riguardi della vita, come concetto generale, e della propria vita, più in particolare, alla quale mai avrebbe rinunciato, e che mai avrebbe rinunciato di vivere insieme a lei. Perché ove anche, con Be’Sihl, non avrebbe potuto essere riconosciuto l’inedito entusiasmo della prima scoperta della reciproca sessualità, e di quel nuovo modo di rapportarsi che, a suo tempo, aveva contraddistinto Salge e lei; non di meno appassionante, non di meno coinvolgente, non di meno entusiasmante avrebbe dovuto essere riconosciuto quanto scoperto in compagnia di quell’uomo straordinario, un uomo che era stato capace di attenderla per quasi quindici anni e che, a dispetto di ogni tirannia propria del tempo, si era dimostrato capace di amarla, con il proprio cuore, con la propria mente, con il proprio spirito e, soprattutto, con il proprio corpo, ben più di quanto ella non avrebbe potuto sperare di poter essere amata e ancora amata, lasciandole godere di quel loro rapporto, di quella loro complicità, con lo stesso entusiasmo che soltanto avrebbe potuto contraddistinguere la loro prima volta benché, probabilmente, per entrambi sarebbe stata piuttosto l’ultima.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi… e con essi il suo intero universo era mutato, segnato nella tragedia del sangue di troppi amici, di troppi amori, e, non di meno, di troppi nemici, che attorno a lei erano morti, che ella aveva contribuito a uccidere, o aveva esplicitamente ucciso, talvolta senza provare alcun rimorso, alcun rimpianto, così per tutti gli antagonisti; altre volte ancora incapace a comprendere come scendere a patti con tutto ciò, con tanto dolore, con tanta sofferenza, così come, dopotutto, per ogni amico perduto, per ogni amore sepolto. Un computo sempre crescente, un censimento apparentemente inarrestabile e privo di qualunque speranza di conclusione, al quale, drammaticamente, aveva preso parte anche lo stesso Salge Tresand, in anni in cui, ormai, non era più il suo compagno, e pur, ancora, era suo amico, in una misura riconosciuta qual utile a renderlo colpevole e meritevole di morte allo sguardo impietoso e crudele di Nissa e dei suoi pirati, che non vollero loro perdonare quel legame, quell’affetto che pur, ancora, li contraddistingueva, condannandolo proprio innanzi ai suoi occhi, a quegli occhi color ghiaccio che, per una volta, avrebbero desiderato davvero potersi considerare così freddi, così privi d’ogni emozione, d’ogni calore umano, in misura sufficiente a impedirle di soffrire così come, proprio malgrado, non sarebbe mai riuscita a smettere di compiere.
Tanti anni, troppi anni…
… perché tornare proprio ora? Perché imporsi, in un momento già complesso qual solo avrebbe dovuto essere riconosciuto quello che ella stava vivendo in quelle ultime settimane, in quegli ultimi mesi, una prova simile, tanto dolorosa quanto, forse, inutile?
Perché, ella lo sapeva, ella ne era consapevole benché desiderasse illudersi del contrario, dovendosi spingere alfine al confronto definitivo con la propria gemella, all’ultima battaglia con lei, dalla quale una sola fra loro avrebbe potuto emergere qual vincitrice, qual trionfatrice; suo desiderio in tal viaggio avrebbe dovuto essere riconosciuto quello utile a permetterle di affrontare gli spettri del proprio passato, i tristi ricordi di quanto, da tanti anni, da troppi anni, rimasto in sospeso, in attesa del momento in cui ella avrebbe accettato quel confronto dal quale con infantile codardia era sempre rifuggita. Gli spettri, i ricordi, che la attendevano a Licsia… che la attendevano a casa.