11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 16 ottobre 2013

2070


Per nostra fortuna, la stima espressa da parte di Duva Nebiria avrebbe avuto a doversi considerare esagerata. E alcuno ci richiese di trattenerci lì, al lavoro, per l’intera notte.
Per nostra sfortuna, tuttavia, il timore proprio della mia compagna non avrebbe avuto a potersi giudicare infondato. E, per tale ragione, il pur breve ritardo che contraddistinse il nostro affannoso ritorno all’area di lavoro, al termine della pausa pranzo, si tradusse, sgradevolmente, in ben due ore di straordinario.
Fu così, quindi, che il mio primo giorno in miniera contemplò ben diciotto ore di massacrante lavoro. Lavoro che, se possibile, riuscì ad essere, per entrambe, per me così come per la stessa Duva, ancor peggiore di quanto non avremmo potuto temere, soprattutto quando, esaurito l’effetto dell’adrenalina in sola grazia al quale eravamo state in grado di combattere, alla stanchezza della mattina si ebbero ad accumulare gli effetti del mancato riposo di quell’unica ora nella quale, altresì, avremmo potuto riprendere fiato.
E, in un tale, spiacevole contesto di fondo, non posso negarlo, la mia complice preferita, nonché unica, sulla superficie di quella luna, ebbe a riconoscermi maggiore benevolenza di quanto non mi fossi impegnata a meritare nei suoi riguardi, non condannandomi per quelle due ore per le quali avrei dovuto essere considerata sola responsabile ma, anzi, con un notevole sforzo di revisionismo storico, escludendo, praticamente, ogni possibile eco di colpa a mio discapito. Non tanto innanzi alle guardie, alle quali, ovviamente, non denunciammo nulla di cosa accaduto, non mancando di suscitare, per lo più, maliziosi commenti divertiti alla vista del’affanno con il quale ci eravamo riunite al gruppo; quanto e piuttosto fra noi, in un frangente nel quale, pur, ella avrebbe avuto assoluta ragione di dimostrarsi del tutto impietosa, forte dei numerosi e ripetuti avvertimenti con i quali aveva ampiamente previsto quella conclusione.

In conseguenza alle due ore di straordinario, quando alfine Duva e io fummo scortate nuovamente al complesso carcerario e, da lì, alla zona dei bagni, per poterci ripulire dalla sporcizia e dal sudore accumulato a seguito di un’intensa giornata di lavoro, e non solo, non desidero mistificare la verità dei fatti, mi sentii stanca come poche volte nella mia vita mi era stata concessa occasione di essere.
Per quanto io abbia vissuto per tutti gli anni della mia adolescenza su una nave, prima come semplice mozzo, poi come marinaio, raschiando salsedine dai ponti e dalle chiglie delle navi finanche a scorticarmi mani, piedi, gomiti e ginocchia nell’impegno richiesto; e per quanto abbia combattuto battaglie in molte, troppe guerre del mio mondo, ritrovandomi costretta a mietere vittime per lunghe ore, in un moto così incessante da avere difficoltà, al termine della mattanza, a distinguere i miei alleati dai miei avversari, e il mio sangue dal sangue di coloro che attorno a me erano morti; non avevo mai affrontato, prima di quel giorno, il lavoro del minatore… né, obiettivamente, altri lavori comuni, con il loro carico di impegno e di sacrificio dai più considerato forse tutt’altro che nobilitante e, ciò non di meno, fidatevi, quanto di più nobilitante abbia a doversi considerare qual esistente. Nel riferirmi, infatti, a simili professioni impiegando il termine “comune”, infatti, non desidero né giudicare né disprezzare tali attività né coloro che, per scelta o per fatalità, vivono in loro grazia. Al contrario.
Se c’è una verità che avevo compreso già da tempo prima di allora, e che quell’esperienza altro non contribuì che a confermare, è quanto il vero coraggio, la vera forza, non abbia a dover essere considerata nel condurre una vita qual quella che io, fin da bambina, ho sognato e, successivamente, ho perseguito, anche al costo di scappare da casa per questo e di rinunciare a tutto e a tutti. Quanto, e piuttosto, in quelle esistenze considerate normali, giudicate comuni, forse e addirittura banali, che conduce la maggior parte della gente, svegliandosi ogni giorno con la consapevolezza che dovrà impegnarsi nella stessa, medesima, sequela di operazioni compiute il giorno prima, e ciò, in maniera costante e spesso inalterata, per ogni singolo giorno della propria esistenza, sino a quando non saranno convocati in gloria ai propri dei.
Esistenze come quella del mio amato Be’Sihl, che prima di lasciarsi coinvolgere da me in alcune mie avventure, ha lavorato per una vita intera come locandiere, servendo il prossimo con umiltà e, ciò non di meno, dignità straordinarie. Esistenze come quelle di mio padre, del padre di mio padre, e di suo padre ancora, prima di lui, che ogni giorno, e, ancor più, ogni notte della propria vita, hanno sempre dedicato al mare, non qual mezzo di ricerca per nuove e straordinarie imprese nelle quali cercare occasione di sfida, quanto e piuttosto in quella sfida non meno straordinaria, e pur mai nuova che è la pesca, pregando Thyres affinché concedesse sempre loro la possibilità di sostenere le proprie famiglie. Esistenze come quelle di molte altre persone che mi onoro di poter definire mie amiche, impegnate come contadini, come allevatori, fabbri, falegnami, maniscalchi, artigiani e, concedetemelo al di là di ogni perbenismo, prostitute: mestieri che, certamente, non li renderanno mai protagonisti di qualche ballata, di qualche canzone, o di qualche cronaca, che non permetteranno loro di essere una leggenda vivente qual molti mi considerano, ormai, nel mondo in cui sono nata e cresciuta; ma per affrontare i quali, altrettanto sicuramente, è necessario ben più coraggio, ben più forza, e ben più spirito di sacrificio di quanto non potrebbe mai esserne richiesto a me, nel mio rifuggire da qualunque pur vago senso di quotidianità, in favore di un’esistenza intera drogata di adrenalina, alla costante ricerca di nuovi, straordinari modi per ammazzarmi ancor prima di uno soltanto per permettermi di vivere.
Riflessioni esistenziali a parte, compresi di essere oltremodo stanca anche nel momento in cui, lasciandomi crogiolare dal getto caldo dell’acqua della doccia sotto la quale mi venne concessa occasione di lavarmi, mi accorsi di non avere alcun desiderio di spendere ulteriori energie, che pur non mi erano rimaste, in qualche genere di esercizio fisico, consapevole di come, quella sera, probabilmente sarei stata io a crollare addormentata senza neppure rendermi conto di quanto stesse accadendo. E, del resto, dopo tutta l’attività fisica compiuta durante la giornata appena conclusa, certamente prendere in esame l’idea di aggiungerne altra, sarebbe stato non soltanto sciocco, ma, addirittura, autolesionista.

« Fa sempre piacere una doccia calda, dopo tanta fatica… non è vero?! » mi domandò Duva, lì a sua volta impegnata a tergersi sotto il getto di una doccia sita a meno di due piedi dalla mia, in quello stanzone comune che, oltre a noi, avrebbe ospitato tranquillamente almeno altre due dozzine di occupanti, benché, allora, fosse deserto, in conseguenza al nostro… ritardo.
« Dei… » commentai, annuendo e godendomi quel getto continuò d’acqua, qual mai avrei potuto immaginare esistere prima di spingermi al di là dei confini del mio pianeta natale « … decisamente più appagante rispetto alle solite tinozze nelle quali ero abituata a lavarmi. »
« … tinozze?! » questionò ella, insaponandosi l’imponente chioma ordinata in strette treccine, in quello che, a prima vista, avevo giudicato essere uno stile molto simile a quello shar’tiagho, proprio anche del mio amato Be’Sihl, e che pur, rispetto a esso, mostrava molte piccole differenze, soprattutto nel considerare l’area più prossima alle radici e, più in generale, la sua complessiva organizzazione.
« Tinozza, in effetti. Non è che me ne servissero parecchie, beninteso. » sorrisi, colmandomi a mia volta la mancina con quello strano sapone liquido lì in uso, prima di riversarlo sui miei capelli che, rossi e bagnati, stavano continuamente ricadendomi innanzi agli occhi, iniziando a infastidirmi non poco « Dalle mie parti è così che ci si lava… e il sapone è solido. Molto solido. Una volta, pensa, ho stordito un tizio gettandogli contro un pezzo di sapone… » ridacchiai, scuotendo appena il capo, con occhi chiusi per evitare che della schiuma potesse finirvi dentro.
« E’ una fortuna per i nostri carcerieri, allora, che il sapone qui sia liquido… o chissà che strage potresti compiere. »

A impegnarsi in quella divertita osservazione, tuttavia, non fu, come si potrebbe razionalmente presumere, la voce di Duva, quanto e piuttosto una terza presenza, inattesa e imprevista, e che, di certo, mi avrebbe potuta ritrovare decisamente allarmata, nonché indubbiamente contrariata per la facilità con la quale era stata lì capace a sorprendermi, se la mia mente non ne avesse immediatamente riconosciuto l’identità. Un’identificazione, lo ammetto, occorsa con facilità anche e soprattutto in grazia di un particolare sibilo associato, involontariamente, ad alcune fra le pur non troppe sillabe scandite, qual pur avrebbe potuto essere considerato, da parte mia, un semplice cedere allo stereotipo.


Nessun commento: