11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 20 ottobre 2013

2074


« … visto e considerato che, come me, preferisci non soffocare tale supposta parte, immagino! » intervenni, scherzosamente, cercando di trovare occasione di giuoco attorno a quella marea di informazioni offertemi, sotto l’opera delle quali, se solo non fossi stata attenta, mi sarei potuta persino ritrovare a essere schiacciata, dal momento in cui così come tanta era per Duva la banalità nel riferirle, in egual misura era per me lo sforzo per riceverle ed elaborarle, rendendole mie.
« Sarà la schiettezza caratteristica di noi marinai… » ipotizzò ella, stringendosi fra le spalle con noncuranza, salvo poi voltarsi verso di me quanto sufficiente a offrirmi un gesto d’intesa nello strizzare l’occhio mancino al mio indirizzo « … per inciso, mi piacerebbe proprio saperne di più sulla tua esperienza per mare. » approfittò dell’occasione per domandare « Ancora non mi capacito del fatto che tu possa essere cresciuta a bordo di una nave… una nave vera, intendo. Nel senso originale del termine… »

Paradossale, in effetti, in quelle nostre chiacchierate, in quei nostri confronti, in intervalli di tempo più o meno rubati alla stanchezza conseguente al lavoro impostoci, avrebbe avuto, almeno dal mio personale punto di vista, a considerarsi quanto, comunque, il nostro rapporto ebbe occasione di crescere in maniera fortunatamente biunivoca, non vedendomi mai posta in un ruolo da discepolo nei confronti di quella mia nuova mentore, quanto, e piuttosto, ritrovandoci poste in uno straordinario e reciproco equilibrio tale da vedermi offrirle tante informazioni almeno quante quelle da me ottenute. Informazioni sul mio stile di vita nel mio pianeta di origine; sul mio passato da marinaio e su quello da mercenaria; sulle mie esperienze da avventuriera e sugli avversari con i quali, nel corso del tempo, mi ero ritrovata a dovermi confrontare; così come, ancora, informazioni sulle culture, sulle abitudini, sulle usanze di alcuni fra i molteplici popoli, fra le sin troppe civiltà presenti ad affollare il mio piccolo pianeta, in termini, addirittura, sorprendenti nel confronto con il giudizio di Duva.
Come, infatti, ebbi modo di scoprire proprio in tali occasioni di confronto…

« … è semplicemente straordinario! » asserì, nel nostro terzo pomeriggio in miniera, nel mentre in cui, non senza notevole sforzo, cercavamo di mantenere il controllo su un carico di pesanti pietre, spingendole lungo quei binari che, sicuramente, rendevano più semplice l’indirizzamento del vagoncino all’interno delle quali erano state poste, ma, in alcun modo, avrebbero potuto rendere più semplice la risalita del medesimo lungo una china particolarmente ripida « Cioè. Ho visitato dozzine di mondi, e ho incontrato gente proveniente da centinaia di sistemi diversi, e, in nessuno di essi, esistono mai più di una, al più due, civiltà a spartirsi il territorio esistente. » mi illustrò, a sostegno delle ragioni del proprio sbalordimento « E tu mi stai dicendo che, solo nel tuo mondo, invece, esistono dozzine di… regni?!... diversi, con lingue diverse, tradizioni diverse, fedi diverse! »
« Questo nel territorio continentale… » mi permisi, allora, di sottolineare, non senza un certo moto d’orgoglio innanzi all’evidenza di quanto, il mio pianeta “primitivo” potesse vantare qualcosa di più rispetto a tutti i mondi conosciuti dalla mia compagnia di prigionia « … all’interno dell’immensità dei mari, in verità, le differenze culturali si amplificano, e ogni arcipelago, se non, addirittura, ogni isola, diventa un piccolo mondo a sé stante, portato, nel proprio isolamento, a essere non soltanto autonomo e autosufficiente, ma serenamente indipendente da qualunque, ipotetica autorità centrale. » spiegai, non potendo fare a meno, io stessa, di riflettere su quanto profonda, sotto tale punto di vista, avesse a considerarsi la differenza esistente fra la vita sul mio pianeta natale e quella fra le stelle, là dove tanta autonomia, tanta autosufficienza, paradossalmente, non sembrava poter essere vantata neppure da interi sistemi planetari… e non solo singoli mondi.
« Assurdo! Straordinario e assurdo al contempo! » commentò Duva, ripetendosi e incalzando, sempre più entusiasta e sempre più attonita nel confronto con lo scenario da me, in tal modo, presentatole « Lungi da me porre in dubbio la tua parola… ma… è quasi come se, all’interno del tuo singolo pianeta natale, esistesse un universo intero. E questo universo fosse, per certi versi, più avanzato di quanto mai potremmo considerarci noialtri, quassù… »
« Ovviamente tutto ciò ha il suo prezzo. » intervenni, a smorzare i toni, nel non voler offrire l’impressione, comunque, di un messaggio errato « Perché tanta varietà, tanta eterogeneità, è da noi pagata con l’impossibilità a considerarci tutti membri di un’unica razza qual, comunque, siamo. E gli stessi problemi che voi, quassù, avete nel confronto con le chimere; noi, laggiù, riusciamo ad averli con i nostri stessi simili, massacrandoci continuamente in guerre non contraddistinte da maggior raziocinio rispetto alle vostre… al contrario. » ammisi, con fare volutamente critico nei confronti del mio mondo e della mia gente, la quale, tuttavia, potrebbe forse avere motivo di superare le proprie inimicizie interne nello scoprire quanto vasto abbia a doversi considerare il Creato, e quale incredibile varietà di creature lo popolino.
« Non credere che da parte nostra manchino sforzi atti ad annientarci reciprocamente, anche fra umani e umani. » mi corresse ella, scuotendo il capo non senza un certo rammarico « Ricordi che ti ho già accennato a cicli della mia giovinezza spesi come soldato, prima di conoscere il mio ex-marito? » rievocò ella, ricollegandosi, direttamente, a un tema rimasto in sospeso sin dalla sera del mio trasferimento in cella e delle nostre presentazioni « Ecco… quella guerra, la guerra a cui anche io ho preso parte, mio malgrado non sul fronte dei vincitori, non era né contro gli ofidiani, né contro altre chimere, ma contro esseri umani nostro pari, eserciti schierati a tutela degli interessi dei poteri forti dei mondi centrali a discapito delle ex-colonie e di tutti i sistemi periferici. »
« Rammento che mi stavi narrando qualcosa a tal riguardo… » confermai, a incitamento di un suo proseguo in tal direzione « … qualcosa nel merito di una guerra occorsa venticinque anni fa. »
« Esattamente. Un tentativo di insurrezione da parte dei mondi soggiogati in contrasto ai propri presunti signori, a quei pochi pianeti ricchi in grado di imporre la propria volontà su tutti gli altri, con l’arroganza di chi sicuro di non poter temere alcunché. » storse le labbra verso il basso, a dimostrazione di quanto, da parte sua, quella ferita avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che rimarginata, malgrado un quarto di secolo fosse ormai trascorso da allora « Una devastante guerra fra ricchi e poveri, fra potenti e disgraziati, fra oppressori e oppressi che, tuttavia e sciaguratamente, al pari di qualunque altro trascorso tentativo, non ha condotto ad alcun, più significativo, risultato, se non a una serie quasi infinita di lutti… lutti per tutti coloro che, a fronte del nostro presunto progresso rispetto al tuo retrogrado pianeta natale, hanno visto fratelli e sorelle, madri e padri, figli e figlie, mogli e mariti, offrire la vita per la propria, sventurata causa. »

Fu in quelle parole, fu in quella descrizione che, al di là di ogni precedente sospetto, al di là di ogni possibile passata intuizione, ebbi allora chiara e incontrovertibile conferma di quanto, in effetti, dall’alto della loro posizione creativa, gli dei abbiano forse difettato di originalità nel definire le caratteristiche di questo pur, dal mio umile punto di vista, sempre più ampio Creato; nulla togliendo e nulla aggiungendo agli uni piuttosto che agli altri fra tutti i propri figli, e semplicemente ripetendo, di volta in volta, la medesima trama, il medesimo intreccio, in tutta l’immensità della propria opera, come all’interno di un pur meraviglioso arazzo, di dimensioni sì smisurate da non permettere, pur, di cogliere, da un singolo punto del medesimo, quanto ripetitiva e costante si abbia a dover considerare la sua decorazione, l’immagine su di esso composta dall’abile lavoro del proprio tessitore.
Perché, con i dovuti adeguamenti, con una pur necessaria contestualizzazione, le parole che allora vennero pronunciate da parte di Duva, avrebbero avuto a doversi considerare fondamentalmente identiche ad altri monologhi che, in passato, ho avuto pregressa occasione di ascoltare dalle labbra di altri uomini e di altre donne, i quali schierati di volta in volta su fronti diversi, in guerre sempre nuove e pur mai, realmente, tali, in nulla avrebbero avuto ragione di considerarsi in una posizione migliore, o peggiore, rispetto a quella lì proclamata qual propria dalla mia compagna di prigionia quasi come se, all’atto pratico, di null’altro stessero parlando se non di un unico, eterno e sconfinato conflitto.


sabato 19 ottobre 2013

2073


Confessione.
Benché sia fondamentalmente certa che, dopo l’uscita di scena di Lys’sh e il ritorno di Duva e mio alla nostra comune cella, non sia mancato un momento di confronto nel merito della nostra nuova, ipotetica amica; sono costretta ad ammettere di non poter riportare nulla a riguardo. Nulla, quantomeno e mio malgrado, che possa essere considerato vero. Perché, se anche le mie labbra possono allora essersi ancora mosse, formulando concetti di senso compiuto, e se anche le mie orecchie possono essersi ancora impegnate a mantenere una pur minimale interazione con la mia compagna di prigionia; la mia mente dovette lì riconoscersi qual completamente sconnessa, in misura tale da non permettermi di mantenere effettiva traccia di quanto avvenne, o di quali temi furono presi in considerazione nel mentre di tutto ciò.
Ho già detto che ero stanca… no?! Ecco. Ero davvero molto stanca. Molto più di quanto non sarei stata felice di ammettere fosse anche, e soltanto, a me stessa.
Fine della confessione.

Alla luce di quanto sopra, mi si voglia pertanto riconoscere non dico compassione, ma almeno comprensione, nel mio soprassedere sulle ore successive a quell’incontro, ammesso di essere arrivata addirittura a scandire effettivamente il tempo in ore.
Allo stesso modo, ancora, mi si voglia concedere di non riportare, in maniera puntuale, non soltanto gli eventi di quella sera, ma anche di quelli dei giorni a seguire, finanche giungere a un’intera settimana. Una settimana, la prima che lì trascorsi ai lavori forzati, nella quale, in verità, la mia vita non ebbe particolari occasioni di straordinaria evoluzione, vedendomi alfine impegnata, né più, né meno, in un’attività quotidiana, scandita da ritmi sempre uguali, sempre costanti e inalterati, pari a quelli dai quali, con le mie personali scelte, ero da sempre rifuggita, non desiderando in alcun modo spendere in tal maniera la mia vita, la mia esistenza, pur alcuna critica muovendo a chi, non per costrizione, ma per scelta, una simile quotidianità aveva abbracciato persino con entusiasmo.
Nel corso di quei primi sette giorni di prigionia, differentemente rispetto al primo, non mi si concessero particolari, eclatanti occasioni di scontro degne di essere riportate in questo mio resoconto personale. Anzi. In conseguenza alla monotonia che, obiettivamente, si impose sulle mie giornate, mostrando le une sempre uguali, sempre identiche, alle altre, mi ritrovai prossima a smarrire il conteggio del tempo così come pur mai mi era accaduto in passato. E quando, dopo soltanto cinque giorni dal mio trasferimento alle celle e alla miniera, ipotizzai di iniziare a tenere traccia dello scorrere del tempo incidendo, con l’ausilio della mia mano metallica, dei tratti sulla parete accanto al mio giaciglio, fu con sgradevole rammarico che mi ritrovai in seria difficoltà a elencare nuovamente quanto tempo, effettivamente, fosse lì dentro trascorso, incapace, addirittura, a ipotizzare se lì avessi a dovermi riconoscere qual richiusa da poco tempo, qual effettivamente ero, o piuttosto già da qualche settimana, qual pur, razionalmente, non avrei potuto essere.
Per mia fortuna, come allora scoprii, Duva non avrebbe dovuto essere considerata effettivamente nuova a quel genere di esperienze, a periodi di prigionia spesi ai lavori forzati, motivo per il quale, diversamente da me, ella si poté dire assolutamente sicura nello stimare nella quota di, soltanto, cinque giorni il tempo trascorso. Cinque giorni ai quali si aggiunsero, poco dopo, altri due, anticipando molte altre righe che, lassù, avrei dovuto tracciare nel corso di quell’anno, se solo, in lode a Thyres, le acque non ebbero modo di smuoversi all’inizio della mia seconda settimana da dopo l’impianto della protesi.

Prima, tuttavia, di proseguire oltre, e di narrare quanto avvenne nel momento in cui Nero tornò a bussare alla porta della mia vita, rammentandomi la sua inalterata presenza all’interno di quel medesimo complesso così come, pur, avrei potuto dimenticare, nel non avere motivo di riconoscergli particolare importanza, non maggiore rispetto a quella di molti altri estemporanei antagonisti passati la cui minaccia, apparentemente letale, si è sempre esaurita con la stessa rapidità di un cerino; credo sia comunque corretto raggruppare alcune informazioni salienti che, in quegli stessi giorni, ebbi comunque modo di apprendere, nei miei dialoghi sparsi con Duva.

« Ieri sera hai accennato a dei conflitti fra gli umani e gli ofidiani… » ricordai, in un momento della mattina del secondo giorno di lavoro in miniera « Cosa intendevi di preciso…?! » mi volli informare, incuriosita all’idea di due diverse razze in guerra, e, più in generale, di una guerra, addirittura, interplanetaria, qual pur quella a cui la mia stessa compagna aveva offerto riferimento la prima sera, descrivendo parte della propria storia nel merito della quale, comunque, avevo ovviato a porre fastidiose domande, non desiderando rischiare di imporle, in ciò, ragioni di imbarazzo o, peggio, di sofferenza, all’idea di qualche sgradevole esperienza passata.
« A differenza di molte altre razze che raggruppiamo generalmente sotto il termine chimere, quella degli ofidiani, come ti dicevo, è una delle più numerose, potendo contare su uno sviluppo parallelo, e indipendente, su diversi mondi, esattamente come noi umani. » mi spiegò ella, con la pazienza di un’abile mentore « Non sono un’antropologa e, sinceramente, non sono in grado di offrirti dettagli sul perché o sul per come tutto questo sia stato possibile, ma la razza umana, e quella ofidiana, non hanno mai limitato la propria presenza a un singolo mondo… e non quali mere colonie di un unico, pianeta natale, quanto e piuttosto quali straordinari scherzi dell’evoluzione che, su mondi distanti fra loro centinaia di migliaia di anni luce, ha visto le popolazioni dominanti ricondursi a modelli comuni, a caratteristiche tali da permetterti, giusto per dirne una, di essere qui oggi e di essere in tutto e per tutto uguale a me… benché cresciuta in un mondo che, a me, apparirebbe probabilmente persino più alieno di molti pianeti ofidiani. »
« Uhm… » commentai semplicemente, tacendo quanto, da parte mia, nella mia primitiva ingenuità, neppure mi sarei mai posta il dubbio nel merito del perché o del per come miei simili potessero esistere fra le stelle, per quanto, sicuramente, avrei potuto indicare almeno una persona, propria del mio passato, che avrebbe dato di matto nel confronto con una simile idea, desideroso non soltanto di prenderla in esame, ma di approfondirla, in ogni propria pur minima sfaccettatura.
« E non ti preoccupare se, in cuor tuo, non trovi nulla di strano all’idea che io esista… o che esista il mio mondo, con qualche miliardo di esseri umani nostri pari. » sorrise allora Duva, dimostrando sufficiente sensibilità da cogliere quel mio commento non pronunciato, quella mia osservazione non verbalmente condivisa « A volerla dire tutta, neppure io mi sono mai interessata, nel dettaglio, a comprendere come sia stato possibile tutto ciò… accontentandomi, con fare probabilmente superficiale, di sapere che, potenzialmente, esistono piantagrane in ogni angolo di questo grande universo. Un grande universo che, a dirla tutta e per questa ragione, a volte mi appare persino qual troppo piccolo… » soggiunse, con incedere necessariamente ironico, benché, anche, contraddistinto da una vaga inflessione malinconica, sulla quale, comunque, non volli porre eccessivamente accento.
« Comunque sia… » riprese e proseguì, tornando al tema principale, al primo argomento rimasto in sospeso « L’estesa e preponderante diffusione di umani e ofidiani in molti, forse persino troppi, mondi del nostro universo, ha condotto inevitabilmente, e soprattutto nei primi anni dell’esplorazione spaziale, all’insorgere di molti conflitti sparsi… conflitti che, il più delle volte, non avrebbero potuto essere considerati giustificati da alcun concreto interesse, da alcuna reale ragione, se non quella di un’istintiva ritrosia, diffidenza, o addirittura paura, verso creature tanto estranee rispetto ai propri comuni canoni. » mi spiegò, dimostrandomi in quelle parole, ancora una volta, quanto il mio giudizio iniziale su una mentalità discriminatoria, da parte sua, altro non fosse stato che il frutto di un avventato, e imperdonabile, pregiudizio da parte mia « Qualche studio, se non erro, è arrivato persino a ipotizzare che, da parte degli umani, non vi può essere che diffidenza nei confronti degli ofidiani, in quanto espressione palese della parte più primitiva, e in ciò istintiva e violenta, del nostro cervello che, abitualmente, cerchiamo di soffocare. Ma, personalmente, non darei loro particolare credito… »


 

venerdì 18 ottobre 2013

2072


« Sì. » confermò ella, annuendo e, ancora, sorridendo, con un sorriso che, non lo nego, sul volto di una gorgone del mio pianeta natale non mi sarebbe piaciuto per nulla ma che, altresì, su quello di Lys’sh trovai, addirittura, adorabile « Chimere è solo un termine con i quali voi umani siete soliti definire tutti coloro che non appartengono alla vostra razza… non completamente, quantomeno. Ofidiani, invece, è come la mia gente si è sempre definita, prima ancora di scoprire l’esistenza di altre culture aliene nello spazio esterno... »
« E, giusto per correttezza, c’è da dire che, fra tutte le razze dell’universo, quella degli ofidiani è una fra le più diffuse, oltre a quella umana. » si concesse occasione di puntualizzare Duva, con tono tranquillo, senza che alcun doppio senso, negativo o meno, trapelasse a margine di quell’intervento, lì offerto, apparentemente, soltanto per riconoscere a tale razza i propri giusti meriti, se tali avrebbero avuto a doversi considerare « Ragione per la quale, in passato, non sono mancati aspri conflitti fra noi, anche fomentati da integralismi di ordine religioso, atti a voler definire la supremazia degli uni sugli altri… o viceversa. »
« Capisco… » confermai, più che lieta per le informazioni appena ricevute senza che, per questo, mi fosse stato fatto notare come, da parte mia, tutto ciò avrebbe dovuto essere considerato più che noto, più che risaputo, persino banale e, in ciò, indice di qualcosa di strano nella mia origine.

Obiettivamente, infatti, iniziavo a essere un po’ stanca di apparire sempre e comunque una sorta di fenomeno da baraccone, una primitiva proveniente da un mondo periferico del tutto ignorante nel merito dell’esistenza di quell’immensa realtà estesa nella quale, invece, allora ero stata finalmente catapultata. E l’idea di esser riuscita, per una volta tanto, a evitare la fatidica domanda a tal riguardo, non avrebbe potuto che trovarmi quantomeno entusiasta…

« Ora perdona tu la mia ignoranza, ti prego… ma come è possibile che tu sia… sia… così come sei?! » questionò Lys’sh, evidentemente in imbarazzo nel cercare una definizione adatta a descrivermi « Per il tuo comportamento e la tua mentalità, se non sapessi che è impossibile, crederei che tu giunga da un qualche pianeta primitivo, privo di ogni tecnologia utile a permettere i viaggi interstellari… »

… come volevasi dimostrare.

« Sigh. » sospirai, accettando, sommessamente, l’ineluttabilità di tutto ciò.

Benché nella mia mente molte, troppe, avrebbero dovuto essere considerate le domande da porre proprio verso quella specifica interlocutrice, non soltanto nel merito della sua particolare razza ma anche, e ancor più, nel merito di quanto accaduto nel corso di quella stessa giornata, e delle ragioni per le quali Duva e io ci eravamo ritrovate a essere coinvolte in quell’inseguimento erroneamente giudicato qual motivato da una volontà di stupro collettivo e, tuttavia, alfine riconosciuto qual conseguente a interessi ben diversi; fu quindi per questa ragione che, il tempo rimastoci per la doccia, non interminabile e, ovviamente, non derivante da un esercizio di libero arbitrio per alcuna fra noi, venne quel primo giorno impiegato al fine di offrire ragguagli ancor prima che di ottenerne, ritrovando la mia storia ripetuta ancora una volta per la soddisfazione, allora, della giovane Lys’sh.
Una storia che, continuando in quel modo, avrei probabilmente finito per richiedere mi fosse tatuata sulla schiena, al fine di permettere a chiunque di poterne prendere visione risparmiandomi l’onere di riproporre, puntualmente, le medesime risposte a fronte delle stesse domande. Domande, in fondo, allora non poi così diverse da quelle che mi aveva voluto porre il giorno prima la stessa Duva o, in un tempo ancor antecedente a tutto ciò, l’accusatore Pitra Zafral, prima di decidere di esiliarmi in quel dannato buco ai margini dell’universo. O, se non ai margini dell’universo, definizione sicuramente di grande effetto e pur, fondamentalmente, inesatta, di certo ai margini del territorio sul quale l’omni-governo di Loicare avrebbe avuto ragione di estendere la propria autorità, la propria influenza.

« Per la dea! » esclamò Lys’sh, al termine della mia esposizione e, con essa, della nostra doccia, quando ormai altro non ci sarebbe restato da fare che asciugarci e rivestirci « Ma… quindi… quella storia nel merito di un marito immortale, re degli spettri e tutto il resto… era vera?! »

Istintivamente, a tale richiamo alla figura di Desmair, non potei evitare di guardarmi attorno, attendendomi, ormai senza particolare sorpresa, di trovarlo da qualche parte lì vicino, appoggiato a un muro con le braccia incrociate sul possente petto e un’espressione sardonica e maliziosa in volto, non soltanto per le parole a suo riguardo che, in quel momento, stavano venendo scandite, quanto e piuttosto per l’occasione lì concessagli di godere della vista di ben tre corpi femminili nudi. Corpi ai quali, per quanto potrà sembrare grottesco a dirsi in riferimento a un’empia creatura millenaria suo pari, e fondamentalmente contraddistinta da un un ego smisurato tale da considerare qualunque mortale qual mera carne da macello; sono, ed ero, certa che non sarebbe mai rimasto indifferente. Non nel considerare, quantomeno, l’evidenza propria del fatto che la sottoscritta ha l’incredibile fortuna di poter essere ricordata qual la sua novecentoundicesima moglie, ultima di una lunga, lunghissima sequela di sventurate, fra le quali, a quanto ho inteso, ho da considerarmi, con buona pace di qualunque orgoglio femminile, fra le meno attraenti… sebbene, giusto per provocarmi, il mio sposo non abbia mai mancato di esprimere commenti fin troppo espliciti sulle mie forme e su come, avendone la possibilità, avrebbe sicuramente trovato il giusto modo di godere dell’abbondanza delle medesime.
Al di là di ogni mia aspettativa, tuttavia, in quell’occasione il mio sposo non manifestò la propria ingombrante presenza. E, in tale assenza, ebbi quasi ragione di inquietarmi in misura persino maggiore rispetto a quanto non avrei potuto essere nel caso in cui mi fossi ritrovata a confronto diretto con lui e con la sua colossale figura, ove, in fondo, essere a conoscenza delle sue mosse non avrebbe avuto a doversi considerare uno svantaggio. Non laddove, priva della protezione del mio bracciale dorato, la sola barriera utile a negargli libero accesso ai miei pensieri, a negargli la possibilità di giuocare indiscriminatamente con la mia coscienza e il mio raziocinio, egli avrebbe potuto impormi qualunque, sgradevole e macabro scherzo la sua fantasia avrebbe avuto modo di elaborare, come già avvenuto in passato, quando il nostro rapporto era ancora basato su un’aperta e assoluta inimicizia…
… non che, all’atto pratico, quella nostra alleanza di comodo avesse cambiato molto fra noi.

« Sciaguratamente sì. » confermai in direzione di Lys’sh, strofinandomi i capelli in un asciugamano decisamente più morbido di qualunque altro avessi mai provato in tutta la mia vita, sebbene, dal punto di vista delle mie compagne, sarebbe sicuramente stato giudicato qual eccessivamente ruvido, persino sgradevole nella propria spugnosa consistenza « Ma è una storia così lunga che mi servirebbe almeno un’altra dozzina di docce per raccontarla nei particolari più rilevanti… »
« Se non fosse tanto assurda per essere una folla,… » fola, ovviamente « … sarei pronta a scommettere che ti stai facendo beffe di me. » commentò ella, di rimando, piegando appena il capo verso destra per osservarmi con aria sempre più incuriosita « Sei una donna molto particolare, Midda Bontor. »
« Più che altro ho vissuto una vita molto particolare… » sorrisi, divertita da quell’osservazione, in tal frangente a me rivolta da una donna serpente « … anche se, immagino, la tua storia non sarà molto più tranquilla delle nostre, a giudicare dai nemici contro i quali sei andata a cercar rogne. »
« Anche in questo caso servirebbe qualche doccia in più per riuscire a raccontare la questione per intero. » annuì la giovane ofidiana, finendo di tamponarsi la pelle con il proprio asciugamano, prima di avvolgerselo attorno al corpo per avviarsi in direzione dell’uscita dall’area delle docce « E temo che per oggi il tempo a nostra disposizione sia finito. » soggiunse, non senza una nota di rammarico nella voce « Ma se, lo desiderate, passerò ancora a trovarvi… è strano, ma interessante, pensare di poter avere contatto con due umane con le quali dialogare senza pregiudizi. » concluse, prima di scomparire dalla nostra vista, superando la soglia con movimenti elegantemente rapidi e straordinariamente silenziosi.