Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
giovedì 19 dicembre 2013
2134
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
« Ho un pessimo presentimento… »
Rispetto a quella, la volta precedente in cui mi ero azzardata a pormi alla ricerca di un oggetto in particolare all’interno di un contesto di proporzioni tali da rendere improba l’impresa, era stato in occasione della mia prima, e unica, visita a una delle meraviglie perdute del mio mondo natale, un’immensa biblioteca, contenente al suo interno probabilmente l’intero scibile mai elaborato da tutte le genti del mio mondo, nel confronto con la vastità della quale non semplicemente azzardato, ma addirittura folle, sarebbe stato ipotizzare, realmente, una qualche speranza di poter individuare un testo in particolare, un volume specifico, senza avere la benché minima idea della sua collocazione, nell’essere, ogni ordine al suo interno, stato probabilmente dimenticato da qualche secolo prima della mia avventura. Un’avventura, in effetti, che avrebbe avuto a doversi considerare piuttosto una disavventura, nell’annoverarsi, ancor peggio, fra le più tragiche missioni a cui abbia mai avuto possibilità di partecipare. E ciò, purtroppo, non soltanto in semplice conseguenza al più completo fallimento nel mio proposito iniziale, in quanto avevo eletto qual mio traguardo e a quanto, altresì, non avevo avuto la benché minima possibilità neppure di avvicinarmi; ma soprattutto, e drammaticamente… tragicamente, in conseguenza al crimine imperdonabile del quale mi ero macchiata al solo scopo di assicurare la sopravvivenza mia e dei miei compagni nel confronto con un’intera colonia di giganteschi ragni, dimostratisi a noi palesemente avversi per così come anche definito al di là di ogni possibile dubbio, di ogni eventuale fraintendimento, dalla voce di colei che avrebbe avuto a doversi considerare loro regina, loro sovrana, un mostruoso ibrido fra una donna e un ragno.
… d’accordo. Forse dovrei iniziare a rivedere i miei giudizi qualitativi, nel merito di miei trascorsi avversari, alla luce dell’idea di poter vantare una forte e solida amicizia con una giovane donna con fattezze ibride fra quelle di un’umana mia pari e quelle di un serpente… ma, per intanto, spero che il significato di un tanto impreciso e discriminatorio significante, abbia a potersi considerare sufficientemente esplicito non tanto in una qualche, possibile, accezione razziale e razzista, quanto e semplicemente nel merito dell’antagonismo dimostratomi da tale creatura e da tutti gli altri aracnidi di improprie dimensioni al suo fianco e al suo servizio.
Al di là di eventuali disquisizioni filosofiche nel merito di quanto potrebbero o meno essere ancora definiti come mostri una buona parte dei miei antichi avversari, comunque, il pessimo presentimento che allora ebbe a manifestarsi, sinceramente, non sarcasticamente, nel mio cuore e nella mia mente, ebbe a doversi considerare conseguenza diretta del ricordo di quanto occorso anni prima in quell’inestimabile biblioteca. Così, se su un fronte, non avrei potuto evitare di temere l’idea di quanto assurdo avrebbe avuto a doversi considerare il proposito di farsi strada all’interno di un complesso così smisurato, e tale, addirittura, da poter lasciar considerare addirittura minimale il contesto della mia precedente impresa in tal senso; sul pronte opposto non avrei potuto ovviare a una certa ritrosia all’idea di quanto miseramente avesse avuto a concludersi simile impresa, lasciandomi, mio malgrado, così scottata da non poter accettare, in fede, la prospettiva di un nuovo tanto tragico fallimento. E a poco, in ciò, avrebbe avuto a potersi considerare d’aiuto l’idea che, quantomeno, in quel nuovo contesto non avrei potuto trascinare alla distruzione nulla di realmente significativo in un’ottica di patrimonio comune per l’umanità intera.
« Vecchi cani. Nuovi trucchi. » mi costrinsi a ricordare, allo scopo di contrastare le peggiori sensazioni conseguenti a quella vista, desiderando riuscire a impormi l’esigenza di smettere di ragionare secondo uno sguardo troppo alieno per quella realtà, per quelle regole, per quelle dinamiche, e, in ciò, iniziare a lottare per concedermi una reale integrazione con l’ambiente a me circostante, con quel nuovo mondo, in senso lato, ancora tutto da scoprire, completamente da esplorare, e nel quale non mi sarei potuta permettere realmente di immergermi fino a quando fossi rimasta ancora legata a vecchi, e ormai obsoleti, modi di pensare, troppo inquadrati nel confronto con i canoni della mia vita passata, troppo polarizzati nel confronto con vie già note, già perseguite, in ciò indubbiamente confortanti nella propria familiarità e, ciò non di meno, impropriamente vincolanti, limitanti, nel confronto con nuove esigenze e nuovi criteri, tali da richiedere, ineluttabilmente, l’adozione di nuovi trucchi… né più, né meno.
« … cosa farebbero, al mio posto, Lys’sh o Duva…?! » mi domandai pertanto, offrendo addirittura verbo a tale quesito non tanto perché in attesa di una qualche replica da parte di un invisibile ascoltatore, quanto e piuttosto al fine di meglio focalizzare il percorso mentale con il quale, da allora, avrei dovuto iniziare a confrontarmi, nella ricerca, quantomeno, di un punto di riferimento al quale appellarmi, giusto o sbagliato che esso avrebbe avuto a doversi considerare.
E dove anche, almeno nell’immediato, non avrei saputo probabilmente sbilanciarmi nel merito di un’effettiva valutazione delle scelte che avrebbero potuto compiere le mie due compagne di ventura, ove, dopotutto, se tanta naturalezza, tanto facile e immediato giudizio fosse stato possibile, sarebbe stato evidenza di un percorso mentale già adeguatamente mutato in favore di quel riadattamento a me ancora richiesto, per me ancora necessario; di certo avrei potuto considerarmi confidente con quanto mai entrambe avrebbero avuto ragione di compiere, partendo, né più né meno, da quanto io stessa, con i miei compagni, all’epoca degli eventi appena accennati, decidemmo di compiere, nel ritenerlo, allora probabilmente in maniera appropriata e giustificata, il migliore approccio possibile, la migliore soluzione ipotizzabile.
In ciò, quindi, ove pur, in un’epoca ormai passata, quella di approcciare al problema con una strategia di ricerca sistematica, tale da prendere in considerazione anche l’eventualità di perlustrare l’intero complesso al fine di sperare di ritrovare, al suo intero, quell’unico, singolo oggetto ricercato, più, obiettivamente, per fortuna che per reale abilità, avrebbe potuto anche essere ritenuta adeguata alla questione, lasciandosi animare, probabilmente, più da un’ingenuità infantile che da un’effettiva e matura coscienza del problema nella sua complessità; al tempo presente non avrebbe più potuto essere considerato non soltanto attuabile, ma persino accettabile. Non, quantomeno, nella speranza di poter anche sopravvivere a tutto ciò… e sopravvivere a tutto ciò in considerazione non soltanto di un possibile rischio conseguente alla scoperta della mia presenza, in quel luogo, da parte delle autorità locali, ancora bramose per la mia cattura; quanto e probabilmente, peggio, nella consapevolezza di come, pur fortunatamente, non mi fosse, né mi sia, mai stata promessa l’Eternità e, per questa ragione, presto o tardi, avrei dovuto rimettere l’anima in gloria ai miei dei, per presentarmi innanzi al loro giudizio. Un giudizio nel confronto con il quale, sinceramente, avrei allora preferito poter giungere non qual povera folle impegnata in una vana ricerca all’interno di un’infinità di scatoloni contenenti ogni genere di arma mai sequestrata in quell’angolo di mondo dall’omni-governo di Loicare, ma come una donna guerriero, che la vita ha sempre affrontato a testa alta e sguardo fiero e che, della vita, ha assaporato ogni singolo istante senza mai concedersi possibilità di rimpianto alcuno al di fuori di quello, magari, di non essere riuscita ad avere le energie per completare quella che mai potrà essere la mia ultima missione, la mia ultima battaglia, il mio ultimo viaggio.
Mi piacerebbe, ora, poter scrivere del modo in cui, in pochi istanti, maturai la consapevolezza di come, a gestire una tale mole di dati, un simile, smisurato archivio, dovesse esistere un sistema organizzato e di facile approccio, utile, allora, non soltanto per recuperare le armi al momento di un qualche eventuale dissequestro, ma anche, e banalmente, a individuare l’area giusta ove riporre gli ultimi arrivi, senza affidarsi in maniera assolutamente folle, all’ispirazione del momento. Ma, così scrivendo, mentirei in maniera spudorata al punto tale da rischiare di risultare, a posteriori, poco credibile nel merito di altre testimonianze apparentemente persino più folli e pur, lo scoprirete, assolutamente sincere e trasparenti di quanto accadutomi. Per questa ragione, quindi, preferisco riservarmi il rischio d’esser ritenuta, nuovamente, nulla di più di una zotica barbara incivile, proveniente da un lontano mondo di periferia retrogrado e primitivo, che asserire di essere giunta, immediatamente, all’idea di dovermi affidare, io stessa, all’interazione con una delle stesse macchine che, soltanto qualche ora prima, stavo osservando con diffidenza e sospetto nel mentre in cui tutti nel stavano cercando di interpretare i segni, non diversamente da un gruppo di divinatori con l’osservazione del volo degli uccelli in cielo...
mercoledì 18 dicembre 2013
2133
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
« Piacevole. » sorrisi, quindi e a mia volta, scuotendo appena il capo con incedere, allora, persino divertito, nell’ammettere implicitamente di averle lasciato, inconsapevolmente, la possibilità di dirigere le danze e, in ciò, di giungere alla mia identificazione senza colpo ferire « Indubbiamente piacevole. »
Probabilmente l’idea di essere ricercata dalla giustizia di Loicare, così come di essere braccata da un gruppo non meglio identificato di mercenari oltremodo ben armati e decisi a portare a casa la mia pelle come trofeo, avrebbe dovuto vedermi accogliere con maggiore preoccupazione rispetto a quanto allora non mi concessi di provare l’idea di essere stata lì in tal modo riconosciuta da quella prostituta, in maniera tale, in effetti, da spingermi persino a ipotizzare una qualche azione di forza a discapito della medesima per tentare di imporle il silenzio attraverso un’efficace minaccia o un’ancor più efficace, e risolutiva, azione aggressiva. Ciò non di meno, nel confrontarmi con il mio passato, e non di certo con il mio passato più recente, la condizione in tal modo appena descritta, la situazione così delineata, non avrebbe potuto in alcun modo, in alcuna misura, considerarsi qual fondamentalmente nuova, inedita per me, vedendomi, al contrario e mio malgrado, più che abituata all’idea di essere considerata una criminale e, se non qual tale, per lo meno qual ambita avversaria, essere braccata da chi desideroso di associare il proprio nome alla mia sconfitta e, con essa, alla mia uccisione, meglio ancora se in termini sufficientemente feroci da alimentare con maggior risoluzione, con maggior enfasi, il mito della mia sconfitta, l’idea della mia decaduta.
Dopo aver trascorso, in tutto ciò, ben vent’anni della mia esistenza a metà fra una situazione di pubblica condanna, e alla condanna, addirittura, per colpe che non avrebbero dovuto essermi attribuite, quali reati per pirateria dei quali, al contrario, si era resa colpevole la mia gemella; e una situazione di indiscussa notorietà, che in un ambiente qual il mio non avrebbe potuto evitare di coincidere, mio malgrado, anche con una serie di spiacevoli, e sovente persino noiosi, e pur sempre obbligati, scontri utili a difendere la propria fama, la propria nomea; il rischio lì apparentemente propostomi da quella situazione, da quel contesto e, soprattutto, dall’intero scenario a contorno, non avrebbe potuto in alcun modo aversi a considerare per me inedito o, men che meno, potenzialmente preoccupante, fonte di eventuale, o possibile, ansia. Al contrario. Entro una certa misura, sotto un determinato punto di vista, tutto ciò avrebbe persino potuto essere considerato qual piacevole, come un apprezzabile ritorno a una situazione nota, a qualcosa di conosciuto, di familiare e, in quanto tale, persino e paradossalmente rassicurante. Una rassicurazione che, se pur forse folle, non avrebbe potuto essere che da me indubbiamente e sicuramente giudicata qual gradevole, e gradita, soprattutto nel confronto con un’impietosa analisi di quanto altresì avversa avrebbe avuto a doversi considerare ogni mia altra condizione, a partire dallo smarrimento del mio amato Be’Sihl, per giungere, qual duplice nota a completamento di una malinconica sinfonia, alla non più apprezzabile perdita, pur soltanto estemporanea, di Duva e Lys’sh, ovunque esse fossero finite.
Poter, quindi, ritrovarmi a confronto con situazioni note, con contesti conosciuti e apprezzati, e, non meno importante, una parvenza di inalterata quotidianità, soprattutto nel confronto con quanto avrei avuto a dover considerare per me tranquilla esistenza, serena esperienza di vita nel confronto con la quale non avrei potuto riservarmi esitazione alcuna, anche in quella realtà tanto aliena, sconosciuta e avversa, non avrebbe mai avuto a doversi banalizzare qual una mera scocciatura, un comune imprevisto, non nella possibilità di sentirmi comunque, e insolitamente, a mio agio con qualcosa. E con qualcosa che, a ragione o a torto, volevo illudermi di poter essere in grado, in tutto ciò, di gestire, non semplice vittima delle circostanze ma, piacevolmente, padrona delle stesse.
Con il cuore incredibilmente leggero, pertanto, ebbi ragione di allontanarmi da quella mia estemporanea interlocutrice, da quella mia improvvisata, e limitata, compagna di viaggio, che nella mia vita aveva avuto occasione di accompagnarmi soltanto per un tragitto incredibilmente breve, tanto da non risultar neppure importante domandarle, in effetti, con quale nome avrei mai potuto appellarmi a lei benché ella, come già chiarito, avesse avuto evidente occasione di maturare confidenza con il mio. E con il cuore incredibilmente leggero, ai limiti dell’incoscienza, ebbi occasione di indirizzarmi alla volta della mia prima tappa, votando, fra il bracciare e la spada, di concentrare, sin da subito, ogni energia, ogni sforzo, nel recupero della mia arma prediletta, in una scelta non volta a screditare l’importanza del dono offertomi dal mio caro locandiere in difesa delle visioni del mio immortale, ed empio, sposo; quanto e piuttosto a evidenziare, indirettamente, la mia brama di ovviare a una qualche, allor spiacevole e non desiderata esclusione dello stesso Desmair dalla mia esistenza, la cui sgradita immagine ancora attendevo, impaziente, di poter cogliere da un istante all’altro innanzi a me, desiderosa, per suo tramite, di poter riuscire a ricongiungermi all’adorato Be’Sihl.
Fu in questo modo che, ancora ricorrendo al treno sotterraneo, e a una treno necessariamente diverso da quello che avevo preso in compagnia di Duva e Lys’sh, quasi a dimostrazione del mio impegno in favore dell’apertura a nuove soluzioni, a nuove e inesplorate vie utili ad approcciarsi alla soluzione di un problema, raggiunsi una zona periferica della città, là dove era… ed è tutt’ora, in effetti, sito il complesso di custodia giudiziaria di tutte le armi sequestrate in nome dell’omni-governo di Loicare in quella specifica giurisdizione.
Parentesi.
Con volontaria ambiguità, in questo mio secondo resoconto delle mie esperienze al di là dei confini propri del mio mondo, sto ovviando a definire una qualche categoria di appartenenza canonica per i miei passivi lettori, per coloro che, di questa testimonianza, si ritroveranno a essere, forse, un giorno, lettori o ascoltatori. Un’ambiguità, quella nella quale sto, forse e persino, cercando giustificazione per concedermi una certa imprecisione espressiva, tanto nella definizione delle tecnologie, quanto nella descrizione dei contesti, che non vuol derivare, in effetti, da un intento malizioso da parte della sottoscritta, quanto e piuttosto da un’effettiva difficoltà nel merito dello sforzo di dettaglio che, altresì, mi sarebbe richiesto ove potesse essere mia prerogativa, mia volontà, quella di definire, con precisione, ogni particolare nel merito del quale, ora, mi sto concedendo possibilità di soprassedere in maniera superficiale. Questo, ovviamente, senza considerare quanto, io per prima, non sarei in grado di scendere nel dettaglio di tutte le spiegazioni utili a comprendere il funzionamento della maggior parte delle dinamiche con le quali, dalla partenza dal mio mondo, ho avuto occasione di confronto; relazionandomi con esse da semplice e, sovente, ignorante utente, incapace di apprezzare l’eleganza caratteristica di una sfumatura allorché di un’altra.
Mi si abbia a perdonare, pertanto, se da un lato, nell’approccio talvolta ingenuo alla descrizione di questi concetti che, per me, all’epoca furono assolutamente nuovi e, persino, sconvolgenti, soprassiedo a quelle che potrebbero essere pretese quali necessarie definizioni di dettaglio nel merito di un po’ ogni cosa; mentre dall’altro, pur non sforzandomi di descrivere con lodevole precisione tecnica la differenza fra un’arma sonica e una al plasma, o un’arma al plasma e una laser, mi permetto di approcciare al concetto di metropolitana con così tanta esitazione, quasi, più di ogni altro, esso abbia a doversi considerare innovativo e sconvolgente nel confronto con i miei canoni di giudizio. Perché, benché comprenda come, così facendo, io mi spinga, semplicemente, a sfidare l’attenzione di eventuali lettori o ascoltatori, dubito sarei in grado di reggere in maniera adeguata l’una o l’altra, più estrema e definita, posizione: tanto per mera incapacità a rapportarmi con non posseduta confidenza a ogni novità di questa, per me nuova, realtà; così come per altrettanta incapacità a comporre quello che dovrebbe essere, altresì, un compendio tecnologico a comprensione di tutto quello che, altrimenti, avrei a dover descrivere… nonché a un fondamentale disinteresse a tal fine.
Perché, proprio ora, questa parentesi?
Perché, proprio ora, non desidero negarmi possibilità di evidenziare la mia reazione di sincera e attonita sorpresa nel confronto con l’intero complesso con il quale, nel seguire le indicazioni ricevute dalla mia informatrice, ebbi a pormi a confronto. Qualcosa che, ancor prima che un semplice edificio, in un diverso contesto, in un altro momento, nel mio mondo, avrei probabilmente descritto qual un’intera città…
martedì 17 dicembre 2013
2132
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
« Mmm… in effetti no. »
Tale replica, accompagnata da un lieve movimento del capo atto a esprimere diniego, sopraggiunse da parte sua soltanto dopo qualche istante, qualche momento nel quale, evidentemente, ella doveva essersi riservata l’opportunità di rifletterci, quasi in tal modo a soppesare tale eventualità, simile possibilità, forse pocanzi affrontata con particolare superficialità, con colpevole leggerezza, e, solo allora, presa in seria considerazione nel proprio significato, nella possibilità di liberarmi, alfine, da ogni impegno con lei, nell’aver ella assolto quasi completamente a ogni proprio compito, a ogni propria responsabilità…
… quasi completamente, per amor di dettaglio, nella sola eccezione di un singolo particolare, non trascurabile, non banale, sul quale ancora, di lì a un fuggevole attimo successivo, le avrei domandato lumi, laddove, in assenza di esso, quanto pocanzi pur comunicatomi, pur condiviso, avrebbe rischiato di risultare persino retorico, quasi fine a se stesso, ancor prima che realmente utile e impiegabile ai miei scopi, nei miei intenti, nella ricerca della soddisfazione dei quali mi ero allora sin lì sospinta.
« Per fortuna… iniziavo a temere di essere nei guai. » ammisi, minimizzando scherzosamente il valore della sfida in ciò riservatami, per come da lei presentata tanto nel merito dell’apparato di sicurezza eretto a protezione del secondo complesso quanto, parimenti e ancor più, del terzo « Sai dirmi come raggiungere il secondo e il terzo deposito…? » le richiesi, subito dopo, giungendo così al nocciolo della questione e, con esso, all’ultima informazione per la quale mi sarebbe stato necessario il suo supporto, prima di poter proseguire in autonomia nella mia strada, ovunque essa mi avrebbe potuto condurre… speranzosamente da Duva e Lys’sh, oltre che dai miei oggetti personali, eventualmente e spiacevolmente a qualche possibile, mai escludibile, nuova sentenza di condanna da parte della giustizia di Loicare, se non, più esplicitamente, di morte da parte del fato stesso.
Un nuovo istante di silenzio, mio malgrado, si pose qual preludio al proseguo delle spiegazioni della mia interlocutrice o, più precisamente, a un apparentemente incomprensibile rifiuto a concederle, per così come pur tanto palesemente, ancora una volta, domandate.
« Forse. » ammise alfine, con tono ancora una volta impostato con voluta ambiguità, tale da suggerire tutto e il contrario di tutto, o, parimenti, nulla e il contrario di nulla.
Che ella potesse aver maturato, improvvisamente, una qualche reticenza a prendere voce, avrebbe avuto a considerarsi quantomeno strano e inappropriato, dal momento in cui, sino a un solo momento prima, era stata più che generosa nelle proprie spiegazioni, in ciò, sicuramente, aiutata dalla consapevolezza di star venendo adeguatamente retribuita proprio per tale scopo, per simile ragione. Che ella potesse, invece, aver deciso di domandare qualcosa di più, sotto un profilo di ordine squisitamente economico, dopo aver lasciato chiaramente intendere la propria confidenza con le informazioni a me necessarie, per quanto alternativa non propriamente nobilitante, non avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente impossibile, né del tutto improbabile, al contrario, da parte mia, potendosi veder riconosciute più che soldi ragioni in tal senso.
Al di là di quanta simpatia, comunque, avrei mai potuto sviluppare per lei, non avrebbe avuto a doversi considerare mia prerogativa quella volta a concederle una qualche, facile opportunità di derubarmi, esigendo più del dovuto, e del meritato, per riconoscermi un’informazione nel merito del valore della quale ci eravamo già dichiarate concordi. E per quanto, personalmente, non avrei potuto ovviare ad ammettere di esser proprio io la prima, da tempi immemori, abituata a riservarmi l’opportunità di ridefinire di volta in volta gli accordi presi, soprattutto per questioni di ordine meramente economico, a seconda dell’ispirazione del momento e della difficoltà affrontata nel conseguimento di un obiettivo, nel raggiungimento di un risultato; non avrebbe avuto a doversi riconoscere mio interesse quello di concederle alcuna facile opportunità di vittoria in tal senso.
« Credevo che sul prezzo fossimo già d’accordo. » mi concessi opportunità di specificare e di ricordare, aggrottando la fronte, quindi, con fare volutamente critico a suo discapito, decisa a chiarire, in maniera meno ambigua possibile, quanto non avrebbe avuto alcuna facile opportunità di giuoco a tal riguardo nei miei confronti, laddove esso avesse a doversi considerare il suo obiettivo, il suo desiderio, la sua volontà celata alla base di quell’iniziativa, di quella scelta di volontaria indecisione a proseguire e a concludere il nostro colloquio sulla base degli accordi presi, in ottemperanza all’impegno da lei accettato nei miei riguardi.
« E lo siamo. » volle, altresì, rassicurarmi ella, sorridendomi allora senza ambiguità alcuna, a concedermi conferma di quanto, da parte sua, non vi fosse alcun desio volto a prendersi pericolosamente giuoco di me, quanto, e piuttosto, in direzione di un ben diverso obiettivo, ancora da comprendere, ancora da definire nei propri dettagli, e pur, ciò non di meno, indubbiamente presente « Ma, considerami curiosa, vorrei sapere una cosa da te, prima che tu te ne vada. » chiarì pertanto, apparentemente riducendo l’intera questione, quindi, a una mera domanda, introdotta in tal modo addirittura qual una questione quasi scherzosa, quasi infantile, benché, nell’equazione esistente fra conoscenza e potere, possibilmente poco di innocuo e di innocente avrebbe potuto ancora sussistere dietro a quella nuova richiesta, a quel nuovo tributo richiesto in pagamento per una pur semplice informazione qual quella domandatale.
Con ancora necessaria, e forse ineluttabile, diffidenza, continuai quindi a studiarla, concedendole il ghiaccio delle mie iridi nella consapevolezza di quanto, probabilmente, in quello stesso momento, le nere pupille al loro interno si fossero contratte sino quasi a scomparire e a lasciare, di conseguenza, soltanto un’apparenza quasi innaturale a contraddistinguere il mio volto: « E quale sarebbe questa… cosa? » la invitai a esprimersi, cercando di contenere ogni eventuale severità nel tono della mia voce, per quanto, in tale contesto, simile incedere avrebbe avuto a doversi considerare praticamente obbligato da parte mia.
Concedendosi, comunque e coerentemente, serena, oltremodo tranquilla e, persino, serafica nel proprio atteggiamento e nei propri toni, la mia interlocutrice, improvvisato oracolo per quella mia necessità di conoscenza in tal modo appagata anche senza il ricorso a qualche strana e impersonale macchina, replicò a quel mio invito esprimendo con tono quasi divertito il proprio interrogativo, e, lo ammetto, in esso trovando l’occasione di sorprendermi, e di sorprendermi così come poche volte avrei potuto riconoscere di essere rimasta da uno sviluppo inatteso, soprattutto in relazione all’animo umano e alle sue più intime dinamiche.
Perché, alla base di quell’incertezza a proseguire, a continuare oltre lungo il medesimo cammino già accennato e concordato, non avrebbe avuto a doversi considerare null’altro che una questione apparentemente sconnessa a ogni altra e, tuttavia, lì evidentemente per lei più meritevole di attenzione di ogni altra precedentemente affrontata…
« Come è stato ridimensionare l’infinito ego di quel cane bigotto di Pitra Zafral…?! » mi interrogò, aprendosi nel più amplio sorriso che, sino a quel momento, avrei potuto riconoscere di aver colto sul suo volto, tale da suggerire, senza troppa difficoltà, una qualche questione pregressa fra lei e il succitato accusatore.
Ma come avrei potuto e dovuto reagire nel momento in cui, in maniera tanto palese, mi venne offerta l’evidenza di quanto ogni mio, in verità non particolarmente impegnato, sforzo verso l’anonimato, verso la mistificazione sulla mia reale identità e, soprattutto, sui miei reali obiettivi, era stato tanto chiaramente vanificato?!
Soltanto in un modo… con pacata rassegnazione.
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