11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 20 ottobre 2013

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« … visto e considerato che, come me, preferisci non soffocare tale supposta parte, immagino! » intervenni, scherzosamente, cercando di trovare occasione di giuoco attorno a quella marea di informazioni offertemi, sotto l’opera delle quali, se solo non fossi stata attenta, mi sarei potuta persino ritrovare a essere schiacciata, dal momento in cui così come tanta era per Duva la banalità nel riferirle, in egual misura era per me lo sforzo per riceverle ed elaborarle, rendendole mie.
« Sarà la schiettezza caratteristica di noi marinai… » ipotizzò ella, stringendosi fra le spalle con noncuranza, salvo poi voltarsi verso di me quanto sufficiente a offrirmi un gesto d’intesa nello strizzare l’occhio mancino al mio indirizzo « … per inciso, mi piacerebbe proprio saperne di più sulla tua esperienza per mare. » approfittò dell’occasione per domandare « Ancora non mi capacito del fatto che tu possa essere cresciuta a bordo di una nave… una nave vera, intendo. Nel senso originale del termine… »

Paradossale, in effetti, in quelle nostre chiacchierate, in quei nostri confronti, in intervalli di tempo più o meno rubati alla stanchezza conseguente al lavoro impostoci, avrebbe avuto, almeno dal mio personale punto di vista, a considerarsi quanto, comunque, il nostro rapporto ebbe occasione di crescere in maniera fortunatamente biunivoca, non vedendomi mai posta in un ruolo da discepolo nei confronti di quella mia nuova mentore, quanto, e piuttosto, ritrovandoci poste in uno straordinario e reciproco equilibrio tale da vedermi offrirle tante informazioni almeno quante quelle da me ottenute. Informazioni sul mio stile di vita nel mio pianeta di origine; sul mio passato da marinaio e su quello da mercenaria; sulle mie esperienze da avventuriera e sugli avversari con i quali, nel corso del tempo, mi ero ritrovata a dovermi confrontare; così come, ancora, informazioni sulle culture, sulle abitudini, sulle usanze di alcuni fra i molteplici popoli, fra le sin troppe civiltà presenti ad affollare il mio piccolo pianeta, in termini, addirittura, sorprendenti nel confronto con il giudizio di Duva.
Come, infatti, ebbi modo di scoprire proprio in tali occasioni di confronto…

« … è semplicemente straordinario! » asserì, nel nostro terzo pomeriggio in miniera, nel mentre in cui, non senza notevole sforzo, cercavamo di mantenere il controllo su un carico di pesanti pietre, spingendole lungo quei binari che, sicuramente, rendevano più semplice l’indirizzamento del vagoncino all’interno delle quali erano state poste, ma, in alcun modo, avrebbero potuto rendere più semplice la risalita del medesimo lungo una china particolarmente ripida « Cioè. Ho visitato dozzine di mondi, e ho incontrato gente proveniente da centinaia di sistemi diversi, e, in nessuno di essi, esistono mai più di una, al più due, civiltà a spartirsi il territorio esistente. » mi illustrò, a sostegno delle ragioni del proprio sbalordimento « E tu mi stai dicendo che, solo nel tuo mondo, invece, esistono dozzine di… regni?!... diversi, con lingue diverse, tradizioni diverse, fedi diverse! »
« Questo nel territorio continentale… » mi permisi, allora, di sottolineare, non senza un certo moto d’orgoglio innanzi all’evidenza di quanto, il mio pianeta “primitivo” potesse vantare qualcosa di più rispetto a tutti i mondi conosciuti dalla mia compagnia di prigionia « … all’interno dell’immensità dei mari, in verità, le differenze culturali si amplificano, e ogni arcipelago, se non, addirittura, ogni isola, diventa un piccolo mondo a sé stante, portato, nel proprio isolamento, a essere non soltanto autonomo e autosufficiente, ma serenamente indipendente da qualunque, ipotetica autorità centrale. » spiegai, non potendo fare a meno, io stessa, di riflettere su quanto profonda, sotto tale punto di vista, avesse a considerarsi la differenza esistente fra la vita sul mio pianeta natale e quella fra le stelle, là dove tanta autonomia, tanta autosufficienza, paradossalmente, non sembrava poter essere vantata neppure da interi sistemi planetari… e non solo singoli mondi.
« Assurdo! Straordinario e assurdo al contempo! » commentò Duva, ripetendosi e incalzando, sempre più entusiasta e sempre più attonita nel confronto con lo scenario da me, in tal modo, presentatole « Lungi da me porre in dubbio la tua parola… ma… è quasi come se, all’interno del tuo singolo pianeta natale, esistesse un universo intero. E questo universo fosse, per certi versi, più avanzato di quanto mai potremmo considerarci noialtri, quassù… »
« Ovviamente tutto ciò ha il suo prezzo. » intervenni, a smorzare i toni, nel non voler offrire l’impressione, comunque, di un messaggio errato « Perché tanta varietà, tanta eterogeneità, è da noi pagata con l’impossibilità a considerarci tutti membri di un’unica razza qual, comunque, siamo. E gli stessi problemi che voi, quassù, avete nel confronto con le chimere; noi, laggiù, riusciamo ad averli con i nostri stessi simili, massacrandoci continuamente in guerre non contraddistinte da maggior raziocinio rispetto alle vostre… al contrario. » ammisi, con fare volutamente critico nei confronti del mio mondo e della mia gente, la quale, tuttavia, potrebbe forse avere motivo di superare le proprie inimicizie interne nello scoprire quanto vasto abbia a doversi considerare il Creato, e quale incredibile varietà di creature lo popolino.
« Non credere che da parte nostra manchino sforzi atti ad annientarci reciprocamente, anche fra umani e umani. » mi corresse ella, scuotendo il capo non senza un certo rammarico « Ricordi che ti ho già accennato a cicli della mia giovinezza spesi come soldato, prima di conoscere il mio ex-marito? » rievocò ella, ricollegandosi, direttamente, a un tema rimasto in sospeso sin dalla sera del mio trasferimento in cella e delle nostre presentazioni « Ecco… quella guerra, la guerra a cui anche io ho preso parte, mio malgrado non sul fronte dei vincitori, non era né contro gli ofidiani, né contro altre chimere, ma contro esseri umani nostro pari, eserciti schierati a tutela degli interessi dei poteri forti dei mondi centrali a discapito delle ex-colonie e di tutti i sistemi periferici. »
« Rammento che mi stavi narrando qualcosa a tal riguardo… » confermai, a incitamento di un suo proseguo in tal direzione « … qualcosa nel merito di una guerra occorsa venticinque anni fa. »
« Esattamente. Un tentativo di insurrezione da parte dei mondi soggiogati in contrasto ai propri presunti signori, a quei pochi pianeti ricchi in grado di imporre la propria volontà su tutti gli altri, con l’arroganza di chi sicuro di non poter temere alcunché. » storse le labbra verso il basso, a dimostrazione di quanto, da parte sua, quella ferita avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che rimarginata, malgrado un quarto di secolo fosse ormai trascorso da allora « Una devastante guerra fra ricchi e poveri, fra potenti e disgraziati, fra oppressori e oppressi che, tuttavia e sciaguratamente, al pari di qualunque altro trascorso tentativo, non ha condotto ad alcun, più significativo, risultato, se non a una serie quasi infinita di lutti… lutti per tutti coloro che, a fronte del nostro presunto progresso rispetto al tuo retrogrado pianeta natale, hanno visto fratelli e sorelle, madri e padri, figli e figlie, mogli e mariti, offrire la vita per la propria, sventurata causa. »

Fu in quelle parole, fu in quella descrizione che, al di là di ogni precedente sospetto, al di là di ogni possibile passata intuizione, ebbi allora chiara e incontrovertibile conferma di quanto, in effetti, dall’alto della loro posizione creativa, gli dei abbiano forse difettato di originalità nel definire le caratteristiche di questo pur, dal mio umile punto di vista, sempre più ampio Creato; nulla togliendo e nulla aggiungendo agli uni piuttosto che agli altri fra tutti i propri figli, e semplicemente ripetendo, di volta in volta, la medesima trama, il medesimo intreccio, in tutta l’immensità della propria opera, come all’interno di un pur meraviglioso arazzo, di dimensioni sì smisurate da non permettere, pur, di cogliere, da un singolo punto del medesimo, quanto ripetitiva e costante si abbia a dover considerare la sua decorazione, l’immagine su di esso composta dall’abile lavoro del proprio tessitore.
Perché, con i dovuti adeguamenti, con una pur necessaria contestualizzazione, le parole che allora vennero pronunciate da parte di Duva, avrebbero avuto a doversi considerare fondamentalmente identiche ad altri monologhi che, in passato, ho avuto pregressa occasione di ascoltare dalle labbra di altri uomini e di altre donne, i quali schierati di volta in volta su fronti diversi, in guerre sempre nuove e pur mai, realmente, tali, in nulla avrebbero avuto ragione di considerarsi in una posizione migliore, o peggiore, rispetto a quella lì proclamata qual propria dalla mia compagna di prigionia quasi come se, all’atto pratico, di null’altro stessero parlando se non di un unico, eterno e sconfinato conflitto.


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